Appello controriformista per rivedere per strada i preti intonaca

donmatteoScritto da un ateo: Chi fa pubblicità conosce, di solito, i gusti della gente. In tempi di dichiarazione dei redditi la Chiesa italiana ricorre a questi bravi pubblicisti per ottenere l’otto per mille. Nulla di male: per secoli la Chiesa ha offerto le sue terre, i suoi ospedali, le sue scuole, al popolo, spesso con generosità e disinteresse. Poi gli Stati moderni si sono formati anche alle sue spalle, con espropri continui, da Enrico VIII ai sovrani illuminati, a Napoleone, al Risorgimento italiano.
Oggi quindi le casse non sono più così fornite: mancano anche i peccatori di una volta, capaci di grandi peccati, grandi pentimenti e anche grandi donazioni. Nell’epoca degli ignavi scarseggiano anche i tipi un po’ speciali. In tempi di crisi, un tempo, comparivano i Francesco d’Assisi, gli Ignazio di Loyola, i Giovanni Bosco. Portavano con loro una ventata di grandezza e di santa follia cristiana: la povertà evangelica, lo spirito missionario, l’allegrezza del servizio al prossimo.
Comparivano di tanto in tanto, a rompere la monotonia, anche personaggi bizzarri, come frate Girolamo Savonarola. Di costui si possono ancora leggere le invettive, le profezie, i quaresimali incalzanti, magari un po’ eccessivi. Però Savonarola non era uno qualunque: aveva previsto la discesa di Carlo VIII in Italia (1494), un grande castigo per la Chiesa (la Riforma protestante?), un grande risveglio (la Controriforma?), e forse, anche il sacco di Roma del 1527.
Personalità schietta, ardente, duro nelle prediche e mansueto nella vita, era il più amato nella città del fiorino e dei banchieri, abituata ai carnevali del Magnifico e alla mondanità della nuova mentalità umanista:
a lui, che era un pugno nei denti allo spirito dei tempi, vennero affidate le ambasciate più importanti proprio presso Carlo VIII, re dei francesi, per salvare Firenze dai saccheggi.
Odiato dai mediocri, era amato dai fanciulli e perfino dagli intellettuali e dagli artisti: divennero suoi devoti Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, Sandro Botticelli, Andrea della Robbia, i pittori Lorenzo di Credi e Baccio della Porta, umanisti come Zanobi Acciaioli e Giorgio Antonio Vespucci. Lo ammiravano anche Ficino e Michelangelo.
Oggi, dicevamo, questi personaggi non ci sono più, e le tonache compaiono quasi solo nelle pubblicità dell’otto per mille, perché chi le progetta sa che la gente, anche chi non crede, amerebbe vedere i sacerdoti con la loro divisa, nobilmente nera, sobriamente elegante, slanciata. Amerebbe magari fermarli per strada, anche solo per chiedergli il perché. Forse è un po’ di romanticismo, o forse, dietro questa emozione popolare, si nascondono ricordi del passato, immagini di curati di campagna, figure metastoriche alla don Camillo. La gente, per fare quella firmetta, vuole vedere preti di cui si vede e si capisce cosa sono. “E’ per non essere diversi, per non distinguerci dagli altri”, dicono i difensori della nuova moda borghese. “Siete dei borghesi, esattamente come noi”, pensano, invece, i borghesi.

Perché un prete con cui vedere le partite e discutere di solidarietà, in realtà, non serve a nessuno. Per quello ci sono già i giornali, gli intellettuali e, certo meglio, gli amici. Noi, persone di tutti i giorni, vogliamo preti che siano “diversi” da noi, che si sentano ministri di Dio. Vogliamo richiami dalla nostra orizzontalità terrestre alla verticalità dello spirito, al mistero dei sacramenti, al concetto di peccato e di perdono, di Giustizia e di Misericordia. E invece dietro quelle vesti abbandonate, rispolverate solo nelle pubblicità o nelle occasioni, c’è, spesso, tutto lo spirito di secolarizzazione che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni:
il timore di mostrarsi, il rispetto umano, la vergogna di appartenere alla Chiesa militante, o solo la paura di sentirsi fuori posto.

C’è, talora, l’idea di una Fede che non è più verità dirompente, salvifica, sempre nuova, ma che deve vestirsi via via dei vestiti della modernità, per mimetizzarsi con essa, per stare al passo coi tempi, anche se questi, come diceva già Papini, sanno di morchia e di benzina, di bestemmia e di scetticismo. Svestito l’abito si sono svestite, in buona parte, tante altre nobili usanze “materiali”: le processioni con i canti e con i fiori, i turiboli coll’incenso, le adorazioni eucaristiche. Tutti segni evidenti, concreti, fisici di una Fede che riconosce un Dio eterno che si è fatto uomo e che si è fatto carne, non sociologia, non utopia, non solidarismo, e neppure prediche.
Francesco Agnoli