Nagasaki, dal sangue dei vinti la forza per il futuro

martirio NagasakiIl 24 novembre 2008 sono stati beatificati Pietro Kibe e altri 187 martiri vissuti 400 anni fa. La presenza della Chiesa nel Sol Levante e’ numericamente esigua (i cattolici giapponesi raggiungono a stento il mezzo milione su una popolazione di 126 milioni). Inoltre nei secoli scorsi sono già stati celebrati altri martiri del cosiddetto «secolo cristiano» . Giovanni Paolo II disse:  «La Chiesa in Giappone ha una grande eredità spirituale: la ricchezza dei suoi martiri. Perché non procedete a una nuova beatificazione?». L’esortazione, apparentemente improvvisa, in realtà era un’espressione delle sue intuizioni pastorali. Monsignor Agostino Jun’ichi Nomura, vescovo di Nagoya, ha sottolineato il fatto che «la maggior parte dei martiri sono state persone che vivevano vite ordinarie nelle famiglie come samurai, mercanti e artigiani»; vale a dire, rappresentavano tutti gli strati sociali della società giapponese di quel tempo. Tra i 188 martiri un gran numero sono donne, «nelle quali – dice un comunicato della Conferenza episcopale locale – noi scopriamo non soltanto la vera bellezza femminile, ma anche il potere che le donne esercitano nella Chiesa (giapponese)». Allora come adesso, «ci siamo resi conto – continua il documento – che senza le donne la Chiesa giapponese di oggi non esisterebbe. Ci aspettiamo che la beatificazione di queste donne martiri offra grande speranza e consolazione a tutte le donne di fede in Giappone». Nazionalismo? No. Queste sottolineature indicano, piuttosto, che il motivo di fondo dell’avvenimento è pastorale: offrire alla Chiesa giapponese di oggi uno specchio in cui riflettersi, per migliorare e riprendere il cammino.  «Da Francesco Saverio a Pietro Kibe, la fede ha unito i cristiani giapponesi come i punti di una linea che ha attraversato il Giappone. Mediante la loro testimonianza, Dio ha dotato la Chiesa giapponese di solida spiritualità e senso missionario». Nonostante oltre due secoli di forzato silenzio, la linea non si è spezzata. Il ritrovamento dei kakure kirishitan (i «cristiani nascosti»), emersi a Nagasaki nel 1865, ne è una prova. Ma occorre che la Chiesa giapponese di oggi ne prenda coscienza. Ed è quello che sta avvenendo.  «Il motivo di questa beatificazione – dicono i vescovi – è innanzitutto quello di presentare ai cattolici giapponesi di oggi modelli che illustrano come va vissuta la vita e instillare loro la fiducia che tale vita può essere vissuta». «Siamo convinti – aggiungono – che le vite di questi martiri, che hanno proclamato la fondamentale dignità umana e la libertà di religione, mandano messaggi di speranza a tutti, cristiani e no». MIZOBE ritiene che l’inflessibile amore per il Vangelo unisce san Francesco Saverio a Pietro Kibe e alla Chiesa giapponese di oggi. La speranza è che l’evento della nuova beatificazione costituisca la ripresa consapevole del cammino nella medesima direzione. 447.720 il numero dei cattolici giapponesi secondo lo State of the Catholic Church pubblicato dalla Conferenza episcopale giapponese nel dicembre 2007 600.000 la stima dei cattolici immigrati da altri Paesi presenti oggi in Giappone 60% la percentuale delle donne (in totale 264.213) all’interno della comunità cattolica giapponese 1.515 il numero complessivo dei preti presenti in Giappone. Di questi, 904 sono giapponesi mentre altri 611 sono non-giapponesi 5.944 il numero complessivo delle suore presenti in Giappone. Di queste 5.582 sono giapponesi mentre 362 sono non-giapponesi 7.275 il numero dei battesimi in Giappone durante il 2007. Di questi 3.617 sono stati amministrati a bambini fino ai 7 anni, 3.658 sono stati battesimi di persone adulte 2.899 il numero dei matrimoni cattolici celebrati in Giappone durante il 2007. Solo in 279 casi sia lo sposo che la sposa erano cattolici Il «secolo cristiano» Più volte, nel corso degli anni, i martiri giapponesi dei secoli XVI e XVII sono stati elevati agli altari. Un primo gruppo di 26 martiri sono stati beatificati nel 1627 da papa Urbano VI e canonizzati nel 1862 da Pio IX; un secondo gruppo di 205 martiri vennero beatificati nel 1867 da papa Pio IX; infine Tommaso Nishi e quindici compagni martiri vennero beatificati a Manila nel 1981 e canonizzati a Roma nel 1987 da Giovanni Paolo II. Tutti questi martiri appartengono al periodo che va dalla venuta in Giappone del primo missionario, Francesco Saverio (1549), al martirio di Pietro Kibe (1639), indicato dagli storici come il «secolo cristiano». Due i motivi di tale denominazione. Innanzitutto perché per la prima volta è stato seminato nella cultura giapponese il seme della fede cristiana, che non ha distrutto ma sanato quella cultura. In pochi decenni il seme è stato accolto da migliaia di giapponesi, in gran parte appartenenti alla classe degli heimin, ossia cittadini comuni. Nel 1619, all’inizio delle grandi persecuzioni, in Giappone c’erano già 300 mila cattolici. In secondo luogo, si parla di «secolo cristiano» a motivo della luminosa testimonianza da essi data con il martirio. I padri gesuiti, vedendo il coraggio di questi martiri, sono stati meravigliati dal carattere dei cristiani giapponesi che prima non avevano notato. «Essi corrono al martirio – ha scritto padre Organtino – come a una festa». Nell’ottobre 1619 il mercante inglese non cattolico Richard Cooks, di stanza a Kyoto, dopo aver assistito a un’esecuzione di cristiani così la descrive: «55 cristiani di ogni età e di ambo i sessi sono stati bruciati vivi sul letto del fiume Kamo. Tra essi c’erano anche bambini di 5 o 6 anni. Le loro mamme tenendoli in braccio, piangendo pregavano: “Gesù, ricevi le loro anime”». Purtroppo il «secolo cristiano» è terminato tragicamente con quella persecuzione che Engelbert Kaemfper, tedesco residente a Nagasaki all’inizio del secolo XVIII, ha definito «la più crudele persecuzione e tortura che i cristiani non hanno mai visto nel mondo… È durata 40 anni fino a quando non è stata versata l’ultima goccia di sangue cristiano». Proprio per questa ragione, il secolo XVII rappresenta una pagina tenebrosa nella storia del Giappone, soprattutto durante il «regno del terrore» di Iemitsu, il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa. Lo storico Joseph Jennes ha scritto: «Durante il governo di Iemitsu (1632-1651) i cristiani furono sottoposti alle più orribili torture, finché non avessero abiurato e fossero morti.. Risulta chiaro da documentazione giapponese che Iemitsu provava un interesse sadico negli interrogatori dei cristiani catturati». Quella vergognosa storia è stata redenta dal nobile comportamento dei martiri giapponesi.

di Pino Cazzaniga