Prostituzione
cinese. In Italia le nuove schiave
SCHIAVITU'. Vengono
dalle Regioni più
povere del lontano
oriente. Si dividono
tra clienti italiani
e connazionali. Per
i loro sfruttatori
sono una miniera
d’oro.
Giorgio Mottola
Era
uno dei night club più esclusivi
e più sconosciuti di Roma. Si
chiamava “Diamante” e della sua
esistenza sapevano solo i
cinesi. Visto da fuori, si
mescolava perfettamente allo
squallore degli altri capannoni
industriali del quartiere
Casilino. Ma dentro, tra
tappezzerie di lusso, tovaglie
di seta e luci soffuse, ai
tavolini si sedevano uomini
d’affari e capimafia della
comunità cinese. A loro
disposizione avevano, oltre
all’alcool e agli ultimi
ritrovati in materia di droga,
le più belle e giovani
prostitute del Lontano Oriente
disponibili a Roma. Quando la
Squadra mobile fatto irruzione
nel locale, ce n’erano quindici,
tutte avevano con loro la chiave
dell’albergo dove avrebbero
portato i loro clienti.
Prostitute destinate ai cinesi
ricchi. Ma senza nessun
privilegio in più rispetto alle
loro connazionali che battono i
marciapiedi o che vivono
rinchiuse in orribili
appartamenti di Piazza Vittorio.
Schiave. Anzi, merce,
nient’altro che merce. Si
vestono solo per lavorare. Per
il resto del tempo, sono
costrette a girare per casa in
indumenti intimi: un deterrente
contro la loro possibile fuga.
Qualcuno le valuta e sceglie
qual è il segmento di mercato
più adatto. Come se fossero
vestiti realizzati in un
laboratorio clandestino o
giocattoli contraffatti. Il modo
in cui i cinesi gestiscono la
prostituzione in Italia segue le
ciniche regole del marketing
puro. Prezzi bassi, cambio
periodico dell’ “offerta” e
individuazione del target di
cliente.
Il mercato è diviso
rigorosamente in due settori:
quello cinese, per il quale
vengono riservate le donne
migliori, e quello italiano.
Segue poi la selezione dei
clienti per censo: più sono
ricchi, maggiore è il valore
delle prostitute messe a
disposizione. Nulla è lasciato
al caso, l’organizzazione ha
dinamiche assolutamente
commerciali. A Roma, alcuni
sfruttatori si erano dotati
persino di un call center e
avevano affittato nella capitale
undici appartamenti,
intestandoli a un nome fittizio,
Guan Whenzu. Avevano travato
anche uno slogan per il proprio
business, che pubblicizzavano
sulle riviste di annunci: «Fiume
d’amore!». Al telefono
rispondevano donne cinesi con
una buona conoscenza
dell’italiano, che fissavano
l’appuntamento e sceglievano la
prostituta in base a quanto
intendesse spendere il cliente.
Tutto avviene in modo più
discreto e diretto all’interno
della comunità cinese. Lo scorso
marzo è stata arrestata una
“maitresse”, che ogni giorno
dalle parti di Piazza Vittorio
si procurava clienti
connazionali porta a porta: come
accade anche per i nigeriani, è
quasi sempre una donna a gestire
direttamente le prostitute per
conto dell’organizzazione. La
madama lasciava bigliettini con
la scritta «massaggi completi
per uomini», oppure fermava la
gente direttamente per strada.
Nella casa che lei gestiva non
erano ammessi né italiani, né
stranieri di altra nazionalità.
Le richieste dei cinesi sono
infatti molto differenti.
Soprattutto gli appartenenti
alle classi agiate non sono
interessati al semplice
rapporto. L’incontro con una
prostituta si prolunga per
l’intera serata, durante la
quale è molto frequente
l’utilizzo di droghe. Anche gli
stupefacenti sono di produzione
cinese. Durante il blitz al club
Diamante fu scoperta una nuova
sostanza: la K-fen. È un droga
sintetica, mai vista prima dalle
autorità italiane, derivata
dalla chetamina, si presenta in
forma granulare e si può
sniffare oppure sciogliere nella
bevanda.
Per un italiano un rapporto
sessuale in appartamento o in un
centro massaggio con una
prostituta cinese costa tra i 30
e i 50 euro. Sul marciapiede i
prezzi scendono sotto i 15 euro.
Le donne di altre nazionalità
che ricevono in casa costano
molto di più: tra i 100 e i
200. Ma se sempre più italiani
negli ultimi anni inseguono le
proprie fantasie orientali, non
è solo una questione di soldi.
Le cinesi infatti non si
ribellano a nessun tipo di
richiesta. L’assoggettamento
agli sfruttatori è tale che la
volontà della donna si annulla
completamente.
Nella maggior parte dei casi le
ragazze vengono dal nord rurale
della Cina, soprattutto dal
Liaoning. Quasi sempre hanno
meno di vent’anni. Hanno una
famiglia povera, sono senza
marito, ma con un figlio a
carico. Sono così disperate che
partono per l’Europa, pur
sapendo bene a cosa vanno
incontro. La porta di ingresso
per l’Occidente è Parigi. Ci
arrivano con visti turistici al
seguito di grosse comitive di
connazionali. Dopo qualche
settimana il responsabile del
gruppo denuncia l’allontanamento
all’ambasciata e a quel punto se
ne perdono le tracce. Il
traffico di esseri umani è
gestito dalla mafia cinese
nazionale. Nel momento in cui
arrivano in Italia, ad
occuparsene sono bande
criminali, ma non sempre
organizzazioni di stampo
mafioso. In Toscana, ad esempio,
il business è in mano alle gang
giovanili.
Con i loro sfruttatori, le
prostitute spesso non riescono
nemmeno a comunicare. Gli uomini
vengono infatti dallo Zejan,
dove si parla un dialetto molto
diverso da quello del Liaoning.
I loro aguzzini arrivano a
guadagnare oltre mille euro al
giorno. Misera è la parte che
rimane a loro: si aggira tra i
100 e i 150 euro. Sono ostaggi a
tutti gli effetti
http://www.terranews.it/news/2011/01/prostituzione-cinese-italia-le-nuove-schiave |
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