Anoressia e bulimia: il nostro spirito

“L’altro giorno, alla ricreazione, una ragazza mi e’ passata vicino e mi ha detto – anoressica, guardati allo specchio prima di uscire di casa – ma io dico, prof, è possibile arrivare ad essere così…così…boh…non ci sono parole”

Chi mi parla è Veronica, la mia bellissima alunna che, da un po’ di tempo a questa parte, ha deciso di non mangiare, illudendosi che facendo a meno di “tutto”, arrivi a non avere più bisogno di “tutto”. Perché questa è l’anoressia: una ricerca spasmodica, con lo stile “faidate”, di una cura che faccia tacere quel grido di dolore e di bisogno.

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Veronica è bionda, è bella, è intelligente ed ha deciso di trasformare il suo corpo in una tela dove dipingere il suo spasmodico desiderio di tenere tutto sotto controllo. Ma non lo sa neanche lei che è questo il motivo.

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Capita.

A volte siamo un po’ analfabeti riguardo al linguaggio della nostra anima. Veronica aggiunge: “Non so, prof, perché faccio questo. Mia madre mi ha sempre voluto bene. Il mio ragazzo mi è sempre vicino. Si dice che sia mancanza di amore. Ma io non so…non mi sembra…volevo parlarne con lei da un po’…”

E mi racconta tutti i tentativi delle persone che le vogliono bene, di farla ricominciare a mangiare.

Mangiare: sembra quello il problema.

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Siamo un po’ tutti analfabeti dell’anima e ci sfugge spesso che “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Questa famosa frase di Antoine de Saint Exupèry la leggiamo, la scriviamo, la postiamo sui social, ci piace…ma non la viviamo.

Perché se capissimo davvero che l’essenziale è invisibile agli occhi, inizieremmo a guardare sul serio il mondo con gli occhi dell’anima.

Ed allora tutto cambierebbe.

 

Inizieremmo a vedere nell’esaltante follia del digiuno, la grande illusione di riuscire ad essere perfetti. Ed una volta perfetti, potremmo finalmente darci il permesso di amarci. Ed una volta giunti ad amarci, potremmo infine rilassarci e vivere serenamente.

Che fatica immane. Che cammino logorante.

 

Con gli occhi vediamo una persona che ha un cattivo rapporto con il cibo, ma con il cuore vediamo un’anima che lotta per riuscire a voler bene alla sua vita.

Questo è quell’essenziale che non si vede usando solo gli occhi.

 

 

Un’ora prima che Veronica mi parlasse, sul mio cellulare era apparso l’alert del messaggio di Roberta.

“Ciao Cristina, ti vorrei invitare alla presentazione di un filmato sui disturbi del comportamento alimentare. Fa parte di una campagna di informazione e sensibilizzazione che sta andando in giro per la regione e in tutto il territorio nazionale e che si chiama EAT ME”

Roberta fa parte di quella schiera di genitori che hanno guardato con il cuore il corpo della loro figlia diventare sempre più invisibile.

 

Sono padri e madri che, nonostante le lacrime e a dispetto della lacerante paura di non farcela, hanno tentato in tutti i modi di non abbandonare quel difficile pellegrinaggio che va di porta in porta, alla ricerca di soluzioni possibili.

Psicologi, comunità, terapie, dialoghi, abbracci, perdoni…tutto viene messo nell’elaborato calderone, fumante di continui tentativi di guarigione.

Tentativi, sì. Avete letto bene.

Perché sulla sofferenza dell’anima che si disegna sul nostro corpo, siamo ancora all’ABC.

Siamo esseri complessi ed il nostro spirito ha un linguaggio che ancora stiamo decodificando.

Ma è così entusiasmante vedere persone che non si arrendono e che, dopo aver asciugato lacrime e dolori, aprono il loro mondo agli altri, buttando all’aria le finzioni quotidiane di “perfettini”, per dire: “Io sono fatta così e voglio essere libera di volermi bene. Così come sono”.

Quanta strada deve fare una creatura sofferente di disturbi alimentari, per riuscire a gettar via l’ossessione del cibo/corpo/peso e posare, finalmente, lo sguardo altrove?

E quanto coraggio occorre al familiare di una persona affamata d’amore, per guardare in faccia questa fame, senza obbedire all’istintiva tentazione di buttare tutto il problema addosso al cibo? Quanta audacia occorre per riuscire a fermare la propria vita e mettersi in discussione?

Sono storie dolorose ma, contemporaneamente, affascinanti, proprio come la vita che rinasce.

Sono storie che regalano coraggio e speranza a chiunque le ascolti.

 

Sono racconti ceduti gratis a chi ha voglia di raccoglierli per piantarli nel proprio giardino.

Storie che migliorano il mondo perché contribuiscono a farci decodificare il linguaggio della nostra anima.

In questo linguaggio, si arriva all’amore attraverso il perdono. Bisogna riuscire a perdonare la vita, chi ci ha ferito e noi stessi. Bisogna far pace col passato e, col presente che abbiamo tra le mani, iniziare a costruire “altro”.

Un detto indiano dice: “Fa che sia il tuo cuore a scegliere la meta, e la ragione a cercare la via”. Mi sembra così realisticamente bello.

Poco fa ho mandato un messaggio a Veronica: “Tesoro, mi dai il permesso di scrivere la tua frase nel post del blog? Solo se vuoi, altrimenti cambio l’inizio. Non ti preoccupare. Te lo chiedo perché mi piace sempre iniziare dalla vita vera”.

Veronica mi ha risposto: “Prof, va bene. Scriva pure. E’ così importante non giudicare, ma capire”.

 

La frase di madre Teresa “Se giudichi le persone non avrai tempo per amarle” la vorrò stampare e mettere in ogni angolo della scuola, finché non ci sarà più nessuno che dica: “Anoressica, guardati allo specchio prima di uscire di casa”.

da: http://www.intemirifugio.it/