Africa: le mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno che riguarda circa 130 milioni di donne nel mondo e si calcola che ogni anno circa tre milioni di bambine vengano sottoposte a questa pratica dalla famiglia. Sono diffuse in Africa e in Medio Oriente: negli ultimi decenni, a causa dei flussi di emigrazione anche il mondo occidentale si trova a dover fare i conti con queste pratiche tribali. Per il loro sradicamento da anni si stanno mobilitando i governi africani, organizzazioni governative e le ONG che trovano nell’opinione pubblica un’ampia cassa di risonanza.

Che cosa sono le mutilazioni genitali femminili?Secondo i calcoli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si ritiene che tra i 130 e i 140 milioni di donne e bambine nel mondo abbiano subito mutilazioni genitali e ogni anno circa 3 milioni di bambine vengano sottoposte a questa pratica per volere delle famiglie. L’escissione viene praticata da donne prive di preparazione medica che svolgono questo ruolo per tradizione, senza il rispetto della minima norma igienica e senza anestesia. Spesso queste mutilazioni vengono definite genericamente “infibulazione”, ma in realtà ne esistono diversi tipi, nel 1997 l’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con l’UNICEF, il Fondo per la Popolazione dell’ONU(UNFPA) e il Fondo di sviluppo per le donne dell’ONU (UNIFEM) ha rivisto la classificazione.

Vi sono cinque tipi di mutilazioni: il primo tipo si definisce “clitoridectomia” ovvero l’escissione parziale o totale della clitoride. Il secondo tipo è la chiusura parziale o totale delle piccole labbra, con o senza l’escissione totale o parziale della clitoride, questa pratica riguarda l’80% delle donne sottoposte alle mutilazioni; il terzo tipo viene definito “infibulazione” e consiste nell’eliminazione di parte o della maggior parte dei genitali esterni con la cucitura o la chiusura delle grandi labbra, la tradizione vuole che si lasci solo un piccolo passaggio “grande come un seme di miglio” per l’urina e il sangue mestruale, è la forma più estrema e tocca secondo le stime il 15% delle donne. Il quarto tipo include tutti le altre forme di mutilazioni come l’introduzione di erbe corrosive nella vagina per provocare un’emorralgia che porterà alla chiusura di quest’ultima, o la cauterizzazione della clitoride e dei tessuti circostanti, il taglio e la chiusura tramite sutura degli organi interni o esterni e il raschiamento. Infine il quinto tipo si riferisce a tutte quelle pratiche simboliche che consistono nell’incidere o pungere la clitoride perché rilasci delle gocce di sangue.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le donne che subiscono una MGF del terzo tipo, cioè l’infibulazione, hanno il 30% in più di possibilità di doversi sottoporre ad un cesareo e il 70% in più di soffrire di emorralgie postpartum rispetto alle donne che non hanno subito alcuna mutilazione genitale. Impropriamente le MGF (mutilazioni genitali femminili) vengono definite “circoncisione” femminile, ma bisogna ricordare che la circoncisione non provoca alcun danno fisico negli uomini, mentre l’infibulazione e tutte le altre mutilazioni sono causa di dolore permanente durante il ciclo mestruale, i rapporti sessuali, il parto e possono portare anche alla morte sia a causa della mancanza di igiene durante l’escissione sia per possibili infezioni future.

Le MGF sono diffuse nell’Africa subsahariana non australe, in Egitto, Sudan ed Etiopia; tale pratica è diffusa anche in Medio Oriente soprattutto nello Yemen. Secondo l’UNICEF nel 2003 i paesi dove le MGF sono praticate oggi sono 28 (Yemen, Oman e paesi africani) con tassi del 99% in Guinea, 97% in Egitto, 92% in Mali, 90% in Sudan. Anche se i paesi in cui le MGF sono diffuse sono a maggioranza islamica, non esiste nessun collegamento tra le mutilazioni e l’Islam, così come non c’è nessun legame tra le escissioni e il cristianesimo copto in Etiopia e in Egitto.

Le radici di tali pratiche sono da ricercarsi in tradizioni tribali ancestrali legate ai riti per propiziare la fecondità. Le MGF sono un rito di passaggio che simboleggia la fine dall’età dell’infanzia e l’ingresso in quella della maturità, seguono un rituale preciso che coinvolge tutto il villaggio. A livello antropologico possono essere definite come un “segno identitario”: dopo l’operazione la ragazza, ormai diventata donna, è pronta per il matrimonio e la procreazione in piena armonia con la realtà sociale in cui vive.

L’età dell’escissione può variare: a volte è praticata durante la fanciullezza, altre volte all’inizio della pubertà, l’importante e che avvenga prima del primo parto. Le mutilazioni più gravi come l’infibulazione necessitano di una”deinfibulazione” prima del primo rapporto sessuale e prima di ogni parto,ciò provoca altre sofferenze alle donne nonché un altissimo rischio di contrarre nuove infezioni. Per tradizione la deinfibulazione prima del primo rapporto sessuale veniva, e viene, eseguita dal marito con un coltello che sarebbe secondo gli antropologi un ulteriore segno del controllo maschile sulla donna dato che nella tradizione africana della regione dove le MGF vengono eseguite la lama è un simbolo di virilità.

Essendo un rito di passaggio un ruolo determinante è assegnato al dolore che è visto come necessario per passare alla fase adulta della vita: le donne che hanno subito le mutilazioni raccontano come la madre e le altre donne presenti le invitino a sopportare silenziosamente l’operazione per non ledere l’onore della famiglia. Molti miti africani spiegano l’origine di queste pratiche: si ritiene che l’essere umano sia nato con alcuni caratteri di entrambi i sessi. La clitoride sarebbe l’organo maschile presente nel corpo femminile, con l’escissione di quest’ultima la donna perderebbe il carattere maschile e’ sempre con l’escissione, la sessualità femminile, ritenuta intrinsecamente pericolosa, verrebbe così addomesticata e la donna non sarebbe così più portata a tradire il marito. Inoltre la tradizione che avvalla le mutilazioni genitali femminili ritiene che la clitoride sarebbe un pericolo al momento del parto per il neonato e per l’uomo al momento del rapporto sessuale.

Vengono addotte anche motivazioni “emiche” di pulizia: si ritiene infatti che gli organi genitali femminili siano intrinsecamente sporchi. Secondo gli studi antropologici, l’opinione pubblica occidentale e parte di quella africana, le mutilazioni genitali femminili sono un controllo dell’uomo sulla donna, esplicano il ruolo secondario di quest’ultima all’interno della società. Le MGF modellerebbero il corpo e le emozioni della donna in base all’ordine sociale creato dagli uomini, le donne non avrebbero così una identità propria in quanto esseri umani, ma verrebbero plasmate per essere mogli e soprattutto madri.

Una donna non escissa, non viene accettata a livello sociale e non può, in determinati contesti, sposarsi e senza il matrimonio la donna, nella tradizione africana, non ha alcuna protezione. Sono quindi le madri stesse a far sottoporre le proprie figlie all’operazione, loro e le altre donne del villaggio o della comunità preparano le ragazze all’escissione fin dalla più tenera età. Tutto ciò che riguarda le MGF resta nella sfera femminile: sono le donne che istruiscono le figlie, sono le donne a operare e a mantenere vivo il rituale che accompagna l’escissione, sono loro le più strenue oppositrici ai tentativi di governi e di ONG di debellare le mutilazioni.

Gli antropologi e gli operatori sociali hanno però osservato che le donne mutilate non hanno una chiara percezione di ciò che è stato fatto loro e generalmente per spiegare l’operazione subita usano espressioni come “…sono stata chiusa” etc.. Da ricordare però che le ONG africane che tentano di estirpare le MGF sono create e composte da sole donne, sono le donne che si spostano da villaggio in villaggio per monitorare la situazione e cercare una mediazione per debellare questa tradizione.

La mutilazione simbolica,nella lista dei diversi tipi di mutilazione l’Organizzazione Mondiale della Sanità al quinto punto cita tutte le pratiche, definite simboliche, che dovrebbero sostituire quelle più invasive e quindi non dovrebbero essere lesive delle fisicità, della psicologia oltre che della sessualità delle donne. Si è però osservato che questa pratica pagliativa non soddisferebbe quei popoli che sono soliti praticare la MGF perché lascia intatti gli organi genitali femminili e quindi non “correggerebbe culturalmente”, secondo i costumi e i gusti locali, il corpo della donna.

D’altra parte queste pratiche simboliche non sono neppure accettate delle ONG, né dalle organizzazioni governative perchè sarebbero comunque una forma di violenza e sottomissione della donna. Nel contesto italiano, ad esempio, aveva fatto discutere la proposta di un medico di origine somala che lavora da anni a Firenze e si occupa dei casi di infibulazione e deinfibulazione, il dottore Omar Abdulkadir, che aveva proposto una puntura della clitoride con uno spillo, sotto anestesia, per far fuori uscire tre gocce di sangue. Ciò sarebbe stato fatto in sostituzione delle escissioni a cui alcune famiglie emigrate volevano far sottoporre le figlie.

La proposta è stata rigettata poiché ritenuta non conforme al codice deontologico medico e poiché molte ONG femministe si sono opposte. La comunità internazionale Le mutilazioni genitali femminili sono state considerate dall’ONU e dalla comunità internazionale come una pratica lesiva dei diritti umani delle donne e delle bambine che sono costrette a subirle. Più convenzioni invitano i paesi africani e medio orientali a vietarne la pratica. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW) del 1979 e la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989 condannano questa tradizione. La sua abolizione è inserita negli obbiettivi del millennio (Millenium Goals) dell’ONU per il raggiungimento della parità di genere della donna, nel documento “Un mondo a misura di bambino” prodotto nel 2002 dalla Sessione Straordinaria sull’Infanzia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si invitano esplicitamente gli stati a vietare l’escissione. Si ricorda la Declaration and Programme of Action of the International Conference of Population and Development e nel 1995 la conferenza sulla donna a Pechino in cui si ribadisce la ferma condanna a tutte le violenze contro le donne.

L’Unione Africana nel 2003 ha adottato il così detto Protocollo di Maputo in cui si condannano esplicitamente all’articolo 5 le MGF e si invitano gli Stati a prendere provvedimenti per abolirle. Il protocollo è diventata esecutivo il 29 novembre del 2005 a seguito della ratifica da parte di 15 Stati, numero minimo necessario per l’entrata in vigore del documento. Sono state organizzate varie conferenze con l’obiettivo di sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica e i governi coinvolti. Si ricordano quella al Cairo nel giugno 2003, a Nairobi nel settembre 2004 organizzata dall’organizzazione radicale Non c’è Pace Senza Giustizia, dall’AIDOS (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo), da AMWIK (Association Media Women in Kenya) e con i finanziamenti della Commissione Europea, del ministero degli esteri italiano e norvegese e l’UNICEF, a Gibuti nel settembre 2005 e l’ultima in ordine di tempo si è tenuta in febbraio 2006 a Roma organizzata dal governo del Mali e dell’ONG Non c’è Pace Senza Giustizia con l’aiuto finanziario dell’UNICEF e della Cooperazione Italiana,dal titolo “Le mutilazioni genitali femminili e l’attuazione del protocollo di Maputo”.

Quasi tutti gli Stati africani in cui le MGF sono diffuse si sono dotati di una propria legislazione che condanna duramente chi pratica l’escissione, la famiglia della bambina e il personale medico connivente con queste pratiche, ma in realtà la discrepanza tra il diritto formale e quello tradizionale-tribale rende difficile l’attuazione della legge statale,il controllo sul territorio e la persecuzione dei reati. I rapporti delle agenzie dell’ONU mostrano che l’istruzione delle madri potrebbe far diminuire il fenomeno, ma essendo così radicato nella tradizione ed essendo sentito come un “segno identitario” dell’essere donna, verosimilmente l’istruzione in sé non è sufficiente. In questo campo stanno operando oramai da anni numerose organizzazioni non governative africane che cercano di supplire alle mancanze dello stato: infatti organizzazioni quali la TAMWA (Tanzania Media Women’s Association), la AMSOPT (Association malienne pour le suivi et l’orientation des pratiques traditionelles) o la Egyptian Society for Prevention of Traditional Practicies svolgono un ruolo di primo piano per la prevenzione, la diffusione di informazioni e l’assistenza medica alle donne che hanno subito la mutilazione.

Le ONG sono composte da donne, il cui obiettivo è l’instaurazione di un dialogo al fine di combattere sia contro le autorità tribali locali che non vedono di buon occhi riunioni femminili, sia contro le donne stesse che non vogliono rompere la tradizione per paura che le ragazze non riescano a sposarsi perché rifiutate dagli uomini. Generalmente in Africa la donna che si occupa delle escissioni è la moglie del fabbro. Il fabbro rivestiva un ruolo fondamentale poiché conosceva l’arte di lavorare i metalli e si occupava delle circoncisioni dei ragazzi,mentre la moglie si occupava delle escissioni delle ragazze, tradizione che non è venuta meno nei villaggi più isolati. Anche oggi, nelle grandi città africane come in quelle dell’Europa o di altri continenti meta dell’emigrazione, le mutilazioni vengono praticate da donne, in genere anziane. Si evince che le ONG locali operano nel rispetto dei ruoli tradizionali e una delle loro politiche per combattere l’infibulazione e le altre pratiche consiste nell’assumere le anziane che praticavano le mutilazioni e che godono di un grande rispetto nella comunità a causa dell’età per combattere queste pratiche e così facendo si evita che queste donne restino senza un introito economico.Queste e altre ONG africane operano nel proprio contesto nazionale, ma esiste una rete di coordinazione sia a livello continentale sia con ONG europee e occidentali e hanno promosso e partecipato attivamente alle varie convenzioni e conferenze di questi anni. La situazione all’estero.Con il fenomeno dell’emigrazione il problema delle mutilazioni genitali femminili si è posto anche in Europa oltre che in Australia, Stati Uniti e Canada; ciò ha colto impreparati i governi che non avevano e spesso non hanno una legislazione adeguata.

Generalmente gli Stati puniscono queste pratiche attraverso i codici che riguardano le lesioni gravi irrimediabili,il tentato omicidio e nei casi più gravi l’omicidio. L’Australia punisce chi pratica le MGF con almeno sette anni di carcere e la revoca della patria potestà ai genitori che sottopongono a questa pratica le figlie. In Europa paesi come la Gran Bretagna e la Francia si trovano più preparati rispetto a paesi di recente emigrazione quali l’Italia, ma resta comunque il fatto che le autorità locali non riescono a instaurare un vero dialogo con parte della popolazione emigrata. Le donne che hanno fatto mutilare le proprie figlie o coloro che hanno praticato l’escissione e vengono quindi accusate di aver commesso un gravissimo crimine dalle autorità non comprendono realmente di quale crimine si sono macchiate secondo le leggi del paese ospitante, anzi ritengono di aver svolto bene il compito di genitore dato che dopo l’escissione la figlia è pronta per il matrimonio e per la procreazione.

Il codice deontologico dei medici proibisce loro di effettuare qualsiasi tipo di mutilazione genitale, ma ciò significa lasciare le bambine nelle mani di donne prive della minima conoscenza medica e che operano senza la minima norma igienica e senza anestesia. Inoltre i medici occidentali si trovano totalmente impreparati ad affrontare situazioni di questo genere e spesso il loro comportamento e la loro impreparazione scoraggia ancor di più le donne a rivolgersi alle strutture sanitarie nazionali. Secondo gli enti competenti dei governi e le ONG le famiglie preferirebbero far escindere le proprie figlie nel paese d’origine durante le vacanze scolastiche estive per evitare problemi con la giustizia del paese europeo e per riallacciare legami nel proprio paese. Si evince che una percentuale degli emigrati in realtà non riesce o non vuole integrarsi realmente nel nuovo contesto culturale in cui si trovano, le MGF sono il segno più manifesto del tentativo di mantenere le tradizioni e i legami con la propria terra d’origine, con la speranza, secondo alcuni studiosi, di poter un giorno tornare lì a vivere. Se l’operazione viene svolta nel paese ospitante, secondo gli studiosi e gli operatori sociali, si spoglia di tutta la ritualità che tradizionalmente la accompagna e si assiste ad una privatizzazione del rito: le madri svolgono il loro dovere in silenzio e di nascosto per evitare problemi con la giustizia La Svezia e la Gran Bretagna si sono dotate nel 1983 e nel 1985 di una legislazione specifica contro le mutilazioni genitali femminili. In Francia sono stati svolti anche dei processi a donne che avevano praticato l’escissione e che si sono conclusi con una sentenza di colpevolezza, anche se la pena non è stata scontata per intero. In Italia si calcola che le donne che hanno subito mutilazioni genitali siano 28.000, il 2 febbraio 2006 è entrata in vigore la legge n°7 del 9 gennaio 2006 per punire chi commette l’escissione/infibulazione nel nostro paese, ma anche per prevenire tali fenomeni, così anche l’Italia è dotata di una propria legge ad hoc contro le MGF. Conclusioni Come si evince dalle carte di principi e dai documenti programmatici delle più diverse organizzazioni governative e data la grande mobilitazione e azione sia sul campo che di sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale, nonché l’interessamento di molti governi che solo da pochi anni sono toccati marginalmente dal fenomeno, che ha portato alla stesura e all’entrata in vigore di legislazioni nazionali ad hoc, si può affermare che le mutilazioni genitali femminili sono una delle grandi issues presenti nelle agende dei difensori e dei garanti dei diritti umani. Inoltre l’argomento tocca direttamente i diritti e le libertà delle donne e trova facilmente ampio spazio nei dibattiti sia dell’opinione pubblica generale sia nelle organizzazioni femminili.

Ciò non è però garanzia di un effettivo controllo sul territorio: nei paesi africani dove questa pratica ancestrale è diffusa il diritto scritto statale che vieta tali pratiche resta marginale rispetto a quello consuetudinario tribale. Inoltre la convinzione sia degli uomini che delle donne dell’assoluta necessità della mutilazione delle ragazze per favorire la fecondità e per dare il giusto ruolo sociale alle donne resta difficile da sradicare e le stesse ONG africane, per altro molto attive, si scontrano contro pregiudizi e retaggi millenari che sono difficili da debellare anche attraverso l’istruzione femminile come ha dimostrato uno studio dell’UNICEF.

L’occidente si troverà, a causa dell’aumento dei flussi migratori, a fronteggiare sempre più questo fenomeno. Anche sul territorio europeo (nonché in Nord America e in Australia, dove tale pratica è diffusa), parte della popolazione emigrata sfugge al controllo dello Stato che punisce le MGF, ma si trova ogni volta di fronte all’incomprensione delle famiglie che si ritengono nel giusto per aver difeso l’onore della famiglia e aver mantenuto una pratica tradizionale. In particolare , le organizzazioni governative e non e i governi investiranno negli anni futuri molto per la formazione di medici, personale paramedico e psicologi per aiutare le donne che si rivolgono a loro e per meglio monitorare la situazione reale.

Silvia Simeoni – Equilibri.net