3. Invitare lo sconosciuto (Henri J.M. Nouwen)

supper-at-emmaus-rane«Credo»

Mentre ascoltano lo sconosciuto, qualcosa cambia dentro i due viaggiatori tristi. Non solo percepiscono una speranza nuova e una gioia nuova che toccano il loro essere più intimo, ma la loro andatura è diventata meno esitante. Lo sconosciuto ha dato loro un nuovo senso di direzione. “Andare a casa” non significa più ritornare all’unico luogo rimasto. La casa è diventata più che un riparo necessario, una casa dove possono stare fin quando non sanno che altro fare..

Lo sconosciuto ha dato alloro viaggio un significato nuovo. La loro casa vuota è diventata un luogo di accoglienza, un luogo per ricevere gli ospiti, un luogo per continuare la conversazione che avevano iniziato in modo così inaspettato.

Quando senti solo le tue perdite, allora tutto intorno a te parla di queste. Gli alberi, i fiori, le nuvole, le colline e le valli, tutto riflette la tua tristezza. Tutto sembra nel pianto.

Quando la tua amica più cara è morta, tutto nella natura parla di lei. Il vento sussurra il suo nome, i rami, appesantiti dalle foglie, piangono per lei e le dalie e i rododendri offrono i loro petali per coprire il suo corpo.

Ma se continui a camminare avanti con qualcuno al tuo fianco, aprendo il cuore alla verità misteriosa che la morte della tua amica non era solo la fine, ma anche un nuovo inizio, non soltanto la crudeltà del destino, ma la via necessaria alla libertà, non soltanto una brutta e orribile distruzione, ma una guida sofferente verso la gloria, allora puoi discernere gradualmente una nuova canzone che risuona attraverso il creato e andare a casa corrisponde al desiderio più profondo del tuo cuore.

Di tutte le parole che lo sconosciuto ha detto, ce ne è stata una che resiste nella mente dei viaggiatori: ‘gloria’. «Non bisognava», aveva detto, «che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

Il loro cuore e la mente erano ancora così pieni di immagini di morte e distruzione e ora ecco quella parola: ‘gloria’. Non sembrava adatta e tuttavia, detta da questo sconosciuto, incendia il loro cuore e fa loro vedere ciò che non erano riusciti a vedere prima. Era come se avessero visto soltanto il letame che copriva la terra e mai i frutti degli alberi che ne erano derivati. Gloria, luce, splendore, bellezza, verità -tutto sembrava così irreale e irraggiungibile!

Ma ora c’erano dei suoni nuovi nell’aria e colori nuovi nei campi. Andare a casa era diventata una buona cosa. La casa ci chiama. La casa è dove c’ è il tavolo -il tavolo per sedervisi intorno, per mangiare e bere con gli amici !

E lo sconosciuto? non è diventato un amico?

Egli fa ardere il nostro cuore, ci apre gli occhi e gli orecchi.

È il nostro compagno di viaggio! La casa è diventata un bel posto per far venire l’amico. Allora dicono: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli non chiede un invito. Non domanda un posto dove stare. In effetti, egli fa come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistono per farlo entrare; quasi lo spingono per farlo stare con loro. Egli accetta. Entra per rimanere con loro.

Forse non siamo abituati a pensare all’eucaristia come a un invito a Gesù di rimanere con noi. Siamo più inclini a pensare a Gesù che invita noi alla sua casa, alla sua tavola, al suo pasto.

Ma Gesù vuole essere invitato. Senza un invito proseguirà per altri luoghi. È molto importante rendersi conto che Gesù non si impone mai su di noi.

Finche non lo invitiamo, egli rimarrà sempre uno sconosciuto, forse uno sconosciuto molto affascinante e intelligente con il quale abbiamo avuto una conversazione interessante, ma comunque uno sconosciuto.

Anche dopo che ha portato via molta della nostra tristezza e dopo che ci ha mostrato che la nostra vita non è così piccola e insignificante come pensavamo, egli può ancora rimanere quello che abbiamo incontrato per strada, la persona straordinaria che ha attraversato la nostra strada e che ha parlato con noi per un po’, la personalità insolita di cui possiamo parlare alla nostra famiglia e agli amici.

Ricordo molti incontri con persone che mi hanno fatto ardere il cuore, ma che io non ho invitato a casa mia. A volte avviene durante un lungo viaggio in aereo, a volte in treno, a volte a una festa. Successivamente dico ai miei amici: «Fatemi raccontare chi ho incontrato oggi. Una persona proprio affascinante. Ha detto cose così straordinarie che non potevo credere ai miei orecchi. Sembrava che mi conoscesse intimamente. Sì! Riusciva a leggere i miei pensieri e a parlarmi come se mi conoscesse da tanto tempo.

Molto speciale, proprio unico, persino stupefacente. Mi sarebbe piaciuto che anche voi lo aveste potuto incontrare! Ma ha proseguito… Non so per dove!».

Per quanto questi sconosciuti possano essere interessanti, stimolanti e ispiranti, se non li invito a entrare in casa mia, in realtà non succede niente. Potrei avere alcune nuove idee, ma la mia vita rimane fondamentalmente la stessa.

Senza un invito, che è l’espressione del desiderio di una relazione duratura, la buona notizia che abbiamo udito non può portare dei frutti duraturi. Rimane ‘notizia’ tra i tanti tipi di notizie che ci bombardano ogni giorno.

È una delle caratteristiche della nostra società contemporanea che gli incontri, per quanto possano essere belli, non diventano relazioni profonde.

E così la nostra vita è piena di buoni consigli, idee utili, prospettive meravigliose, ma tutto ciò si aggiunge semplicemente alle tante altre idee e prospettive lasciandoci “non compiuti”.

In una società con un tale sovraccarico informativo, anche gli incontri più significativi possono essere ridotti soltanto a ‘qualcosa d’interessante’ in mezzo a tante altre cose interessanti.

Soltanto con un invito a «entrare per rimanere con me» un incontro interessante può svilupparsi in una relazione trasformante.

Uno dei momenti più decisivi dell’eucaristia -e della nostra vita -è il momento dell’invito. Diciamo: «È stato bello incontrarti; grazie per la tua capacità di penetrazione, del tuo consiglio e del tuo incoraggiamento. Spero che il resto del tuo viaggio vada bene. Arrivederci!». O diciamo: «Ti ho sentito, il mio cuore sta cambiando… Per favore entra in casa mia per vedere dove e come vivo!». Questo invito a venire a vedere è l’invito che fa tutta la differenza.

Gesù è una persona molto interessante; le sue parole sono piene di sapienza. La sua presenza riscalda il cuore. La sua gentilezza e benevolenza sono profondamente commoventi. Il suo messaggio è una vera sfida.

Ma lo invitiamo in casa nostra?

Vogliamo che lui venga a conoscerci dietro le pareti della nostra vita più intima?

Vogliamo presentarlo a tutte le persone con cui viviamo?

Vogliamo che ci veda nella nostra vita di tutti i giorni?

Vogliamo che ci tocchi dove siamo più vulnerabili?

Vogliamo che entri nelle nostre camere nel retro di casa nostra, camere che noi stessi preferiamo tenere chiuse al sicuro?

Vogliamo veramente che lui resti con noi quando si fa sera e il giorno già volge al declino?

L’eucaristia richiede questo invito. Avendo ascoltato la sua parola, dobbiamo essere capaci di dire di più che: «Tutto questo è interessante!». Dobbiamo osare dire:

«Mi fido di te; mi affido a te con tutto il mio essere, corpo, mente e anima.

Non voglio tenerti nascosto alcun segreto.

Puoi vedere ogni cosa che faccio e sentire ogni cosa che dico.

Non voglio più che tu sia uno sconosciuto.

Voglio che tu diventi il mio amico più intimo.

Voglio che tu mi conosca, non soltanto per come cammino lungo la strada e come parlo ai miei compagni di viaggio, ma anche per come mi trovo solo con i miei sentimenti e pensieri più profondi.

E, soprattutto, voglio arrivare a conoscerti non solo come mio compagno di viaggio, ma come il compagno della mia anima».

Dire questo non è facile, poiché siamo persone piene di paure e non affidiamo facilmente ogni parte di noi stessi agli altri. La nostra paura di aprirci completamente e anche la paura della nostra vulnerabilità è uguale al nostro desiderio di conoscere e di essere conosciuti.

Nascondo persino a me stesso alcune mie parti! Ci sono pensieri, sentimenti ed emozioni che mi turbano così tanto che preferisco vivere come se non ci fossero.

Se non mi fido di me stesso come posso fidarmi di chiunque altro? Eppure il mio desiderio più profondo è di amare e di essere amato e ciò è possibile sol- tanto se sono disposto a conoscere e a essere conosciuto.

Gesù si rivela a noi come il Buon Pastore che ci conosce intimamente e ci ama. Ma vogliamo essere conosciuti da lui?

Vogliamo che entri liberamente in ogni stanza della nostra vita interiore?

Vogliamo che veda il nostro lato cattivo come anche quello buono, le nostre luci e le nostre ombre?

O preferiamo che prosegua oltre, senza entrare in casa nostra? Infine, la domanda è: «Ci fidiamo realmente di lui affidandogli ogni parte di noi stessi?».

Quando, dopo le letture e l’omelia, diciamo: «Credo in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nella chiesa cattolica, la comunione dei santi, il perdono dei peccati, la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», invitiamo Gesù a casa nostra e ci affidiamo alla sua Via.

Come momento della celebrazione eucaristica e, ancora di più, della nostra vita eucaristica, il Credo è molto di più che un riassunto della dottrina della chiesa. È una professione di fede. E la ‘fede’, come mostra la parola greca pistis, è un atto di fiducia.

È il grande ‘Sì’. Dice ‘Sì’ a colui che ci ha spiegato le Scritture come Scritture che si riferiscono a lui. È questo ‘Sì’ profondo, non soltanto alle parole che ha detto, ma anche a lui che le ha dette, che ci porta finalmente alla mensa. Se riusciamo a dire: «Sì! Ci fidiamo di te e affidiamo a te la nostra vita», andiamo oltre il semplice camminare alla sua presenza; abbiamo il coraggio di aprirci alla comunione con lui.

I due amici di viaggio invitano, anzi, insistono affinché lo sconosciuto rimanga con loro. «Sii nostro invitato», dicono. Vogliono essere i suoi ospiti. Invitano lo sconosciuto a mettere da parte il suo essere sconosciuto per diventare un loro amico. Ecco cosa significa la vera ospitalità: offrire un posto sicuro, dove lo sconosciuto può diventare un amico. C’erano due amici e uno sconosciuto. Ma ora ci sono tre amici, i quali partecipano alla stessa mensa.

La tavola è il luogo dell’intimità.

Intorno alla tavola ci scopriamo a vicenda.

È il luogo dove preghiamo.

È il luogo dove chiediamo: «Come ti è andata la giornata?».

È il luogo dove mangiamo e beviamo insieme dicendo: «Avanti, prendine ancora!».

È il luogo delle storie vecchie e nuove.

È il luogo per il sorriso e le lacrime. La tavola è anche il luogo in cui viene sentita nel modo più doloroso la distanza.

È il luogo in cui i figli sentono la tensione tra i genitori, dove fratelli e sorelle esprimono la loro rabbia e le loro gelosie, dove si formulano accuse e dove piatti e bicchieri diventano strumenti di violenza. Intorno alla tavola, sappiamo se c’ è amicizia e comunità o odio e divisione.

Proprio perché la tavola è il luogo dell’intimità per tutti i membri della casa, è anche il luogo in cui l’assenza di quella intimità viene rivelata nel modo più doloroso.

Quando, la sera prima della sua morte, Gesù si riunì con i suoi discepoli intorno alla tavola, rivelò sia intimità che distanza. Egli condivise il pane e il calice come segno di amicizia, ma disse anche: «Ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola».

Quando ripenso alla mia giovinezza, molto spesso penso ai pasti della nostra famiglia, specialmente nei giorni di festa. Ricordo le decorazioni natalizie, le torte di compleanno, le candele pasquali e i volti sorridenti. Ma ricordo anche le parole di rabbia, l’andarsene via, le lacrime, l’imbarazzo e i silenzi apparentemente infiniti.

Siamo più vulnerabili quando dormiamo o mangiamo insieme. Letto e tavola sono i due luoghi di intimità. Anche i due luoghi di più grande dolore.

E, forse, di questi due luoghi, la tavola è il più importante perché è il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della casa e dove la famiglia, la comunità, l’amicizia, l’ospitalità e la vera generosità possono esprimersi ed essere rese reali.

Gesù accetta l’invito a entrare nella casa dei suoi compagni di viaggio e siede a tavola con loro. Gli offrono il posto d’onore. Egli è al centro. Loro gli stanno a fianco. Loro lo guardano. Lui li guarda. C’è intimità, amicizia, comunità. Poi avviene qualcosa di nuovo. Qualcosa difficile da notare per un occhio non allenato. Gesù è l’inviato dei suoi discepoli, ma non appena entra nella loro casa, egli diventa il loro ospite! E in quanto loro ospite li invita a entrare nella piena comunione con lui.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione