Schiavitù -
Nigeriane “addestrate” nei bordelli di
Tripoli prima di arrivare sui marciapiedi italiani
Un
umiliante assaggio di schiavitù prima della schiavitù vera e propria, il
bordello libico prima dei marciapiedi italiani. La terrificante odissea
delle donne nigeriane, adescate nei villaggi da sorridenti maman e poi
condotte con la forza dai trafficanti verso le coste italiane, include
una permanenza finora inedita nelle case chiuse illegali della Libia,
alla mercé di aguzzini che le costringono a prostituirsi per pochi
dinari e senza preservativo. Le ribelli vengono punite con botte,
torture e stupri. Chi rimane incinta viene fatta abortire a forza di
calci sul ventre, o con intrugli di farmaci potenti.
Tutto avviene
all’insaputa delle maman che dall’Italia pagano i trafficanti per il
trasporto delle ragazze: se scoprono che cominciano il mestiere in Libia
le abbandonano al loro destino. Spesso interviene una figura ricorrente
nei racconti delle sventurate: il cliente-fidanzato, frequentemente di
origine ghanese, che organizza una fuga dalla casa chiusa e le
accompagna fino a Lampedusa guadagnandosi la loro fiducia. Il fidanzato,
o presunto tale, attende che la ragazza esca dal Cie, la ospita in casa
di amici e, sospettano fortemente le operatrici di Be free, la avvia
alla prostituzione.
La tappa del bordello libico prima dell’arrivo in Italia è la novità
emersa dai colloqui con 111 detenute nel Centro di identificazione ed
espulsione di Ponte Galeria, raccolti dalla cooperativa sociale Be Free
che proprio nel Cie romano ha aperto uno sportello di assistenza
psicosociale e legale, operativo dal 2008. «I racconti delle donne
nigeriane presentano parecchi elementi comuni, molte ci confermano di
essere passate per i bordelli in Libia», specifica l’avvocata Carla
Quinta alla presentazione del dossier “Pratica dei respingimenti: chi
respingiamo, e a cosa condanniamo?” alla Casa internazionale delle donne
di Roma.
«In questa casa eravamo più di trenta ragazze tutte di origine
nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi
mandate in Italia. Sono stata là per circa 4 mesi, dovendo andare a
letto con una media di cinque uomini al giorno» narra una nigeriana. Chi
si rifiuta di avere rapporti non protetti viene presa a calci, picchiata
con le catene, oppure costretta a sedersi sul petrolio bollente.
«I segni di quelle violenze sono visibili sui corpi delle nigeriane
ascoltate a Ponte Galeria, e sono chiaramente violenze pregresse»
conferma la presidente di Be Free, Oria Gargano, che chiede la
concessione dell’art.18 della Turco-Napolitano, ovvero un permesso di
soggiorno destinato alle vittime della tratta, anche alle donne che non
sono ancora finite nella spirale dello sfruttamento in Italia ma che,
nel viaggio verso l’Europa, sono state schiavizzate sessualmente e
abusate dai trafficanti. L’art.18 prevede che la riduzione in schiavitù
e l’induzione violenta alla prostituzione avvengano in territorio
italiano. E dunque servirebbe una modifica della norma per consentire
alle nigeriane appena giunte in Italia, solitamente da Lampedusa, di
accedere ad un percorso di salvezza prima di uscire dai Cie o dai
C.a.r.a (centri di accoglienza per richiedenti asilo).
La denuncia della
Be Free, finanziata dal ministero delle Pari opportunità e
dall’assessorato ai servizi sociali della Provincia di Roma, è
esplicita: «I trafficanti sono oramai talmente organizzati da aggirare
le leggi di tutti i Paesi di transito e destinazione, e nel caso
dell’Italia sanno perfettamente come funzionano i Cie». Il 43% delle
donne assistite a Ponte Galeria erano nigeriane, tutte con un vissuto di
sfruttamento sessuale o lavorativo. Il 25% ha dovuto lavorare come
prostituta nei bordelli di Tripoli.
Il durissimo viaggio comincia nell’Africa subsahariana, specialmente in
Nigeria, dove maman o trafficanti individuano le ragazze delle fasce
disagiate e le attirano nella rete promettendo un lavoro onesto in
Italia. Nel cammino verso la Libia, le donne vengono alloggiate nelle
varie “case di transito” prese in affitto dai trafficanti dove rimangono
per qualche tempo prima di proseguire. Le tappe sono solitamente Kano e
Sokoto (Nigeria), Zonder, Agadez e Duruku (Niger), Sabha e Tripoli
(Libia). Il trafficante – chiamato “brother” – assicura le spese di
vitto e alloggio, e via via cede le ragazze alla staffetta successiva di
criminali che corrompono le guardie di confine per potere passare senza
documenti né visti.
In Libia le nigeriane vengono costrette alla prostituzione con la scusa
del risarcimento delle spese del viaggio. Così vengono divise in piccoli
gruppi e destinate a svariati appartamenti di Tripoli dove una senior
woman , ovvero una nigeriana che da tempo vive nel bordello clandestino,
le introduce al mercato del sesso e controlla che la totalità degli
incassi venga consegnata agli organizzatori.
La permanenza nei bordelli può durare mesi, addirittura anni, finché
vengono vendute agli intermediari che organizzano la traversata da
Zuhara verso Lampedusa dove verranno costantemente controllate dai
trafficanti o dai finti findanzati attraverso dei cellulari con scheda
italiana. La rete di controllo continua anche nei centri di espulsione,
e nei C.a.r.a. Le maman rinchiuse nei Cie tengono in soggezione le
ragazze e spesso vietano loro di parlare con le associazioni. «Molte
donne ci dicono che, una volta uscite, qualcuno le verrà a prendere.
Abbiamo il sospetto che siano dei trafficanti o delle maman, in alcuni
casi la ragazza sparisce nel nulla e non riusciamo più a ricontattarla»,
dicono le operatrici. Soltanto nove delle centoundici assistite hanno
presentato denuncia per accedere all’art.18 e all’art.13 – sfruttamento
lavorativo. Ma si tratta di ragazze sfruttate in Italia.
Ecco perché servirebbe estendere l’art.18 anche alle donne rese schiave
all’estero. Ed ecco perché, conclude la Be Free, respingere queste donne
significa condannarle a rivivere sofferenze inimmaginabili. «Servirebbe
una commissione internazionale che vigili sul rispetto dei diritti umani
in Libia», rilancia Claudio Cecchini, assessore ai servizi sociali della
Provincia di Roma. La visita di Gheddafi non ha sortito alcuna novità
nella questione, e le vittime della lotta all’immigrazione illegale
continuano ad essere i migranti. Secondo l’agenzia Unodc, la tratta
degli esseri umani dall’Africa occidentale all’Europa rende 152-228
milioni di euro ogni anno, e riduce in schiavitù dalle 3800 alle 5700
persone. La maggior parte sono destinate al «mercato» italiano, dove i
clienti non hanno scrupoli nell’avere rapporti sessuali con donne che,
nel 90% dei casi, non ha scelto il marciapiede.
Laura Eduati
http://www.liberazione.it/
http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/07/29/nigeriane-addestrate-nei-bordelli-di-tripoli-prima-di-arrivare-sui-marciapiedi-italiani/ |
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