5. Andare in missione (Henri J.M. Nouwen)

«Andate e annunziate»jesus mission

Tutto è cambiato. Le perdite non sono più sentite come debilitanti; la casa non è più un luogo vuoto. I due viaggiatori che hanno iniziato il loro viaggio a te- sta bassa ora si guardano con occhi pieni di luce nuova.

Lo sconosciuto, che era diventato amico, ha dato loro il suo spirito, lo spirito divino di gioia, pace, coraggio, speranza e amore. Non c’è dubbio nella loro mente: egli è vivo! Non vivo come prima, non come l’affascinante predicatore e guaritore di Nazareth, ma vivo come un respiro nuovo dentro di loro. Cleopa e il suo amico sono diventati persone nuove. Sono stati dati loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo.

Essi sono diventati anche nuovi amici l’uno per l’altro -non più persone che possono offrirsi consolazione e sostegno mentre piangono le proprie perdite, ma persone con una nuova missione, persone che, insieme, hanno qualcosa da dire, qualcosa d’importante, qualcosa d’urgente, qualcosa che non può rimanere nascosto, qualcosa che deve essere proclamato.

Felicemente ognuno di loro ha l’altro. Nessuno crederebbe a uno soltanto di loro. Ma quando parleranno insieme otterranno un bell’ascolto.

Gli altri hanno bisogno di sapere poiché anch’essi avevano posto tutte le loro speranze in lui. Ci sono gli undici che hanno mangiato con lui la sera prima della sua morte; ci sono i discepoli, le donne e gli uomini che erano stati con lui per anni.

Hanno bisogno di sapere che cos’è loro successo.

Hanno bisogno di sapere che non è tutto finito.

Hanno bisogno di sapere che è vivo e che questi lo hanno riconosciuto quando egli ha dato loro il pane.

Non c’è tempo da perdere. «Sbrighiamoci», si dicono l’un l’altro. In fretta si infilano i sandali, prendono il mantello e il bastone per il viaggio e sono subito sulla via del ritorno verso i loro amici, ritornano da coloro che ancora potrebbero non sapere che le donne, le quali avevano sentito dagli angeli che egli è ancora vivo, hanno ragione.

Il racconto riassume tutto in pochissime parole: «Partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme».

Che differenza tra il loro ‘ andare a casa ‘ e il loro ritorno.

È la differenza che c’è tra il dubbio e la fede, la disperazione e la speranza, la paura e l’amore.

È la differenza tra due esseri umani scoraggiati che si trascinano lungo la via e due amici che camminano in fretta, a volte persino correndo, tutti eccitati per la notizia che hanno per i loro amici.

Ritornare alla città non è senza pericolo. Dopo l’esecuzione di Gesù, i suoi discepoli hanno paura. Si chiedono quale sarà il loro destino. Ma avendo riconosciuto il loro Signore, la paura se ne è andata e sono liberi di diventare testimoni della resurrezione – ad ogni costo.

Si rendono conto che le stesse persone che hanno odiato Gesù possono odiare loro, che le stesse persone che hanno ucciso Gesù possono uccidere loro. Ritornare, in effetti, può costar loro la vita. Può essere richiesto loro di testimoniare, non solo a parole, ma con il loro stesso sangue.

Ma non temono più il martirio. Il Signore risorto, presente nel loro essere più intimo, li ha resi pieni di un amore più forte della morte. Niente può trattenerli dal ritornare a casa anche quando casa non significa più un luogo ‘sicuro’.

L’eucaristia si conclude con una missione. «Andate ora e annunciate!». Le parole in latino, «Ite missa est», con cui il sacerdote concludeva la messa, letteralmente significano: «Andate, questa è la vostra missione».

La comunione non è la conclusione.

La missione lo è.

La comunione, quella intimità sacra con Dio, non è il momento finale della vita eucaristica. Lo abbiamo riconosciuto, ma quel riconoscimento non è per noi solo da gustare oda tenere come un segreto.

Come Maria di Magdala, così anche i due amici avevano sentito nel profondo di se stessi le parole «Andate e annunziate».

Questa è la conclusione della celebrazione eucaristica; questa è anche la chiamata finale della vita eucaristica.

«Andate e annunziate. Quello che avete visto e sentito non è solo per voi. È per i fratelli e le sorelle e per tutti quelli che sono pronti a riceverlo.

Andate, non indugiate, non aspettate, non esitate, ma mettetevi ora in cammino e ritornate ai luoghi dai quali siete venuti e fate sapere a quelli che avete lasciato nei loro nascondigli che non c’ è niente di cui aver paura, che egli è risorto, veramente risorto».

È importante rendersi conto che la missione, prima di tutto, è una missione a coloro che non sono estranei per noi. Questi ci conoscono e, come noi, hanno sentito di Gesù, ma si sono scoraggiati.

La missione è sempre prima di tutto ai nostri, alla nostra famiglia, ai nostri amici, a coloro che fanno parte intimamente della nostra vita. Riconoscere questo non ci conforta.

Trovo sempre che sia più difficile parlare di Gesù a quelli che mi conoscono intimamente che a quelli che non hanno mai avuto a che fare con i miei “peculiari modi di essere” .Eppure qui è presente una grande sfida. In qualche modo l’ autenticità della nostra esperienza viene messa alla prova dal nostri genitori, dai nostri consorti, dai nostri figli, dai nostri i fratelli e sorelle, da tutti quelli che ci conoscono fin troppo bene.

Molte volte sentiremo: «Beh, eccolo di nuovo. Beh, eccola di nuovo. Sappiamo di che si tratta. Abbiamo già visto tutto questo eccitamento. Passerà… come sempre».

Spesso c’è molta verità in questo. Perché si dovrebbero fidare di noi, quando corriamo a casa tutti entusiasti? Perché ci dovrebbero prendere sul serio? Non siamo poi così attendibili; non siamo poi così diversi dal resto della nostra famiglia e dei nostri amici. Inoltre, il mondo è pieno di storie, di rumori, pieno di predicatori ed evangelisti.

Ci sono buone ragioni per un certo scetticismo. Coloro che non sono venuti con noi all’eucaristia non sono ne migliori ne peggiori di noi.

Hanno sentito il racconto di Gesù. Alcuni sono stati battezzati; alcuni sono persino andati per un po’ o per lungo tempo in chiesa. Ma poi, gradualmente, la storia di Gesù è diventata solo una storia.

La chiesa è diventata un obbligo, l’eucaristia un rituale. In qualche modo è diventato tutto un ricordo dolce o amaro. In qualche modo qualcosa è morto in loro. E perché chiunque ci conosca bene dovrebbe credere in noi immediatamente quando torniamo dall’eucaristia?

Questa è la ragione per cui non è solo l’eucaristia, ma la vita eucaristica a fare la differenza.

Ogni giorno, ogni momento del giorno, c’ è il dolore per le nostre perdite e l’opportunità di ascoltare una parola che ci chiede di scegliere di vivere queste perdite come una via alla gloria.

Ogni giorno, inoltre, c’ è la possibilità di invitare lo sconosciuto in casa nostra e di fargli spezzare il pane per noi; la celebrazione eucaristica ci ha riassunto in che cosa consiste la nostra vita di fede e dobbiamo andare a casa per viverla il più a lungo e il più pienamente possibile. E questo è molto difficile, perché tutti a casa ci conoscono molto bene: la nostra impazienza, le nostre gelosie, i nostri risentimenti e i nostri tanti piccoli sotterfugi.

E poi ci sono le nostre relazioni interrotte, le nostre promesse non mantenute e i nostri impegni non rispettati. Possiamo davvero dire che lo abbiamo incontrato per strada, che abbiamo ricevuto il suo corpo e il suo sangue e che siamo diventati Cristi viventi? Tutti a casa sono pronti a metterci alla prova.

Ma c’è di più. C’è una grande sorpresa che aspetta i due compagni eccitati che entrano di corsa nella stanza in cui erano riuniti i loro amici… ansiosi di dare la notizia. Questi amici già la sapevano! La buona notizia che dovevano portare non era nuova, dopo tutto.

Prima ancora che avessero la possibilità di raccontare la loro storia, gli undici e gli altri che erano con loro dissero: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso al Simone». È piuttosto comico.

Questi entrano di corsa, senza più fiato, tutti entusiasti. soltanto per scoprire che quelli che stavano in città avevano già sentito la notizia, anche se non lo avevano incontrato sulla strada e non si erano seduti a tavola con lui.

Gesu era apparso a Simone e Simone era molto più attendibile di questi due discepoli che non erano rimasti con loro, ma che se ne erano invece andati a casa pensando che fosse tutto finito. Sicuro: erano felici e ansiosi di sentire la loro storia, ma loro due portavano solo un’altra conferma che, davvero, egli era vivo.

Ci sono molti modi in cui Gesù appare e molti modi in cui ci fa sapere che è vivo. Ciò che celebriamo nell’eucaristia avviene in molti modi diversi da quanto possiamo immaginare. Gesù, che ci ha già dato il pane, ha toccato il cuore di altri molto prima di in- contrarci sulla strada. Ha chiamato qualcuna per nome e lei lo ha riconosciuto; ha mostrato le sue ferite ad alcuni e questi lo hanno riconosciuto. Noi abbiamo le nostre storie da raccontare ed è importante che le raccontiamo, ma non sono le uniche storie. Abbiamo una missione da adempiere ed è bene che ne siamo entusiasti, ma prima dobbiamo ascoltare quello che gli altri hanno da dire. Poi possono essere raccontate le .nostre storie e portare gioia.

Tutto questo dimostra comunità.

I due amici, che erano in grado di parlarsi dei propri cuori ardenti, sta- vano cominciando a entrare in una nuova relazione reciproca, una relazione costruita sulla comunione di cui entrambi avevano fatto esperienza, La loro comunione con Gesù era, invero, l’inizio della comunità. Ma soltanto l’inizio.

Avevano bisogno di incontrare gli altri, che anche credevano che egli era risorto, lo avevano visto o avevano sentito che era vivo. Avevano bisogno di ascoltare i loro racconti, ognuno diverso dagli altri, e di scoprire i molti modi in cui Gesù e il suo Spirito agivano in mezzo al suo popolo.

È così facile ridurre Gesù al nostro Gesù, alla nostra esperienza del suo amore, al nostro modo di riconoscerlo.

Ma Gesù ci ha lasciati per mandare il suo Spirito e il suo Spirito soffia dove vuole. La comunità di fede è il luogo dove vengono narrati molti racconti sullo stile di Gesù. Questi racconti possono essere molto diversi l’uno dall’altro.

Possono persino sembrare in conflitto.

Ma se continuiamo ad ascoltare attentamente lo Spirito che si manifesta attraverso molte persone, sia nelle parole che nel silenzio, sia attraverso il confronto che l’invito, sia nella dolcezza che nella fermezza, sia con le lacrime che con i sorrisi, allora potremo gradualmente discernere che ci apparteniamo, come un unico corpo saldato dallo Spirito di Gesù.

Nell’eucaristia ci viene richiesto di lasciare la tavola e di andare dai nostri amici per scoprire insieme a loro che Gesù è veramente vivo e che ci chiama tutti insieme a diventare un popolo nuovo -un popolo della resurrezione.

Qui termina il racconto di Cleopa e del suo amico.

Termina con i due amici che raccontano la loro storia agli undici e agli altri che stavano con loro. Ma la missione non termina qui; è appena iniziata. Il racconto della storia di ciò che è successo lungo la via e intorno alla tavola è l’inizio di una vita di missione, vissuta tutti i giorni della nostra vita finche non lo vedremo di nuovo faccia a faccia.

Formare una comunità con la famiglia e gli amici, costruire un corpo d’ amore, formare un popolo nuovo della resurrezione: tutto questo non è tanto per poter vivere una vita al riparo dalle forze oscure che dominano il nostro mondo; è piuttosto per renderci capaci di proclamare insieme a tutte le persone, giovani e vecchi, bianchi e neri, poveri e ricchi, che la morte non ha 1’ultima parola, che la speranza è reale e che Dio è vivo.

L’eucaristia è sempre missione.

L’eucaristia, che ci ha liberato dal nostro paralizzante senso di perdita e che ci ha rivelato che lo Spirito di Gesù vive dentro di noi, ci dà la forza di uscire nel mondo e di portare la buona notizia ai poveri, la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri e di proclamare che Dio ha mostrato di nuovo il suo favore a tutte le persone.

Ma non siamo mandati fuori da soli; siamo inviati con i nostri fratelli e le nostre sorelle, sapendo anch’essi che Gesù vive dentro di loro.

Il movimento che deriva dall’eucaristia è il movimento dalla comunione alla comunità al ministero. La nostra esperienza di comunione prima ci manda dai nostri fratelli e sorelle per condividere con loro le nostre storie e per formare con loro un corpo d’amore.

Poi, come comunità, possiamo muoverci in tutte le direzioni e raggiungere tutte le persone.

Sono profondamente consapevole della mia tendenza di voler andare dalla comunione al ministero senza fare comunità.

Il mio individualismo e il desiderio di successo personale mi tentano sempre a fare da solo e a rivendicare per me stesso il compito del ministero. Ma Gesù stesso non predicò e non guarì da solo. Luca, l’evangelista, ci racconta di come egli passasse la notte in comunione con Dio, il mattino a fare comunità con i dodici apostoli e il pomeriggio a uscire con loro per svolgere il suo ministero tra le folle. Gesù ci chiama a seguire la stessa sequenza: dalla comunione alla comunità al ministero.

Non vuole che usciamo da soli. Ci invia insieme, a due a due, mai da soli.

E così possiamo testimoniare come persone che appartengono ad un corpo di fede. Siamo inviati ad insegnare, a guarire, ad ispirare e ad offrire speranza al mondo non come esercizio della nostra capacità individuale, ma come l’espressione della nostra fede per la quale tutto quello che abbiamo da dare viene da lui che ci ha messi insieme.

La vita vissuta eucaristicamente è sempre una vita di missione.

Viviamo in un mondo che geme sotto il peso delle sue perdite: le guerre spietate che distruggono popoli e paesi, la fame e il morire di fame che decimano intere popolazioni, il crimine e la violenza che mettono a repentaglio la vita di milioni di uomini, donne e bambini. Il cancro e l’ AIDS, il colera, la malaria e molte altre malattie che devastano il corpo di innumerevoli persone; terremoti, alluvioni e disastri del traffico è la storia della vita di ogni giorno che riempie i giornali e gli schermi televisivi.

È un mondo di perdite infinite e molti, se non la maggior parte, dei nostri simili camminano con la faccia rivolta a terra sulla superficie di questo pianeta. Dico- no in un modo o in un altro: «Noi speravamo che fosse… ma abbiamo perso la speranza».

Questo è il mondo in cui siamo mandati a vivere eucaristicamente, cioè, a vivere con il cuore ardente e con gli orecchi e gli occhi aperti.

Sembra un compito impossibile.

Che cosa può fare questo piccolo gruppo di persone che lo hanno incontrato per la via, nel giardino o sulla riva del lago, in un mondo così buio e violento? Il mistero dell’amore di Dio è che i nostri cuori ardenti e i nostri orecchi e occhi recettivi saranno in grado di scoprire che Colui che abbia- mo incontrato nell’intimità delle nostre case continua a rivelarsi a noi tra i poveri, i malati, gli affamati, i prigionieri, i rifugiati e tra tutti coloro che vivono nel pericolo e nella paura.

A questo punto ci rendiamo conto che missione non è solo andare ad annunziare agli altri che il Signore è risorto, ma anche ricevere quella testimonianza da coloro ai quali siamo inviati.

Spesso la missione è pensata esclusivamente in termini di donazione, ma la vera missione è anche ricevere. Se è vero che lo Spirito di Gesù soffia dove vuole, non c’ è persona che non possa dare quello Spirito.

A lungo andare, la missione è possibile soltanto quando è tanto ricevere che . dare, tanto essere presi a cuore che prendere a cuore.

Siamo mandati agli ammalati, ai morenti, agli handicappati, ai carcerati e ai rifugiati per portare loro la buona notizia della resurrezione del Signore.

Ma ci spegneremmo subito, se non potessimo ricevere lo Spirito del Signore da coloro cui siamo mandati.

Quello Spirito, lo Spirito d’amore, è nascosto nella loro povertà, nel loro essere a pezzi e nella prostrazione, nel loro dolore. Ecco perché Gesù ha detto: «Beati i poveri, i perseguitati e gli afflitti». Ogni volta che li raggiungiamo, essi a loro volta -ne siano consapevoli o meno -ci benedicono con lo Spirito di Gesù, diventando così nostri ministri.

Senza questa reciprocità del dare e del ricevere, missione e ministero diventano facilmente manipolabili o violenti.

Quando soltanto uno dà e l’altro riceve, colui che dà diventa presto un oppressore e coloro che ricevono vittime.

Ma quando colui che dà riceve e colui che riceve dà, il circolo d’amore, iniziato nella comunità dei discepoli, può allargarsi persino a tutto il mondo.

Fa parte dell’ essenza della vita eucaristica far crescere questo cerchio d’amore.

Essendo entrati in comunione con Gesù e avendo creato comunità con coloro che sanno che egli è vivo, ora possiamo andarci ad unire ai tanti viaggiatori solitari per aiutarli a scoprire che anch’essi partecipano al dono dell’amore.

Non temiamo più la loro tristezza e il loro dolore e possiamo chieder loro semplicemente: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».

E sentiremo racconti di solitudine, paura, rifiuto, abbandono e tristezza immensi. Dobbiamo ascoltare, spesso a lungo, ma ci sono anche le opportunità di dire a parole o con semplici gesti: «Non sapevi che ciò per cui ti stai affliggendo può essere vissuto anche come una via per qualcosa di nuovo? Probabilmente è impossibile cambiare quello che ti è successo, ma sei ancora libero di scegliere come viverlo».

Non tutti ci ascolteranno e soltanto in pochi ci inviteranno nella loro vita per unirci alla loro tavola. Solo raramente sarà possibile offrire il pane che do- na la vita e guarire veramente un cuore che è stato spezzato. Gesù stesso non guarì tutti, ne cambiò la vita di tutti.

La maggior parte della gente semplice- mente non crede che siano possibili i cambiamenti radicali e non riesce a dare la sua fiducia quando incontra gli sconosciuti.

Ma ogni volta che c’è un incontro reale che conduce dalla disperazione alla speranza e dall’amarezza alla gratitudine, vedremo dissolversi parte delle tenebre e la vita, di nuovo, oltrepassare i confini della morte.

Questa è stata, e continua a essere, l’esperienza di coloro che vivono una vita eucaristica. Essi vedono come loro missione sfidare persistentemente i loro compagni di viaggio a scegliere la gratitudine invece del risentimento e la speranza invece della disperazione.

Le poche volte in cui questa sfida viene accettata sono sufficienti per rendere la loro vita degna di essere vissuta. Veder comparire un sorriso in mezzo alle lacrime significa essere testimoni di un miracolo -il miracolo della gioia.

Statisticamente niente di tutto ciò è molto interessante.

Coloro che chiedono: «Quante persone avete raggiunto? Quanti cambiamenti avete apportato? Quanti mali avete curato? Quanta gioia avete creato?», riceveranno sempre delle risposte deludenti. Gesù e i suoi seguaci non ebbero grande successo.

Il mondo è ancora un mondo buio, pieno di violenza, corruzione, oppressione e sfruttamento. Probabilmente lo sarà sempre! La domanda non è «Quanto presto e quanti?», ma «Dove e quando?». Dov’è celebrata l’eucaristia, dove sono le persone che si mettono insieme intorno alla mensa spezzando il pane insieme e quando ciò avviene?

Il mondo si trova sotto il potere del male. Il mondo non riconosce la luce che risplende nell’oscurità. Non lo ha mai fatto; mai lo farà. Ma ci sono persone che, in mezzo a questo mondo, vivono !con la consapevolezza che egli è vivo e dimora dentro di noi, che egli ha superato il potere della morte e ha aperto la via della gloria.

Ci sono persone che si riuniscono insieme, che si mettono intorno alla tavola e che fanno quello che lui ha fatto, in memoria di lui?

Ci sono persone che continuano a raccontarsi le storie di speranza e che insieme vanno fuori a prendersi cura dei loro simili, senza pretendere di risolvere tutti i problemi, ma di portare un sorriso a un morente e una piccola speranza a un bambino abbandonato?

È così piccola, così non spettacolare, così nascosta questa vita eucaristica, ma è come lievito, come un granello di senape, come un sorriso sul volto di un bambino. È ciò che tiene vivi la fede, la speranza e l’amore in un mondo che è continuamente sull’orlo dell’autodistruzione.

L’eucaristia, a volte, è celebrata con grande cerimonia, in splendide cattedrali e basiliche. Ma più spesso è un ‘piccolo’ evento di cui sanno poche persone.

Avviene in un soggiorno, nella cella di una prigione, in una soffitta -lontano dalla vista dei grandi movimenti del mondo. Avviene in segreto; senza paramenti, candele o incenso.

Avviene con gesti così semplici che dall’esterno non si sa nemmeno che ha luogo. Ma grande o piccolo, festivo o nascosto, è lo stesso evento, il quale rivela che la vita è più forte della morte e l’amore più forte della paura.

Conclusione

La parola ‘eucaristia’ significa letteralmente ‘rendimento di grazie. Una vita eucaristica è una vita vissuta nella gratitudine.

La storia, che è anche la nostra storia, dei due amici in cammino per Emmaus ha mostrato che la gratitudine non è un atteggiamento ovvio verso la vita.

La gratitudine va scoperta e va vissuta con grande attenzione interiore.

Le nostre perdite, le nostre esperienze di rifiuto e di abbandono e i nostri tanti momenti di disillusione continuano ad attirarci nella rabbia, nell’amarezza e nel risentimento.

Quando lasciamo semplicemente parlare i ‘fatti’ ci saranno sempre fatti sufficienti a convincerci che la vita, dopo tutto, non conduce a niente e che ogni tentativo di sconfiggere questo destino è soltanto un segno di profonda ingenuità.

Gesù ci ha dato l’ eucaristia per renderci capaci di scegliere la gratitudine.

È una scelta che noi stessi dobbiamo fare. Nessuno può farla per noi.

Ma l’eucaristia ci induce a invocare la misericordia di Dio, ad ascoltare le parole di Gesù, a invitarlo in casa nostra, a entrare in comunione con lui e a proclamare buone notizie al mondo; apre alla possibilità di lasciar andare gradualmente i nostri tanti risentimenti e di scegliere di essere grati.

La celebrazione eucaristica continua a invitarci a quest’atteggiamento.

Nella nostra vita quotidiana abbiamo innumerevoli opportunità di essere grati invece che pieni di risentimento.

All’inizio potremmo non riconoscere queste opportunità. Prima che ce ne rendiamo conto pienamente, abbiamo già detto: «Questo è troppo per me. Non posso fare ameno di arrabbiarmi e di mostrare la mia rabbia. La vita non è bella e non posso agire come se invece lo fosse».

Comunque, c’è sempre la voce che in continuazione dice che siamo accecati dal nostro stesso modo di comprendere e che ci attiriamo a vicenda in un vicolo cieco.

È la voce che ci chiama ‘stolti’, la voce che ci chiede di guardare la nostra vita in modo nuovo, non di guardarla dal basso, dove contiamo le nostre perdite, ma dall’alto, dove Dio ci offre la sua gloria.

L’eucaristia -il rendimento di grazie -, dopo tutto, viene dall’alto.

E il dono che non possiamo fabbricarci da soli.

Deve essere ricevuta. È offerta liberamente e chiede di essere ricevuta liberamente. È qui che sta la scelta!

Possiamo scegliere di lasciar continuare il viaggio allo sconosciuto, rimanendo così egli uno sconosciuto. Ma possiamo anche invitarlo nella nostra vita intima, lasciarlo toccare ogni parte del nostro essere e quindi trasformare i nostri risentimenti in gratitudine.

Non dobbiamo lasciarlo andare.

In effetti la maggior parte della gente fa così. Ma ogni volta che facciamo quella scelta, ogni cosa, anche le cose più insignificanti, diventano nuove.

La nostra vita di poco conto diventa grande -parte dell’opera misteriosa della salvezza di Dio. Quando ciò avviene, niente è più accidentale, casuale o futile. Persino l’evento più insignificante parla il linguaggio della fede, della speranza e, soprattutto, dell’amore. Questa è la vita eucaristica, la vita in cui ogni cosa diventa un modo per dire ‘grazie’ a lui che si è unito a noi lungo il cammino.

Piangere le nostre perdite

Discernere la presenza

Invitare lo sconosciuto

Entrare in comunione

Andare in missione