“la tratta delle schiave”, intervista a Isoke Aikpitanyi
E' una donna
nata in Nigeria, nel 1979 e dal 2000
vive in Italia
Intervista di
Roberto De Ficis
La prima cosa che mi ha fatto
interessare ad Isoke è stata la
differenza di passato che io e lei
abbiamo avuto pur avendo, più o
meno, la stessa età. Una vita che ha
avuto inizio nello stesso identico
modo ma che poi, per diversi motivi,
ha acquistato caratteristiche del
tutto diverse, non imputabili a
nessuno di noi se non all’ambiente,
alla società, alla struttura civile
che ci ha visti nascere, crescere e
che ci ha educati. Isoke Aikpitanyi, nigeriana, ora,
ha trent’anni. Ha un passato del tutto diverso
dal mio che è stato ‘semplice,
comodo e confortevole’, quello
tipico di un ragazzo occidentale in
terre consumistiche. Un passato il suo, invece, simile ad
un incubo, ma tangibile come la
realtà e che per sempre porterà i
segni sulla pelle e nei ricordi. La sua storia, o meglio, quella che
in parte si racconterà in questo
articolo, inizia nove anni fa,
quando di anni lei ne aveva solo
ventuno. Costretta a migrare dal suo
paese africano, è giunta in Italia
con una promessa di
lavoro-come-si-deve rivelatasi ben
presto una promessa falsa. Ed ecco
che i suoi sogni s’infrangono e la
dura realtà si rivela in tutto il
suo buio. Il ritrovarsi sbattuta
“sulla strada” è stato, per Isoke,
impensabile ed inevitabile. Qui in Italia, le donne di strada le
chiamano superficialmente
“prostitute”, anche se spesso sono
delle vere e proprie “schiave”
involontarie, proprietà indiscussa
di trafficanti senza scrupoli. Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin
City, in Nigeria, nel 1979. Dal 2000
vive in Italia. Dopo essere stata vittima della
schiavitù per tre anni nelle strade
italiane, è riuscita a raggiungere
la libertà personale rischiando la
propria vita. Dal 2003, grazie all’associazione
“Le ragazze di Benin City”, aiuta le
tantissime ragazze vittime della
tratta che, come lei, sono costrette
a lasciare il proprio paese e che
giungono in Italia. Il 2007 ha visto
l’uscita del libro “Le ragazze di
Benin City”, scritto insieme alla
giornalista Laura Maragnani, edito
da “Melampo” che ben espone il
problema e che ci fa vivere coi
nostri occhi il suo passato. Obiettivi: Sensibilizzazione al
problema della ‘tratta’, ulteriori
punti di vista sull’emigrazione,
emancipazione della donna,
miglioramento dell’istruzione nei
paesi africani.
DOMANDE:
1. Roberto De Ficis: Ciao Isoke,
vorrei iniziare questa intervista
senza giri di parole: perché sei
migrata? Isoke Aikpitanyi: Ciao Roberto.
Le ragioni sono due: la prima è il
sogno; tutti sognano e, in
particolare, i giovani sognano. Io
desideravo conoscere altri mondi,
vedere con i miei occhi come si vive
in altri paesi. La seconda ragione è
la fuga: volevo lasciare la Nigeria,
dove la mia famiglia viveva in estremo disagio e dove chi
è ricco è sempre più ricco e chi è
povero è sempre più povero.
2. D: In che modo, secondo te, il
colonialismo tipico, ma anche quello
recente che possiamo chiamare
“colonialismo di mercato”, sta
spezzando le ali ai paesi africani
che, se andiamo a ben vedere,
avrebbero tutte le carte in regola
per un completo e autosufficiente
sviluppo? R: Ti do una risposta oggi. Quando
ero in Africa, un po’ perché ero
troppo giovane, un po’ perché non
riuscivo a vedere le cose in modo chiaro, pensavo che il mondo dei
“bianchi” fosse migliore del nostro.
Questo senso di inferiorità ci è
stato messo dentro proprio dai
colonialisti, così l’Africa non
riesce a fare da sola.
3. D: In che modo, secondo te,
dovrebbe essere intesa l’istruzione
in Nigeria per aiutare davvero il
popolo ad emanciparsi? R: Ci vorrebbero governi
democratici e non corrotti; la
Nigeria e altri paesi africani hanno
molte risorse, se le destinassero
per fare scuole... ed è solo un
esempio, tutto sarebbe diverso.
Invece chi governa pensa solo alla
ricchezza che si procura con il
petrolio e con altro... quasi quasi,
se non ci fosse la popolazione per
loro sarebbe meglio, non dovrebbero
pensare alla scuola, appunto, alla
sanità, ecc. ecc.
4. D: Come sei arrivata in
Italia? Con quali mezzi e attraverso
quali paesi? Cosa ti ricordi del tuo
viaggio? R: Il mio viaggio è stato
“facile”: mi hanno messa su un aereo
e sono arrivata a Londra dove non ho
avuto controlli doganali, insieme ad altre ragazze. Tutto molto semplice.
Poi sono stata chiusa per quasi un
mese in un appartamento, con altre
ragazze... sentivamo che trattavano la nostra vendita e
dicevano: “E’ arrivata la merce...”.
5. D: Cosa pensavi di trovare in
Italia e cosa, invece, hai trovato
davvero? R: In realtà pensavo di lavorare a
Londra, in un supermercato a vendere frutta e verdura, come
facevo con mia mamma che aveva un
banchetto. L’Italia è venuta dopo,
quando ha cominciato ad essere chiaro che il lavoro che mi era
offerto non era quello.
6. D: Qual è il ricordo più
brutto che hai del tuo periodo da
schiava qui in Italia? R: E’ stato quando ho capito…
quando ho cominciato a dire di NO,
ho preso la prime botte ed ho visto
la mia compagna di stanza uccisa
perché diceva di NO. Ma c’è stato
anche un altro momento molto brutto: quando ho cercato una via di uscita
e mi sono rivolta a diversi servizi
italiani e sono stata respinta.
7. D: Chi ti ha aiuto ad uscire
dalla tua condizione di schiavitù?
R: Se rispondo “nessuno” non
offendo chi mi è stato vicino; ne
sono uscita da me, ho rischiato io
di essere uccisa, sono stata tre
giorni in coma per aver detto “Basta”. Non
ero sola, questo sì, e per fortuna
chi mi ha offerto sostegno è stato
capace di accompagnarmi in un percorso mio, senza farmi promesse
inutili.
8. D: Come, secondo te, si può
risolvere il problema della tratta?
R: Sarebbe bello avere una
ricetta, ma non ce l’ho. Credo di
sapere, però, che cosa si potrebbe
cominciare a fare. Ad esempio: un
bilancio dei risultati di 15 anni di
interventi e di documenti contro la
tratta: basterebbe ammettere che
tutto ciò che è stato fatto ha sostenuto solo una vittima su dieci.
Concludere, quindi, che bisognerebbe
fare di più. La cosa principale è
non respingere... non solo non
respingere in mare, come succede drammaticamente
oggi, ma non respingere neppure
quelle che chiedono aiuto ma che non
sono pronte a presentare una
denuncia, e per questo, come
successe a me sono respinte.
Bisognerebbe investire più
nell’inserimento sociale che nei
percorsi che portano al
conseguimento dei documenti, a
conclusione dei quali le ragazze
hanno i documenti. C’è poi l’aspetto
non secondario del lavoro da
svolgere in Africa, lavoro di
informazione e prevenzione affinché
tutte sappiano che cosa le aspetta.
9. D: Sei una delle fondatrici
dell'Associazione vittime ed ex
vittime della tratta del progetto
“Le ragazze di Benin City”. Qual è
stata la più grande soddisfazione
del tuo impegno a favore di queste
donne? R: Vedere tante ragazze che
hanno superato la loro condizione di
schiavitù non solo burocratica, ma
mentale. Ragazze libere, serene,
felici, capaci di costruirsi un
futuro e anche una famiglia. Vedere
ragazze che si salvano dalla
violenza anche se ne hanno subita
tanta e vedere ragazze che
cominciano, come me, ad occuparsi di
altre ragazze che ancora sono nella
tratta...
10. D: Che tipo di legame hai con
queste donne? E che legame hai con
le donne che sono rimaste in
Nigeria?Non so, penso alle tue
amiche, alla tua famiglia… R: Delle ragazze che stanno qui
divento e sono amica, sono una pari,
una come loro e sono anche la
dimostrazione che non tutti sono lì
per fregare le altre, ma alcune
riprendono la buona tradizione e
usanza africana delle donne che
aiutano le donne. Le donne che sono
in Nigeria spesso pensano che io tolgo
ad altre ragazze l’opportunità di
arrivare in Europa. Ancora non sanno
o fingono di non sapere che cosa vuol dire essere clandestine in
Italia e in Europa, costrette a
prostituirsi, ecc. ecc.
11. D: Quali sono gli ostacoli
maggiori che trovate lungo il vostro
cammino del progetto “Le ragazze di
Benin City”? R: Il primo ostacolo, la prima
difficoltà è raccontare ed essere
ascoltate: io, ad esempio, sono
arrivata in aereo e il mio viaggio è stato sotto questo aspetto agevole;
altre arrivano attraversando parte
del deserto a piedi, poi solcano il
mare su gommoni... quante muoiono per arrivare? E quante, poi,
muoiono, qui in Europa e in Italia?
Oltre 200 in pochi anni, solo in
Italia. Gli stupri e ogni tipo di violenza... la gente non vuole
sentire... Il problema è parlarne ed
essere ascoltate. Fare una
associazione che è voce diretta
delle vittime ed ex vittime non piace agli europei e agli
italiani perché diciamo tutte le
cose che non vogliono ascoltare: se
fossimo solo delle prostitute, le
cose sarebbe diverse, invece siamo
schiave e questa è una situazione
della quale chi non ci libera è
complice. A nessuno piace sentirsi dire che è complice... Così
tutti affrontano i nostri problemi
solo in quanto problemi di ragazze
che si prostituiscono è più facile
giustificare tutto perche i guai ce
li saremmo cercati... E’ un
poco come la barzelletta italiana...
“Non sono io ad essere razzista, sei
tu che sei nera”. Un altro problema,
però, viene fuori quando non
parliamo solo delle nigeriane o
delle africane, ma anche delle donne
dell’est europeo, dei paesi latino
americani, della Cina... ogni realtà
presenta problemi diversi.
Bisognerebbe allora che le donne,
per prime, le donne italiane e
quelle europee, accettassero
semplicemente, da donna a donna, di
considerarci solo delle donne,
ognuna delle quali ha i suoi
problemi e alcune hanno anche quello
della clandestinità. Ogni violenza
sulle donne, straniere e no,
clandestine e no, deve essere
stroncata.
12. D: Non posso e non voglio
esimermi dal chiederti il tuo punto
di vista sul recente Decreto
Sicurezza che, in alcuni punti,
regola l’arrivo dei migranti in
territorio italiano. Cosa ne pensi? R: Il problema della sicurezza non
esiste... è un falso problema... ci
sono dei migranti delinquenti e
devono essere perseguiti, ma se
anche solo essere clandestini è un reato è
chiaro che abbiamo centinaia di
migliaia di delinquenti in giro...
assurdo... e vergognoso, dico io.
Alla sicurezza dei migranti chi ci pensa?
Nessuno, non esistono, non hanno
diritti... questo il problema...
considerare i migranti come un
problema diverso da quello degli
italiani, dei francesi...
dimenticando che tutti, prima o poi,
sono stati migranti... le origini
africane dell’intero genere umano
evidenziano che se il mondo è
popolato, vorrà pur dire che questi
africani hanno iniziato a migrare...
Pari diritti per tutti, quindi...
13. D: Grazie Isoke per la tua
disponibilità. Spero di risentirti
presto con buone novità. R: Ti ringrazio molto e spero di
aver soddisfatto le tue attese.
Grazie ancora e a presto.
http://www.piazzarossetti.it/e_view.asp?E=45207 |
AMICI DI LAZZARO,
CONTRO LA TRATTA
Quante le donne
aiutate:
dal 2000 abbiamo "liberato" oltre 350 ragazze.
L'associazione ogni anno, incontra in strada almeno 600
vittime della tratta. Nel 2010-2011 oltre 50 ragazze hanno
lasciato la strada.
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