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8 consigli per convertirsi al cattolicesimo in segreto

Ci sono ormai migliaia di persone che si convertono al cattolicesimo o in generale al cristianesimo, e per questa loro chiamata, rischiano per la vita propria o di quella dei propri cari.
Pensiamo a chi vive in nazioni in cui vige la sharia, la legge musulmana, in cui la conversione (apostasia) e’ punibile con la pena di morte o punizioni molto gravi e in cui e’ lo stesso stato a perseguitare i convertiti.
Ma anche in paesi in cui non vi sono leggi contro la conversione, vi sono a volte difficoltà come il dover cambiare la religione scritta sul passaporto o sulla carta di identità, cambio che viene osteggiato in maniera decisa e pressioni della comunità di origine.

O anche solo a chi vive in contesti in cui e’ la famiglia stessa o le usanze della gente a punire le conversioni: ad esempio in ambienti buddisti asiatici, nei contesti a maggioranza musulmana (anche in Europa) o induista.
Un altro problema che i convertiti affrontano e’ la paura per i propri famigliari che possono ricevere pressioni o ritorsioni dalla comunità di appartenenza.

Se e’ vero che Gesù ci chiede di non avere paura delle persecuzioni e di non avere timore a dare la vita per il Vangelo, puo’ essere ragionevole e lecito attendere con prudenza il momento giusto per comunicare la propria fede ai nostri famigliari e renderla visibile intorno a noi.

Ecco quindi alcuni consigli per chi si converte.

1.BATTESIMO
Per prima cosa: la fede e’ questione di cuore e di scelte di vita.
Forse dentro di te senti che sei chiamato/a al Battesimo ma questo puo’ non essere possibile perché vi sono ostacoli o rischi troppo grandi. Esiste il battesimo di desiderio di chi vorrebbe ma non puo’ battezzarsi, Dio comprende se per ora il battesimo non lo puoi ricevere. Inoltre in caso di necessità, chiunque può battezzare, a condizione che intenda fare ciò che fa la Chiesa, e che versi dell’acqua sul capo del candidato dicendo: « Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».

2.BIBBIA  e VANGELO
Possedere una Bibbia in italiano o nella propria lingua, o anche solo il Vangelo o libri di catechesi/riflessione cristiana, è uno dei rischi maggiori per chi si è convertito di nascosto.
Primo accorgimento, una avere una Bibbia piccola, meglio se con una copertina non troppo visibile.
Ancora meglio è avere una Bibbia in formato digitale. Se usi un Pc o un tablet usa un file (pdf/word/epub) cambiando il nome (usa titoli non religiosi) e l’estensione (se è .pdf metti .doc ma aprilo con Word) , oppure proteggi il file con una password (su Office si chiama Criptografia COME FARE QUI, sui pdf  COME FARE QUI).
Se usi uno smartphone metti i file in cartelle nascoste

3.CHIESA E COMUNIONE
E’ bellissimo poter andare in una chiesa, se vivi in un paese con tante chiese, scegline una che sia non vicino a casa o a persone che ti conoscono. Verifica che abbia entrate secondarie (ad esempio dall’oratorio) in modo che tutto sia meno evidente.
Se abiti in un paese una sola o nessuna chiesa, fai molta attenzione perché i convertiti sono molto visibili e danno subito nell’occhio.
Se visitare una chiesa (ad esempio per andare a Messa o a pregare o a un cammino di formazione) ti creasse dei problemi puoi anche rinunciare e trovare alternative, la preghiera personale puoi farla ovunque lontana da occhi indiscreti.
Se sei già battezzato è possibile ricevere la comunione anche in modi meno visibili che non durante la Messa.
Puoi farti dare una briciola di ostia consacrata e farti autorizzare ad averla in casa messa in un luogo nascosto: ad esempio tra i mattoni del muro, in un piccolo contenitore, in un anello…

4.SACERDOTI
In genere se vivi in Italia o in occidente ti puoi fidare dei sacerdoti e non avere timore di parlare delle tue paure o rischi, oltre che chiedere consigli spirituali per il tuo cammino di fede.
Fai invece molta attenzione se abiti in paesi islamici o in cui vi sono dittature (es. in Cina o Kazakistan), perché i sacerdoti possono essere intercettati  o essi stessi minacciati e non liberi.

5.SEGNI ESTERIORI
Ogni segno esteriore di fede come portare un crocifisso, possedere una icona o un rosario, farsi il segno della croce, sono aiuti alla fede, ma non sono indispensabili specie in un ambiente per te rischioso.
Puoi nascondere una immaginetta o un rosario o una medaglietta miracolosa anche al di fuori di casa tua (ad esempio in un boschetto, in un albero, sotto una pietra).

6.TRACCE MATERIALI e DIGITALI
Molto importante è non  lasciare tracce della tua conversione.
Nascondi o meglio ancora non possedere fogli con preghiere o tue riflessioni cristiane.
Se usi il pc elimina le tracce usando proxi e navigazione anonima.
Se dimentichi di farlo cancella la cronologia internet e quella dei programmi che usi per leggere.
Lo stesso se usi lo smartphone.
Attenzione alle app Android/Apple su Bibbia, Vangelo, Papa, Chiesa…  su internet puoi trovare vari modi per nasconderle QUI COME .
Fai la prova prima con applicazioni non religiose.

7. SOCIAL
I social network sono una opportunità ma anche un  rischio.
E’ bene avere più profili: quello famigliare che conoscono parenti e amici e uno “nuovo” in cui usi bene le opzioni di privacy:
non rendere visibile la tua email, le tue foto o il numero di telefono o le tue foto.
Su Facebook un bel trucco è quello di vedere pagine o profili che ti interessano (Chiesa, Santi, preghiera, sacerdoti o movimenti) senza cliccare il mi piace alla pagina. In questo modo non lasci tracce.
Prima di chiudere inoltre visita sempre pagine neutre o opposte alle tue idee cristiane, in modo che le ultime tracce coprano le precedenti.
Se fai ricerche usa poco Google che traccia tutto e fallo in maniera anonima. Un consiglio è usare www.duckduckgo.com un motore di ricerca che non traccia.

8.ASILO POLITICO
Se stai fuggendo dal tuo paese proprio a causa della tua fede, nel momento in cui fai la richiesta di aiuto in un altro paese, chiedi che il traduttore sia cristiano o che sia una persona della tua lingua non della tua religione di origine, per evitare che traduca erroneamente le tue dichiarazioni, ritenendoti una apostata.

Comprendiamo che tutte queste precauzioni sono davvero stressanti e fonte di paura e dolore.
Preghiamo e speriamo che venga il momento per tutti di poter uscire allo scoperto nel proprio paese, o se questo non avviene, andando altrove.
Il più bel tabernacolo è la tua vita.
Il più grande inginocchiatoio è il tuo cuore.
Lì c’è Gesù e nessuno può togliertelo.

SUGGERIMENTI, SOSTEGNO, TRADUZIONI
Se hai altri suggerimenti pratici per aiutare i cristiani nascosti, scrivici e li inseriremo nell’articolo.
Se vuoi aiutarci nella traduzione in più lingue possibili scrivici!
Se vuoi sostenere  dei cristiani perseguitati in Italia o altre parti del mondo puoi sostenere la nostra associazione.

La persecuzione subita dalla Chiesa in Spagna

Vi furono 498 martiri nella persecuzione religiosa che ha avuto luogo in Spagna negli anni Trenta del secolo scorso:

=> Pio XI ne tratta nella- Lettera Enciclica “Dilectissima Nobis”

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Lettera Enciclica sull’oppressione della Chiesa in Spagna Agli Eminentissimi Padri Cardinale Francesco Vidal e Barraquer, Arcivescovo di Tarragona, Cardinale Eustachio Ilundain e Esteban, Arcivescovo di Hispalis, ed agli altri Reverendi Padri Arcivescovi e Vescovi, e a tutto il clero e al popolo di Spagna.

Venerabili Fratelli e diletti Figli, salute e Apostolica Benedizione.

La nobile Nazione Spagnola Ci fu sempre sommamente cara per le sue insigni benemerenze verso la fede cattolica e la civiltà cristiana, per la tradizionale ardentissima devozione a questa Sede Apostolica e per le sue grandi istituzioni ed opere di apostolato, essendo madre feconda di Santi, di Missionari e di Fondatori d’incliti Ordini religiosi, vanto e sostegno della Chiesa di Dio.

E appunto perché la gloria della Spagna è così intimamente connessa con la religione cattolica, Noi ci sentiamo doppiamente afflitti nell’assistere ai deplorevoli tentativi che da tempo si vanno ripetendo per togliere alla diletta Nazione, con la fede tradizionale, i più bei titoli di civile grandezza. Non mancammo — come il Nostro cuore paterno Ci dettava — di far spesse volte presente agli attuali governanti di Spagna quanto era falsa la via che essi seguivano e di ricordar loro come non è col ferire l’anima del popolo nei suoi più profondi e cari sentimenti che si può raggiungere quella concordia di spiriti la quale è indispensabile per la prosperità di una Nazione.

Ciò facemmo per mezzo del Nostro Rappresentante tutte le volte che si affacciava il pericolo di qualche nuova legge lesiva dei sacrosanti diritti di Dio e delle anime. Né mancammo di far giungere anche pubblicamente la Nostra paterna parola ai diletti figli del clero e del laicato di Spagna perché sapessero che il Nostro cuore era a loro più vicino nei momenti del dolore. Ma ora non possiamo non levare nuovamente la voce contro la legge, testé approvata, ” intorno alle confessioni e Congregazioni religiose “, costituendo essa una nuova e più grave offesa non solo alla religione e alla Chiesa, ma anche a quegli asseriti princìpi di libertà civile sui quali dichiara basarsi il nuovo Regime Spagnolo Né si creda che la Nostra parola sia ispirata da sentimenti di avversione alla nuova forma di governo o agli altri cambiamenti prettamente politici avvenuti recentemente in Spagna. È a tutti noto, infatti, che la Chiesa Cattolica, per nulla legata ad una forma di governo piuttosto che ad un’altra, purché restino salvi i diritti di Dio e della coscienza cristiana, non trova difficoltà ad accordarsi con le varie civili istituzioni, siano esse monarchiche o repubblicane, aristocratiche o democratiche.

Ne sono prova manifesta, per non parlare che di fatti recenti, i numerosi ” Concordati ” e accordi stipulati in questi ultimi anni e le relazioni diplomatiche annodate dalla Sede Apostolica con diversi Stati, nei quali, dopo l’ultima grande guerra, a governi monarchici sono subentrati governi repubblicani.

Né queste nuove Repubbliche hanno mai avuto a soffrire nelle loro istituzioni e nelle loro giuste aspirazioni verso la grandezza ed il benessere nazionale per effetto dei loro amichevoli rapporti con questa Sede Apostolica od a causa della loro disposizione a concludere, con spirito di reciproca fiducia, sulle materie che interessano la Chiesa e lo Stato, convenzioni corrispondenti alle mutate condizioni dei tempi.

Anzi, possiamo con sicurezza affermare che da queste fiduciose intese con la Chiesa gli Stati stessi hanno tratto notevoli vantaggi. Infatti, è comunemente risaputo come al dilagare del disordine sociale non si opponga diga più valida della Chiesa, la quale, educatrice massima dei popoli, ha sempre saputo unire in accordo fecondo il principio della legittima libertà con quello dell’autorità, le esigenze della giustizia col bene della pace.

Tutto ciò non ignorava il Governo della nuova Repubblica di Spagna, il quale, anzi, era a conoscenza delle buone disposizioni Nostre e dell’Episcopato Spagnolo di concorrere a mantenere l’ordine e la tranquillità sociale.

E con Noi e con l’Episcopato fu concorde l’immensa moltitudine, non solamente del clero secolare e regolare, ma altresì del laicato cattolico, ossia della grande maggioranza del popolo spagnolo; il quale, nonostante le personali opinioni, nonostante le provocazioni e le vessazioni degli avversari della Chiesa, si tenne lontano dalle violenze e dalle rappresaglie, nella tranquilla soggezione al potere costituito, senza dar luogo a disordini e molto meno a guerre civili. Né ad altra causa certamente, che a questa disciplina e soggezione, ispirata dall’insegnamento e dallo spirito cattolico, si potrebbe attribuire con maggiore diritto quanto si è potuto mantenere di quella pace e tranquillità pubblica che le turbolenze dei partiti e le passioni dei rivoluzionari lavoravano a sovvertire, sospingendo la Nazione verso l’abisso dell’anarchia.

Ci ha quindi recato somma meraviglia e vivo cordoglio l’apprendere che da taluni, quasi per giustificare gli iniqui procedimenti contro la Chiesa, se ne adducesse pubblicamente la necessità di difendere la nuova Repubblica.Da quanto abbiamo esposto appare così evidente l’insussistenza del motivo addotto, da poterne concludere che la lotta mossa alla Chiesa nella Spagna, più che a incomprensione della fede cattolica e delle sue benefiche istituzioni, si debba imputare all’odio che ” contro il Signore e il suo Cristo ” nutrono sette sovvertitrici di ogni ordine religioso e sociale, come purtroppo vediamo avvenire nel Messico e nella Russia.

Ma, tornando alla deplorevole ” legge intorno alle confessioni e congregazioni religiose “, abbiamo constatato con vivo rammarico che in essa fin dal principio viene apertamente dichiarato che lo Stato non ha religione ufficiale, riaffermando così quella separazione dello Stato dalla Chiesa che fu purtroppo sancita nella nuova Costituzione Spagnola.

Non ci indugiamo qui a ripetere quale gravissimo errore sia l’affermare lecita e buona la separazione in se stessa, specialmente in una Nazione che nella quasi totalità è cattolica. La separazione, chi bene addentro la consideri, non è che una funesta conseguenza (come tante volte dichiarammo, specialmente nell’Enciclica Quas primas) del laicismo, ossia dell’apostasia dell’odierna società che pretende estraniarsi da Dio e quindi dalla Chiesa. Ma se per qualsiasi popolo, oltre che empia, è assurda la pretesa di voler escluso dalla vita pubblica Iddio Creatore e provvido Reggitore della stessa società, in modo particolare ripugna una tale esclusione di Dio e della Chiesa dalla vita della Nazione Spagnola, nella quale la Chiesa ebbe sempre e meritamente la parte più importante e più beneficamente attiva nelle leggi, nelle scuole e in tutte le altre private e pubbliche istituzioni.

Se un tale attentato torna a danno irreparabile della coscienza cristiana del paese (della gioventù specialmente, che si vuole educare senza religione, e della famiglia profanata nei suoi più sacri princìpi) non minore è il danno che ricade sulla stessa autorità civile, la quale, perduto l’appoggio che la raccomanda e la sostiene presso le coscienze dei popoli, vale a dire, venuta meno la persuasione della sua origine, dipendenza e sanzione divina, viene a perdere insieme la sua più grande forza di obbligazione e il più alto titolo di osservanza e di rispetto.

Che questi danni conseguano inevitabilmente dal regime di separazione, viene attestato dalle non poche Nazioni che, dopo averlo introdotto nei loro ordinamenti, ben presto compresero la necessità di rimediare all’errore, sia modificando, almeno nella loro interpretazione ed applicazione, le leggi persecutrici della Chiesa, sia procurando, malgrado la separazione, di venire ad una pacifica coesistenza e cooperazione con la Chiesa.

I nuovi legislatori Spagnoli, invece, noncuranti di queste lezioni della storia, vollero una forma di separazione ostile alla fede professata dalla stragrande maggioranza dei cittadini, una separazione tanto più penosa ed ingiusta, in quanto viene deliberata in nome della libertà stessa che si promette e si assicura a tutti indistintamente. Si è voluto così assoggettare la Chiesa e i suoi ministri a misure di eccezione, che tentano di metterla alla mercé del potere civile.

Infatti, in forza della ” Costituzione ” e delle successive leggi emanate, mentre tutte le opinioni, anche le più erronee, hanno largo campo di manifestarsi, la sola religione cattolica, che è quella della quasi totalità dei cittadini, vede odiosamente vigilato l’insegnamento, inceppate le scuole e le altre sue istituzioni tanto benemerite della scienza e della cultura spagnola. Lo stesso esercizio del culto cattolico, anche nelle sue più essenziali e più tradizionali manifestazioni, non va esente da limitazioni, come l’assistenza religiosa negli istituti dipendenti dallo Stato; le stesse processioni religiose, le quali vengono sottoposte a speciali facoltà da concedersi dal Governo e a clausole e restrizioni, e perfino l’amministrazione dei sacramenti ai moribondi e le esequie ai defunti.

Più manifesta ancora è la contraddizione per quanto riguarda la proprietà. La ” Costituzione ” riconosce a tutti i cittadini la legittima facoltà di possedere, e, come è proprio di tutte le legislazioni nei paesi civili, garantisce e tutela l’esercizio di così importante diritto derivante dalla stessa natura. Eppure anche su questo punto si è voluta creare una eccezione ai danni della Chiesa Cattolica, spogliandola con palese ingiustizia di tutti i suoi beni. Non si è avuto riguardo alla volontà degli oblatori; non si è tenuto conto del fine spirituale e santo, cui quei beni erano destinati; non si sono voluti in alcun modo rispettare diritti da lungo tempo acquisiti e fondati su indiscutibili titoli giuridici. Tutti gli edifici, vescovadi, case canoniche, seminari, monasteri, non sono più riconosciuti come libera proprietà della Chiesa Cattolica, ma sono dichiarati — con parole che malamente celano la natura dell’usurpazione — proprietà pubblica e nazionale. Anzi, mentre tali edifici — legittima proprietà dei varii enti ecclesiastici — vengono dalla legge lasciati in solo uso alla Chiesa Cattolica ed ai suoi ministri perché siano adibiti secondo il loro fine di culto, si giunge però a stabilire che gli edifici medesimi debbono essere sottomessi ai tributi inerenti all’uso degli immobili, costringendo così la Chiesa Cattolica a pagare tributi su ciò che violentemente le è stato tolto. In tal modo il potere civile ha preparato la via per rendere impossibile alla Chiesa Cattolica anche l’uso precario dei suoi beni; infatti, essa, spogliata di tutto, privata di ogni sussidio, inceppata in tutte le sue attività, come potrà pagare i tributi imposti?

Né si dica che per il futuro la legge lascia alla Chiesa Cattolica una certa facoltà di possedere, almeno a titolo di proprietà privata, perché anche un così ridotto riconoscimento è reso poi quasi nullo dal principio, subito dopo enunziato, che tali beni ” potranno soltanto essere conservati nella quantità necessaria per il servizio religioso “.

In tal modo si costringe la Chiesa a sottoporre all’esame del potere civile le sue necessità per il compimento della sua divina missione, e si erige lo Stato a giudice assoluto di quanto occorre per funzioni meramente spirituali. È quindi da temersi che un tal giudizio sarà consono agli intenti laicizzatori della legge e dei suoi autori.

E l’usurpazione non si è arrestata agli immobili. Anche i beni mobili — con particolarissima enumerazione elencati, perché nulla sfuggisse — ossia anche i paramenti, le immagini, i quadri, i vasi, le gioie e simili oggetti destinati espressamente e permanentemente al culto cattolico, al suo splendore e alle necessità che hanno diretta relazione con esso, sono stati dichiarati pubblica proprietà.

E mentre si nega alla Chiesa il diritto di liberamente disporre di ciò che è suo, perché legittimamente acquistato o da pii fedeli ad essa donato, allo Stato e solamente ad esso si attribuisce il potere di disporre per un altro fine, e senza limitazione alcuna, di oggetti sacri, anche di quelli con speciale consacrazione sottratti ad ogni uso profano, escludendo perfino ogni dovere dello Stato di corrispondere, in tale deprecato caso, qualsiasi compenso alla Chiesa.

Né tutto ciò è stato sufficiente ad appagare le mire antireligiose degli attuali legislatori. Neppure i templi sono stati risparmiati; i templi, splendore di arte, monumenti esimii di una storia gloriosa, decoro e vanto della Nazione Spagnola; i templi, casa di Dio e di orazione, su cui sempre aveva goduto il pieno diritto di proprietà la Chiesa Cattolica, la quale — magnifico titolo di particolare benemerenza — li aveva sempre conservati, abbelliti, adornati con cura amorosa. Anche i templi — non pochi dei quali distrusse (e nuovamente lo deploriamo) l’empia mania incendiaria — sono stati dichiarati proprietà della Nazione e sottoposti al controllo delle autorità civili, che oggi guidano, senza alcun rispetto verso il sentimento religioso del popolo di Spagna, le pubbliche sorti.

È dunque ben triste, Venerabili Fratelli e diletti Figli, la condizione creata alla Chiesa Cattolica presso di voi. Il Clero già è stato privato, con gesto totalmente contrario all’indole generosa del cavalleresco popolo spagnolo, dei suoi assegni, violando un impegno preso con un patto concordatario e ledendo la più stretta giustizia, perché lo Stato, che aveva fissato gli assegni, non l’aveva fatto per concessione gratuita ma a titolo di indennità per i beni già sottratti alla Chiesa.

Anche le Congregazioni Religiose sono ora in modo inumano colpite dalla infausta legge. Si è gettato su di esse l’ingiurioso sospetto che possano esercitare un’attività politica pericolosa per la sicurezza dello Stato, stimolando così le passioni ad esse ostili con ogni sorta di denunce e di persecuzioni: aperta e facile via per giungere a più gravi provvedimenti.

Esse sono sottoposte a tali e tante relazioni, registrazioni ed ispezioni, che costituiscono moleste forme di fiscale oppressione. Infine, dopo averle private del diritto di insegnare e di esercitare qualsiasi altra attività da cui trarre onesto sostentamento, sono state sottomesse alle leggi tributarie, pur sapendo che, private di tutto, non potranno soddisfare al pagamento delle imposte: altra coperta maniera di rendere loro impossibile l’esistenza.

Ma con simili disposizioni si viene a colpire, in verità, non i religiosi soltanto, bensì il popolo Spagnolo, rendendo impossibili quelle grandi opere di carità e beneficenza a favore dei poveri, che hanno sempre formato una gloria magnifica delle Congregazioni Religiose e della Spagna Cattolica.

Tuttavia, nelle penose strettezze a cui si trova ridotto nella Spagna il Clero secolare e regolare, Ci conforta il pensiero che il generoso popolo Spagnolo, anche nella presente crisi economica, saprà degnamente riparare a così dolorosa situazione, rendendo meno disagevole ai sacerdoti la povertà vera che li colpisce, affinché possano con rinnovate energie provvedere al culto divino e al ministero pastorale.

Ma se ci addolora questa grave ingiustizia, Noi, e con Noi Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, sentiamo anche più vivamente l’offesa recata alla Divina Maestà. Non fu forse espressione di animo profondamente ostile a Dio e alla Religione Cattolica l’aver sciolto quegli Ordini Religiosi che fanno voto di ubbidienza ad autorità differente da quella legittima dello Stato?

In questo modo si volle togliere di mezzo la Compagnia di Gesù, che può ben gloriarsi di essere uno dei più saldi sostegni della Cattedra di Pietro, con la speranza forse di potere poi, con minore difficoltà, abbattere in un prossimo avvenire la fede e la morale cattolica nel cuore della Nazione Spagnola, che diede alla Chiesa la grande e gloriosa figura di Ignazio di Loyola. Ma con ciò si volle colpire in pieno — come già altra volta pubblicamente dichiarammo — la stessa Autorità Suprema della Chiesa Cattolica. Non si osò, è vero, nominare esplicitamente la persona del Romano Pontefice; di fatto però si definì autorità estranea alla Nazione Spagnola quella del Vicario di Gesù Cristo: quasi che l’autorità del Pontefice, conferitagli dal Divino Redentore, possa dirsi estranea a qualsivoglia parte del mondo; quasi che il riconoscimento dell’autorità divina di Gesù Cristo possa impedire o menomare il riconoscimento delle legittime autorità umane, oppure il potere spirituale e soprannaturale sia in contrasto con quello dello Stato. Nessun contrasto può sussistere, se non per la malizia di coloro, i quali lo desiderano e lo vogliono, perché sanno che senza il Pastore le pecorelle andrebbero smarrite e più facilmente diverrebbero preda dei falsi pastori.

Se l’offesa voluta infliggere all’autorità del Romano Pontefice ferì profondamente il Nostro cuore paterno, nemmeno un istante dubitammo che essa potesse, anche minimamente, scuotere la tradizionale devozione del popolo Spagnolo alla Cattedra di Pietro. Anzi, come hanno sempre insegnato l’esperienza e la storia fino a questi ultimi anni, quanto maggiormente i nemici della Chiesa cercano di allontanare i popoli dal Vicario di Cristo, tanto più affettuosamente questi — per provvidenziale disposizione di Dio, che dal male sa trarre il bene — a lui si stringono, proclamando che da lui solo s’irradia quella luce che illumina la via ottenebrata da tanti perturbamenti, da lui solo, come da Cristo, risuonano le ” parole di vita eterna “.

Né si appagarono di aver tanto infierito contro la grande e benemerita Compagnia di Gesù, ma hanno voluto con una recente legge dare un altro gravissimo colpo a tutti gli Ordini e Congregazioni Religiose proibendo ad essi l’insegnamento. Si è compiuta così un’opera di deplorevole ingratitudine e di palese ingiustizia. Perché, infatti, la libertà — che a tutti è accordata — di poter esercitare l’insegnamento vien tolta ad una classe di cittadini, rei soltanto di avere abbracciato una vita di rinuncia e di perfezione ? Si vorrà forse dire che l’essere religiosi, cioè l’aver tutto lasciato e sacrificato per dedicarsi proprio all’insegnamento e all’educazione della gioventù come ad una missione di apostolato, costituisca un titolo di incapacità o di inferiorità all’insegnamento medesimo? Eppure l’esperienza sta a dimostrare con quanta cura e con quanta competenza i Religiosi abbiano sempre compiuto il loro dovere, quali magnifici risultati per l’istruzione dell’intelletto, nonché per l’educazione del cuore, abbiano coronato il loro paziente lavoro. Lo comprova luminosamente il numero di persone veramente insigni in tutti i campi delle umane scienze ed insieme esemplarmente cattoliche uscite dalle scuole dei Religiosi; lo dimostra il grande incremento che nella Spagna tali scuole hanno fortunatamente raggiunto, nonché la consolante affluenza degli studenti. Lo conferma infine la fiducia di cui godevano presso i genitori, i quali, avendo da Dio ricevuto il diritto ed il dovere di educare i propri figliuoli, hanno pure la sacrosanta libertà di scegliere coloro che nell’opera educativa debbono efficacemente coadiuvarli.

Ma neppure nei riguardi degli Ordini e delle Congregazioni Religiose è bastato loro questo gravissimo atto. Si sono altresì conculcati indiscutibili diritti di proprietà, si è violata apertamente la libera volontà dei fondatori e dei benefattori per impossessarsi degli edifici al fine di creare scuole laiche, cioè senza Dio, proprio dove i generosi oblatori avevano disposto che fosse impartita una educazione schiettamente cattolica.

Da tutto ciò appare purtroppo chiaro lo scopo che si intende raggiungere con simili disposizioni, quello cioè di educare le nuove generazioni ad uno spirito di indifferenza religiosa, se non di anticlericalismo, strappare dalle anime dei giovani i tradizionali sentimenti cattolici così profondamente radicati nel popolo di Spagna. Si vuol così laicizzare tutto l’insegnamento finora ispirato alla religione ed alla morale cristiana.

Di fronte a una legge tanto lesiva dei diritti e delle libertà ecclesiastiche, diritti che dobbiamo difendere e conservare integri, crediamo preciso dovere del Nostro Apostolico ministero di riprovarla e condannarla. Noi quindi protestiamo solennemente e con tutte le nostre forze contro la legge stessa, dichiarando che essa non potrà essere mai invocata contro i diritti imprescrittibili della Chiesa.

E vogliamo qui riaffermare la Nostra viva fiducia che i Nostri diletti figli della Spagna, compresi della ingiustizia e del danno di tali provvedimenti, si varranno di tutti i mezzi legittimi che per diritto di natura e per disposizione di legge restano in loro potere, in modo da indurre gli stessi legislatori a riformare disposizioni così contrarie ai diritti di ogni cittadino e così ostili alla Chiesa, sostituendole con altre conciliabili con la coscienza cattolica. Intanto però Noi, con tutto l’animo e il cuore di Padre e di Pastore, esortiamo vivamente i Vescovi, i Sacerdoti e tutti coloro che in qualche modo intendono dedicarsi all’educazione della gioventù, a promuovere più intensamente con tutte le forze e con ogni mezzo l’insegnamento religioso e la pratica della vita cristiana. E ciò è tanto più necessario in quanto la nuova legislazione spagnola, con la deleteria introduzione del divorzio, osa profanare il santuario della famiglia, ponendo così — con la tentata dissoluzione della società domestica — i germi delle più dolorose rovine per il civile consorzio.

Dinanzi alla minaccia di così enormi danni raccomandiamo nuovamente e vivamente ai cattolici tutti di Spagna che, messi da parte lamenti e recriminazioni, subordinando anzi al bene comune della patria e della religione ogni altro ideale, tutti si uniscano disciplinati per la difesa della fede e per allontanare i pericoli che minacciano lo stesso civile consorzio.

In modo speciale invitiamo tutti i fedeli ad unirsi nell’Azione Cattolica tante volte da Noi raccomandata; essa, pur non costituendo un partito, anzi dovendo porsi al di fuori e al di sopra di tutti i partiti politici, servirà a formare la coscienza dei cattolici, illuminandola e corroborandola nella difesa della fede contro ogni insidia.

Ed ora, Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi, non sapremmo come meglio concludere questa Nostra lettera, se non ripetendovi che, più che negli aiuti degli uomini, dobbiamo aver fiducia nell’indefettibile assistenza promessa da Dio alla sua Chiesa e nell’immensa bontà del Signore verso coloro che lo amano. Perciò, considerando quanto è avvenuto presso di voi, e addolorati sopra ogni altra cosa per le gravi offese che sono state fatte alla Divina Maestà, con le numerose violazioni dei suoi sacrosanti diritti e con tante trasgressioni delle sue leggi, Noi rivolgiamo al cielo fervide preghiere, domandando a Dio il perdono per le offese a Lui recate. Egli, che tutto può, illumini le menti, raddrizzi le volontà, volga i cuori dei governanti a migliori consigli. A noi arride serena fiducia che la voce supplichevole di tanti buoni figli uniti a Noi nelle preghiera, soprattutto in questo Anno Santo della Redenzione, sarà benignamente accolta dalla clemenza del Padre celeste.

In tale fiducia, anche per propiziare su voi, Venerabili Fratelli e Diletti Figli, e su tutta la Nazione Spagnola, a Noi tanta cara, l’abbondanza dei celesti favori, vi impartiamo con tutta l’effusione dell’animo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 giugno 1933, duodecimo del Nostro Pontificato.

Mi chiamavo Amahd ora sono Cristiano

APOSTATEMi chiamavo Amahd Ora sono Cristiano
«Chi sono io? Ero Ali’ ho 22 anni. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Dove quelli come me venivano perseguitati dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia e da questa Pasqua urlo al mondo che non ho più paura. La mia nuova vita mi ha regalato la libertà»

Questa è la storia del viaggio di Ahmad e Cristiano. Inizia nove anni fa nel paese delle invasioni, delle guerre civili, dei turbanti e dei burqa azzurri, delle barbe e dei kalashnikov, delle condanne a morte per apostasia e degli aquiloni che non possono volare. Ahmad e Cristiano non sono due amici, né fratelli, ma si conoscono bene. Sono la stessa persona. Sì, perché Ahmad durante il suo viaggio fa una scoperta che gli “cambia la vita”, tanto da scegliere un nuovo nome con cui ora potersi identificare veramente. La scoperta è quella di Cristo.
«Chi sono io? Ero Alì e ho 22 anni, sono azaro. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Qui quelli come me, dell’etnia di minoranza e di fede sciita, venivano perseguitati e oppressi dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia nel 2001 e dalla Pasqua del 2008 mi chiamo Cristiano, per urlare al mondo che non ho più paura, perché la mia nuova vita mi ha regalato la libertà». Se fosse ancora a Kabul su Ahmad penderebbe una fatwa, l’avrebbe emessa uno dei tanti mullah, che lì come in Europa non perdonano chi lascia l’islam. «Ma io non tremo né provo vergogna – dice convinto – sento solo molta compassione per i miei amici musulmani, indottrinati e schiavizzati dall’ideologia». Anche a loro con tutti i rischi della situazione, non si priva della «gioia di testimoniare anche a loro» la bellezza di questo suo inatteso incontro.
Ahmad parte da Kabul nel 1999. In tempo per non vedere l’ennesima guerra – quella degli Usa contro i talebani –, troppo tardi per non essere testimone degli orrori sovietici. Suo papà era un comunista di fede, ateo di religione. Difficile, ma vissuto nell’amore e nel rispetto, il suo matrimonio con la mamma di Alì, invece fervente musulmana. Un’infanzia tra il sogno represso di studiare e la consapevolezza di doversi accontentare dei vecchi carriarmati sovietici come unici banchi di scuola. «Da piccoli io e il mio migliore amico Sarwar volevamo diventare attori: quando recitavamo per gioco lui voleva fare il principe, io invece volevo fare il re, perché solo il re ha il potere di tenere aperte tutte le scuole. Quanto ridevamo!».
Ma il sorriso di Ahmad si è spento presto. Una bomba contro la macchina del padre di ritorno da un viaggio di lavoro nel sud, la malattia della madre senza che in città ci fosse un solo ospedale aperto. Finiscono i soldi. Per mangiare. Per riscaldarsi. I nemici del padre, considerato un traditore perché lavorava con i sunniti. La guerra dei talebani. Troppo pericoloso rimanere. Ahmad parte per il Pakistan con la sorella. Ma non sono al sicuro neppure qui. La passione per l’arte, il teatro. Quella dannata passione. Arriva un regista, finalmente Ahmad può recitare in uno spettacolo, anche se solo amatoriale. Il problema è che lui, sciita, interpreterà uno dei tre profeti più cari ai sunniti. Non gli verrà mai perdonato. E dopo settimane di minacce viene rapito da un gruppo di estremisti che lo tengono in uno scantinato senza luce per sei mesi. Salvo per miracolo, ormai deve ripartire.
Migliaia di dollari ai trafficanti di clandestini: Teheran, Macu, Van, Istanbul, un naufragio fortunatamente finito bene. Fucili alla frontiera, ricatti, mazzette, schiavitù, la morte, gli amici che lascia per strada. E poi un canotto gonfiabile comprato al mercato delle illusioni. Per solcare il Mediterraneo. L’isoletta di Lessus e poi Atene, Patras e un camion pieno di scatole che ti fa da culla. La laguna veneziana non ha niente di romantico quando scendi dopo giorni di viaggio senza esserti potuto lavare e mentre i trafficanti ti picchiano su tutto il corpo. Via verso Ancona e da lì il treno per Roma e la “gioia di vedere per la prima volta la bandiera italiana”, rendersi conto che non stai sognando.

L’ipocrisia degli altri immigrati
Come quello degli altri suoi coetanei e connazionali, il giovane viso ha gli occhi vecchi consumati dall’esperienza sbattuta contro troppi e scogliosi lidi. «Pensavo a tutto quello che era successo alla mia famiglia e a me, e mi dicevo: “Tu non hai un futuro”. Non potevo immaginare il mio avvenire diverso dal mio passato». In Italia, però, succede qualcosa: «Qui ho trovato un ambiente accogliente, ho trovato amici e la fede». Con gli altri afghani immigrati «non riesco a integrarmi: quelli arrivati negli ultimi due anni sono tutti cresciuti a Quetta, in Pakistan, mi preoccupano, sono imbevuti di estremismo: mi deridono o minacciano se non vado in moschea o faccio le loro preghiere. Dicono che le donne sono ****, che l’Italia non ha religione e io gli chiedo se si sono mai innamorati di una ragazza italiana o se sono mai stati in una chiesa. Difendono il terrorismo, l’Iran, criticano tutto quello che è occidentale». Eppure qui, in Occidente, cercano quello che il loro paese gli nega: un futuro libero.
Ahmad non ha mai vissuto a suo agio nell’ipocrisia di chi «inneggia alla morale, al rispetto dei valori musulmani e poi appena può si ubriaca e va a cercare donne in discoteca anche durante Ramadan, solo perché è in un paese straniero. Ho passato parte della mia vita attraversando vari Stati per lo più musulmani, e l’accoglienza che ho trovato in Italia è impareggiabile. In Iran, soprattutto, ho incontrato molto razzismo, gli iraniani trattano gli afghani da inferiori, che così vivono isolati, senza grandi possibilità di costruire un futuro», racconta Ahmad.

Le foto, una ragazza, la Messa
«A Roma ho iniziato a frequentare una scuola gestita da suore. Mi sono iscritto ad un corso di fotografia appassionandomi a questa arte. Le suore mi hanno chiesto di fare foto durante una Messa e io ho accettato e da lì ho iniziato ad andare saltuariamente in chiesa. A frequentare la Messa. Le cose che sentivo dire dal sacerdote mi incuriosivano e volevo saperne di più. L’idea che maggiormente mi colpiva all’inizio era che tutti gli esseri umani sono uguali tra loro, fratelli. Ma anche il rifiuto delle guerre e della violenza, per me che ne avevo vista tanta, è un messaggio rivoluzionario: ero abituato alla legge musulmana che invece ti invita a fare la guerra per difendere l’islam».
Per due anni Ahmad è andato a Messa, seguendo più una curiosità che una vocazione. L’amore per una ragazza italiana e cristiana lo avvicina di più al messaggio di Cristo. «Con lei andavo tutte le domeniche in chiesa. Lì mi sentivo sicuro, a mio agio, sentivo che c’era qualcuno che mi ascoltava. Anche prima di convertirmi mi trovavo spesso ad andare in chiesa anche solo per pregare, per cercare conforto. A differenza dell’ateismo che praticava mio padre, la fiducia nell’esistenza di un Dio è quello che poteva darmi la forza di andare avanti, dare un senso al mio dolore».
Per Ahmad inizia il pellegrinaggio nelle parrocchie della capitale per «chiedere informazioni», come dice lui stesso. Finalmente al sesto tentativo trova la sua strada: «Per due anni tutte le domeniche ho frequentato il catechismo, un appuntamento che ho sempre vissuto come una festa con molta gioia. Con gli amici che mi chiedevano dove andavo ogni domenica pomeriggio, inventavo scuse e finti appuntamenti. Non mi avrebbero capito. Il mio catechista è diventato un po’ come un padre per me». Per il giovane afghano ogni passo avanti in questo cammino era un pizzico di forza in più, di sicurezza, di libertà. «Quel che mi affascina del cristianesimo è la presenza concreta di Dio tra noi. L’islam ha come figura centrale il profeta Maometto, che però è morto. Mentre i cristiani hanno Gesù, che è risorto e quindi vivo. Questa è la cosa più bella e che ti dà speranza».
Ahmad è pronto per la «scelta che cambierà la mia vita». A Pasqua di quest’anno arriva il battesimo: «Un momento intenso, mi sono emozionato e alla fine ho chiesto se si poteva fare un’altra volta per quanto forte era il benessere che avevo provato. Sentivo una profonda felicità, la felicità che Gesù mi accettava come suo figlio. Ora dopo il battesimo, anche partecipare alla Messa è completamente diverso: mi sento parte di qualcosa. Ora ho una famiglia vera». Oggi Cristiano vorrebbe diventare catechista, per coinvolgere nella sua esperienza di fede altri giovani. «Sono troppi quelli che dicono di essere cristiani, ma poi le chiese sono piene solo di anziani». Con i colleghi di lavoro spesso parla di Dio. «Cerco di raccontare Gesù anche agli altri immigrati, ma con gli afghani è più difficile, non mi sento sicuro nel farlo. Ce ne sono alcuni, quelli più estremisti, che potrebbero anche uccidermi. Quelli cresciuti in Pakistan sono dei veri e propri talebani, del tutto contrari a qualsiasi idea di conversione».

«Porto la croce, non mi nascondo»
Al momento la sua “nuova identità” è un tabù per molti, ma il ragazzo non si scoraggia, né ha paura. «Cerco di farmi chiamare Cristiano, con il mio nuovo nome, ma molti musulmani mi prendono in giro, si rivolgono a me dicendo: “Guarda è arrivato, Marco, Matteo, Luca…”. Porto la croce al collo e non mi interessa se è rischioso, non voglio più nascondermi, perché ora tutto è cambiato, ora esiste futuro, esiste speranza».
Ahmad amava «le notti buie e senza stelle», perché gli ricordavano la sua vita, il suo martoriato paese, le sue amicizie violentate. «Tutta la mia vita era stata buia, e pensavo che non sarei mai riuscito a vedere la notte in un altro modo, con un altro colore, ad amare la notte con le stelle e la luna. Mi chiedevo sempre se valesse la pena di vivere così». Cristiano ora guarda al cielo d’estate e cerca le stelle, le più luminose possibili.

www.tempi.it
di Marta Allevato

Musulmani convertiti al cristianesimo chiedono liberta’ religiosa

 indonesia chiesaL’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.

Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1)      che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2)      che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3)      che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.

 

L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

Potevano convertirsi all’Islam e aver salva la vita, ma hanno scelto Gesu’

copti_libia2Il vescovo di Samalout, dove verra’ costruita una chiesa in onore dei 21 cristiani egiziani uccisi in Libia dall’Isis, racconta la loro storia

 

L’immagine dei 21 cristiani decapitati in Libia dai terroristi dell’Isis, nel febbraio scorso, e’ rimasta impressa nella memoria degli egiziani. Nessuno, in particolare i cristiani del Paese nord-africano, potra’

mai dimenticare quegli uomini in fila, vestiti con tute arancioni, inginocchiati davanti ai loro boia bardati di nero su una riva del mar Mediterraneo.

 

Questi uomini, già riconosciuti martiri dalla Chiesa ortodossa copta, sono molto venerati. Dopo il blocco a causa di alcuni cavilli burocratici, nei giorni scorsi è finalmente iniziata la costruzione di una chiesa che sarà dedicata a loro, nel villaggio di Al-Awar, zona da cui proveniva la maggior parte di quei 21 martiri.

“Siamo molto fieri dei nostri martiri. Sono stati obbligati a genuflettersi davanti ai loro assassini, ma erano loro i più forti”, spiega a Aide à l’Église en détresse (sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre) il vescovo di Samalout, mons. Bafnotios. Il quale spiega che “i più deboli erano gli assassini, nonostante le loro armi. Altrimenti, perché si sarebbero coperti il volto? Semplice, perché avevano paura. I nostri figli, invece, sono stati forti e hanno proclamato il nome del Signore fino all’ultimo respiro”.

 

Mons. Bafnotios ribadisce poi che da sempre la Chiesa sa che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. Infatti – aggiunge – “da Alessandria ad Assuan, in tutto l’Egitto, la fede dei cristiani si è rafforzata”. Il gesto di coraggio di quei 21 uomini non è passato inosservato nemmeno presso i fedeli all’Islam. “Tanti musulmani ci hanno detto di essersi sentiti fieri di loro. I nostri martiri hanno mostrato che noi egiziani siamo un popolo forte”.

 

Il Vescovo ricorda poi i giorni di attesa, tra il rapimento dei 21 cristiani e la loro esecuzione. “Abbiamo  pregato per 40 o 50 giorni – racconta -. Essi si sarebbero potuti convertire all’Islam, salvando così le proprie vite. Tuttavia hanno scelto Gesù Cristo e accettato la morte”.

 

Uno dei 21 martiri si chiamava Tawadros Youssef Tawadros. Aide à l’Église en détresse ha incontrato due sue figlie, le quali raccontano che l’uomo ha avuto “un sacco di problemi” in Libia “a causa del suo nome cristiano facilmente riconoscibile”. Gli è stato consigliato di cambiare nome, ma Tawadros ha resistito alle pressioni rendendo fiera la sua famiglia e la sua Chiesa. “Noi siamo fiere di nostro padre, non solo per noi, ma anche perché ha fatto onore a tutta la chiesa”, hanno detto le giovani. Resta però il dolore degli orfani, come spiega tra le lacrime un’altra bambina che ha perso il padre in Libia: “Mio papà è in Cielo, ma io sono triste. Perché il Cielo è così lontano”.

Da Zenit.org

Liberta’ religiosa (da Caritas in Veritas – Carita’ nella Verita’) Benedetto XVI

freedom-sign29. C’e’ un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla liberta’ religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte e ai conflitti che nel mondo ancora si combattono per motivazioni religiose, anche se talvolta quella religiosa e’ solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete di dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide nel nome sacro di Dio, come più volte e’ stato pubblicamente rilevato e deplorato dal mio predecessore Giovanni Paolo II e da me stesso [68].
Le violenze frenano lo sviluppo autentico e impediscono l’evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista [69], che genera dolore, devastazione e morte, blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti impedisce l’esercizio del diritto di liberta’ di religione, anche la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessita’ dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane.
Dio e’ il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignita’ e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”. L’uomo non e’ un atomo sperduto in un universo casuale [70], ma e’ una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e che ha da sempre amato. Se l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessita’, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l’uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta umana all’amore divino [71]. Capita anche che i Paesi economicamente sviluppati o quelli emergenti esportino nei Paesi poveri, nel contesto dei loro rapporti culturali, commerciali e politici, questa visione riduttiva della persona e del suo destino. E’ il danno che il « supersviluppo » [72] procura allo sviluppo autentico, quando e’ accompagnato dal « sottosviluppo morale » [73]

Liberta’ di conversione: il “caso serio” della liberta’ religiosa

Affrontiamo i temi scottanti della libertà di conversione, come espressione culmine della libertà di religione e di coscienza, un decisivo terreno di verifica.

 Due Opposte Difficolta’

Dal punto di vista delle società occidentali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione si trovano a convivere con un paradosso. Esse sono sicuramente riconosciute dagli ordinamenti giuridici e affermate dalla mentalità comune. Tuttavia due dati dicono la fragilità di questo riconoscimento. Da una parte si concepisce la coscienza in termini che possiamo definire “creativi” in senso equivoco [cfr. Veritatis splendor 54], mentre la coscienza non ha il potere di stabilire “attivamente” da se stessa cosa sia il bene e il male. Dall’altra queste libertà sono sostanzialmente pensate come una mera prerogativa dell’individuo: “qualcosa” che si riferisce all’ambito del privato e, pertanto, non può pretendere di avere rilevanza pubblica. Il rischio è che queste due declinazioni della libertà religiosa (e di coscienza) si svuotino di contenuto reale nel loro esercizio pratico. In questo modo infatti né si riconosce l’intrinseca dimensione veritativa dell’esperienza religiosa, né si ammette che l’esperienza religiosa si esprime come un fatto comunitario e popolare.

Se volgiamo ora la nostra attenzione all’esperienza dei Paesi a maggioranza musulmana, ci troviamo di fronte una situazione del tutto diversa. Sia la dimensione veritativa dell’esperienza religiosa sia quella popolare appartengono al DNA di questi popoli. Essi mostrano un grande attaccamento alla propria tradizione. Eppure non si può negare un grave deficit nell’ambito della libertà religiosa: si pensi alle restrizioni al culto in alcuni Paesi, alla cittadinanza per i non musulmani in altri, si pensi soprattutto alla decisiva questione della possibilità di cambiare di religione. In talune situazioni sembrerebbe che, mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra fede, la richiesta di libertà religiosa divenga intollerabile se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d’uscita che non di rado viene implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l’Islam, devi abbandonare il paese, per evitare lo “scandalo” di un gesto pubblico.

 Il “Caso Serio” del Rapporto Verità-Libertà

La gravità e l’urgenza delle questioni sollevate nel breve e necessariamente incompleto ritratto che abbiamo delineato indica quanto la questione della libertà religiosa tocchi il cuore dell’uomo.

Senza alcun dubbio, l’accesso al “fondamento” o meglio il desiderio di entrare in rapporto con esso costituisce uno dei più potenti stimoli che animano il cuore dell’uomo. Come afferma la nota frase di Sant’Agostino, «quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?». L’uomo è fatto per la verità, è orientato a essa, come in varie forme non cessano di ricordare le religioni e in modo insistente e positivo richiama la fede musulmana. In essa, tanto è avvertita la decisività del nesso tra l’uomo e la verità che l’orientalista tedesco Franz Rosenthal ha potuto descrivere l’intera civiltà arabo-islamica a partire dalla categoria di “conoscenza”.

A questo proposito mi ha poi colpito apprendere che nella lingua araba una sola parola (haqq) significhi al tempo stesso “vero” e “reale”. Se si aggiunge che lo stesso termine, nella Bibbia ebraica, designa il diritto (hoqq, “statuto, precetto”), non si può non restare stupefatti di fronte alla vastità delle riflessioni che si spalancano a partire da questa suggestiva polisemia. Davvero la vita dell’umanità può essere descritta come un incessante riandare ai grandi interrogativi legati alla verità.

Tuttavia l’equazione tra “vero” e “reale” che l’etimologia del termine arabo suggerirebbe, se interpretata in senso razionalistico, tradisce un possibile rischio, quello di dedurre la verità concettualisticamente, intendendola come un sistema completo e formalmente coerente di proposizioni concettuali. L’atto con cui la coscienza intenziona la realtà, cioè l’affermazione della verità, sarebbe così «il frutto, di carattere rappresentativo, di una mera operazione concettuale». E di conseguenza l’azione sarebbe «l’esecuzione di questo ideale previamente conosciuto».

Variante pratica di tale atteggiamento, ben descritta nella vicenda evangelica del giovane ricco, è il legalismo che «pretende che la libertà si possieda prima di compiersi nell’atto, ritenendo che il suo senso sia già dato una volta per tutte nella norma». Questa visione della verità sarebbe in ultima analisi una forma di gnosi idolatrica, in quanto cela la pretesa, da parte dell’uomo, di possedere con il suo sguardo limitato la compiuta fisionomia di Dio. Eppure, come abbiamo letto nello scorso numero di «Oasis», «sia lode a Colui che non ha dato alle sue creature altre vie per conoscerlo se non la loro incapacità di conoscerlo». Sono parole di Abû Bakr, primo successore del Profeta dell’Islam, che giustamente l’autore dell’articolo accosta al si comprehendis, non est Deus d’agostiniana memoria. Un rapporto di possesso nei confronti della verità, quasi che ne potessimo disporre come di una cosa tra le altre, non è possibile, non è al fondo neppure pensabile. Sia l’Islam sia il Cristianesimo sanno bene il perché: la verità non è un pacchetto di nozioni, ma è una realtà vivente e personale, che continuamente chiama in causa la libertà. Il Suo manifestarsi non può essere inserito a priori nelle anguste caselle di una ragione geometricamente intesa.

In altre parole, la Verità stessa, trascendente e assoluta, domanda per attestarsi all’uomo l’atto della sua decisione. Riflettendo in passato su questo tema, ho avuto modo di sottolineare che «la verità pone l’uomo nella necessità della libera decisione non solo perché gli apre lo spazio della risposta, ma perché la richiede in quanto l’uomo è originariamente destinato alla verità».

Emerge allora con evidenza l’importanza della riflessione moderna sulla libertà, non solo in senso politico (libertà dei popoli e delle nazioni), ma prima di tutto in relazione al suo intrinseco rapporto con la verità.

La verità della libertà implica la libertà nell’aderire alla verità. Se questo è vero per la nostra storia occidentale, altrettanto sembra si possa dire per il mondo arabo-islamico.

La Dimensione Comunitaria

Benedetto XVI, nel recente discorso alle Nazioni Unite, ha avuto modo di affermare che «i diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale».

Le parole del Santo Padre costringono a tener presente la dimensione comunitaria della libertà religiosa. Oggettivamente questo è un punto critico: infatti che cosa succede all’identità di una comunità se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione perché proviene da un’altra religione o perché vi si converte? Non è difficile comprendere come questo fatto sia potenzialmente fonte di tensioni.

L’insegnamento dei protagonisti dell’orientalismo cattolico del XX secolo mostra che la Chiesa cattolica non ha come obiettivo quello di mettere a rischio le basi della convivenza sociale nei Paesi a maggioranza musulmana. Essa non si riconosce in un proselitismo aggressivo che demonizza le culture e le religioni non cristiane. Il Padre Anawati, grande figura di domenicano egiziano, teologo e filosofo, confessava alla fine della sua vita: «Io non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla».

Nello stesso tempo però, il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà umana del singolo. Questo va oggi testimoniato con decisione ai nostri interlocutori musulmani. La dottrina cattolica in proposito non pensa certo la libertà religiosa come possibilità di scelta in un immaginario “supermarket delle religioni”. Insiste sulla libertà religiosa come una conseguenza del dovere assoluto e incombente a ognuno di aderire alla Verità, ma in oggettiva e adeguata coscienza. È questa obbedienza mediata dalla coscienza a fondare la libertà religiosa, che non va limitata alla sola possibilità di esercitare il culto, ma comprende anche il diritto di cambiare religione. Anche qui una necessaria precisazione: così facendo la Chiesa non afferma che ogni scelta in questo ambito vada bene. L’errore in sé non ha diritti, ma la persona che con coscienza retta cade in errore ne possiede. Non certo davanti a Dio, ma davanti agli altri, alla società e allo Stato. Solo Dio è giudice delle scelte del singolo in tale materia. Egli solo può sapere che cosa si trova nel cuore dell’uomo e per quali ragioni egli decida di abbandonare una religione per un’altra.

Si potrebbe obiettare che lo Stato, anche se evidentemente non è in grado di entrare nel cuore dell’uomo, è comunque interessato a mantenere la coesione della comunità. In questa riserva critica c’è del vero, tant’è che i padri del Concilio Vaticano II scelsero di aggiungere alla dichiarazione sulla libertà religiosa contenuta in Dignitatis Humanae, la clausola restrittiva «posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate» (n. 4). Tuttavia, concessa questa precisazione, non si può non domandarsi quale bene può venire alla verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più. Davvero per una comunità religiosa è più deleterio l’abbandono esplicito che una professione di facciata? Già uno dei padri del riformismo islamico moderno, l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) aveva risposto di no, invitando a distinguere tra i primissimi momenti dell’Islam – ove a suo avviso la natura embrionale del movimento avrebbe giustificato l’uso della coercizione – e le epoche successive, in cui tale necessità sarebbe venuta meno.

 Il Primato della Testimonianza

Nel consegnare questi interrogativi alla riflessione dei lettori, mi preme concludere ricordando la breve analisi (cui ho fatto cenno all’inizio) circa le opposte difficoltà che Occidente e mondo a maggioranza musulmana trovano nell’impostare correttamente i temi della libertà religiosa, della libertà di coscienza e della libertà di conversione. Questa difficoltà infatti mostra bene come il dovuto assenso alla verità è sempre drammatico perché la libertà deve decidere sempre e di nuovo in ogni suo singolo atto.

 Come?

Attraverso la strada, talora impervia, della testimonianza, intesa come atteggiamento ad un tempo pratico e speculativo a cui nessuno, tantomeno il cristiano, può sottrarsi. La testimonianza così intesa ci costringe a porgere ai nostri interlocutori musulmani quella che noi crediamo essere l’autentica interpretazione culturale della fede cristiana. E ciò è possibile solo nel reciproco coinvolgimento.

  1. Card. Angelo Scola su Oasis

La Nuova evangelizzazione, aiutata dai musulmani

di Samir Khalil Samir – I migranti islamici aiutano l’occidente secolarizzato a riscoprire la dimensione del sacro, il pudore, ma anche il coraggio a testimoniare in pubblico la propria fede. I cristiani dimenticano di evangelizzare i musulmani perché troppo tiepidi e insicuri nella loro fede cristiana. La missione è un gesto di amore espresso attraverso l’amicizia. La testimonianza di uno degli esperti del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione

Beirut (AsiaNews) – Le migrazioni di musulmani in occidente sono una strada provvidenziale per noi cristiani per riscoprire la nostra fede e per evangelizzare queste comunità. L’Instrumentum Laboris del Sinodo sulla Nuova evangelizzazione parla della necessita di riscoprire la fede e la sua ragionevolezza e allo stesso tempo mette in luce le nuove situazioni e i nuovi areopaghi in cui si svolge la missione di oggi: fra questi vi sono appunto le migrazioni.

Buona Notizia e proselitismo

Va detto però che nel mondo musulmano già l’uso della parola “evangelizzare” è un problema. A tutt’oggi, la parola araba “tabshīr” è utilizzata dai musulmani per esprimere un proselitismo di tipo negativo, un aspetto aggressivo della missione. Spesso, discutendo con i miei amici islamici, io spiego loro che invece il verbo si usa anche nel Corano, in modo molto nobile. Nel libro sacro ai musulmani, si mette questa parola nella bocca di Gesù, che dice: ” Io vi porto il lieto annunzio (“vangelo”) di un profeta che verrà dopo di me il cui nome è Ahmad” (wa-mubashshiran bi-rasulin ya’ti min ba’di smuhu Ahmad = Corano 61:6). In pratica, secondo il Corano, Gesù porta il lieto annunzio profetizzando la venuta di Maometto.

I musulmani citano spesso questa frase, come uno dei loro “dogmi” o delle cosiddette “prove” che dimostrano la superiorità dell’islam sul cristianesimo, Maometto essendo l’ultimo profeta mandato da Dio all’umanità, il “sigillo dei profeti” (khâtam al-nabiyyîn), come dice il Corano 33:40. Anni fa insegnavo filosofia araba all’università del Cairo. I miei studenti (18 in tutto) erano tutti musulmani. Un giorno, alla fine di un corso, uno di loro mi ha accusato: “Lei è venuto qui per fare proselitismo! (tabshīr)”. Io gli ho risposto che mi faceva troppo onore, perché secondo il Corano sono i profeti che fanno tabshir e addirittura Cristo stesso. Lui, un po’ confuso, mi risponde che non intendeva usare quella parola in quel senso. E io gli ho detto che non conoscevo altro senso se non quello con cui la parola è usata nel Corano.

Musulmani e cristiani con un messaggio al mondo intero

La discussione è servita a chiarire le nostre reciproche posizioni. Voi musulmani – spiegavo – avete l’obbligo di fare la Da’wa; avete istituzioni politiche e sociali per fare “l’appello” alla fede, per invitare i non musulmani a aderire all’islam.

Io trovo giusto che voi invitiate la gente a diventare musulmani, perché è segno che ci credete sul serio. Ma anche noi cristiani abbiamo questo obbligo di annunciarvi il lieto annunzio del Vangelo. Come lo dice il Signore risuscitato ai suoi discepoli: “Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia (= Vangelo) a tutta la creazione” (Marco 16:15). Si tratta dunque di una missione universale, valida per tutti e tutte.

Insomma, occorre ricordare a noi e ai musulmani che l’evangelizzazione non è scovare trucchi per convertire o manipolare l’altro, ma il desiderio di mettere a disposizione dell’altro quanto di bello abbiamo scoperto nella nostra vita.

Verità e Libertà, per amore dell’altro

Il problema è che i musulmani non permettono questa libertà di evangelizzare, col motivo che nessuno ha la libertà di rinunciare alla Verità che è nell’Islam. Ma usano di tutti i mezzi per fare la Da’wa, la propaganda islamica. Basta un minuto per fare la doppia proclamazione di fede, la shahâda: “Proclamo che non c’è altro Dio che Dio, e che Muhammad è suo Profeta!”

Spesso spiego ai miei amici musulmani che la libertà è il dono più grande che Dio abbia fatto all’umanità. Dio ci lascia liberi di fare il male, non ci punisce tutte le volte che sbagliamo, anzi ci permette che ci allontaniamo da lui. Certo, Lui c’indica la via del bene, a traverso l’insegnamento dei suoi Messaggeri, ma non obliga nessuno a seguirla.

Ciò significa che la libertà di scelta è fondamentale anche per Dio! Del resto, quel che distingue l’animale dall’uomo è proprio la coscienza. L’animale è programmato con l’istinto, che li permette di agire istintivamente in conformità con la sua propria natura. L’uomo è libero: puo’ scegliere di fare il male, puo’ scegliere di ubriacarsi o di mangiare oltre misura fino ad esserne malato. Non ha l’istinto che lo guida in modo sicuro; invece ha la sua coscienza, che deve pero’ affinare ed educare.

Ciò significa che occorre avere la libertà di scegliere la via che voglio seguire. Occore avere la libertà di annunciare il Vangelo o il Corano per promuovere l’atto di libertà, cosi’ tipico dell’Uomo. Questo significa anche che l’annuncio non può essere un atto di conquista, ma solo un gesto di amore verso l’altro.

Evangelizzazione, un obbligo di amore

L’evangelizzazione per noi cristiani è un obbligo evangelico ed un obbligo di amore (Matteo 28, 19-20). Ma per motivi sociologici o altro, ci vergogniamo di farlo, magari per un falso rispetto della libertà altrui. Ma se è per amore che evangelizziamo, allora troverò il modo di trasmettere la cosa più bella che posseggo ed essere pronto anche a ricevere il loro messaggio.

Un esempio: per me, ogni giorno, sentendo il muezzin, io mi ricordo di Dio e mi metto a pregare col cuore con i musulmani che in questo momento alzano il cuore verso Dio, in uno scambio di esperienze spirituali. Di fatto, senza saperlo, i musulmani ci stanno evangelizzando.

Il musulmano infatti non ha timore di presentare la sua fede; il cristiano in Occidente si vergogna, pensando che la sua fede è un valore privato. Perciò, in Occidente i cristiani – guardando i musulmani – devono convertirsi per comprendere che la religione fa parte delle realtà spirituali della vita, affianco a tutte le altre e non c’è bisogno di nasconderla. Dobbiamo imparare a essere orgogliosi della nostra fede, senza per questo cadere nell’ostentazione o nella propaganda e il proselitismo.

L’immigrazione musulmana, un atto della Provvidenza divina

Anche la presenza di gruppi musulmani nei Paesi europei e occidentali richiede con urgenza l’evangelizzazione. Nei Paesi islamici è quasi impossibile invitare un musulmano a scoprire il Vangelo. Quasi ovunque, anche nei Paesi musulmani detti “laici” (Turchia, Tunisia per esempio), la conversione dall’islam al cristianesimo non è, in pratica, un atto banale o permesso. Tale difficoltà è dovuta al fatto che l’islam, essendo una realtà politico-militare come anche religiosa-spirituale, considera la conversione come un tradimento della “Nazione musulmana” (la Ummah), e vieta l’evangelizzazione sotto pena di prigione o di morte.

Ma l’immigrazione ha cambiato i connotati della questione. In Europa occidentale ci sono circa 15 milioni di musulmani. Troppo spesso si vede questo loro arrivo come un’invasione, e forse lo è in una certa misura, perché sta cambiando troppo velocemente la struttura della società, e rischia di modificare profondamente la società nel futuro.

Ma c’è anche un’altra lettura possibile. Se quest’immigrazione, essenzialmente per motivi economici, fosse un gesto della Provvidenza divina che manda i musulmani in un terreno più liberale e neutrale. Perciò, invece di vedere l’immigrazione come un’aggressione, vediamola come una possibilità di incontro e di scambio di valori: loro presentano la loro spiritualità, e noi abbiamo la possibilità di presentare con libertà la nostra spiritualità. Mi sembra più costruttivo e positivo cambiare registro e vedere questa immigrazione come un dono di Dio.

Semplicità e coraggio per dirsi credente ed annunziare l’Amore di Dio in Cristo

Ma di fatto mi sembra che siamo noi cristiani ad essere carenti. I musulmani – magari con il loro modo talvolta eccessivo di esibire la loro religione – ci spingono a riscoprire la nostra spiritualità e il coraggio di proclamarsi con semplicità credente: una volta noi attraversavamo anche i mari sconosciuti per annunciare il Vangelo; ora diciamo che perfino a casa nostra “è impossibile annunciare” perché “l’ambiente sociologico non lo permette” o perché “bisogna andare cauti”, oppure per un falso “rispetto” dell’altro.

Invece, in Europa, ormai un musulmano può entrare in una chiesa quando vuole; se vuole leggere il Vangelo, può acquistarlo in una libreria (in alcuni Paesi islamici è proibito introdurre Vangeli). Dobbiamo guardare questa situazione di libertà come una grande occasione di evangelizzazione, e con infinito rispetto della libertà loro. Non dobbiamo essere irrealisti, ma dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso i musulmani, pensando che anche loro attendono l’amore infinito di Gesù.

Come evangelizzare i musulmani?

Come si fa l’evangelizzazione con i musulmani? La cosa primaria è l’amicizia. Evangelizzare non è aggredire, ma creare amicizia senz’altro scopo che la simpatia, l’accoglienza, la fraternità. E questo si può fare ovunque: per strada, coi vicini, a scuola, nel lavoro, nel bus, nel treno … E parlando, affrontando i problemi della vita, dei figli, ognuno comunica la propria visione, testimonia i propri valori e il fondamento della propria fede.

Per esempio, talvolta mi trovo con alcuni musulmani che osservano il puro e l’impuro nei cibi, e provano disgusto a vedermi mangiare del maiale. Io spiego loro che per noi cristiani “tutto è puro per quelli che sono puri“, come dice Paolo (Tito 1:15), in conformità con l’insegnamento di Gesù : “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15:11). Perciò, per noi non vi sono divieti sul cibo. Questa piccola cosa mostra che perfino nelle cose di tutti i giorni noi possiamo offrire il segno della novità cristiana.

Oppure quando due mamme scambiano le loro esperienze con i figli e le figlie, c’è il messaggio del Vangelo che passa attraverso scambi apparentemente banali … se siamo penetrati dal Vangelo. L’evangelizzazione comincia con noi stessi, con lasciarci prendere da Cristo per vivere più seriamente l’ideale del Vangelo.

In Europa ci sono migranti della prima o della terza generazione, che non si sentono accettati: questa vicinanza fraterna, piena di testimonianza è importante. L’evangelizzazione non è un corso di teologia sulla Trinità, non suppone studi particolare. L’evangelizzazione è una testimonianza di vita fraterna, solidare e pura.

Siamo anche evangelizzati dal musulmano

Allo stesso tempo, in una società occidentale così secolarizzata, dove il denaro è diventato una divinità (il Mammone del Vangelo) (Matteo 6:24, e Luca 16:9-13), dove il sesso è divenuto una cosa banale, quasi un gioco o uno sfogo di tipo animale, certi atteggiamenti di pudore dei musulmani sono importanti anche per noi. E il richiamo quotidiano del musulmano all’unicità divina: Non c’è altra divinità che Dio: né soldi, né sesso, né potere … solo Dio conta, ci riporta all’essenziale della fede cristiana.

Troppo spesso in Europa incontro vescovi e sacerdoti che sono fin troppo cauti nella testimonianza e nell’evangelizzazione verso i musulmani. Essi preferiscono lasciare ognuno nella sua religione, perché tanto “tutti si salvano nella loro tradizione”… e qualcuno aggiunge “come l’ha insegnato il Vaticano II” ! In realtà in questione qui non c’è la salvezza finale (che è un affare di Dio), ma il desiderio di condividere la gioia della salvezza ora. E l’amore consiste nel comunicare all’altro ciò che io ho ricevuto.

In conclusione

Nel cristianesimo odierno in Europa c’è una mancanza di convinzione nel Vangelo. Lo scambio e la convivenza fra cristiani e musulmani ci potrà aiutare a scoprire la ricchezza della fede cristiana. Quando un musulmano mi parla della bellezza e della pratica della sua fede, o della preghiera, dell’adorazione, ecc… risveglia in me elementi simili presenti nella mia tradizione. Attraverso i musulmani possiamo riscoprire il valore del sacro nella vita e riscoprire la ricchezza della nostra tradizione. Diam’s, la cantante rapper francese di origine cipriota, Mélanie Georgiades ,si è convertita all’islam perché ha scoperto quanto i musulmani ci tengono alla preghiera.

L’immigrazione musulmana ha certo in alcuni casi un carattere aggressivo, soprattutto quando i musulmani pretendono di seguire i loro costumi e le lore norme in Occidente, con poco rispetto per i costumi e norme del Paese d’immigrazione. E’ una realtà di ogni giorno – ma non è una realtà generalizzata – che bisogna osservare con attenzione.

Mi sembra però più importante di guardare alle migrazioni non come un’aggressività da temere, ma come una possibilità di scambio di esperienze profonde, e soprattutto come un’occasione provvidenziale. Essa ci aiuta a superare la secolarizzazione, ci porta alla riscoperta del Vangelo e ci spinge ad annunciarlo.

Van Thuan e la fede durante la persecuzione

FrancoisXavierNguyenVanThuan3«In isolamento, in una cella senza luce, suoni o qualunque altro segno di presenza umana, una volta non fui nemmeno capace di ricordare l’Ave Maria. Fu l’unica volta, durante la mia prigionia, che ebbi veramente paura».
Raccontò così, una volta, le sue sofferenze Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Non senza quell’espressione serena con la quale era solito ripercorrere anche i tredici anni della sua personale Via Crucis. È un volto ancora ben stampato nella memoria di molti quello che emerge dalle pagine di Il miracolo della speranza, la biografia del presule vietnamita scritta da André Nguyen Van Chau, intellettuale e amico del cardinale scomparso il 16 dicembre 2002 (Edizioni San Paolo, pagine 318, Euro 18).
Una testimonianza preziosa, la sua. Per capire che dietro al coraggio di un uomo c’era una lunga storia. Figlio del clan Ngo Dinh, la famiglia cattolica simbolo della storia del Vietnam moderno, Thuan, classe 1928, fin da bambino ascoltava il racconto di zia Lien, unica sopravvissuta nel 1885 al massacro dei cattolici di Dhai Pong. Si erano riparati in chiesa per sfuggire ai van than, gli intellettuali fanatici sobillati dai mandarini. Loro diedero fuoco all’edificio. E ributtavano dentro i bambini che i genitori, disperatamente, cercavano di salvare gettandoli fuori dalle finestre. La madre del futuro presule, Hiep, era la figlia di Ngo Dinh Kha, patriota nel Vietnam di inizio ‘900, e sorella di Diem, il futuro primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud, tolto di mezzo nel 1963 da un colpo di Stato di un gruppo di generali perché giudicato troppo poco filo-americano.
Non stupisce, dunque, che la vocazione al sacerdozio di Thuan si intrecci continuamente con il dramma del suo Paese: dallo shock per l’allontanamento dei superiori francesi dal seminario minore agli omicidi politici che colpiranno, sempre più duramente, la sua famiglia. Fino, appunto, alla morte di Diem, considerato dal giovane nipote un padre spirituale prima ancora che un punto di riferimento per leggere la realtà. Da lui aveva imparato a capire cos’era davvero la minaccia comunista. Ma anche che il Vietnam non sarebbe mai riuscito a sopravvivere se avesse contato solo sullo straniero forte di turno.
Intanto il suo sogno di diventare un bravo prete di campagna svaniva: dopo gli anni da rettore al seminario di Hué, nel 1967 fu nominato vescovo di Nha Trang. Sapeva ormai come sarebbe finita la guerra. E allora decise che la Chiesa non doveva farsi trovare impreparata: curò la formazione dei laici, si impegnò nella pastorale vocazionale. E quando i comunisti, nell’aprile 1975, si avvicinarono a Nha Trang chiese e ottenne dal delegato apostolico il permesso di ordinare preti tutti i seminaristi maggiori.
Proprio mentre il Vietnam del Sud piombava nel baratro, Thuan ricevette la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, o Città Ho Chi Min, come i nuovi conquistatori l’avevano ribattezzata. Nell’ora più drammatica Paolo VI sceglieva di puntare su quel giovane presule dal cognome importante che si era fatto conoscere per il coraggio e la dedizione con cui stava dirigendo il Corev, l’organismo della Conferenza episcopale per l’aiuto e l’assistenza ai profughi. Ma questa attività non era passata inosservata nemmeno ai comunisti; a loro fu immediatamente chiaro che il nipote di Diem per nessuna ragione avrebbe dovuto salire sulla cattedra di Saigon.
Il 15 agosto 1975 iniziò il Calvario di Thuan. Il primo periodo lo trascorse agli arresti domiciliari a Cay Vong. Fu in quei mesi che, sul retro dei fogli di un calendario, scrisse Il cammino della speranza, un libro che presto cominciò a circolare clandestinamente tra i cattolici vietnamiti e ad essere tradotto all’estero.
Nel frattempo, però, per Thuan era cominciato il periodo più duro: il 19 marzo 1976 venne trasferito nel campo di prigionia di Phu Khanh, dove conobbe l’annientamento prodotto dall’isolamento totale. Rinchiuso da solo in una cel la umida, senza finestre, con una sola lampadina accesa o spenta a piacimento dai suoi carcerieri. Sperimentò l’umiliazione di vedersi arbitrariamente negato l’accesso alla latrina. Furono otto mesi durissimi, in cui i suoi aguzzini lo portarono intenzionalmente sull’orlo della follia.
Poi finì nel campo di prigionia del Vietnam del Nord. Fu qui che riuscì a realizzare, con due pezzi di legno, la croce pettorale che anche una volta liberato avrebbe continuato a indossare. E a celebrare Messa con poche gocce di vino che era riuscito a farsi spedire come medicina per un «disturbo di stomaco» e alcuni pezzetti di pane tenuti nascosti. Nel maggio 1978 la detenzione fu trasformata in confino nel villaggio di Giang Xa. Qui avrebbe appreso con grande emozione dell’elezione a Papa di quel cardinale Karol Wojtyla che aveva conosciuto a Roma all’inizio degli anni ’70.
Ma per Thuan sarebbero venuti ancora giorni difficili: il 5 novembre 1982 sarebbe tornato in cella, questa volta ad Hanoi. E ci sarebbe rimasto per altri sei anni prima di potere, finalmente, riassaporare la libertà. Ma mai prendere possesso della sua sede arcivescovile. Nel dicembre 1991, di fronte al rischio concreto di nuove misure restrittive, da Roma arrivò il consiglio di partire: e fu un viaggio di sola andata. Nell’aprile 1994, il Papa lo nominò vice-presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, dicastero vaticano che quattro anni dopo sarebbe stato chiamato a guidare. Infine, nel febbraio 2001, la porpora cardinalizia. Ma sempre con al collo quella croce di legno.

Giorgio Bernardelli

Musulmani convertiti a Cristo, malvisti dalla Umma e dalle comunita’ cristiane

Mohammed Christophe Bilek lancia un appello ai musulmani perché difendano la libertà di coscienza e il diritto di un musulmano a cambiare la sua religione, allo stesso modo in cui esiste il diritto di un cristiano ad abbracciare la religione islamica. Nello stesso tempo, egli chiede ai cristiani di non emarginare i convertiti e lavorare per garantire i loro diritti nei Paesi islamici e in Europa.

Parigi (AsiaNews) – Persecuzione diretta da parte della comunità islamica; imbarazzo e indifferenza verso la loro sorte da parte dei cristiani: è la situazione che affrontano molti musulmani che si sono convertiti al cristianesimo, non solo nei loro Paesi di origine, ma anche in Europa, dove – invece di garantire la libertà di coscienza – si difende soltanto la libertà per i musulmani di testimoniare la loro fede. Mohammed Christophe Bilek lancia un appello con questa lettera inviata ad AsiaNews.

Mohammed Christophe Bilek è nato in Algeria nel 1950 e vive in Francia dal 1961. È l’autore di due libri, “Un algerino non troppo cattolico” (1999, Cerf) e “Sant’Agostino raccontato a mia figlia”. Dagli anni ’90 egli è anche il responsabile del sito Notre Dame de Kabylie, per l’evangelizzazione dei musulmani e il dialogo islamo-cristiano.

Cari amici, se la persecuzione è il destino di numerosi cristiani, che dire dei musulmani che vogliono diventare cristiani? Essi sono come dei bambini che stanno per nascere, ai quali si rifiuta il diritto di esistere!

Questa settimana, un algerino battezzato a Pasqua mi ha detto: “Questa comunità [musulmana] mi fa stare male, questa Umma che vuol fare di me il suo schiavo! Non è Allah che fa di me il suo schiavo – come essi pretendono – ma essa…nel nome di Allah! Io non voglio essere prigioniero di un dogma, non voglio vivere nella menzogna! Al contrario, Dio mi chiama alla verità del Vangelo che libera. Io non impongo la mia fede a nessuno, nemmeno a mia figlia… Perché mi si vuole imporre la fede musulmana?”.

Sì, cari amici, coloro che oggi scelgono di seguire Gesù Cristo, come me già più di 40 anni fa, si nascondono anche in Francia, in Europa, per paura di violenze e rappresaglie familiari o comunitarie. A maggior ragione, immaginate la vita dei nostri fratelli che non hanno la possibilità di vivere in Paesi che rispettano la libertà di coscienza, che vivono seppelliti in Marocco o in Tunisia, per esempio.

Essi ci supplicano, vi implorano di pregare per loro e di non dimenticarli. Ma occorre fare di più e prendere le loro difese contro leggi liberticide che non vengono da Dio, ma dagli uomini, checché ne dicano coloro che le vogliono imporre.

Come prendere le loro difese? Con le armi? No, certo. Piuttosto, con le armi del Vangelo: quelle della giustizia, della verità, della carità, della fraternità.

Quanto a giustizia e verità, si continua a negare questa evidenza: che noi, in quanto cristiani, in tutto il mondo musulmano, siamo spogliati dei nostri diritti e della libertà. Basta ricordare la legge sull’apostasia, istituita con la sharia e praticata da numerosi Paesi come l’Arabia saudita o l’Iran.

Lasciate che vi domandi: forse Gesù Cristo ha imposto la sua legge? Sebbene essa sia una legge d’amore, ha mai Egli forzato qualcuno a praticarla? Forse che la Chiesa cattolica, per esempio, scomunica e lancia della fatwa contro coloro che la abbandonano per divenire musulmani? Forse che essa minaccia i fulmini e l’inferno per il fatto che essi sono iscritti sui registri del battesimo?

No, certo. E perché? Perché la fede è un’adesione liberamente consentita da Dio. E dunque a Lui ognuno renderà conto.

Ora, questo diritto di abbandonare il cristianesimo, riconosciuto ai convertiti all’islam, perché non è riconosciuto a coloro che vogliono abbandonare la religione musulmana per seguire Gesù Cristo? Vogliamo dunque dire ai musulmani sinceri: mostratevi caritatevoli e accettate questa uguaglianza davanti a Dio, solo giudice, in modo definitivo e senza concessione! Ditelo pubblicamente, almeno qui in Francia, in Europa, dove voi reclamate i vostri diritti. Siate conseguenti e credibili, ammettendo uguali diritti umani ai vostri fratelli che hanno scelto un’altra via!

Riguardo alla fraternità cristiana, non posso che citare ancora le parole di quell’algerino: “I musulmani mi fanno stare male, è un fatto, perché essi si immischiano nella mia vita interiore, mentre essa riguarda [solo] Dio; ma quelli che mi uccidono sono questi fratelli cristiani, che chiacchierano con i musulmani, ma non levano nemmeno il dito mignolo per aiutarci: forse ci prendono per dei bugiardi? Mi domando: per loro siamo dei falsi fratelli o dei fratelli di secondo ordine?”.

L’amico algerino ha ragione: come si può credere alla sincerità di questi cristiani, convinti o no, che qui in Francia e in Europa, hanno in bocca solo parole come “islamofobia”, “stigmatizzazione dei musulmani”, ma si tacciono o si volgono altrove per non vedere le sofferenze e gli abusi che i cristiani subiscono, impediti di vivere la loro fede nei loro Paesi d’origine e nei loro Paesi di esilio? Non accade forse che essi pongono una discriminazione fra noi e loro? Senza arrivare fino a parlare di razzismo, non praticano forse una segregazione fra noi e loro? Essi si credono giusti, ma denunciano solo alcune ingiustizie.

In conclusione, vogliamo riaffermare qui, davanti a Dio, per coloro che hanno orecchie per intendere, le parole di una celebre figlia di Francia: noi non abbiamo il compito di convincervi. Ad ogni modo, poiché nostro Signore deve essere il primo ad ricevere il nostro servizio, in accordo con Giovanna di Francia [d’Arco],.. e poiché la nostra anima appartiene a Dio, secondo l’espressione di sant’Agostino, … noi testimoniamo pubblicamente che oggi Gesù Cristo è perseguitato nei fratelli e nelle sorelle che provengono dalla tradizione musulmana.

di Mohammed Christophe Bilek

I cristiani nell’impero ottomano e nella Turchia moderna

ottomani-620x345La situazione dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana conobbe un notevole miglioramento sotto la dominazione dei turchi selgiuchidi.

[…] Nell’impero ottomano, nel XIX secolo, il tasso di scolarizzazione delle comunita’ cristiane era di gran lunga superiore a quello della comunità musulmana e perfino di quella ebraica. […] Tale relativo benessere si espresse anche in termini demografici: nel 1914, l’anno dello scoppio della grande guerra, i cristiani erano circa il 24 per cento della popolazione dell’impero, raggiungendo il 30 per cento nelle regioni delle attuali Siria, Libano, Giordania e Palestina. […] 

Ma dopo la fine della prima guerra mondiale […] l’impero ottomano si dissolve e […] si profila per le comunità cristiane residenti nell’area una situazione del tutto nuova, meno vantaggiosa di quella precedente. In Turchia il processo di costituzione dello stato nazionale, basato sull’identita’ turca, condusse all’esclusione dei cristiani dal nuovo stato. […] L’ideologia dei “giovani turchi”, al potere dal 1908, si fondava su un nazionalismo intransigente, che, pur ispirandosi a modelli occidentali di impronta liberale, col passare del tempo aveva assunto tratti apertamente autoritari. Il nuovo governo ben presto entrò in conflitto con alcuni settori del mondo politico armeno, in particolare quello più sensibile alle idee socialiste, che chiedeva l’indipendenza o l’autonomia della regione abitata dalla maggioranza armena. Ora, mentre il distacco dell’area araba e balcanica dal dissolto impero ottomano poteva essere tollerato perché questa non era strettamente legata al nuovo assetto politico-istituzionale che si stava creando, l’autonomia di una parte dell’Anatolia, a maggioranza armena, avrebbe significato un’amputazione insostenibile del territorio nazionale, già fortemente ridotto, tanto più che le rivendicazioni armene erano appoggiate dalla Russia, la quale mirava a espandere il suo territorio a scapito della Turchia. Così la comunità cristiana armena, tradizionalmente considerata fedele alla Sublime Porta, fu percepita come un pericolo per la creazione di uno stato turco unitario, una sorta di quinta colonna al servizio del nemico russo, secolare antagonista degli ottomani.

IL MASSACRO DEI CRISTIANI ARMENI
L’occasione per risolvere una volta per tutte il problema della “minaccia armena” fu offerta al governo nazionalista dallo stato di guerra in cui a partire dal 1915 versava l’Europa. La repressione contro gli armeni fu attuata sia con truppe regolari, sia incitando contro di essi le tribù curde e circasse, tradizionali nemiche delle comunità cristiane, facendo appello alla guerra santa, il jihad, contro gli infedeli cristiani. Il ricorso al jihad e alla motivazione religiosa da parte di un governo, quello dei giovani turchi, che si presentava come laico e indifferente a questioni di natura religiosa, fu puramente strumentale e preordinato a fomentare le rappresaglie delle popolazioni musulmane contro i cristiani, avvertiti ormai come nemici irriducibili del nuovo ordine “panturco”. Gli storici calcolano che la sollevazione contro gli armeni costò la vita a circa un milione e mezzo di persone.

Nella quasi indifferenza delle cancellerie europee, preoccupate dagli sviluppi della guerra in corso e troppo indaffarate a tessere il sistema delle alleanze, si consumò uno dei più tragici massacri del XX secolo, purtroppo per lungo tempo disconosciuto o sminuito. In Turchia il processo di costituzione dello stato nazionale fu attuato disgregando il vecchio sistema della coabitazione tra confessioni religiose ed etniche diverse che aveva caratterizzato il lungo periodo della dominazione ottomana. […] Il nuovo stato nasceva ripulito dell’elemento non-turco e non-musulmano. […] Oltre agli armeni, anche i cristiani di confessione greco-ortodossa furono espulsi […]. Dopo la fine della guerra greco-turca, nel 1922, il governo turco, avendo vinto il conflitto, stabilì nelle trattative di pace – con l’accordo delle potenze occidentali – che fosse attuato uno scambio di popolazioni. In tal modo la maggior parte dei greco-ortodossi furono obbligati a lasciare la Turchia, che consideravano la loro terra, e a installarsi sul territorio greco, di cui non conoscevano neppure la lingua. Si calcola che 1.344.000 cristiani greco-ortodossi turchi furono deportati in territorio greco e che 464.000 musulmani greci furono trasferiti in Turchia. […]

LA TURCHIA LAICA DI KEMAL ATATÜRK
La Turchia moderna si definisce come un repubblica laica, la quale nella costituzione sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge “senza distinzione di opinione o di religione”, e stabilisce solennemente “la libertà di culto, di religione e di pensiero”. Quindi, affermano gli osservatori, essa è sostanzialmente diversa dagli altri stati musulmani, nei quali il rapporto tra sfera politica e sfera religiosa è così stretto da confondersi.
Di fatto, però, il laicismo turco, nonostante gli sforzi compiuti in un recente passato per ricalcare l’ammirato modello francese, ha poco in comune con la dottrina illuministica e liberale della cosiddetta separazione tra stato e Chiesa nell’ambito pubblico. Nell’islam, sia in quello fondamentalista e radicale sia in quello moderato, non esiste alcuna distinzione tra ambito religioso e ambito politico; le due realtà convivono l’una dentro l’altra. […] Nel mondo cristiano al contrario esistono due poteri, quello di Dio e quello di Cesare; essi possono essere associati o separati, possono essere in armonia o in conflitto, come spesso è accaduto nella storia, ma sono sempre due, quindi distinti tra loro e autonomi nell’ambito delle rispettive competenze.
Per Kemal Atatürk (1881-1938), il fondatore della Turchia moderna, laicizzare lo stato non significò distinguere e separare gli ambiti di competenza dei due poteri, secondo il modello europeo, ma semplicemente eliminare la religione dall’ambito pubblico e sottoporre a tutela statale l’organizzazione del culto. Di fatto ancora oggi il ministero degli affari religiosi gestisce direttamente in Turchia 75.000 moschee, nelle quali lavorano circa 100.000 funzionari stipendiati dallo stato, e ha un bilancio superiore a quello del ministero dell’industria. Insomma, lo stato in Turchia, come del resto anche negli altri Paesi musulmani, è l’ultima istanza in materia religiosa; è infatti l’autorità governativa che limita e a volte anche reprime alcune manifestazioni di carattere religioso, ritenute non compatibili con la laicità dello stato: ad esempio, vietando il velo alle donne che studiano all’università o lavorano negli uffici pubblici.

ATATÜRK : UN MODELLO DI ISLAM MODERATO
Ma l’islam turco, cacciato dalla sfera politica, sopravvive e prospera nella società civile: nelle numerose confraternite sufi e nei movimenti politici filoislamici nati in questi ultimi decenni. Questo complesso movimento islamico comprende in sé varie tendenze, sia quella fondamentalista, ispirata ai movimenti radicali, presenti in quasi tutti i paesi islamici, che predicano il jihad contro l’Occidente “ateo e corrotto” e vorrebbero che la shari’a diventasse legge dello stato, sia quella moderata, attenta al dialogo con la modernità e interessata a intrattenere rapporti di amicizia con il mondo occidentale. […]
La maggioranza della popolazione turca si definisce di fede musulmana sunnita. In realtà gli aleviti, che sono un ramo degli alauiti sciiti, sono più del 20 per cento della popolazione e praticano un islam moderato, secondo alcuni eretico, in ogni caso alieno dalle nuove tendenze fondamentaliste. Essi non velano le donne, sono monogami, non pregano in moschea e non vanno in pellegrinaggio alla Mecca, non osservano le cinque preghiere giornaliere del pio musulmano e sostituiscono il digiuno del Ramadam con l’astinenza dell’Ashura. Politicamente sono filokemalisti.
Al laicismo di stato rigorosamente praticato dai governi kemalisti è succeduto negli anni della guerra fredda un indirizzo politico più tollerante nei confronti della religione. Di fronte all’incapacità dei governi kemalisti di fronteggiare il terrorismo curdo di matrice comunista e separatista, dopo il colpo di stato del 1980 il potere fu attribuito, per suggerimento dei militari e degli Stati Uniti, a una personalità religiosa di ambiente sufi, Turgut Özal, che godeva di un ampio consenso popolare. In quel momento l’appello alla comune fede musulmana sunnita sembrava l’unica via per tenere sotto controllo il separatismo curdo. La prematura morte di Özal aprì la via a un periodo di instabilità politica e sociale, mentre nel paese guadagnava consensi il partito Refah (che significa Benessere) di ispirazione islamica sunnita e diretto da Necmettin Erbakan. Esso si presentò nelle elezioni politiche del 1995 ottenendo la maggioranza dei suffragi: era la prima volta in Turchia che un partito di forte ispirazione religiosa vinceva ed era chiamato a governare il paese.

di Giovanni Sale S.I.

Turchia e religioni

avanzata_turca_ottomani_5001Nostra intervista a Mesrob II, patriarca di Costantinopoli della Chiesa ortodossa armeno-apostolica del paese. Il presente incerto su un passato glorioso e drammatico. È uno dei due patriarchi di Costantinopoli, assieme a quello grecoortodosso Bartolomeo I. Mesrob II, patriarca armeno apostolico, mi riceve nel suo patriarcato ubicato in un quartiere popolare, in una palazzo restaurato di recente, dopo che nel terremoto del 1999 era stato gravemente danneggiato. Il patriarca nemmeno cinquantenne, barba fluente così come il suo inglese, modi occidentali con gli occidentali, modi orientali con gli orientali, è personaggio di grande energia, che sa destreggiarsi con abilità nel contesto assai delicato per le minoranze religiose quale quello vigente tuttora in Turchia.

Prima della sua elezione, giusto per fare un esempio, il governo aveva congelato il patriarcato, impedendo per alcuni anni l’elezione del suo nuovo titolare. La strada è transennata per il ti more di attentati, e nella portineria hanno addirittura installato un metal detector. Mesrob II mi accoglie nel suo studio con estrema cordialità. L’intervista prosegue per un’ora abbondante.
Sua beatitudine, cosa pensa dell’attuale situazione del movimento ecumenico, in particolare per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa cattolica romana e Chiesa armena?
Dopo la spinta del Vaticano II, la fondazione del Consiglio ecumenico delle chiese e l’inizio di proficui colloqui bilaterali, ora mi sembra si sia arrivati ad una certa burocratizzazione del movimento ecumenico, che si esprime in congressi che possono talvolta risultare sterili. Alcuni argomenti, poi, quali il problema dell’uniatismo, quello della consacrazione di donne vescovi, o quello dell’omosessualità nel clero per non parlare della complessa vicenda del Consiglio ecumenico delle chiese, hanno portato un certo scompiglio nella ricerca della piena unità tra i cristiani. Ci sono numerosi ortodossi come in Bulgaria e in Georgia che vorrebbero addirittura chiudere definitivamente le relazioni con gli anglicani! La situazione, quindi, non è semplice, e rischia di insabbiarsi gravemente.

Che fare?
Per tutto quanto detto, ora forse è necessario un periodo di silenzio e di ripensamento, per preparare un altro momento di rottura salutare con la situazione attuale: per far ciò bisogna sottolineare primo luogo il dialogo della l’ecumenismo spirituale, a cominciare dal livello di base, delle parrocchie e delle diocesi. I documenti redatti non bastano, se non vengono digeriti dalle comunità. Sembra che la gente sia più naturalmente propensa all’ecumenismo quanto non lo siano le autorità delle singole chiese. Forse le comunità sono più aperte alle spinte ecumeniche ispirate dallo Spirito Santo. A livello di autorità bisogna anche porre una particolare attenzione al fatto che, se crediamo in un solo Cristo, gli atti compiuti da una sola chiesa ormai hanno effetti proprio a causa del movimento ecumenico, su tutte le altre chiese: ne ho parlato recentemente con l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e ci siamo trovati d’accordo su ciò. Dobbiamo inoltre stare attenti a non compiere atti antibiblici, che vano contro il pensiero della Scrittura. Perché è sulla base di essa che possono avvenire le convergenze ecumeniche. Esistono diverse tradizioni religiose e confessionali, ma non tradizioni antibibliche.

La complessa situazione politica internazionale spinge alla ricerca di un avvicinamento tra le Chiese cristiane?
Certamente. Nelle chiese locali, in particolare nei paesi a maggioranza musulmana, si avverte un forte bisogno di mantenere relazioni tra fedi diverse. Oggi, di fronte a chi usa le religioni per seminare divisione e terrore, è più che mai necessario vivere onestamente la propria fede e stare assieme, mostrarsi uniti. Per questo la prima cosa da fare è pregare, e capire che l’ecumenismo è prima di tutto un affare di cristiani che vogliono essere uniti. E le comunità debbono poi sostenere le proprie autorità nei passi necessari da compiere. Di fronte alla sfida lanciata dal mondo musulmano e al confronto attualmente in atto col mondo islamico, è assolutamente necessario che le Chiese cristiane si presentino unite, come un solo corpo, in particolare in regioni come la Turchia dove la presenza cristiana è in ribasso, e l’emigrazione la colpisce grandemente.
Con la Chiesa cattolica, come vanno le cose?
A dire il vero, da tempo molta gente ha lavorato e lavora in questa direzione di un ecumenismo reale, a cominciare dai compianti cardinali Bea e Willebrands. Giovanni Paolo II è egli stesso un grande personaggio dell’ecumenismo, senza dubbio. In particolare è stato ispirato nello spingere il laicato verso il movimento ecumenico, grazie anche a nuovi movimenti quali i Focolari che sanno costruire ponti con le altre Chiese apostoliche. Ho incontrato il papa diverse volte, e sempre sono uscito edificato dai nostri colloqui. Sin dai tempi di Karekin I le relazioni sono migliorate tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa armeno apostolica, anche perché in numerosi paesi dove vive la diaspora armena i rapporti sono migliorati: penso agli Stati Uniti, a Los Angeles e a New York. È stata poi importante la visita di Giovanni Paolo II a Karekin II in Armenia.

L’Europa deve respirare con i suoi due polmoni, dicono numerosi attori della politica e della cultura europea, così come numerosi responsabili di chiese. È d’accordo con questa visione? La sua recente visita al Parlamento europeo è un segnale…
L’entrata nell’Unione europea della Turchia mi sembra che sarebbe molto importante per tutto il paese, ma in modo particolare per le minoranze che vivono in essa. Un’eventuale entrata significherà elevare il livello di vita dell’intera popolazione, non solo dal punto di vista economico. In Turchia la grande maggioranza della gente è favorevole ad un’entrata rapida nell’Ue, mentre le resistenze sembrano soprattutto annidarsi negli attuali paesi membri dell’Unione: cosa comprensibile, se si pensa solo che l’entrata del nostro paese porterebbe all’ingresso, d’un colpo solo, di 70 milioni di musulmani. Ma penso che anche le minoranze negli attuali paesi europei sarebbero avvantaggiate da un ingresso della Turchia. Certo, la storia è portatrice di retaggi di dimensioni enormi, come le crociate o le invasioni ottomane. Non dobbiamo dimenticare il passato, questo no; ma costruire un futuro migliore insieme. Per questo mi sto impegnando con tutte le mie forze per favorire una risposta positiva dell’Ue alla richiesta turca. La Chiesa armeno apostolica di Turchia vuole essere un ponte tra l’Europa orientale e quella occidentale.

Nessuno può negare che il problema del genocidio degli anni 1915-1916 sia ancora vivissimo in tutto il popolo armeno, e nella sua chiesa in particolare. Cosa si può dire ora? La ferita è rimarginata?

Quegli anni terribili sono stati caratterizzati da errori politici sia da parte armena che da parte turca: questo è innegabile. E la ferita è ancora aperta. Tuttavia quasi un secolo è ormai passato, e coloro che sono stati attori delle terribili vicende di quegli anni non sono più in vita: bisogna assolutamente favorire anche in questo caso un vero dialogo della vita tra turchi e armeni, senza dimenticanza, ma nel perdono. Siamo o non siamo cristiani? Non va perciò coltivata una cultura dell’odio reciproco, perché non si può costruire una cultura solo su elementi negativi! Certo la shoah ormai fa parte della cultura ebraica, come le vicende degli anni 19151916 fanno ormai parte indelebile della nostra cultura. Ma non è la shoah che fa l’ebreo! La storia va rivisitata, rivalutando alcuni elementi dimenticati, come ad esempio il fatto che gli armeni erano considerati i più leali cittadini turchi. Potevano essere amanti o nemici, i due popoli: taluni hanno purtroppo scelto la seconda soluzione. Al termine dell’intervista, ci tratteniamo dinanzi ad una porta affissa al muro, decorata di madreperla. Viene dal monastero di San Gregorio a Cesarea (nella Turchia orientale), unico elemento sopravvissuto alla sua distruzione avvenuta tre secoli fa. San Gregorio mi spiega il patriarca con un velo di commozione nella voce è stato il nostro evangelizzatore. Senza di lui non ci saremmo.

UNA CHIESA APOSTOLICA
L’evangelizzazione dell’Armenia viene fatta risalire fino agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Ma la Chiesa armeno apostolica ha come padre san Gregorio l’illuminatore (260326), che convertì il re Tiridate III e sostituì il cristianesimo ai culti pagani su tutto il territorio. Nel 551 la Chiesa armena adottò una dottrina non calcedoniana, che riconosce una sola natura della Parola di Dio incarnata, ma che Cristo era di due nature. Dall’XI secolo, gli armeni hanno stretto legami duraturi con la Chiesa di Roma. Nel 1742 fu addirittura creato un patriarcato armeno cattolico. Attualmente i patriarcati armeno-apostolici sono quattro: Etchmiadzin, il principale, esistente dal 301; Cilicia, ad Antelias (Libano); Costantinopoli; e infine Gerusalemme (custode dei luoghi santi). Gli armeno-apostolici sono circa 7 milioni e mezzo (2 in Armenia), mentre gli armeno-cattolici superano di poco le 100 mila unità. In Turchia gli armeno-apostolici costituiscono la comunità cristiana più sviluppata, con circa 80 mila fedeli, anche se senza istituzioni adeguate: ad esempio non hanno nemmeno un seminario.

Intervista a Mesrob II
a cura di Michele Zanzucchi

Il genocidio armeno, una memoria rimossa ma risorgente

armenia470922598Nel centenario del genocidio armeno non sono mancate le pubblicazioni. Ma il volume curato da Bozarslan, Duclert e Kévorkian (Hamit Bozarlsan, Vincent Duclert, Raymond H. Kévorkian, Comprendre le génocide des arméniens. 1915 à nos jours, Tallandier, Paris 2015) spicca, oltre che per l’abbondante documentazione, per la capacità di leggere in prospettiva gli avvenimenti, tanto da costituire – si può affermarlo senza esagerazione – una lettura essenziale non solo per quanti vogliano conoscere i fatti del 1915, ma anche per chi desideri capire qualcosa delle contraddizioni in cui si dibatte la Turchia contemporanea. Elemento non irrilevante, nel momento in cui la questione curda è riesplosa con inaudita violenza e Ankara appare sempre più coinvolta nel conflitto siriano.

Notevole la provenienza geografica e culturale degli autori, rispettivamente curdo di Turchia, francese e armeno. A differenza di molti volumi a più mani, in cui i capitoli si giustappongono senza veramente interloquire tra loro, gli autori entrano in un dialogo fecondo tra diverse specializzazioni e discipline, a partire da una convinzione condivisa: che cioè gli eventi del 1915, primo genocidio del Novecento, contengano una lezione che trascende le circostanze storiche in cui si produssero.

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I fatti innanzitutto. Li presenta Raymond Kévorkian nella prima parte, La distruzione degli armeni ottomani. Nel corso della prima guerra mondiale furono sterminati due terzi della popolazione armena dell’impero, pari a 1,2-1,5 milioni di persone. Il massacro affonda le sue radici nei pogrom ordinati tra il 1894 e il 1896 dal sultano Abdülhamid (200mila morti stimati), a seguito dei quali la federazione rivoluzionaria armena si pone come obbiettivo il rovesciamento del sultano. E per un paradosso della storia fu proprio al movimento armeno che s’ispirarono i Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel preparare la rivoluzione del 1908. Ma se i due attori del dramma si conoscono particolarmente bene, i rapporti si guastano molto rapidamente. La prima guerra balcanica accentua nel Comitato Unione e Progresso la sindrome dell’accerchiamento, la teoria del complotto e l’insistenza sulla necessità di creare una nazione etnicamente omogenea. Dopo la disastrosa offensiva contro i russi nel Caucaso, ordinata da Enver Pasha in persona contro il parere degli alti gradi dell’esercito e conclusasi con una sonora sconfitta (dicembre-gennaio 1915), la questione armena diventa prioritaria nei piani del Comitato. È creata la “organizzazione speciale” e i soldati armeni impegnati al fronte sono disarmati e riassegnati ad apposite unità da adibire a lavori civili, iniziando gradualmente a “scomparire”. Il segnale è dato il 24 aprile, con l’arresto di diversi esponenti dell’élite armena di Costantinopoli. Ufficialmente è avviata una deportazione per allontanare gli armeni, sospettati di connivenza con le truppe zariste, dalle zone di confine. In realtà, i civili sono immediatamente spogliati di tutti i loro beni, la gran parte è uccisa già lungo il cammino, in particolare con annegamenti collettivi. Chi sopravvive finisce internato in campi di concentramento nel deserto siriano, dove le malattie, la fame e le sevizie fanno il resto. Dopo la guerra, i liberali ottomani, che controllano quel che resta dell’impero dopo la fuga dei principali leaders unionisti a bordo di un incrociatore tedesco, avviano un processo contro i responsabili dei massacri, sotto la pressione delle potenze alleate. Ma già nel 1923 quelle stesse potenze, esauste dalla guerra in Europa e preoccupate dall’avanzata sovietica, negoziano con Kemal Atatürk il trattato di Losanna, archiviando di fatto la “questione armena” e garantendo l’impunità per i massacri.

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E proprio dal tradimento degli alleati prende avvio la terza parte, Il genocidio degli armeni, una storia mondiale, di Vincent Duclert. Le opinioni pubbliche europee infatti furono informate quasi immediatamente dei massacri in corso, grazie in particolare alla rete di missionari americani che, essendo nel 1915 ancora neutrali nel conflitto mondiale, poterono restare in Anatolia. Non è riportata nel libro, ma gli archivi vaticani conservano l’esclamazione angosciosa dello stesso Leone XIII, nel Concistoro segreto del 6 dicembre 1915: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope ducitur» [l’infelicissimo popolo armeno è quasi condotto all’annientamento]. A fronte delle informazioni allarmanti provenienti dall’Anatolia, già il 24 maggio 1915, cioè soltanto un mese dopo l’inizio dei massacri, «i governi alleati informano pubblicamente la Sublime Porta che ne terranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco come pure i funzionari che avranno partecipato a questi massacri». Anche alcuni diplomatici austroungarici e tedeschi si adoperano per cercare di dissuadere le autorità giovano-turche dall’eseguire i loro piani. Ma la risposta del cancelliere Von Bethmann-Hollweg non lascia spazio ad ambiguità: «Il nostro solo obiettivo è conservare la Turchia al nostro fianco fino alla fine della guerra, che gli armeni debbano perire o meno» (p. 193). Dopo la guerra Otto Göppert, consigliere privato presso gli archivi tedeschi, domanderà perciò al governo di sbarazzarsi con urgenza dei fondi di documenti relativi al silenzio tedesco sulla politica delle spogliazioni ai danni dei deportati armeni, non ultimo per evitare richieste di risarcimento.

La ragione politica e la necessità di scendere a patti con la potenza kemalista nascente – come pure, ma l’opinione non è nel libro, le eccessive richieste degli armeni al trattato di Sèvres – indurranno l’Intesa a fare marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni del 1915. Qualche decennio più tardi sarà Hitler, intento a pianificare la soluzione finale, a trarre tutte le conseguenze del caso, domandando sarcasticamente ai suoi collaboratori: «Chi parla più dello sterminio degli armeni?». E non è certo un caso se proprio riflettendo sulla vicenda armena l’avvocato Raphael Lemkin, ebreo polacco, conierà nel 1944 il termine genocidio. Del resto già nel 1919 la commissione ottomano-alleata, nel redigere i capi d’imputazione contro la classe dirigente unionista e in mancanza di un diritto internazionale sufficientemente codificato, aveva introdotto il concetto di «crimine contro le leggi dell’umanità». «Il genocidio – conclude Duclert – non è dunque fondamentalmente un concetto giuridico, ma un’elaborazione storica che ha condotto a una qualificazione giuridica» (p. 369). E questa elaborazione è indissolubilmente legata alla vicenda armena.

Abbandonati dalle potenze europee, alcuni dei sopravvissuti al genocidio abbracciano la strada della vendetta. Nel primo dopoguerra i componenti del triumvirato dei Giovani Turchi sono così tutti eliminati in attentati, di cui quello a Talat Pasha a Berlino nel 1921 fa particolare scalpore in quanto l’aggressore è catturato dalla polizia tedesca, processato e prosciolto per infermità mentale. Ma l’unica strada adeguata si rivela quella della battaglia culturale per la conservazione della memoria e la qualificazione giuridica del genocidio. Nell’ultimo decennio anche alcuni universitari e intellettuali turchi si sono uniti, con gravi pericoli, a quest’opera di verità storica, che tuttavia – e in questo ci permettiamo di dissentire dagli autori – non sembra possa essere imposta per legge da una norma contro il negazionismo.

Tra i molti particolari di questa triste storia di “seduzione e tradimento” tra Occidente e Armenia, colpisce l’atteggiamento di Jean Jaurès, il celebre socialista francese. Se dopo i massacri del 1894-1896 Jaurès aveva assunto la guida in Francia di un vasto fronte pro-armeno (cui aderirono personaggi tra loro così diversi come Charles Péguy, Georges Clemenceau e Anatole France), molto più cauta appare la sua reazione ai massacri di Adana nel 1909, che del genocidio appaiono retrospettivamente come la prova generale. La ragione? Mentre nel primo caso responsabile delle violenze era il “sultano sanguinario”, incarnazione del dispotismo ottomano, nel 1909 «i liberali e socialisti europei […] vogliono credere ancora all’avvento della libertà nell’impero e alla fine del “malato d’Europa”» (p. 274). E per questo ignorano gli ammonimenti dei loro agenti sul terreno. Il parallelo con la storia recente non sembra forzato: dopo le rivoluzioni del 2011 la volontà di credere a tutti i costi a una tanto desiderata – e certamente necessaria – svolta democratica nel mondo arabo non ha indotto molti osservatori e politici a sottovalutare il riemergere delle violenze comunitarie?

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Non è un segreto che la definizione di genocidio sia sempre stata rifiutata dai governi turchi, di qualsiasi orientamento: i 300.000 morti armeni che la Turchia è ufficialmente disposta a riconoscere non sarebbero più eccezionali dei 3 milioni di turchi scomparsi nel primo conflitto mondiale. È in particolare negata l’esistenza di un piano preordinato di sterminio, ignorando le prove raccolte già dall’amministrazione ottomana nel 1919, e si attribuisce la maggior parte delle morti ad azioni di bande irregolari o agli stenti caratteristici del tempo di guerra. La deportazione è infine giustificata sulla base dell’imminente “tradimento” armeno, amplificando i numeri dei volontari nell’esercito zarista e attribuendo a tutta la popolazione rurale, contro ogni verosimiglianza, l’atteggiamento delle avanguardie rivoluzionarie più politicizzate.

L’origine di questa rigidità turca è spiegata senza giri di parole da Hamit Bozarslan nella seconda parte del volume (I fondamenti ideologici, politici e organizzativi della distruzione): «Il genocidio […] costituisce l’atto di nascita della Turchia repubblicana» (p. 139). Vi è innanzitutto un aspetto economico da non sottovalutare: «L’industria turca è in gran parte edificata sui beni confiscati [agli armeni] e mai reclamati, essendo i legittimi proprietari morti. Moltissimi edifici privati o pubblici, a cominciare dal palazzo presidenziale di Ankara, eretto a simbolo della “nazione turca”, fanno parte di questi beni» (p. 189).

Ma l’elemento essenziale è di natura ideologica. «Gli architetti del 1915 poterono proseguire la loro opera aldilà del 1918, con il pieno riconoscimento della comunità internazionale, che salutava nell’esperienza turca un modello di modernità e occidentalizzazione. […] In nessuna parte del mondo gli autori di genocidi furono celebrati a livello ufficiale dopo la loro sconfitta o scomparsa, in nessuna parte del mondo salvo che in Turchia» (p. 226). Fondamento ideologico del regime dei Giovani Turchi è – secondo Bozarslan – un darwinismo sociale che interpreta la storia come una competizione tra razze rivali, in cui la più forte schiaccia inesorabilmente la più debole. «La guerra – scrive Bozarslan – si era trasferita dal controllo degli spazi a quello delle specie» (p. 147). Il Comitato Unione e Progresso rappresenta dunque uno dei primi esempi di regimi non più solo autoritari, ma propriamente totalitari in quanto non riconosce alcun principio etico al di fuori del divenire storico e dell’interesse del partito e della razza. Eloquente uno dei suoi slogan: «Yok kanun? Yap kanun» «Non c’è una legge? Fai la legge».

Rispetto a questa ideologia materialista e storicista, il ruolo dell’Islam è subordinato: esso infatti agisce come fattore di mobilitazione presso le masse popolari, ancora impregnate di riferimenti religiosi, ma, come scrisse l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, «gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro obbiettivo: essendo quasi tutti atei, e non rispettando il maomettanesimo [l’Islam] più di quanto non rispettassero il Cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione d’implacabile politica di Stato» (pp. 160-161). Ciò non toglie che il riferimento all’Islam «permette di legittimare un’azione omicida che in sé non deriva dall’ambito della credenza», in particolare attraverso la riattivazione del concetto e della prassi del jihad (p. 160).

In questo senso Bozarslan è attento a riconoscere una differenza qualitativa fondamentale tra il kemalismo e l’ideologia unionista. Mentre quest’ultima mira infatti all’annientamento del diverso, il padre della Turchia moderna era piuttosto guidato dall’idea di un’uniformazione etnica dello spazio anatolico, rinunciando a ogni velleità imperiale al di fuori di esso. Ma le continuità sono innegabili.

Pur condannando i massacri nel 1920 in un intervento in parlamento definendoli un «atto vergognoso» (p. 354), Atatürk attinse i propri quadri dai membri locali del Comitato Unione e Progresso. Già nel 1921 i kemalisti salutavano in Talat Pasha «un gigante della storia e un genio la cui immensità passerà ai posteri» (p. 234) e Mustafa Kemal concedeva alla vedova una pensione per i servizi resi alla nazione. Continuando la prassi unionista, Atatürk prega nel 1920 uno dei suoi generali di apportare tutto l’aiuto necessario agli armeni del Caucaso, salvo inviare subito dopo un secondo telegramma cifrato in cui gli comanda di «distruggere l’Armenia politicamente e fisicamente» (p. 218). La guerra di liberazione nazionale infatti completò quello che il genocidio non aveva potuto realizzare: la cancellazione quasi totale della presenza armena in Turchia.

La continuità in questo caso supera le differenze partitiche. Lo stesso Erdoǧan – osserva Bozarslan – parla degli unionisti come «dei nostri antenati» (p. 236), per quanto un po’ troppo atei per i suoi gusti. L’ossessione uniformatrice del kemalismo non si è fermata però alle minoranze religiose. Nei decenni seguiti alla proclamazione della Repubblica ne hanno fatto le spese anche le popolazioni curde, che pure furono tra gli autori materiali del genocidio. In fondo, è la semplice esistenza del pluralismo a essere mal tollerata da questo ideologia ultranazionalista, che vede ovunque nemici e tradimenti, con il rischio, persi di vista i reali rapporti di forza sul campo, di lasciarsi trascinare in pericolose avventure. Le difficoltà della Turchia repubblicana e i limiti della sua cultura politica non sono nati con l’AKP e con il suo megalomane leader.

Ben al contrario, il genocidio armeno costituisce per la Turchia contemporanea un autentico buco nero, una memoria costantemente rimossa. Ma costantemente risorgente. Come ha scritto Taner Akçam, storico turco-tedesco tra i maggiori studiosi del genocidio, «la nostra esistenza […] significa l’assenza di un’altra entità, i cristiani. Accettare il “1915” significa accettare che dei cristiani abbiano vissuto su queste terre, ciò che equivale a proclamare la nostra inesistenza» (p. 237). Eppure – ha affermato Papa Francesco – «ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!» (Santa Messa per i fedeli di rito armeno, saluto all’inizio della celebrazione, 12 aprile 2015).

di Martino Diez – Oasis

Un aiuto ai bambini in Iraq. Hanno bisogno di noi

E’ partita la nostra raccolta fondi 2017 per l’ #‎Iraq.
Negli anni passati abbiamo aiutato una parrocchia a Baghdad, progetto poi interrotto nel 2013.
Riprendiamo oggi questa iniziativa per sostenere le tante persone che fuggono dal terrorismo che in Iraq miete migliaia di vittime ogni anno.
Siamo alla ricerca dei primi 1000 euro per un piccolo progetto in un grande campo profughi in Iraq, dove sosterremo iniziative per i bambini,in particolare gli orfani e gli sfollati: sostenendo la scuola, la salute e l’educazione.
Per motivi di sicurezza non possiamo divulgare il nome del referente sul posto. Ma scriveremo ai donatori maggiori dettagli e la rendicontazione sarà online.
Per donare: “Amici di Lazzaro” con C/C postale 27608157
o con l’IBAN: IT 98 P 07601 01000 0000 27608157
causale: “progetto Bimbi Iraq 2016”

 

 

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti, non abitano citta’ proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
Dalla “Lettera a Diogneto” secondo secolo d.C.

Noi e l’Islam, liberta’ di conversione

conversione1S. E. Card. Angelo Scola
Testo tratto dall’intervento pronunciato da S.E. il Card. Scola il 23 giugno ad Amman in occasione del Comitato Scientifico di Oasis e pubblicato su La Stampa di domenica 22 giugno.

Nella nostra società globalizzata la tensione tra liberta’ religiosa e identita’ tradizionale di un popolo si va facendo sempre piu’ allarmante. Non che in passato la questione non si ponesse. Si poneva certamente, ma su scala piu’ ridotta. Lo documenta la preziosa storia di Venezia e dei suoi millenari rapporti con il Levante musulmano.

Gli imponenti scambi commerciali e culturali che la Serenissima intratteneva con l’Est coinvolgevano un’élite ristretta. La stragrande maggioranza della popolazione restava saldamente ancorata all’interno della propria identità tradizionale.

Oggi non è più così. In un certo senso chiunque può incontrare chiunque,senza reti di protezione. Potenzialmente questo è un bene perché mette in contatto realtà vissute fino ad oggi quasi del tutto ignare le une delle altre. Un dato nuovo, che sprigiona forze impensate. È questo inedito incontro di popoli, culture e religioni che tento di descrivere con l’espressione «meticciato di civiltà e di culture», un processo storico in atto il cui esito non è per nulla scontato.

Ci sono intrecci che riescono, ma ci sono anche intrecci che non riescono. Che cosa succede – questa e’ la domanda inquietante – ad una identita’ di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perche’ proviene da un’altra religione o, addirittura, vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana,mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra religione, l’identità di popolo sembrerebbe minacciata se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d’uscita implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l’islam, devi abbandonare il paese.

In sostanza: a noi la dimensione personale interesserebbe fino a un certo punto, ma vogliamo evitare lo «scandalo» di un gesto pubblico. D’altro canto anche le moderne società occidentali sembrano impreparate a rispondere alla domanda posta perché concepiscono la libertà religiosa come mera prerogativa del singolo individuo. Un diritto certo inalienabile, ma il cui esercizio non deve avere rilevanza pubblica: come se la religione non fosse un fatto comunitario e popolare. Una posizione questa che alla fine lascia sconcertati. Lo vediamo bene anche in Italia nella diffusa reazione al fenomeno dell’immigrazione. «Ma come? – argomentano in molti -. Ci avevate detto che era questione di convinzioni religiose dei singoli immigrati (e certamente ognuno è libero di pensare e di credere secondo coscienza), ma improvvisamente questi singoli sono diventati un corpo massiccio ed estraneo. Che ne è allora della nostra tradizionale identità?». Se vogliamo uscire da questa impasse, la soluzione va ricercata nel riconoscimento di un bene su cui poggiano le odierne società plurali, il bene pratico dell’ «essere in relazione» che trattiene in unità le diversità.

Occorre saper cogliere la comune umanità: per questo è prezioso l’invito di Benedetto XVI ad allargare ragione e libertà. In Occidente la modernità ha avuto l’innegabile merito di sollecitare i cristiani ad una riflessione più approfondita sul nesso tra la verità e la libertà. L’affermazione che la libertà si compie nella verità è certamente la stella polare del pensiero cristiano, ma questo implica, come ha sancito il Concilio Vaticano II, la «verità della libertà» come espressione della libertà di coscienza intesa in modo oggettivo ed adeguato. L’errore in sé non ha diritti, ma la persona umana ha diritti anche quando sceglie, in coscienza, il falso. Diritti non certo davanti a Dio, ma rispetto agli altri, agli altri popoli e comunità, allo Stato (“posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate», Concilio Vaticano II).

Il passo che ora ci è chiesto, in Occidente come in Oriente, è quello di mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale. In quest’ottica i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione a chi arriva qui da noi. Il grande islamologo egiziano Anawati, un religioso cattolico, in un bel dialogo che il Centro Oasis pubblicherà tra qualche mese, diceva: «lo non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla».

Ma il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingere nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, compresa la libertà di conversione. E in fondo, quale bene può venire alla Verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più? Davvero è più deleterio l’abbandono esplicito che una professione di facciata? Su questo noi lavoreremo ad Amman, durante l’annuale incontro del comitato scientifico del Centro internazionale di studi e ricerche Oasis, e speriamo di discuterne francamente anche con i nostri interlocutori musulmani.

Lascio la mia casa per la guerra. Non lascio la fede e la speranza.

Siamo una famiglia piccola, due belle figlie: Myriam e Joëlle. Vivevamo in una piccola casa del quartiere di Djabal el Saydeh, la “collina di Notre Dame”. Come molti dei nostri vicini, avevamo sempre sognato di avere questa piccola casa. Eravamo felici, la felicità di vivere in una casa.

Un giorno dell’estate del 2012, ci siamo accorti che della gente stava arrivando nel nostro quartiere. Avevano i volti stanchi. Sconosciuti nel nostro quartiere… Abbiamo subito capito: erano gli sfollati dai quartieri “caldi” della città, che cercavano rifugio. Hanno iniziato a dormire nel parco pubblico e poi, pian piano, si sono trasferiti nei locali delle scuole. C’erano molti bambini. Alcuni hanno trovato il coraggio di bussare alle nostre porte chiedendo una coperta, un pezzo di sapone, o qualcosa che li potesse aiutare a superare i primi giorni lontano da casa. I nostri vicini erano divisi. Alcuni li aiutavano, altri si rifiutavano con scuse diverse: un’altra cultura, un’altra religione… Ma per me e mio marito erano soltanto persone che avevano perso tutto.

Nel mio quartiere, un gruppo di volontari, i “maristi blu”, sono corsi in loro soccorso. Io mi sono unita a loro. Abbiamo cominciato a far giocare i bambini e poi a farli studiare. Un anno intero è passato così, vivendo con loro e condividendo le loro sofferenze e le loro speranze. Un giorno mi sono detta: «Verrà il giorno in cui anche io e la mia famiglia saremo obbligati a lasciare la casa a cui siamo così legati e abbandonare il quartiere dove sono nata».

Sfortunatamente quel giorno non ha tardato ad arrivare. Un giorno ci siamo svegliati con grida strane e sorprendenti. Ho avuto paura. Non riuscivo a capire se quel che sentivo era frutto della mia immaginazione. Ma era la realtà, la realtà che faceva paura, la realtà che uccide. Mia figlia maggiore è andata in panico, l’altra è si è ammutolita. Abbiamo sentito gli uomini armati rompere le vetrine, rubare le auto, minacciare la gente, spartirsi il bottino. «O Signore, che cosa sta succedendo? Vieni a salvarci dalla morte». Abbiamo passato tutta la giornata nella paura e nell’angoscia e quando è scesa la notte, paura e ansia sono aumentate. Nella nostra piccola casa avevamo una statuetta della Madonna, l’ho guardata e le ho detto: «Sono sicura che tu ci proteggerai. Non ne dubito. Nessuno oserà toccarci, perché tu sei con noi». Non so come, ma quella notte abbiamo dormito con molta pace.

All’alba tutta la gente era in strada. Morire o vivere insieme. Addio casa (mio marito, chiudendo a chiave la porta, si è fatto tre volte il segno della croce), addio quartiere, il mio quartiere, i miei vicini, la mia storia, il mio passato. Mi è tornata in mente la scena di Gesù che porta la croce e sua mamma che l’accompagna. Lei era là, lei ci ha aiutati a uscire da quell’inferno.
Il cammino? Un’eternità. Un tempo che non finiva più. Nel mio cuore balbettavo le parole del Salmo 26: «Il Signore è la mia luce e la mia salvezza, di chi avrò timore? Il Signore è la difesa della mia vita, di chi avrò terrore?». E mi sono ricordata anche quelle di San Paolo ai Romani: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?». Lungo il tragitto, gli sfollati che stavano nelle scuole ci supplicavano di aiutarli, ma io stessa, la mia famiglia, i miei vicini, tutti eravamo diventati come loro: sfollati. La strada saliva, la gente si disperdeva. Stavamo andando verso la vita o incontro alla morte?

Ci siamo avvicinati a un quartiere sicuro. C’erano degli amici che ci aspettavano. Poche parole: «Hamdellah al salameh». Grazie a Dio siete sani e salvi. È stato difficile riprendere, ricominciare, accettare di essere sopravvissuti. Una provvisorietà che dura. La realtà è stata dura da accettare. Il nostro quartiere è stato completamente distrutto. Nessuno ci sa dire che cosa ne è delle nostre case. Ma pian piano abbiamo sperimentato la presenza del Signore. Non ci vuole abbandonare. La solidarietà, le iniziative, i Maristi blu, ci sostengono. E la speranza sta rinascendo.

Questo Natale farò l’albero. Sarà il simbolo della vita. Anche se tutte le prospettive sembrano chiuse, nel nostro cuore, Maria ci indica un cammino di speranza. Noi ci risolleveremo per sostenere le tante vittime della guerra. Al di là di tutto, la vita rinasce.
Antonia, Aleppo (Siria)
www.tracce.it

I martiri della persecuzione religiosa spagnola, testimoni di riconciliazione

Uno dei massimi esperti in materia spiega che la pubblicazione del decreto di martirio di sette sacerdoti catalani e di una religiosa di Mallorca assassinati durante la Guerra Civile spagnola, in piena persecuzione religiosa, costituisce un messaggio di riconciliazione per la Spagna che cerca di superare gli attentati dell’11 marzo.

In questa intervista concessa a ZENIT, Vicente Cárcel Ortí, esperto dei rapporti Stato-Chiesa nel XX secolo in Spagna e autore di libri come “Martiri spagnoli del secolo XX” (BAC), spiega i motivi e rivela dettagli del martirio dei futuri beati.

Il riconoscimento del martirio di José Tapies Sirvant e di sei suoi compagni martiri ha destato stupore, perché la loro storia non è molto conosciuta.

Vicente Cárcel: Quando è stato aperto il processo di José Tapies, nel 1946, gli altri sei sacerdoti sono rimasti esclusi anche se erano stati martirizzati insieme a lui.
Nel 1992, però, il vescovo di Urgel, su insistenza dei fedeli, ha deciso di aprire anche il processo di questi sei sacerdoti.

Chi erano?

Vicente Cárcel: Si chiamavano Pascal Araguás, Silvestre Arnau, José Boher, Francisco Castells, Pedreo Martret e Juan Perot. Si dedicavano tutti al ministero pastorale.
José Tapies, molto amato da tutti i fedeli, quando venne arrestato volle consegnarsi vestito da sacerdote per mostrare la sua identità. Mentre era in piedi sul camion che lo stava conducendo al luogo dove sarebbe stato ucciso, salutava tutti fino a che, dandogli un colpo, un miliziano non lo costrinse a sedersi.
Silvestre Arnau, che aveva studiato all’Università Gregoriana e al Collegio Spagnolo di Roma, era uno studioso di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa di Gesù e si dedicava alla formazione della Federazione dei Giovani Cristiani della Catalogna.
Gli altri erano parroci molto amati.

Come sono morti, e perché?

Vicente Cárcel: Sono morti perché erano sacerdoti. Furono portati da Pobla del Segur in un camion, scortati da circa 50 miliziani, fino al cimitero di Salas de Pallás.
Oltre ai miliziani che parteciparono alla fucilazione, assistettero al martirio un contadino che stava lavorando lì vicino, il conducente del camion, un bambino che andava in bicicletta e un vasaio che li vide scendere dal camion e udì gli spari.

Ci sono stati, quindi, dei martiri in quell’epoca in Catalogna?

Vicente Cárcel: Analizzando le cifre totali e facendo delle proporzioni, si può dire che questa regione sia stata forse la più colpita della Spagna. Per dare un’idea di ciò che vi è successo sotto la responsabilità dei Governi della Repubblica e della Generalitat, si può ricordare che vennero martirizzati i vescovi Irurita, di Barcellona, Huix, di Lérida e Borrás, ausiliare di Tarragona.
A Lérida è stato ucciso il 65,8% del clero diocesano
(270 sacerdoti su 410); a Tortosa il 61,9% (316 su 510); a Tarragona il 32,4% (131 su 404); a Vich il 27,1% (177 su 652); a Barcellona il 22,3% (279 su 1.251); a Gerona il 20% (194 su 932); a Urgel il 20,1% (109 su 540) e a Solsona il 13,4% (60 su 445).

Sono dati impressionanti…

Vicente Cárcel: Ne aggiungo un altro. Il cardinal Vidal, arcivescovo di Tarragona, che riuscì a salvarsi grazie a un “conseller”, si rifiutò di tornare in Catalogna, nonostante le insistenze dei repubblicani, perché continuava la persecuzione religiosa: le prigioni erano piene di sacerdoti e di Cattolici, arrestati per il semplice fatto di esserlo, e molti di loro venero fucilati prima della fine della guerra. Al cardinale venne poi impedito di tornare in Spagna per motivi politici, ma questa è un’altra storia.

Perché crede che la loro testimonianza sia passata quasi sotto silenzio?

Vicente Cárcel: Forse perché erano sacerdoti diocesani e non religiosi, dato che i religiosi, in genere, dispongono di più persone e più mezzi rispetto alle diocesi sia per elaborare i processi che per diffondere le biografie.
Lo dimostrano i dati: di 2.584 frati e suore martirizzati, ne sono stati beatificati più di 300, mentre tra i 4.184 sacerdoti diocesani solo 50 sono già beati. Qualcosa di simile accade con i laici, perché di circa 3.000 martirizzati per motivi religiosi solo una cinquantina sono stati beatificati, e sono tutti Cattolici molto impegnati nella Chiesa.

In certi casi la Chiesa è stata accusata di riaprire vecchie ferite con le beatificazioni o le canonizzazioni dei martiri della Guerra Civile spagnola.

Vicente Cárcel: E’ necessario innanzitutto fare una precisazione.
Non sono mai stati definiti “martiri della Guerra Civile”, ma martiri della persecuzione religiosa, che in Spagna è iniziata nel 1934 con i “martiri di Turón”, già canonizzati, e molti altri assassinati durante la “Rivoluzione comunista delle Asturie”.
E’ una polemica pretestuosa e senza senso, che ha una forte impronta ideologica e politica.
Fin dalle sue origini, la Chiesa ha reso onore ai “martiri della fede” e continuerà a farlo.
Le istituzioni civili e militari ricordano i “caduti in guerra” e le “vittime della repressione politica”, sia della parte repubblicana che di quella nazionale, e nessuno dice che questo voglia dire riaprire le ferite, anche se a volte i partiti strumentalizzano i fatti in modo evidente.

Come possono diventare un segno di riconciliazione questi martiri?

Vicente Cárcel: Oggi si abusa del termine “martire”, che nel linguaggio corrente raccoglie varie accezioni, anche se la più genuina ed originale è quella che indica chi soffre o muore per amore di Dio, come testimone della sua fede, perdonando e pregando per il suo giustiziere, come Cristo sulla Croce.
Gli altri possono essere “eroi” o “vittime” di vari ideali, a volte anche discutibili, ma vengono chiamati martiri perché si abusa del concetto per estensione, applicandolo semplicemente a chi soffre per qualcuno o qualcosa.
Dietro i “martiri cristiani” non ci sono bandiere politiche né ideologie: ci sono solo la fede in Dio e l’amore per il prossimo.
Questi martiri non hanno fatto guerre né le hanno fomentate, né hanno mai preso parte a lotte tra partiti di opposta fazione.
Sono stati portatori di un messaggio eterno di pace e d’amore, che illumina la nostra fede e alimenta la nostra speranza.

Dietro il dibattito “politico” che alcuni hanno voluto suscitare prendendo spunto dai martiri della Guerra Civile, non crede ci sia anche il fatto che i Cattolici in Spagna non hanno saputo comprendere e trasmettere i veri motivi per i quali questi uomini e queste donne hanno dato la vita?

Vicente Cárcel: Per molti anni ha pesato il regime che è stato in vigore fino al 1975, e per molti Cattolici è scomoda la presenza dei martiri del 1936, che non hanno avuto niente a vedere con quello che è venuto dopo.
Danno fastidio anche ai “vinti” della guerra, e ai loro eredi a livello ideologico, perché i martiri denunciano la persecuzione religiosa di quegli anni terribili e la loro ostinazione nel non voler riconoscere le loro responsabilità storiche per la tragedia del 1936.
Proprio per evitare riferimenti polemici al passato, la Chiesa ha aspettato più di mezzo secolo dalla fine della Guerra Civile per iniziare le beatificazioni (le prime hanno avuto luogo nel 1987) ed ha voluto attendere che in Spagna esistesse una democrazia consolidata.

Qual è il messaggio che i martiri della Persecuzione Religiosa del 1936 lasciano alla Spagna sconvolta dagli attentati dell’11 marzo e alla ricerca di un senso per tutto ciò?

Vicente Cárcel: L’11 marzo è stata la più grande tragedia vissuta dalla Spagna dal nefasto triennio di Guerra, ma è servita affinché gli Spagnoli manifestassero i loro sentimenti più profondi, che sono essenzialmente cristiani:
fede in Dio e amore nei confronti del prossimo, in mezzo ad un dolore immenso, con gesti eloquenti di generosità e di perdono, di cui sono stati testimoni centinaia di sacerdoti, religiosi e Cattolici, che hanno assistito e assistono i feriti e i familiari delle vittime, che cercano qualcosa di più profondo della semplice consolazione umana e dei gesti formali.
La “vittoria dei martiri della fede cristiana” ci trasmette un messaggio di speranza per continuare a vivere in un mondo disorientato, vittima della manipolazione mediatica, sempre più insopportabile.
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Il ringraziamento dei cristiani di Aleppo fuggiti in Libano.

Il ringraziamento dei cristiani di Aleppo fuggiti in Libano.
Dobbiamo continuare ad aiutarli!

“Vorrei estendere il mio sincero ringraziamento a voi per l’aiuto ai vostri fratelli di rifugiati siriani in Libano, in particolare a noi che viviamo lontani dalle nostre case e viviamo in effetti un momento difficile e doloroso, e chiedo a Dio di darvi aiuto e cosa volete tutto l’ anno, e felicità”
George (siriano in Libano)

5-10-20-50 euro per i rifugiati cristiani siriani in Libano..
 

Per sostenere i  progetti a favore dei cristiani perseguitati:

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causale “Siria 2017”

Sacerdote a Erbil: peggiorano le condizioni dei profughi di Mosul, senza casa né lavoro

erbil3Erbil (AsiaNews) – Molte famiglie cristiane non riescono a pagare l’affitto e “devono abbandonare le case” per rientrare “nelle tende e nei caravan”. Il lavoro “scarseggia” e quanti hanno avuto sinora un impiego, nella maggior parte dei casi “non ricevono lo stipendio”; solo di recente “almeno 250 compagnie sono fallite o hanno dovuto licenziare tutti i dipendenti”. Intanto cresce la cosiddetta “discriminazione della lingua”, perché a chi non parla curdo “vengono aumentati i prezzi delle derrate e, negli ospedali, accade che siano rifiutate le cure”. Dalle parole di p. Jalal Yako, rogazionista originario di Qaraqosh, responsabile di uno dei campi profughi – un migliaio di persone, in maggioranza cristiane ma con presenze musulmane – alla periferia di Erbil, nel Kurdistan irakeno, emerge un quadro critico per i profughi di Mosul e della piana di Ninive.

Da oltre un anno e mezzo le famiglie cristiane della regione hanno dovuto abbandonare le loro case e i loro beni, per sfuggire alle violenze delle milizie dello Stato islamico (SI). L’illusione di poter presto rientrare nelle abitazioni da cui sono fuggiti, ha lasciato spazio all’esigenza di trovare una sistemazione nella regione curda; tuttavia, oggi la crisi economica determinata dal calo dei proventi del petrolio e il costo della vita stanno rendendo sempre più precaria la realtà quotidiana.

“All’indifferenza per il Medio oriente – racconta il sacerdote ad AsiaNews – per questa parte del mondo in cui si consumano drammi e conflitti, la nostra gente risponde con la fede, con l’attaccamento alla terra, con il desiderio di partecipare in massa alle funzioni della Quaresima. Ma è evidente un sentimento di sfiducia e disillusione”. La maggior parte dei profughi, o almeno quanti non sono fuggiti all’estero, “non sembra più disposta a credere di poter tornare un giorno nelle proprie case. Quanti sono riusciti a trovare sistemazione in un alloggio, oggi non riescono a pagare gli affitti perché non ci sono più soldi”. “Molti hanno perso il lavoro – spiega p. Jalal – e anche quanti hanno un impiego da tempo non ricevono il salario. Ultimamente ho sentito che 250 compagnie sono fallite, i cantieri restano a metà, incompiuti”.

Per i profughi al problema della casa e del lavoro si aggiunge anche quello della lingua: “Se non sei del posto, se non parli curdo ma arabo – sottolinea il sacerdote – faticano ad accettarti. Vi è una discriminazione della lingua che si traduce in un aumento dei prezzi, nel rifiuto di cure mediche e questo finisce per colpire anche i cristiani. Anche nel mio campo, Asthi Uno, che ospita famiglie di Qaraqosh, Mosul, Bartella, il sentimento prevalente è quello della stanchezza”.

A lenire il sentimento di sfiducia e abbandono vi è la fede, il desiderio di vivere le celebrazioni e i riti della Quaresima in una prospettiva di comunità. “Celebriamo messe tutti i giorni, le persone affollano le chiese – racconta p. Jalal – e osservano con devozione il digiuno del venerdì, giorno in cui partecipano anche alla Via Crucis all’aperto. E poi recitiamo l’Angelus tutti i giorni. Di recente, grazie all’aiuto di una parrocchia italiana, abbiamo costruito un campanile per richiamare la comunità alle funzioni e dare un segno visibile della nostra presenza, testimoniando la nostra fede”.

“Fra le altre iniziative di queste settimane – racconta il sacerdote – c’è anche quella di far passare in processione tra le famiglie la statua della Vergine, per far sentire la presenza di Maria in mezzo a Noi. È una riproduzione della Madonna di Fatima, che abbiamo ricevuto da una parrocchia francese, alla periferia di Parigi. La gente fa lunghe code per pregare davanti alla statua e donazioni come questa, così come la campana dall’Italia, sono un bel gesto di comunione fra chiese, un modo per non farci sentire trascurati e dimenticati”.

Il sacerdote non risparmia accuse ai governi occidentali, che fomentano guerre e si mostrano indifferenti alla presenza e alla permanenza di tutti i popoli, di tutte le etnie, di tutte le minoranze che nella storia hanno reso ricca la regione mediorientale. “Anche solo la presenza cristiana – spiega – è un mosaico che abbellisce questa zona, dobbiamo valorizzare la presenza di queste culture e non imporre le divisioni su basi etniche, confessionali, identitarie”. Certo, aggiunge, il valore della convivenza è stato minato dalle violenze degli ultimi mesi, “da vicini di casa che hanno approfittato dell’arrivo dello Stato islamico per depredare le case cristiane di beni e averi. Spesso – aggiunge – sono stati proprio i nostri vicini, musulmani, i primi a rivoltarsi contro di noi”.

Nonostante le difficoltà e le sofferenze, fra i cristiani resta sempre saldo il valore del perdono, della riconciliazione, che assumono un significato maggiore in questo Anno della Misericordia indetto da papa Francesco: “I cristiani, anche se hanno subito un male, un torto, un’offesa – spiega il sacerdote – non cercano vendetta, non uccidono, non impugnano le armi. Anche se il dolore è grande, il perdono resta sempre un valore così come è grande il desiderio di testimoniare la fede”. L’esempio è una bambina di nome Miriam, di dieci anni, che vive nel campo profughi di p. Jalal e che ricorda a tutti “che il perdono è la cosa più grande. In mezzo a queste sofferenze e difficoltà è una vera testimone della gioia, canta, sorride, e ripete a tutti che vuole fare dono della sua vita per gli altri. È una bambina molto forte – conclude – e non smette mai di ricordarci che bisogna essere sempre capaci di perdonare, perché questo è uno degli insegnamenti più belli dell’essere cristiano”.

5-10-20-50 euro per i rifugiati cristiani irakeni..
 

Con il tuo aiuto vogliamo supportare i cristiani perseguitati fuggiti con le loro famiglie dalla guerra dell’ISIS.

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causale “Irak 2017”