Auguri, si’, ma auguri di cosa?

natale1Nevica a Milano, e dopo un’ora la neve è fango grigio. In corso Buenos Aires quest’anno le luci natalizie sono sottili, fioche. Nei negozi suonano Jingle bells, e le vetrine traboccano di roba ma pochi sembrano avere voglia di comprare. Si cammina veloci e intabarrati nel freddo umido, dentro alla notte che già alle quattro cala. Soltanto dieci giorni al solstizio d’inverno.

Siamo nel fondo del buio.
E ovunque entri canzoni di Natale, e scritte di auguri, e Babbi con la barba e il sacco colmo. Ma è come falsamente gaia, scarsamente convinta la macchina natalizia nella crisi. Buon Natale, Buone feste, ripetono gli spot dei panettoni coi bambini biondi che cantano. Auguri, ripetono. Auguri. Ma auguri, in realtà, di che cosa?
Se lo si chiedesse ai passanti di corso Buenos Aires che in fretta si inabissano per le scale del metrò, alzerebbero le spalle. Si dice “auguri” a Natale, e cosa importa il perché? C’era un perché, forse, ma ce ne siamo scordati. Chissà, ti chiedi, com’erano le città quando solo le candele rischiaravano l’inverno di una luce tremante. Come doveva essere oscuro dicembre nelle strade, e che sollievo dava al passante anche il riverbero di un fuoco. Come straordinarie dovevano apparire, nella notte santa, le chiese rischiarate dalle candele della festa. Ma ora non conosciamo più il buio, e non ci stupiamo più della luce. Avendo dimenticato quanto tenebrose e fredde erano le notti a Natale, un’altra memoria ci sta venendo a mancare, che in quelle tenebre, nel muto ma evidente linguaggio dei segni, si specchiava.

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Benedetto XVI ha detto che «Avvento è attesa. La notte oscura del male è ancora forte». Pregava, ha ricordato il Papa, l’antico popolo di Dio in queste settimane: «Rorate coeli desuper», stillate, cieli, dall’alto. L’acqua, come la luce, metafora di Cristo, da mendicare a mano tesa nel buio. Nelle tenebre lunghe di dicembre gli uomini ritrovavano l’eco di un buio interiore di cui ancora erano consapevoli. E istintivamente desideravano una luce che rischiarasse la strada – la nordica santa Lucia è una festa di luce. Si aspettava l’annuncio portato da una stella: la morte non aveva vinto, un bambino era nato, ad annientare l’antica nemica. E già pochi giorni dopo il Natale ecco, il sole iniziava a riprendere la sua lenta salita.

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Ma se, dimentichi di cosa sia il peccato e ancora più inconsapevoli di un male originale da cui essere salvati, non percepiamo il buio, possiamo ancora desiderare la luce? Nei negozi del corso suona, suona, suona Jingle bells. Auguri, auguri, ma auguri di che? La giovane commessa con la imbronciata faccia da bambina truccata sembra non saperlo e non chiederselo, mentre impila pigiami rossi con le renne stampate. Si dice auguri, a Natale. Ma quale attesa, e quale speranza, stanno alla radice del nostro festeggiare, è memoria ampiamente smarrita. La coscienza del buio, l’attesa di un redentore sono per molti resti di catechismo, angoli di ricordi infantili. Auguri, auguri. Ma senza più sapere di che. Nella forzosa allegria in qualcuno preme una inconfessata tristezza. Regali, tavole imbandite, compagnia – eppure qualche cosa manca.
 di Marina Corradi – Tempi