Minori e sfruttamento
lavorativo
La violenza sui minori non è solo di tipo sessuale ma
consiste anche in forme di sfruttamento fisico e lavorativo,
soprattutto da parte delle organizzazioni criminali. Secondo
i dati dell'International
Labour Organization, oggi nel modo ci sono circa
218 milioni di bambini che lavorano. Di questi, circa 126
milioni vivono in condizioni inaccettabili, sfruttati e
privati della possibilità di ricevere un'educazione e una
istruzione oltre che dei diritti umani fondamentali,
esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose che ne
mettono in pericolo il benessere fisico, mentale e morale.
Ma il dato forse peggiore, è che circa otto milioni
di minori sono arruolati come
bambini soldato in milizie armate.
Nonostante gli
Obiettivi di Sviluppo del Millennio richiedano che tutti
i bambini siano in grado di completare entro il 2015 il
ciclo di istruzione primaria, e che ogni diseguaglianza
sociale e di genere sia abbattuta, i
dati dell'ILO dicono che siamo ancora lontani dal
raggiungerli. Il tasso di iscrizione alla scuola
secondaria nei paesi del Sud del mondo, difatti, è appena
del 32% per i ragazzi e del 26% per le ragazze.
L’istruzione, laddove pienamente sostenuta, è uno dei metodi
più efficaci per combattere la povertà e prevenire le
situazioni di potenziale sfruttamento dei minori. Secondo le
stime ufficiali, l'Asia è il continente dove il lavoro
minorile non solo è numericamente maggiore ma rappresenta un
vero modello produttivo. Sono più di 122 milioni i minori di
età compresa fra i 5 ed i 14 anni economicamente attivi:
nelle piantagioni, nelle concerie, nelle cave, nelle
miniere, nelle fabbriche tessili e di giocattoli. Sempre ed
assolutamente in nero. In Africa Sub-Sahariana, invece, sono
circa 50 milioni i bambini della stessa fascia di età che
svolgono un lavoro. 50 mila sono inoltre quelli inseriti nel
mercato della prostituzione e della pornografia, mentre si
stimano intorno a 120 mila i minori destinati ad imbracciare
un fucile come mercenari.
I
Paesi dell'America latina e dei Caraibi sono quelli dove
i dati riguardanti il lavoro minorile risultano in rapida
riduzione pur restando alti. In Brasile si rileva la più
elevata percentuale di bambini impiegati nel settore
agricolo: oltre 2 milioni di minori tra i 5 ed i 17
anni. In Nicaragua, Honduras e Colombia il
tempo dedicato ai lavori domestici incide significativamente
sull'orario giornaliero dei minori tra i 5 e 14 anni, in
particolare per le bambine. In Ecuador sono
circa 8.000 i bambini che lavorano nelle varie attività
agricole, in Perù quasi 1 milione e in
Paraguay più di 90.000.
Ma è proprio in Sud
America che si è sviluppato il movimento
democratico, basato sull'autogestione, dei
Niños y Adolescentes
Trabajadores – NATs. Si tratta di
un'organizzazione a più livelli dove i bambini, supportati
ed accompagnati da educatori adulti che svolgono una
funzione di facilitatori, operano direttamente sul
territorio in difesa dei propri diritti e contro lo
sfruttamento di aziende come la spagnola Zara, che in
Brasile è appena finita sotto inchiesta con l'accusa di
avere usato mano d'opera minorile costretta a lavorare in
condizioni di schiavitù.
Sfruttamento e
schiavitù, quando si riferiscono ai bambini, quasi sempre
fanno rima con miseria e povertà. L'ultima fotografia
scattata dalle Nazioni Unite assieme all'Unicef,
in tal senso, lascia poco spazio alle speranze. Proprio in
America latina e nei Caraibi, la Commissione regionale del
Palazzo di Vetro che si occupa di economia ha stimato in 81
milioni il numero di bambini poveri, con una negazione di
diritti senza precedenti.
Secondo
lo studio, i Paesi con le peggiori condizioni per
l’infanzia sono Bolivia, El Salvador, Guatemala,
Honduras e Perù, con quasi tre bambini su quattro
che vivono in assoluta miseria. Quanto ai Paesi africani,
invece, la situazione del Corno d'Africa è quella più
delicata: sono 12 milioni e mezzo le persone che hanno
urgente bisogno di aiuto umanitario in Somalia,
Kenya, Etiopia e Gibuti. I bambini, come sempre,
pagano le conseguenze più gravi dell’emergenza: 2,34 milioni
risultano malnutriti, dei quali 600.000 in modo grave e
dunque in immediato pericolo di vita. Se si considera
l’intera Somalia, 1 milione e 850 mila bambini hanno bisogno
d’assistenza immediata e oltre 780.000 sono malnutriti. Tra
l’inizio del 2011 e la dichiarazione dello stato di
carestia, nel Paese erano già morti più di 400 bambini, una
media di 90 ogni mese, con l’86% dei decessi infantili
concentrato nelle regioni centro-meridionali nonostante
l’Unicef e le altre organizzazioni umanitarie avessero già
curato, nello stesso periodo, oltre 100.000 bambini affetti
da malnutrizione acuta, di cui è a rischio vita un bambino
su 5. Nelle aree più colpite, infine, ogni 3 mesi muore il
10% dei bambini tra 0 e 5 anni.
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