Armeni, la voce araba del genocidio

deportazione-degli-armeniC’è perfino chi dice che non è mai esistito. Troppo a favore degli armeni, in ogni dettaglio, per essere vero. Eppure sulla vita di Fayez el-Ghossein abbondano le testimonianze storiche. Fu un personaggio di rilievo nella turbolenta e intricata politica del Medio Oriente tra le due guerre: Lawrence d’Arabia lo cita ne I sette pilastri della saggezza come suo amico fidato; fu consigliere di re Feisal, magistrato a Damasco, avvocato.

E primo cronista arabo del genocidio perpetrato dai turchi contro gli armeni, all’inizio della Prima guerra mondiale, che costò all’antica stirpe cattolica più di un milione di vittime. Una testimonianza, la sua, sorprendente per asciuttezza, penetrazione, equilibrio e accuratezza. Eppure fu scritta di getto, mentre le persecuzioni erano ancora in atto. Composta in arabo nel 1916 e pubblicata l’anno seguente, non riuscì ad arginare l’opera di negazione portata avanti dalla Turchia di Kemal. Soltanto nel 1965 approdò in Occidente, con una traduzione francese curata da una comunità armena; ora l’editore Guerini la porta anche in Italia, con il titolo Il beduino misericordioso. Testimonianze di un arabo musulmano sullo sterminio degli armeni (pagine 120, euro 14,00).
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Fayez el-Ghossein era un giovane avvocato di Damasco, figlio di uno sceicco beduino della Siria ottomana. Aveva già ricoperto alcune cariche pubbliche per conto del governo di Istanbul – era stato vice-prefetto nella provincia armena di Kharput – prima di abbracciare la libera professione. Con la guerra, venne richiamato alla sua carica amministrativa; el-Ghossein rifiutò, e presto venne accusato di essere a capo di una ribellione delle tribù beduine contro il governo. Prosciolto, venne comunque mandato in confino a Diarbakir e lì, per sei mesi e mezzo, poté «vedere e ascoltare da fonti autorevoli tutto ciò che è accaduto agli armeni». Il suo scrupolo di cronista è esemplare: narra fatti visti con i propri occhi oppure, quando riferisc e i racconti che aveva raccolto, indica con precisione la fonte e la sua attendibilità.
La narrazione procede per appunti, episodi, immagini che si presentano improvvisi ai suoi occhi e lo sconvolgono nel profondo.
Non si tira indietro davanti alle efferatezze più crude, così come non trascura di segnalare i pochi giusti che seppero chiamarsi fuori da quella strage. Misura le parole per dire il meno possibile, perché si avverte l’orrore che quei ricordi destano in lui, ma non è mai reticente. Anzi: proprio per la sua sobrietà, la denuncia degli omicidi, degli stupri, degli infanticidi, delle razzie e della crudeltà acquista ancor più forza e credibilità. La sua voce di arabo conferma quanto si sa dalle memorie degli armeni scampati al genocidio, e in più arricchisce il racconto con le confidenze, frutto di rimorso o di perverso compiacimento, che gli fecero i persecutori: militari, banditi – soprattutto curdi – arruolati per l’occasione, funzionari.
I piccoli burocrati dello sterminio descritti da el-Ghossein ricordano molto da vicino i loro omologhi tedeschi di un trentennio più tardi. E molte delle analisi del «beduino misericordioso» anticipano con sorprendente preveggenza quelle che sarebbe venute sui «volenterosi carnefici di Hitler». El-Ghossein si rende perfettamente conto che la politica portata avanti dal governo dei Giovani turchi ha come obiettivo generale l’uniformazione del loro nuovo Stato. Tutte le componenti etniche minoritarie vengono in qualche modo vessate: gli altri cristiani – protestanti, caldei, siriaci – presenti nell’Impero e anche gli stessi arabi come el- Ghossein. Ma gli armeni subirono un'”attenzione” particolare:
evacuati dai loro territori ancestrali o dalle città della costa – dove costituivano comunità vivaci sia economicamente sia culturalmente – furono condotti nelle pietraie dell’Anatolia, dove le marce estenuanti, la fame, la sete e le uccisioni di massa portarono alla morte gran parte di loro – tra il milione e il milione e mezzo, secondo i calcoli attuali: ma già el-Ghossein stimò le vittime a un milione e duecentomila, sulla base dei dati che raccolse personalmente, dei censimenti nelle province armene e del numero dei sopravvissuti.
El-Ghossein abbozza alcune spiegazioni per tanto accanimento.

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Dopo aver smontato le accuse dei turchi contro gli armeni – che, secondo Istanbul, avrebbero organizzato rivolte armate per ottenere la secessione -, rileva con acume che la persecuzione fu, già allora, condotta su criteri etnici più che religiosi, tanto da coinvolgere anche gli armeni convertiti all’islam. E, soprattutto, individua una possibile spiegazione, politica e sociale insieme, che discende direttamente dalla vivacità intellettuale dimostrata dalla comunità armena: i Giovani turchi, «che avevano combattuto il potere assoluto e che recriminavano contro il governo autoritario del sultano, quando sono diventati padroni hanno capito che il dispotismo era l’unico mezzo per conservare quel potere assoluto e contemporaneamente assicurare l’egemonia della razza turca. Allora hanno compreso che fra tutte le razze solo quella armena sarebbe stata capace di denunciare e di combattere il loro dispotismo.
Sapevano che gli armeni erano superiori per istruzione e capacità».
El-Ghossein non nasconde che ci fu un’indubbia intenzione anti- cristiana. Ma, da musulmano fervente, la ritiene al tempo stesso anti-islamica. Denuncia gli atti dei turchi come contrari alla religione di Maometto, indica i passi del Corano che gli assassini hanno contraddetto con le loro opere, insiste sul significato autentico dell’islam – un significato di fratellanza, umiltà e misericordia. E proprio la difesa della sua religione ha ispirato la testimonianza: «Penso che sia mio dovere pubblicare questo opuscolo per servire la verità e la nazione che è stata perseguitata dai turchi e specialmente per difendere la religione musulmana, affinché non venga accusata di fanatismo dall’Europa».

Si tratta di un articolo interessante, l’unica cosa è che c’è un’imprecisione, perché il giornalista parla di “antica stirpe cattolica”, con un refuso, immagino, per “cristiana”, in quanto i cattolici armeni sono pochi, circa 100.000 sparsi un po’ ovunque, mentre la Chiesa armena autocefala conta circa 8.000.000 di fedeli ed è pre-calcedoniana, in quanto le persecuzioni dei Persiani hanno impedito ai patriarchi armeni di partecipare al Concilio di Calcedonia.

Avvenire –