Le
moderne forme di schiavitù -
La piaga della tratta di esseri
umani
di padre John Flynn, L.C.
(ZENIT
2010) Accanto al fervore
di milioni di tifosi in tutto il mondo, incollati al televisore
a vedere il mondiale di calcio, è forte anche la preoccupazione
che l’evento possa favorire un aumento nel traffico degli esseri
umani.
Il cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban, Sud
Africa, ha riferito a ZENIT, in un’intervista pubblicata il 5
maggio scorso, di indicazioni secondo cui la criminalità
organizzata si era attivata nel traffico di persone per fornire
servizi sessuali durante l’evento.
Casualmente, poco dopo l’inizio del mondiale, il Dipartimento di
Stato USA ha pubblicato il suo Trafficking in Persons Report
2010. Si tratta della decima edizione di questo rapporto di
monitoraggio sulla tratta degli esseri umani. Una scheda che
accompagna il rapporto afferma che la spinta per arginare questo
traffico è ancora in fase iniziale: molti Paesi stanno ancora
studiando il fenomeno ed esplorando le modalità per affrontarlo
nella maniera più efficace.
Mentre l’attenzione mediatica è soprattutto incentrata sulla
tratta di esseri umani a fini sessuali, il Dipartimento di Stato
ha sottolineato che la maggior parte del flusso è finalizzato al
lavoro forzato. Ciò detto, i trafficanti spesso usano anche la
violenza sessuale come modo per costringere le donne a lavorare
nei campi o nelle fabbriche.
Questi sono alcuni dei dati emersi dal rapporto del 2010:
-- 12,3 milioni di adulti e bambini sono costretti al lavoro
forzato, nel lavoro vincolato e nella prostituzione forzata in
tutto il mondo, in cui il 56% delle vittime è rappresentato da
donne.
-- I ricavi annuali dei trafficanti sono stimati in 32 miliardi
di dollari (26 miliardi di euro).
-- La percentuale di vittime della tratta di esseri umani nel
mondo è calcolata in 1,8 per 1.000 abitanti. Questo dato varia a
seconda della regione, raggiungendo anche i 3 per 1.000 in Asia
e nella regione del Pacifico.
-- Vi sono stati 4.166 processi andati a buon fine nel 2009, con
un aumento del 40% rispetto all’anno precedente.
-- Sono 62 i Paesi che non hanno ancora giudicato nessuno in
base alle leggi di applicazione del Protocollo di Palermo (un
documento adottato dalle Nazioni Unite sulla tratta di esseri
umani).
-- Non meno di 104 Paesi si trovano ancora senza leggi,
programmi, o regolamentazioni per la prevenzione del sequestro
di persone a fini di tratta.
Il Protocollo di Palermo
Il rapporto spiega che il Protocollo di Palermo rappresenta il
primo strumento internazionale in tema di tratta di esseri
umani. Esso si basa su un approccio fondato sulle tre “p”:
prevenzione, processo e protezione delle vittime. Non è
sufficiente perseguire penalmente i trafficanti, afferma il
rapporto – se non si dà al contempo assistenza alle vittime e
non si prendono le misure di prevenzione.
La tratta può assumere forme diverse, osserva il rapporto.
Talvolta avviene attraverso l’inganno e il rapimento, ma spesso
prende la forma della coercizione e dello sfruttamento di
persone che inizialmente hanno aderito in modo consenziente a un
determinato servizio o che sono migrate volontariamente.
Il Dipartimento di Stato cita recenti studi dai quali risulta
che gran parte della tratta di esseri umani nel mondo è
finalizzata al lavoro forzato. Secondo le stime
dell’Organizzazione mondiale della sanità, per ogni vittima di
traffico costretta alla prostituzione, nove sono costrette al
lavoro forzato. Spesso questa pratica è facilitata da difficili
condizioni di disoccupazione, povertà, discriminazione e dalla
corruzione.
Una modalità frequente del lavoro forzato è quella che si basa
sui debiti o su vincoli di altra natura. Questo avviene quando i
trafficanti o i reclutatori sfruttano l’esistenza di un debito
iniziale, con il quale il lavoratore viene assunto e mantenuto
al lavoro. Ma si può anche trattare di un vincolo
intergenerazionale. Nell’Asia meridionale si stima che vi siano
milioni di vittime della tratta che lavorano per ripagare i
debiti dei loro padri, secondo il rapporto.
Tra le altre principali finalità della tratta di persone vi è il
servizio domestico forzato, il lavoro minorile, i bambini
soldato e lo sfruttamento sessuale dei minori.
L’ampia gamma di forme che assume la tratta significa che questa
non è solo una questione di diritti umani, ma può anche essere
vista in connessione alle fondamentali questioni delle libertà
civili, osserva il Dipartimento di Stato.
Non è una priorità
Nonostante la gravità del problema, il rapporto lamenta
l’eccessivamente esiguo numero di processi avviati. Secondo lo
studio, sebbene il traffico di esseri umani sia un crimine
paragonabile all’omicidio, allo stupro o al rapimento, il numero
dei processi ogni anno è “tristemente basso”, rispetto
all’entità del problema. I poco più di 4.000 processi dello
scorso anno sono segno del fatto che i delitti commessi non sono
considerati una priorità dalle autorità, accusa il rapporto.
Troppo spesso le vittime del traffico sono considerate come
rifiuti della società, non abbastanza importanti per
preoccuparsene. E quando anche delle misure vengono adottate,
queste si limitano solitamente alla punizione dei delinquenti,
senza offrire altra assistenza alle vittime se non quella
connessa con la loro testimonianza per ottenere la condanna.
Peraltro, osserva il rapporto, se le vittime si trovano
irregolarmente nel Paese, spesso vengono detenute e rimpatriate
nel loro Paese d’origine.
Questo tipo di politica, osserva il rapporto, risponde
all’interesse proprio dello Stato, che si libera di potenziali
fardelli, ma serve a poco alle vittime. In questo modo,
anzitutto non si aiutano le vittime a superare i traumi che
hanno subito nel periodo del lavoro forzato.
Inoltre, rimandarle indietro nel loro Paese d’origine, spesso
senza informarle delle eventuali altre opzioni, non solo le
espone a possibili traumi derivanti dall’essere identificate
come vittime della tratta di persone, ma semplicemente significa
reinserirle nelle stesse condizioni e pressioni che le hanno
condotte al loro sfruttamento.
Considerate le difficoltà nell’affrontare adeguatamente il
fenomeno, il rapporto raccomanda maggiore collaborazione tra le
autorità. Ciò implica cooperazione sia a livello dei governi,
sia a livello delle organizzazioni non governative.
Inoltre dovrebbero essere istituite squadre speciali e accordi
con associazioni imprenditoriali per contribuire ad eliminare
l’uso del lavoro forzato dal lato della produzione commerciale.
Il rapporto si esprime, per esempio, a favore di misure in grado
di indirizzare i consumi e gli investimenti al fine di
scoraggiare i trafficanti. Se infatti i consumatori e gli
investitori pretendessero maggiore trasparenza e responsabilità,
sarebbe più difficile per i moderni commercianti di schiavi
trarre profitto dalla loro attività.
Più ampio contesto
Uno dei punti più interessanti contenuti nel rapporto è quello
sulla necessità di vedere il problema della tratta di persone in
un contesto più ampio. Il Dipartimento di Stato, per esempio,
osserva che il problema della corruzione dei funzionari pubblici
costituisce un forte ostacolo a trattare adeguatamente il
fenomeno.
Dalle statistiche sulle libertà civili e sui tassi di corruzione
risulta che gli Stati che risultano poco incisivi contro la
tratta degli esseri umani figurano anche ai posti più bassi
nelle graduatorie in tema di corruzione e libertà civili.
Il problema era stato affrontato anche dall’arcivescovo Agostino
Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i migranti e
gli itineranti, in occasione del Foro di Vienna sulla lotta al
traffico di esseri umani, del 13-15 febbraio 2008.
L’Arcivescovo ha detto chiaramente che “il traffico di esseri
umani è una tremenda offesa alla dignità umana”.
Soluzioni facili non esistono, secondo monsignor Marchetto. Ciò
che invece è necessario è un una politica che non si limiti solo
a punire chi contribuisce all’organizzazione dei traffici, ma
che intervenga anche nei miglior interesse delle vittime.
In questo senso, ha incoraggiato ogni sforzo diretto ad arginare
tali attività criminose e a tutelare le vittime dei traffici. Ma
egli ha anche sottolineato la necessità di affrontare il
problema dal lato della domanda.
Mentre l’attenzione è solitamente incentrata sui criminali e
sulle vittime, è bene riflettere anche sul punto sollevato
dall’arcivescovo Marchetto. Se infatti, in quanto consumatori,
vogliamo che i beni e servizi che acquistiamo provengano da
fonti eticamente corrette, allora dobbiamo anche dare il nostro
contributo ad assicurare che questo avvenga.
http://www.zenit.org/article-22998?l=italian |
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