15. Sposarsi… cosa migliora nel nostro rapporto?

15-questions-itCosa c’entra la vita di coppia con la societa’, con la Chiesa? Alcuni dicono: «Riguarda solo me, non c’entra nessun altro». C’e’ qualcosa di giusto in questa affermazione, almeno in parte: il matrimonio e’ prima di tutto ed essenzialmente l’unione di un uomo e di una donna che si dicono sì l’uno all’altro, che costruiscono un’alleanza. La Bibbia non dice altro quando afferma: «Per questo l’uomo abbandonera’ suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24).

  • Ma è anche vero che ogni matrimonio ha delle ripercussioni sociali e dev’essere riconosciuto dalla società per funzionare bene: chi dà il nome ai bambini, chi ha il diritto di allevarli,… la coppia e il suo statuto civile, fiscale,…
    Nella maggior parte dei casi è impossibile per una coppia, per una famiglia, non avere quello statuto sociale che le assicura di essere riconosciuta come tale, la protegge nei suoi diritti e facilita le sue relazioni con il resto della società. Del resto la coppia, la famiglia, non sono esse stesse la prima realtà sociale?
    Va quindi trovato un equilibrio fra la giusta autonomia della coppia di fronte a tutte le pressioni sociali o familiari che mettono a repentaglio la sua intimità, la sua felicità, la sua fedeltà e le sue scelte, e la necessità di ottenere un riconoscimento sociale e giuridico che comporta certi  obblighi.

IL MATRIMONIO CIVILE

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  •  Le coppie hanno dunque un diritto vero e proprio ad uno statuto sociale, che non sempre è quello che la stato impone in un momento storico specifico. In molti paesi, come ad esempio in Italia, il matrimonio religioso comporta effetti per l’ordinamento giuridico dello stato. In altri, invece, come ad esempio in Francia, la legge vieta attualmente al matrimonio religioso di avere questi effetti. Vieta inoltre il matrimonio religioso, qualora non sia stato preceduto da un matrimonio «civile» davanti al sindaco o al vicesindaco del comune. Nonostante i suoi limiti, il matrimonio civile (senza matrimonio religioso) cambia qualcosa nella coppia, nella misura in cui è un impegno preso non soltanto fra i due in privato, ma anche davanti ad altri.

IL MATRIMONIO IN CHIESA

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  • Seguendo l’insegnamento di Cristo, la Chiesa chiede ai fedeli cattolici di contrarre un matrimonio religioso, di dirsi un sì libero e definitivo. Il matrimonio religioso è considerato un sacramento. Significa che, con il loro sì, l’uomo e la donna accolgono un dono speciale di Dio (una grazia ricevuta nella fede) che cambia il loro cuore e dona loro una maggiore capacità di amarsi: capacità di ricevere l’altro ogni giorno come un dono, e di amarsi fedelmente al di là dei limiti di ciascuno. Può così costruirsi, giorno dopo giorno, una nuova comunione di vita e di amore. Il dono di Dio, in questo sacramento, è una vera speranza per la coppia. Il primo miracolo compiuto da Gesù, ci dice il Vangelo (cf. Gv 2,1-11), è stato quello di far rinascere la gioia durante un matrimonio, a Cana. Quando la festa rischiava di naufragare per mancanza di vino, Gesù cambiò l’acqua in vino. Ecco cosa ci propone Gesù nel sacramento del matrimonio; transjormare l’acqua del nostro matrimonio umano – con tutte le sue realtà – in vino, il vino delle «nozze dell’agnello» e rendere eterno il nostro amore.

Mi meraviglio sempre, dice Dio, quando
sento dire: «Ci siamo sposati!».
Come se ci si sposasse un giorno!

Lasciatemi ridere.
Come se ci si sposasse una volta per tutte!
Credono che sia tutto fatto, e pensano di poter vivere,
vivere con la loro rendita d’amore di persone sposate.
Come se ci si sposasse un giorno!
Come se bastasse donarsi una volta,
una volta per tutte;
come se io stesso avessi fatto il mondo in un giorno.

Come se non si dovesse ad ogni costo,
almeno per buon senso,
sposarsi in ogni giorno che io creo…
Charles Péguy


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Otto anni fa incontrai Linda. Nulla, a priori, sembrava avvicinarci. Aveva 21 anni ed era tedesca. Aveva appena terminato l’esame di maturità e lavorava alla pari presso una famiglia, che aveva in progetto l’ampliamento della propria casa. Io ero l’architetto dei favori. Ci incontrammo la prima volta in occasione di un invito che mi era stato rivolto da parte di quella famiglia. Ci incrociammo ancora durante una riunione di cantiere, poi Linda ritornò in Germania.
Otto settimane più tardi, dopo una fitta corrispondenza, aspettavo Linda alla stazione. Le nostre braccia precedettero inostri sentimenti e provammo entrambi una pace profonda, come fossimo arrivati infine alla meta.
Io ero contrariaoal matrimonio, civile o religioso che fosse. Pensavo che l’autenticità di una relazione dipendesse dal fatto che in un qualsiasi momento essa potesse non esistere più. Detto con una battuta: «E’ cosi facile separarsi che, se non lo si fa, è perché non lo si vuol fare». Questo modo di pensare mette al primo posto la libertà, ma anche l’impegno quotidiano tacitamente rinnovato. Sentivo che la relazione non poteva essere sincera se non ci si impegnava ogni giorno di nuovo per la sua sussistenza in modo concreto, non solo formale. Dal canto suo, Linda aveva ricevuto un’educazione cristiana. Era legata alla sua fede e, pur non avendo rimpianti, avrebbe preferito che la nostra relazione non fosse subito al tempo stesso fisica e spirituale.
Un anno e mezzo dopo il nostro incontro – avevamo già un bambino di 5 mesi – Linda cominciò a chiedermi con insistenza di sposarci in municipio. Ne seguirono forti discussioni e arrabbiature. Quando intavolò il discorso degli anelli nuziali, andai su tutte le furie… Dei segni? Per Chi? Perche cosa?
Linda ci teneva al matrimonio civile perché aveva il valore di un impegno, mentre la convivenza restava per lei moralmente inaccettabile. Si trattava inoltre di un segno esteriore importante, che segnava una tappa della nostra vita e un passo in avanti verso la tappa successiva, che con altrettanta forza lei desiderava: il matrimonio religioso.

Da parte mia, mi ero assunto le mie responsabilità già molto tempo prima, dal momento che avevamo deciso di avere un bambino, ma rendendomi conto dell’importanza che aveva per Linda il fatto che fossimo sposati e del suo bisogno di voltare pagina rispetto al passato, accettai il matrimonio civile.
Dodici giorni dopo, il tempo di fare le pubblicazioni di matrimonio, ero fiero di portare l’anello nuziale!
Non parlavamo ancora di matrimonio religioso. Linda custodiva questo desiderio nel profonde del suo cuore senza esprimerlo, se non molto timidamente, ma lo porfava nella preghiera.

Poi nel ’90, durante un viaggio in Germania, Linda ricevette in dono un libro di padre Emiliano Tardif, noto carismatico. Vi scoprì la potenza dell’amore di Dio e la sua fede ne fu completamente rinnovata.
Per questo motivo ci furono ancora degli attriti fra di noi, fino a quando anch’io accettai di leggere il libro. Vi scoprii una religione palpitante e l’amore di Dio. Ebbi l’occasione di partecipare ad un gruppo di preghiera. Questa esperienza mi trasformò: Dio era vivo, mi amava, operava nella mia vita. Gosì, nel gennaio ’91, abbiamo ricevuto il sacramento del matrimonio.

Da allora entrambi sperimentiamo una gioia mai provata, e ci rendiamo conto di quanto Gesù possa aiutarci a vivere il nostro amore nel quotidiano.
Ecco un esempio: quando siamo in disaccordo, spesso il tono della nostra discussione comincia a salire. Ognuno dei due, sicuro della propria posizione, sentendosi forte vuole prevalere sull’altro. Ne derivano offese, frasi che feriscono. Ognuno aspetta che l’altro si rimangi le sue parole accese, si scusi, si faccia piccolo piccolo perché la vittoria sia completa. Adesso ho capito che la vera vittoria é il perdono! É nella preghiera che trovo la forza di chiedere perdono a Linda.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con una sconfitta falsa, che lascia intatto l’orgoglio. E neppure si tratta di essere la povera vittima che si sacrifica. No, é al contraria un senso di potenza quello che provo, un senso di benessere profondo, una forza che passa dentro di me e mi supera.
Inutile precisare che segue una profonda riconciliazione e che l’amore si ristabilisce.

Luca