La mercificazione e banalizzazione delle relazioni affettive

La mercificazione delle relazioni

Quello delle dinamiche psicologiche delle relazioni affettive è indubbiamente un ambito molto interessante e dibattuto, in un momento in cui attorno all’innamoramento e all’amore si concentrano molti studi, approfondimenti, creazioni artistiche, cinematografiche e letterarie che si sforzano di decretarne la fine! Una fine segnata soprattutto dalla elevazione a norma e, quindi a regola, della precarietà di ogni legame affettivo, della sua volubilità ed in fin dei conti della sua inconsistenza. “Cosa bella e mortal passa e non dura…” diceva Petrarca e sembra essere proprio questo l’orientamento comune di chi immagina o vive una relazione affettiva alla quale, se viene tolto l’ossigeno dell’orizzonte, almeno presupposto, di un “per sempre”, si riserva la riduzione ad una ricerca, più o meno esplicita, e alla pretesa del raggiungimento del massimo piacere, nell’unico tempo che abbiamo a disposizione, l’attimo, che va colto e vissuto tutto nel qui ed ora, come se non ci fosse un domani da costruire con l’impegno e i desideri dell’oggi. La liquidità della nostra società, infatti, colpisce prima di tutto le relazioni interpersonali, di cui la relazione affettiva e l’innamoramento sono, o dovrebbero essere, la dimensione più alta e più intensa. Questa labilità relazionale associata all’accettazione della supremazia del denaro e del mercato in ogni ambito della nostra vita ha condotto enormi trasformazioni anche nelle relazioni affettive che si sono progressivamente spogliate dell’amore platonico o romantico che arrivava al sesso solo alla fine di una “spasimante” attesa. In questo impoverimento progressivo delle relazioni sentimentali che, dopo aver separato definitivamente il sesso dalla procreazione, hanno perso la dimensione del per sempre, si è introdotto e vagheggiato l’amore del qui ed ora, rimuovendo completamente l’idea stessa della fedeltà. Ciò che rimane di questo processo di de-costruzione della relazione affettiva è solo la performance, solo l’erotismo che, per essere lontanamente attraente, deve riempire i vuoti lasciati del senso (la passione, il desiderio, la procreazione, la fedeltà, l’indissolubilità) attraverso l’esercizio salutistico di un sesso estremo divenuto quasi una tecnica da imparare dai manuali e da realizzare con “l’aiuto” della pornografia e dei sex shop. Negli ultimi decenni, infatti, “il porno è dilagato diventando, grazie al web, uno dei prodotti visivi più consumati anche dal pubblico femminile, senza che sia più soggetto a persecuzioni giudiziarie, rifiuti morali o sensi di colpa personali”. Che anche le persone e il sesso siano diventati una merce che si può vendere e comprare, si evince facilmente guardando le pubblicità che usano continuamente gli ammiccamenti erotici di maschi e femmine (qui si è quasi raggiunta la parità dei sessi!) per indurre all’acquisto di questo o quel prodotto. Questa “mancanza di un vero processo educativo alle emozioni e agli affetti, l’esposizione precoce a spettacoli fuorvianti, la produzione da parte dei mass media di modelli affettivi fugaci e senza senso, portano molti ragazzi a strutturare vere e proprie dipendenze emotive ed erotiche”.

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La sessualizzazione della società

“Col termine ipersessualizzazione si allude al fatto che le proposte e i messaggi relativi alla sessualità che attraversano i media sono troppi: troppo svincolati dal rapporto d’amore, troppo rappresentativi della felicità e del rapporto di coppia a scapito degli altri aspetti dell’intimità personale, troppo inappropriati per il pubblico dei media-dipendenti, e in particolare dei più vulnerabili; raggiungono, infine, troppo presto il pubblico dei minori, così da violare il loro diritto ad una formazione sana ed equilibrata”. Questo appiattimento della sessualità a sesso e il suo completo svuotamento di senso aprono le porte ad una ricerca quasi ossessiva di “esercizio”, con ragazzi che giungono ad avere le loro prime esperienze nei bagni della scuola o di qualche discoteca che, per i più piccoli, prevede spettacoli pomeridiani, più rassicuranti per i genitori ma non meno invadenti. “Solitamente, infatti, la sessualità a cui si allude e che viene inscenata e apprezzata è di tipo istintivo, trasgressivo e spettacolare, fra persone non impegnate reciprocamente in un rapporto coniugale e a volte neppure di amicizia, affetto o simpatia; i comportamenti sessuali prevalgono sugli altri aspetti del rapporto interpersonale, la sessualità è rappresentata come ricreativa e senza conseguenze negative”. Questo tempo che ha concesso tutta questa apparente libertà di esprimere le proprie pulsioni e istintualità, lungi dal rendere le persone più realizzate e felici è stato definito magistralmente “l’epoca delle passioni tristi”, i nostri adolescenti crescono più insicuri e fragili perché tutte le relazioni che vengono loro proposte sono instabili e le famiglie di cui fanno parte sempre più spesso si rompono lasciandoli ancora più soli; “le emozioni, allora prendono spesso il sopravvento sulle altre caratteristiche della personalità, condizionandone i comportamenti, fino a giungere a fenomeni caratterizzati da nuove malattie psichiche come le nuove dipendenze da gioco, dallo shopping, da internet, ecc.”.

Il nostro laboratorio

Un tale scenario culturale di riferimento e le sue conseguenze diseducative sui nostri figli, ci ha motivati decisamente ad approfondire queste tematiche al fine di trovare percorsi formativi coinvolgenti ed efficaci. Da alcuni anni, tutte le agenzie formative ecclesiali e civili hanno tentato diversi percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità. Anche a livello governativo si sono presentate diverse proposte per inserire più stabilmente queste tematiche nell’itinerario formativo degli studenti. La ricerca di proposte politicamente corrette e accettabili dal maggior numero di famiglie, però, ha portato all’elaborazione di percorsi che, quando va bene, sono luoghi per la “riduzione del danno” a carico delle aziende sanitarie, in cui si danno informazioni più o meno approfondite riguardo i rischi che l’esercizio del sesso porta con sé: gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmesse. Con un certo grado di approfondimento sull’uso del condom e delle varie pillole del “giorno dopo”, senza un riferimento valoriale, fosse anche solo per raccomandare il rispetto reciproco. A livello di movimenti ecclesiali e ambiti parrocchiali si sta cercando di proporre, all’interno dei propri progetti formativi, dei percorsi in cui si parla di sessualità a partire dalla differenza di genere, mettendo in evidenza l’importanza della relazione interpersonale come presupposto indispensabile, sul quale il rapporto sessuale può inserirsi come il completamento. Tutto questo, cercando di migliorare la capacità di gestire le proprie emozioni per indirizzare bene i comportamenti e conoscere le diverse sfumature dell’amore. È importante, infatti, approfondire le dinamiche psico-emotive legate all’innamoramento e all’amore che non è solo intimità e passione, ma anche impegno: da quanto queste tre dimensioni si intersecano e sono presenti in una relazione, che può andare dalla semplice infatuazione ad un rapporto stabile e “per la vita” dipende la qualità e la profondità di un amore. Bisogna poi tener presente la comparsa di frontiere nuove che si vanno ad intrecciare con queste problematiche: in particolare quelle relative alla prevenzione della violenza di genere e del cyber-bullismo, ma qui c’è ancora molto da approfondire e fare, anche per la forte influenza dei mass-media che amplificano certe notizie rischiando di indurre un effetto emulazione pericolosissimo. Un elemento da non sottovalutare, poi, è che, quando si parla di web e di social network, i ragazzi “nativi digitali” sono più competenti di noi “immigrati digitali” e questo ha conseguenze importanti sulla credibilità e l’autorevolezza degli educatori. Tenendo presenti questi elementi e a partire da un’esperienza maturata in diversi anni di percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità nelle Parrocchie e nelle scuole,  io e la dott.ssa Letizia Marino, pedagogista clinico, abbiamo moderato il laboratorio sugli aspetti psicologici dell’amore intitolato scherzosamente “Baciami stupido!”. Un’ ottantina di persone, di cui circa venti giovani, si sono ritrovate nel gruppo che avrebbe dovuto approfondire questi aspetti, scambiandosi le buone pratiche acquisite e ponendosi domande sulla loro efficacia. Abbiamo cominciato la discussione lasciando, inizialmente, spazio ad una condivisione delle suggestioni scaturite dalle relazioni che avevano aperto il convegno nella sessione plenaria. Bisogna ammettere che, nel tentativo di consentire a tutti di esprimere le risonanze suscitate dalle due “lectiones”, gran parte del tempo del laboratorio è stato utilizzato per la discussione più generale che si è a lungo soffermata sull’attualità della questione “teoria del gender”, alla quale aveva fatto riferimento in modo esplicito la relazione di apertura del dott. Giancarlo Ricci. L’attenzione quasi esclusiva riservata a questo aspetto, indubbiamente problematico, che invece avrebbe dovuto essere considerato a latere, come accenno ad una questione che sfida la relazione maschio-femmina, vero argomento dell’intervento di apertura del convegno, ha monopolizzato la discussione, respingendola verso critiche accese all’ideologia del gender e verso pericolose spinte difensivistiche. Il momento che avrebbe potuto offrire un orizzonte ampio di riferimento, un “respiro alto” attraverso il quale vedere a quale bellezza la relazione uomo-donna può condurre ed ispirare le proprie relazioni affettive, si è ridotto all’espressione di paura e di sentimenti protettivi con atteggiamenti che vedevano gli adulti (posizionati nei sedili nella parte bassa della sala) parlare più o meno direttamente ai giovani (rigorosamente schierati nella “piccionaia”), come persone da difendere. Nella seconda parte del laboratorio si è mostrato il video Il primo bacio, tratto dall’omonimo libro del prof. Alberto Pellai14, che mostra i racconti e i vissuti di bambini, adolescenti, giovani, adulti ed anziani che raccontano il loro primo bacio, mettendo in evidenza le diversità delle esperienze e i pericoli di banalizzazione. L’assunto che è stato proposto alla discussione è l’esigenza di ridare senso ai gesti che esprimono affetto e tenerezza, per mostrare una sessualità che acquista spessore solo quando la dimensione affettiva è ben presente. Questa riqualificazione del valore dei gesti d’affetto può essere la prima forma di protezione e di prevenzione della banalizzazione dilagante del sesso, vissuto, sempre di più, come l’unica realizzazione del rapporto affettivo uomo-donna. Molto interessante è stata l’osservazione delle differenze generazionali che portano a vedere i problemi da punti di vista diversi e muovendo da preoccupazioni diverse: se per gli adulti, infatti, il punto di partenza è principalmente la paura del relativismo che ridimensiona tutte le domande etiche risolvendole con l’autodeterminazione del soggetto libero, il cui limite unico è la libertà dell’altro, i giovani, invece, silenziosi e forse un po’ diffidenti all’inizio, hanno man mano accettato il dialogo e, per il tramite di due rappresentanti portavoce, hanno evidenziato la necessità di non sentirsi “indottrinati” attraverso l’elencazione di precetti asseriti “per il loro bene”, ma riconosciuti come soggetti ai quali dare fiducia sulla bontà delle loro intenzioni, da sostenere ed indirizzare con l’offerta di criteri di scelta e la testimonianza credibile di una vita buona. Credo bisognerà ripartire “daccapo, dalle fondamenta, affinché ogni parola ed ogni gesto diventino elementi di un percorso che evolve e si sviluppa con la crescita e lo sviluppo di chi ne è protagonista”, da un ascolto più profondo dei giovani e di quello che vivono, dalle domande che si pongono, in un dialogo aperto e  disponibile che si preoccupa di offrire piste di riflessione, criteri di discernimento e testimonianza di una vita felice e realizzata dalla quale cogliere il vero bene della persona.

Educare all’amore: la riscoperta del senso

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Per parlare di amore in modo umano e rispettoso della dignità personale l’unico modo è fare un discorso sul suo significato. È necessario riaffermare che, pur partendo inevitabilmente dalla componente corporea che connota indelebilmente la natura umana nel suo essere maschio e femmina, ciò che rende la sessualità veramente umana è la messa in gioco di tutte le dimensioni della persona: solo così infatti si potrà strapparla dalla schiavitù dell’istinto, per inserirla nella sfera della libertà, della responsabilità e della scelta. Educare all’affettività e alla sessualità, perciò, non può prescindere da un approccio globale che non guardi solo il corpo o, peggio ancora, l’organo, ma che abbia dinanzi a sé la persona umana, la sua natura e il suo bene. Educare a divenire adulti realizzati, infatti, può essere considerato come “un processo che tende a insegnare a vivere, e dunque si rivolge all’uomo tutto intero nel suo rapporto con il mondo e con la società, intesa come un luogo e un insieme di relazioni. L’educazione deve mettere al centro la persona, e solo allora potrà occuparsi anche di sessualità”. Questa continua disponibilità di sesso ridotto ad esercizio ha una conseguenza grave in campo educativo: “essendo ormai tradotto in oggetto banale, non fa più parte dei desideri […] Scomparsa la capacità di aspettare, non si riesce più a dare il senso di un investimento, di un cambiamento interiore, di un rafforzamento del desiderio. E senza l’attesa spariscono anche le tappe per giungere all’amore”. È importante sottolineare, a questo proposito, la valenza delle esperienze che facciamo e degli incontri che abbiamo la ventura di fare che hanno riflessi importantissimi su di noi, non solo sulla memoria o sulle emozioni che ci inducono, ma sulla struttura stessa del nostro cervello che si modifica trasformandoci: “Esistono aree del cervello non cristallizzate, prive cioè di una strutturazione esistente fin dalla nascita o raggiunta definitivamente subito dopo, e da quel momento fissata per sempre. Le aree plastiche hanno invece un’enorme potenzialità e dunque possono organizzarsi sulla base dell’esperienza. Senza quell’esperienza, che significa quel rapporto specifico tra singolo e ambiente, non avverrebbe nulla. Dire che il cervello è plastico significa riconoscere che almeno una parte di esso impara con l’esperienza e che dopo l’esperienza è quindi capace di cose che prima non sapeva fare”. E ciò è vero per tutte le esperienze significative, positive o negative.Che l’amore cambia la vita ne eravamo convinti, ma che ci fosse un substrato biologico a questa trasformazione ci fa ben sperare quando si mettono in movimento energie positive volte a far fare esperienze arricchenti ai nostri giovani. È possibile programmare percorsi educativi “volti ad aiutare in modo specifico i ragazzi con orientamenti corretti e significativi per la conquista di una vera ed autentica libertà che in sostanza significa la padronanza del pensiero e dei valori sulle emozioni e sui sentimenti che sono importanti ma vanno integrati in tutta la persona”. Per raggiungere questa trasformazione è necessaria “una relazione che è educativa nella misura in cui sa porsi come processo di continua ricerca ed evoluzione verso nuovi orizzonti di senso, che unisce entrambi, educatore ed educando, in uno scambio di prospettive, di dubbi e di soluzioni creative”. Dall’esperienza del laboratorio siamo usciti ancora più convinti che è necessario creare spazi di riflessione inter e intra-generazionali per riabituarci a scambiare le esperienze, parlare di emozioni, di affetto e di amore nella consapevolezza che “cercare le parole per qualcosa che ci lascia senza parole è il modo migliore per trasformare ciò che dura un istante in qualcosa di più vicino al per sempre”.

di Daniela Notarfonso ( Medico Bioeticista; direttore Centro Famiglia e Vita, Consultorio Diocesi di Albano; vicepresidente nazionale Associazione Scienza & Vita.)

da Quaderni Scienza e Vita n.14