Una contadina in viaggio
per salvare la figlia
prostituta
una storia di amore
materno
«Al telefono mi hanno detto una
sola cosa: “Tua figlia a Roma
finisce male. La tengono due
tizi del paese nostro…”. Ho
capito subito. Sono partita in
un secondo. Dovevo salvarla». Il
viaggio dalla Romania di Ana, 46
anni, una madre, una contadina,
si può solo tentare
d’immaginarlo. Venti ore di
tortura, due su un scassatissimo
camion “Miruzvar” dalla campagna
alla città, le altre diciotto su
un pullman della “Atlassib” da
Bucarest alla Stazione
Tiburtina. Mezza Europa scorreva
al di là dei finestrini Serbia,
Ungheria, Slovenia, il confine
di Opicina a Trieste e la donna
ha dovuto guardarla piangendo
mentre le trafiggeva la mente un
chiodo fisso. Anzi un nome:
viale Palmiro Togliatti.
«La
fanno stare lì ogni notte. La
vendono, Ana, corri! Oppure non
la trovi più».
Storie di
prostitute minorenni strappate
al commercio dai carabinieri e
dalla polizia se ne sono sentite
migliaia. Ma mai dall’ombra dove
pure ne saranno accadute chissà
quante era emersa la figura di
una madre che ha saputo la
verità, ha lasciato il
villaggio, il campo dietro casa,
ed è corsa in un Paese straniero
per riportare a casa una delle
figlie. La ragazza, diciassette
anni, originaria di un piccolo
centro agricolo non lontano
dalla capitale romena, era stata
convinta a venire a Roma con la
prospettiva di un lavoro. Che
sapesse, che avesse intuito
qualcosa, che fosse cosciente di
quello che la attendeva alla
fine poco importa. La giovane,
una volta a Roma, è stata presa
in consegna da due connazionali.
I quali, al primo tentativo di
ribellione o di rendersi
autonoma, l’avrebbero violentata
e segregata in un appartamento
del Casilino tanto per farle
capire chi ha il potere in certe
vicende e cosa bisogna fare.
I due romeni, anche loro
giovanissimi, appena diciannove
anni, intenzionati a fare la
bella vita di tanti “sfrutattori”,
sono stati arrestati
successivamente dalla polizia.
Ma è la madre della ragazza la
vera protagonista della storia.
Ana, dopo il lunghissimo viaggio
e dopo aver denunciato la
scomparsa della figlia in
Romania, alla fine ha trovato
viale Palmiro Togliatti, lo
stradone piantato come una
autostrada a cavallo dei
quartieri anonimi figli
dell’urbanistica collettivista
di moda negli Anni Settanta. La
donna ha aspettato, ha
approfittato di una distrazione
dei ragazzi, è comparsa davanti alla figlia ed è riuscita a
farla scappare.
La contadina non si è persa
d’animo. Anche perché ha, tra i
quasi due milioni di romeni in
Italia, un “alleato” non da
poco: un fratello che vive e
lavora da anni vicino Bologna.
Lo ha sentito durante il viaggio
e ha concordato il piano: «Gli
ho detto che appena l’avessi
trovata ha poi raccontato alla
polizia l’avrei portata da lui».
La donna ha avvertito la polizia
nel capoluogo emiliano solo dopo
aver messo in salvo la figlia
strappandola alla strada.
La polizia di Bologna a quel
punto ha avvertito i colleghi
della Squadra Mobile a Roma.
C’erano i nomi, le descrizioni e
il domicilio degli aspiranti
sfruttatori. Ma i due, fiutata
l’aria, persa la ragazza, erano
già spariti. Gli uomini della
Questura però non hanno mollato
la presa: controllo dei tabulati
telefonici, contatti con la
polizia romena, gli amici degli
aguzzini sentiti in
commissariato. Alla fine i
giovani romeni sono stati
rintracciati in un casolare
abbandonato nella zona dei
Castelli Romani. Gli agenti li
hanno arrestati per sequestro di
persona, induzione e
sfruttamenti della
prostituzione. Ana ha riportato
a casa la figlia. A Snagov, un
villaggio a nord di Bucarest,
campi di patate e miseria
nonostante l’Europa, dove non
sarà facile tenerla.
di Luca Lippera Il Messaggero |
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