Unire le forze contro la tratta di essere umani
(mons. Vegliò)
Possano le persone sfruttate riprendere il
possesso delle proprie vite,
possano i trafficanti essere toccati dalla
sofferenza delle vittime.
Sulle
strategie per “costruire ponti di libertà” volte a
contrastare il fenomeno della tratta di essere
umani, Alessandro Gisotti ha intervistato l’arcivescovo
Antonio Maria Vegliò, presidente del dicastero
vaticano per i Migranti:
R. - Un aspetto molto interessante di questa
conferenza è la cooperazione tra i diversi
partecipanti: appartenenti a varie fedi, industrie e
multinazionali, la società civile e il mondo
politico. Insieme è possibile fare la differenza. La
tratta di essere umani può essere combattuta
attraverso un approccio basato sul rispetto dei
diritti umani, che tenga conto della triste
diffusione del fenomeno in tutto il mondo. Il
traffico degli esseri umani è un problema molto
vasto, che riguarda il lavoro forzato - come per
esempio nell’ambito dell’agricoltura, dove da
diversi anni sussiste un certo tipo di schiavitù per
la raccolta dei pomodori nel Sud Italia. Tuttavia,
ciò capita anche in Germania nella manovalanza del
settore edile, oppure nel sistema sanitario in Gran
Bretagna. Una gravissima forma di tratta riguarda
ancora la situazione dei bambini soldato, così come
ad esempio lo sfruttamento dei minori nella
produzione dei palloni da calcio o nella lavorazione
dei tappeti. Più noto è lo sfruttamento sessuale
delle donne obbligate a mercificare il proprio corpo
da uomini coinvolti nella criminalità. Un’altra
forma, ben conosciuta in Asia, riguarda lo
sfruttamento del lavoro legato all’indebitamento
della povera gente, costretta con i propri bambini a
lavorare in situazioni di schiavitù. La conferenza
di oggi si impegna a trovare strategie comuni atte a
contrastare tale fenomeno. Si studierà come
coinvolgere le diverse comunità di fede, come
controllare la destinazione dei nostri investimenti
e l’utilizzo che ne fanno le banche – relativamente
al tema dell’etica sugli investimenti –, e come i
governi possano proteggere le vittime, introducendo
legislazioni per tutelarle e mettendo i loro
interessi al primo posto, punendo i criminali e
confiscando profitti finanziari ottenuti
illegalmente nella tratta di esseri umani.
D. - Le vittime della tratta sono sempre i più
deboli, spesso sono proprio i migranti. Cosa sta
facendo il suo Dicastero per contrastare questa
piaga?
R. - Parte del lavoro di questo Dicastero è
rivolto a sensibilizzare l’opinione pubblica e a
creare consapevolezza nelle Chiese locali. Nel
passato abbiamo organizzato diverse conferenze sulla
lotta alla prostituzione e allo sfruttamento
sessuale nelle strade. Abbiamo preparato un
questionario specifico su questo problema per i
vescovi che fanno visita al nostro Dicastero. Le
Chiese locali sempre più si pronunciano su questo
grave problema e sono state pubblicate diverse
lettere pastorali sulla prostituzione forzata. In
particolare, i vescovi delle Filippine hanno fatto
una Dichiarazione contro la vendita di organi, la
Conferenza episcopale di Nigeria ha dedicato una
lettera pastorale a questi problemi nel Paese,
mentre l’episcopato del Sud Africa ha rivolto nel
2006 particolare preoccupazione alla tratta
internazionale di donne e bambini in Botswana, Sud
Africa e Swaziland. In Kenya la Conferenza
episcopale cerca di diffondere la conoscenza del
problema con volantini e dibattiti periodici. Nel
mondo le più attive in questo ambito sono le
Congregazioni internazionali di religiose. Queste si
adoperano per quanto riguarda l’assistenza, il
ritorno e la reintegrazione delle vittime della
tratta. È stata creata una rete internazionale
chiamata "Talitha Kum".
D - Quanto è importante l’aspetto culturale, il
cambio di mentalità della gente che spesso guarda
con indifferenza alla tratta di essere umani?
R. – Come scritto da Benedetto XVI nell’Enciclica
“Spe Salvi”: “La misura dell’umanità si determina
essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col
sofferente. Questo vale per il singolo come per la
società”. La diffusa indifferenza esiste in parte
perché non è possibile immaginare cosa significhi
essere gravemente sfruttati. Infatti, lo
sfruttamento è un fenomeno nascosto, invisibile. È
la nostra mentalità che deve cambiare. Per questo, è
importante per esempio conoscere le circostanze in
cui vengono fabbricati i prodotti che acquistiamo.
A volte non vogliamo sapere, o semplicemente
ignoriamo, ciò che accade. Gli articoli di
abbigliamento, venduti da molti negozi, molte volte
sono prodotti in condizioni di sfruttamento. Si
potrebbe introdurre un’etichetta per indicare se il
capo è stato realizzato senza sfruttamento del
lavoratore e quindi rientra nell'etica del commercio
equo e solidale. L’etichettatura funziona, come
abbiamo visto nell’industria del cacao e del
cioccolato, dove è entrato in funzione il cosiddetto
Protocollo Harkin-Engel, sostenuto dalla Fondazione
Mondiale del Cacao e dall’Associazione
Manifatturieri Cioccolato. Esso obbliga l'industria
a combattere le forme peggiori di lavoro minorile.
Tutto ciò comporta un costo più alto, siamo disposti
a pagarlo? È anche vero, comunque, che
esiste una differenza tra il cattivo comportamento
del datore di lavoro e le situazioni di schiavitù.
Non tutti gli abusi in materia di lavoro e servizi,
infatti, possono essere considerati traffico di
esseri umani. La Commissione per il
Lavoro della Conferenza episcopale cattolica
dell'India si è assunta l’impegno di contrastare il
lavoro legato al debito - che ancora sussiste in
alcune tradizioni. Come affermato da Papa Benedetto
XVI: “Nuovi problemi e nuove schiavitù, infatti,
emergono nel nostro tempo ... La Chiesa deve
rinnovare costantemente il suo impegno di portare
Cristo, di prolungare la sua missione messianica per
l’avvento del Regno di Dio, Regno di giustizia, di
pace, di libertà, di amore”. |
AMICI DI LAZZARO, CONTRO LA TRATTA
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L'associazione ogni anno, incontra in strada almeno 600
vittime della tratta. Nel 2010-2011 oltre 50 ragazze hanno
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