Aborto, come rispondere a certe domande fatue

Ad ogni anniversario (17 maggio) del referendum sull’aborto, tornano in auge diversi argomenti abortisti. Non è possibile dimostrare qui che l’aborto è l’uccisione di una persona (al riguardo rinvio al mio articolo Aborto, una valutazione filosofica). Mi limito quindi solo alla discussione di qualche tesi erronea.

“Il concepito non è persona perché non è individuo”

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Questa tesi distingue l’essere umano dalla persona, concede che il concepito sia un essere appartenente alla specie umana, ma nega che sia persona. Essa nega al concepito l’individualità perché fino al 14 giorno di sviluppo può dividersi e diventare due (o più) gemelli.

Questo discorso confonde l’individualità con l’indivisibilità: un ente può essere individuo pur essendo divisibile, a patto che le sue parti siano tra loro coese ed unite.

Nel processo che conduce alla gemellanza, la biologia recente rileva che fin dal concepimento c’è un individuo (infatti un unico controllo centrale dirige tutto il processo dello sviluppo, compreso quello che porta alla gemellanza, ed inoltre le singole cellule dell’embrione sono coese tra loro, cioè sono parti integranti di un tutto), che è vivente e che dà origine ad un altro individuo vivente: da subito c’è un individuo a cui se ne aggiunge in seguito un altro (o più d’uno).

“Il concepito non è persona perché non è razionale”

Anche questa tesi concede che il concepito sia un essere umano, ma nega che sia persona. Lo fa negandogli la razionalità. E come gli nega la razionalità? Rilevando che il concepito inizialmente non ha la corteccia cerebrale e, di seguito, pur con la corteccia, non esercita atti razionali.

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Se fosse persona solo chi esercita attualmente operazioni razionali, ne seguirebbe che un soggetto dormiente o sotto anestesia non sarebbe persona, giacché non esplica tali attività, e, dunque, sarebbe lecito uccidere anche lui.

E la mancanza del cervello? Decine di studi di biologia certificano che, dal momento del concepimento in poi, cambiano sì la quantità della materia e la complessità della sua organizzazione, ma non c’è nessun salto, nessuno stacco nello sviluppo del concepito che corrisponda a un cambiamento dell’entità che si sta sviluppando: l’entità che si sviluppa è sempre la stessa, perciò la sua natura (la natura del concepito) non muta lungo il suo sviluppo. Ora, visto che dopo alcuni anni il concepito compirà atti razionali, e visto che non c’è alcun salto nel suo sviluppo (né in quello prenatale, né in quello postnatale), vuol dire che il concepito ha una natura razionale.
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 “I pro-life criticano l’aborto dicendo che l’embrione è persona in potenza, ma allora l’aborto non è omicidio”

In realtà, i pro-life (sufficientemente competenti) non affermano affatto che il concepito è persona in potenza, bensì argomentano che egli è persona in atto e che ha la potenza (ovviamente salvo patologie) di esercitare, dopo alcuni anni, le attività peculiari della persona (pensare, amare, deliberare).

“Il caso dell’aborto è come quello di Enza e il violinista”

È un discorso svolto nel 1971 da Judith Thomson che immagina (riassumendo molto l’esempio) che un famoso violinista possa sopravvivere solo perché il suo fegato è stato collegato chirurgicamente a quello di una donna di nome Enza, a insaputa di quest’ultima. Se Enza recide il legame (tra il suo fegato e quello del violinista) il violinista muore. Ora, dicono gli abortisti, il diritto alla vita non impone come dovere inderogabile di aiutare a vivere una persona fisicamente incapace di farlo da sola, quindi Enza può recidere il legame col violinista.

Su questo esempio si potrebbe discutere a lungo, ma limitiamoci ad una sola obiezione. Uccidere il concepito nel proprio grembo è diverso da recidere il legame col violinista. L’analogia sarebbe corretta solo se Enza uccidesse il violinista. Recidere il legame col violinista e ucciderlo provocano lo stesso effetto (il violinista muore), ma sono due atti diversi, e il secondo è un omicidio.

Similmente, mentre è lecita (anche per la Chiesa) la liceità dell’isterectomia (asportazione dell’utero) per salvare la vita ad una donna incinta affetta da carcinoma all’utero, non è invece lecito l’aborto, anche se il risultato dei due atti è il medesimo (la morte del concepito). È un esempio classico di applicazione del cosiddetto principio del duplice effetto. L’isterectomia ha il duplice effetto di salvare la vita della madre (effetto positivo), ma, nel contempo (a causa dell’asportazione dell’utero) di certo comporta anche l’effetto della morte del concepito. In questo caso, sebbene l’eccellenza morale sia rappresentata dalla scelta di proseguire una gravidanza e di sacrificare la propria vita in favore di quella del concepito, è moralmente buona anche la scelta di sottoporsi all’isterectomia, perché: 1) l’atto chirurgico di asportazione che interviene direttamente sulla madre di per sé è buono; 2) la morte del concepito non è voluta come fine (cosa, naturalmente, che dipende dall’intenzione interiore del chirurgo e della donna); 3) la morte del concepito non è voluta nemmeno come mezzo (non è infatti un anello causale intermedio che produce la salvezza della madre); 4) c’è una proporzione tra la vita della madre e quella del feto.

“San Tommaso non considerava omicidio l’aborto”

È vero che san Tommaso riteneva che l’aborto fosse omicidio solo dopo il 40o giorno di sviluppo, ma non era infallibile (tutti i santi, come san Pietro, possono sbagliarsi) e comunque gli abortisti quando lo invocano (e ovviamente lo invocano a proprio favore solo su questo tema…) sembrano proprio sottomettersi all’ipse dixit.

A parte ciò, Tommaso affermava questa tesi perché per lui il corpo sta all’anima come la materia sta alla forma e la materia può ricevere la forma solo quando è ricettiva, «ben disposta» (come un suolo può ricevere il seme solo se, per esempio, non è di cemento). Ora, Tommaso non disponeva delle nostre conoscenze di biologia dello sviluppo, dunque non poteva sapere che fin dal concepimento il nuovo corpo umano è ben disposto (cfr. Dna etc.) a ricevere la forma.

In ogni caso, pur non considerando omicidio l’aborto fin dal concepimento, egli lo condannava duramente (cfr, per esempio, il Commento alle Sentenze, l. 4, d. 31, q. 2, a. 3).

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“La Chiesa non afferma che il concepito è persona, bensì solo che è un essere umano”

La smentita è facile, basta leggersi l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II: «oggi […] si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto che è in gioco il diritto all’esistenza di una concreta persona umana» (§ 11); «il valore della persona fin dal suo concepimento è celebrato nell’incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in grembo» (§ 45); «Alcuni tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale. In realtà, “dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. […] come un individuo umano non sarebbe una persona umana?”» (§ 60). – 2011

 di Giacomo Samek Lodovici