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Eugenetica in Alto Adige. Fatti veri

shoadisabiliL’incubo del nazismo è storicamente più lontano col passare degli anni, ma riesce sempre a tornare d’attualità. Stavolta la vicenda da brividi arriva dalla regione austriaca del Tirolo, dove recentemente sono stati trovati 221 corpi sepolti in un campo. Secondo quanto rivelato dai tecnici che hanno concluso l’esumazione delle salme, fra i cadaveri ci sarebbero anche quelli di persone altoatesine, vittime con tutta probabilità di un programma di ‘eutanasia’ nazista.
PRIMA PICCHIATI, POI UCCISI. Come ha detto lo storico austriaco Oliver Seifert, che fa parte del team di esperti che ha curato l’operazione, i corpi sono stati in gran parte identificati e il 20% delle vittime proviene dalla regione austraica del Vorarlberg e dall’Alto Adige.
Quasi tutti i cadaveri presentano fratture alle costole, oppure alle ossa facciali o femorali, segni delle violenze subite durante il ricovero nella vicina clinica di Hall.
Il particolare più aggiacciante è che metà delle vittime sono donne e tra esse figurano bambini di 14 anni e vecchi di 90 anni.
UN PROGRAMMA DI PULIZIA RAZZIALE. L’Aktion T4 fu il nome dato al programma di eutanasia nazista che, sotto responsabilità medica, prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche.
I medici incaricati di portare avanti l’operazione decisero di eliminare il 20% dei disabili presenti negli istituti di cura, uccidendo un totale di circa 200 mila persone. Tale programma veniva attuato nell’ambito dell’eugenetica e dell’«igiene razziale», uno dei capisaldi della Germania nazista.
HITLER: «È UN’OPERA GRANDIOSA». Lo conferma questo passaggio del Mein Kampf di Adolf Hitler: «Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese».
Fatti e parole che riportano avanti la lancetta del tempo, facendo tornare una spaventosa sensazione di inquietudine sulla natura dell’uomo, carnefice dei suoi stessi simili, ancora oggi.

Tristezza… In Belgio anche i bambini possono richiedere l’eutanasia (senza consenso dei genitori)

tenderness-1La legge e’ stata approvata dal partito socialista. Anche chi ha Alzheimer o soffre di demenza puo’ accedere alla “dolce morte”.

La nuova legge sull’eutanasia, estende anche ai bambini, ai malati di Alzheimer e ai malati di demenza la possibilità di richiedere l’eutanasia.

MORTI QUINTUPLICATI IN 10 ANNI. Il Belgio è stato il secondo paese nel mondo a legalizzare l’eutanasia dopo l’Olanda. La legge è stata approvata nel 2002 e quest’anno ricorre il decimo anniversario. Come riportato da tempi.it, secondo lo studio dell’Istituto europeo di bioetica, l’eutanasia in Belgio è completamente fuori controllo, le morti ufficiali sono quintuplicate passando dalle 235 del 2003 alle 1.133 del 2011 all’anno, mentre si calcola che solo nelle Fiandre il 47 per cento delle vittime per eutanasia non sia riportato e il 32 per cento non avesse richiesto di morire. Il rapporto mostra anche come le violazioni della legge sull’eutanasia siano continue e la commissione che dovrebbe supervisionare si è dichiarata «impotente» a svolgere questo compito: «Eravamo coscienti di potere svolgere il nostro lavoro in modo limitato. È abbastanza evidente che il successo della nostra missione dipende dalla volontà dei medici di rispettare o no la legge». Dal 2003, come prevedibile, nessun medico si è mai autodenunciato per avere commesso irregolarità.

LEGGE SEMPRE PIÙ COMPRENSIVA. La legge approvata nel 2002 era molto rigida per quanto riguarda i criteri da soddisfare per accedere all’eutanasia. Negli anni, molti di questi sono caduti: in teoria solo chi soffre di una malattia al suo stadio finale, che porterà sicuramente alla morte nel breve termine, può richiedere l’eutanasia (leggi un articolo simile qui). Di fatto, ora anche per malattie non incurabili si può ottenere la “dolce morte” e il criterio di “sofferenza insopportabile” è stato dichiarato soggettivo. Non è più necessario neanche presentare una richiesta scritta.

EUTANASIA PER BAMBINI. Il caso del Belgio dimostra che una volta che si accetta il principio che un uomo può essere ucciso in determinate condizioni, quelle condizioni tendono a diventare sempre di più. Così, anche i bambini possono richiedere l’eutanasia senza necessitare del consenso dei genitori.

A noi pare incredibile e inumano. (ndr)

La Cannabis provoca un disturbo che va curato (studio in inglese)

Gates, Peter J et al. “Psychosocial Interventions for Cannabis Use Disorder.” The Cochrane database of systematic reviews 5 (2016): CD005336. PMC. Web. 8 May 2017.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4914383/

Non è vero che la cannabis sia così innocua , come talora viene suggerito da alcuni messaggi mediali. Esiste un disturbo specifico da assunzione di cannabis, che richiede specifici interventi medici e sociali.

I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Ogni suicidio di un bambino o di un giovane…

E’ uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa
Annalisa Teggi

Anni fa a Roma un bambino di 10 anni si e’ impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni.

Questa non è una notizia di cronaca nera recente, ma è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia ancora oggi.
Il ricordo di quella tragedia si fa vivo sentendo le notizie di analoghi casi dovuti a catene e “giochi della morte online”. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C’è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).

C’è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l’informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.

Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant’altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l’emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all’eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.

Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l’orrore o l’insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell’educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l’organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:

«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all’opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L’educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all’opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell’orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.

Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: “il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà”), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell’indistinzione reciproca. L’educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l’autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.

La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall’altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L’ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l’alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell’indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.

Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».

da Tempi.it

Cara professoressa ho abortito e adesso?

bambino fetoGentile Direttore, insegno Religione nelle scuole superiori di stato dal 1985 e grazie all’amicizia di cui tanti miei alunni mi hanno degnato, ho la possibilità di condividere con loro gioie e dolori della vita quotidiana. Nelle aule scolastiche ho avuto modo di incontrare generazioni di studenti con tutti i loro pregi ed i loro difetti, le loro aspettative, i loro cinismi ed i loro dolori, le loro illusioni e le loro speranze. E’ a loro che ho pensato quando, poco più di un mese fa, l’Aifa ha deciso di commercializzare la pillola abortiva RU486 ed è a questo proposito che vorrei renderla partecipe di ciò che succede nelle mie aule scolastiche.

La mentalità che sottostà alla decisione di rendere commerciabile l’RU 486, così come quando si arrivò alla stessa decisione per la pillola del giorno dopo, purtroppo è già da tempo un modus vivendi nella realtà quotidiana di tantissimi giovani, quelli che vedo tutte le mattine entrando nelle aule scolastiche e gli stessi che noi adulti, spesso, mandiamo alla guerra nudi! E infatti nudi sono, disarmati, inconsapevoli, colpevoli senza esserlo. Sì, perché vivere in questo mondo è diventata una guerra e si sta realizzando la profezia del grande scrittore Chesterton quando diceva che “bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.
Ecco cosa ho visto e saputo in classe: un numero imprecisato di mie alunne che si sono procurate presso i consultori cittadini, la pillola del giorno dopo, con la facilità con cui si beve una coca cola al bar, studentesse che in 2 anni hanno abortito due volte, la seconda con l’RU 486 a casa e senza assistenza medica e naturalmente, con la connivenza dell’amatissimo fidanzato e nella totale ignoranza dei genitori; ma ecco solo alcuni degli sms che ho ricevuto: “Salve prof! Come sta? Io non lo so… la pillola del giorno dopo è un omicidio?”, “Salve prof! Scusi per ieri… comunque sto bene… anche se moralmente mi sento un po’ una m… non avrei mai immaginato mi succedesse e sono stata costretta a fare quello che non avrei voluto… sono stata un’egoista… mi hanno dato la ricetta in guardia medica… le voglio bene e scusi il disturbo! Ora non posso parlare… un abbraccio!”, “Ciao Prof., scusa l’ora (h. 4.23), ma il mondo è pazzo! Una tipa ha abortito mio figlio, mi dispiace e mi sento un bastardo; so di esserlo, ma la cosa che mi fa più schifo di me non è tanto il fatto che non abbia avuto le palle per dire che io volevo vedere al mondo quella parte di me, ma il fatto che, se anche ne avessi avuto il coraggio, non me la sarei poi sentita di mettere in discussione tutta la mia vita fatta delle mie fottute certezze del c… di un ventenne di m… per crescere un figlio o anche soltanto per sentirmi padre. So che secondo la Chiesa sono da inferno solo per questo, però da essere umano, non da cristiano, mi dica, come faccio a credere nelle persone che vedo con me se penso a quello che ho fatto?
Questa è la realtà reale.
E’ questo che vogliamo per i nostri ragazzi?
La commercializzazione della pillola abortiva è un fatto gravissimo che va ad aggiungersi a tutto il male con cui quotidianamente abbiamo a che fare e che è necessario osteggiare e combattere con tutte le proprie forze, ma ho l’impressione che spesso si sottovaluti un aspetto molto importante per combattere questa guerra: l’educazione e la passione per la verità.
Sembra la scoperta dell’acqua calda ma, purtroppo, non è così.
Certo, grazie a Dio (e non certo agli uomini!) non tutti i miei alunni si trovano tutti a dover affrontare questi drammi, ma l’aria che respirano è questa e poi: qui quello che conta non sono i numeri; ogni persona è lei, unica, irripetibile e quello che fa testo nella verità non è la maggioranza, ma la verità.
Noi siamo gli adulti e i ragazzi ci guardano. Cosa vedono?
Può capitare che vedano madri accompagnare figlie minorenni in farmacia ad acquistare la pillola del giorno dopo perché “nel dubbio è meglio non crearsi problemi”, oppure “meglio adesso – che non c’è niente – che più tardi quando la cosa diventa più complicata!” Può essere che imparino da noi genitori che “la vita non ha un valore in sé, sei tu che glielo dai. Tu sei nato perché ti ho concepito nel matrimonio con tuo padre che amavo, ma se ti avessimo concepito da ragazzi, qualche anno prima, mai ci saremmo rovinati la vita mettendoti al mondo! Prova a pensare: la scuola da finire, il lavoro da trovare, i soldi da fare… quello che dovrebbe essere una felicità, trasformata in una sfiga!!”. Questo mi sono sentita raccontare da una mia alunna in classe e davanti a tutti. Oppure: “Prof. Per definire l’amore di Dio lei ha usato l’analogia dell’amore della madre e del padre per i figli… ma, c’è madre e madre e c’è padre e padre!!!
Le confesso che a volte esco dalle aule sconvolta, triste e addolorata; i miei ragazzi, spesso vivono da soli l’inferno… con il sorriso sulle labbra, ma soprattutto può capitare che siano affiancati da adulti estranei per non dire conniventi e che di fatto trasmettono la mentalità mortifera del nichilismo dominante.
Nonostante tutto, nonostante questa violenza quotidiana di cui sono oggetto, i miei ragazzi, tutti, ce l’hanno ancora il desiderio di felicità, di bontà, di giustizia, di bellezza. Si guardano forsennatamente intorno per vedere se trovano qualcuno o qualcosa che possa rispondervi e cosa vedono?! C’è forse qualcuno là fuori che abbia realmente a cuore se stesso, così da poter avere a cuore anche il loro bene?… Da domani li rivedrò tutti e non vedo l’ora!
“Per sperare bisogna avere ricevuto una grande grazia” diceva il grande Péguy.
Io l’ho ricevuta. L’ho sperimentata quando sono stata guardata e accolta da Cristo, così come egli ha fatto con i pubblicani ed i peccatori e da allora sono diventata una per cui Lui ha ritenuto di dover morire. E’ per questo che tra pillola del giorno dopo, pillola abortiva, pillola anticoncezionale, aborto chirurgico, aborto terapeutico, canne, alcool, incidenti del sabato sera, vado in classe e faccio il mio mestiere. Non li giudico, ma mi stanno a cuore. Tutti. Non smetterò mai di far loro compagnia per come son capace e secondo le modalità che le circostanze mi permettono; ho intenzione di continuare a non sottrarmi alle loro mille domande, dentro e fuori la scuola, domande vere, brucianti, non quelle fatte “tanto per farsi vedere…”.
Si può vivere in modo più umano, più bello, più giusto, si può avere il “centuplo quaggiù”. Ne sono testimone. Christus vincit.
Ester Capucciati“. (Fonte: Cultura Cattolica del 01 ottobre 2009)

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

Il “gioco d’azzardo” e la tristezza interiore dell’Europa

ludomaniaDa un decennio a questa parte in Europa il fenomeno del “gioco d’azzardo” si è abbattuto sulla nostra popolazione con dei costi sociali, economici e morali altissimi. Soffermadosi sull’etimologia delle parole “gioco d’azzardo”, subito notiamo la perdita di senso delle stesse che realizzano il vertice del paradosso. Difatti la parola “gioco” significa qualcosa di piacevole, di divertimento, di ludico, mentre con il termine “azzardo” si intende qualcosa che va oltre il normale rischio endogeno ed esogeno. Se poi si declinano insieme i termini “gioco d’azzardo”, si esalta in maniera patologica la competitività insita nel “gioco”, in direzione di un impulso compulsivo a fare scommesse, nonostante l’individuo affetto sia consapevole delle gravi conseguenze.

Tutto questo genera nella persona vittima della ludopatia (malattia da gioco), depressione, stress e ansia, oltre al dissesto patrimoniale e familiare. Purtroppo, le possibilità di accedere al “gioco d’azzardo” si sono moltiplicate: si va dai “classici” Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci, Bingo e scommesse sportive, ai più recenti videoslotmachine, videolottery, poker e casinò on line. In Italia, una ricerca innovativa (1) sulla ludopatia, dimostra come le famiglie a più basso reddito siano le più esposte: i redditi più bassi tendono a spendere una percentuale del loro profitto più alta rispetto alle famiglie più ricche. Le famiglie giocatrici più povere spendono circa il 3% del loro reddito in questo tipo di giochi, mentre quelle più ricche spendono meno dell’1%.

In termini assoluti la spesa da gioco è passata da 19,5 miliardi di euro nel 2001, a quasi 80 miliardi nel 2011 per giungere a oltre 95 miliardi nel 2016, con una spesa pro capite vicina ai 1400 € all’anno. Considerando questi numeri possiamo parlare di una “industria del gioco” che con 5.000 aziende e con oltre 120.000 lavoratori, contribuisce al 4% del PIL nazionale. Questi dati non tengono conto delle tante forme di “gioco d’azzardo” gestite dalla criminalità, e dei diversi effetti perversi che alimentano, come il riciclaggio di denaro sporco e l’economia illegale. Nonostante ciò, non poche fonti, alcune anche statali, sottolineano l'”aspetto positivo” del “gioco d’azzardo”, in nome del motto utilitarista ‘più giochi più le casse dello Stato si rimpinguano’.

Al di là dell’eticità di tale affermazioni, i numeri delle entrate erariali, da un lato segnalano un aumento – per lo storico Lotto la quota che finisce all’Erario è del 27% e per il Superenalotto addirittura del 44,7%, per i giochi di nuova generazione essa rasenta lo zero: 3% per le videolottery e 0,6% per i casinò on line – dall’altro, non tengono conto che si tratta di cifre irrisorie rispetto al “giro d’affari”.

Uno Stato però dovrebbe domandarsi se sia opportuno finanziarsi con il “gioco d’azzardo”, una domanda che riguarda il costo etico, sociale, economico, sanitario che lo stesso Stato  è chiamato a “pagare” in maniera diretta o indiretta. In Italia, infatti, ci sono circa 15 milioni di giocatori abituali, e di questi circa 800mila sono patologici e 3 milioni a rischio ludopatia.

Si chiama “gioco d’azzardo” proprio perchè viene “costruito” in modo da suscitare false aspettative, alimentando in determinati soggetti meccanismi psicologici che generano totale dipendenza. Tra i soggetti più esposti ci sono le donne (anziane sole e straniere) e i giovanissimi che, nonostante il divieto per i minori, costituiscono il 6-10% dei frequentatori delle sale da gioco.

Questi sono spinti dal desiderio di gratificazioni economiche immediate e da una minore capacità di valutazione del rischio. Continuando ad analizzare i costi sociali ed economici, vanno considerate anche conseguenze come la distruzione delle famiglie, l’indebitamento per l’aumento delle puntate e delle perdite, la perdita del lavoro e, non per ultimo, come già accennato i costi sanitari.

E’ utile ricordare, a tal proposito, che la prevenzione, la cura e la riabilitazione della ludopatia sono entrate recentemente nei LEA (livelli essenziali di assistenza), cioè nell’elenco delle patologie per le quali il Servizio sanitario nazionale è tenuto a rispondere ai cittadini, senza però prevedere alcuno stanziamento finanziario. Qual è la consapevolezza sociale rispetto al gioco d’azzardo? Gli operatori dell’area delle dipendenze (sostanze stupefacenti e alcool) si sono accorti da tempo che il gioco d’azzardo suscita nei giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti. Grazie ad una campagna di sensibilizzazione il fenomeno della “ludopatia” per la collettività è uscito dal recinto del vizio per entrare in quello della patologia e questo ha messo in moto anche molte amministrazioni pubbliche che stanno cercando di limitarne la diffusione.

Ma il vero problema ha radici più profonde e riguarda in maniera del tutto evidente la crisi antropologica che l’Europa sta vivendo, il suo nichilismo. Si potrà fare ben poco contro le potenti lobby del “gioco d’azzardo” se non verrà riconsiderato il modello di sviluppo fondato sull’uomo e sul creato. Come cattolici in dialogo con la “buona” cultura laica dovremo chiedere allo Stato, di alimentare l’investimento nei comportamenti virtuosi, sui tanti giovani talenti, sull’impegno, sul lavoro, e ridare al “gioco” la sua sana ragione d’esistere. Di Carmine Tabarro

NOTE (1) Sarti, S. e Triventi, M. (2012). “Il gioco d’azzardo: l’iniquità di una tassa volontaria. La relazione tra posizione socio-economica e propensione al gioco”. Stato e Mercato, 96, 503-533.

Sei condizioni che facilitano il dialogo con i nostri figli adolescenti.

Creare un ambiente propizio e cercare il momento adeguato, serenità e fiducia. La verità è che non è facile parlare con i nostri figli adolescenti, ma questo non deve farci dare per vinti. Sono nell’età in cui hanno più bisogno di parlare, anche se è anche il momento vitale in cui costa loro maggiormente farlo con i genitori. Per questo, saremo sicuramente noi a doverci sforzare di più. Vale la pena di provarci perché c’è molto in gioco: niente di più e niente di meno dell’educazione dei nostri figli.
Forse dopo aver evitato gli errori più usuali nella comunicazione con i nostri figli adolescenti dovremmo tener conto del fatto che questo dialogo ha dei requisiti propri.
1. Creare l’ambiente propizio e cercare il momento adeguato.
Non quando i genitori vogliono, ma quando i figli ne hanno bisogno. Non è facile stabilire un momento della giornata per parlare, perché forse il figlio deve raccontare qualcosa nel momento meno opportuno. In quel caso bisogna lasciare tutto da parte e assisterlo, perché anche se in quel preciso istante possono esserci cose molto urgenti, sicuramente non c’è nulla di più importante. Se si lascia passare l’occasione, sarà perduta per sempre. Per questo è fondamentale che sappiano di poter sempre contare sui genitori, che siamo lì e ci siamo davvero.
2. Serenità e fiducia.
Se la prima volta in cui un figlio ci fa una confidenza un po’ “forte” ci mettiamo le mani nei capelli, facciamo uno scandalo o lo puniamo severamente, probabilmente sarà l’ultima volta in cui si confiderà con noi. Come quel ragazzo che, dopo che avevo parlato con lui, ha deciso di dire ai suoi genitori che nel fine settimana aveva fumato marijuana. Quando la madre ha sentito che aveva fumato, ha iniziato a gridare talmente da finire per non sapere cosa avesse fumato il figlio.
La fiducia è una virtù reciproca, chi la dà la riceve a sua volta. Non è una virtù che si acquisisce, ma che si dà: la condizione di ogni dialogo. Se non abbiamo fiducia nei nostri figli, se non diamo loro fiducia, anche se ci risulta difficile e a volte ci sembra anche rischioso, rimarremo senza sapere cosa succede loro.
3. Accettare le loro forme.
Non possiamo aspettarci che tutto fili liscio come l’olio. Siamo noi adulti a dover mettere la serenità. I figli probabilmente alzeranno la voce o discuteranno in modo acceso.
Pretendere una conversazione affabile con un figlio o una figlia adolescente significa non capire il suo registro. Non ci deve influenzare il fatto che gridino più del dovuto. Tendiamo a dare più importanza alla forma che al contenuto, e in questo modo sprechiamo le energie discutendo di formalità e perdiamo una nuova occasione di educare. È chiaro che dobbiamo educare anche nella forma, ma non ci riusciremo se la perdiamo noi.
4. Dare ragioni consistenti per loro.
Mediante il dialogo si ragiona. Non si tratta di intavolare battaglie dialettiche, in cui perde chi grida di meno e non vince nessuno, ma di ragionare e di far ragionare. Questo, però, non si ottiene mettendo sul tavolo buone ragioni dal nostro punto di vista, ma presentando ragioni che abbiano peso per i figli. Può essere che per un adolescente “studiare per diventare qualcuno nella vita” non abbia tanto peso quando “studiare per poter fare il lavoro che piace”.
5. Stabilire patti.
La “contrattazione” può essere una forma di conversazione che dà molto gioco.
Bisogna saper cedere sulle cose superficiali, per “vincere” in ciò che è essenziale. Forse vale la pena di cambiare un taglio di capelli o un tatuaggio per una domenica in famiglia. La questione è che quando si stringe un patto si produce un impegno, e l’impegno unisce.
6. Motivazione dialogata.
Bisogna infine approfittare del dialogo per dare criteri ai figli. Non si tratta di fare di ogni conversazione un sermone o un rimprovero, che in genere non serve a nulla. I tipici sermoni assomigliano a quella tormenta che non appena si vede arrivare ci dà il tempo di rifugiarci o di prendere l’ombrello: ti puoi bagnare la prima volta, ma non quelle successive. Continuando con il paragone, le conversazioni con i figli adolescenti non dovrebbero essere tormentose, ma come una pioggerella fine che non riesce ad allarmarci abbastanza da farci cercare un rifugio o tirare fuori l’ombrello ma che finisce per bagnarci. Questo permette a noi genitori di seminare valori e criteri nei nostri figli. Si tratta, in definitiva, di essere sempre disposti al dialogo, non di fare sermoni in occasione delle pagelle, per come si vestono o per la musica che ascoltano.
In ogni momento dobbiamo cercare di trasmettere ottimismo. Forse è quello di cui hanno più bisogno nella tappa fondamentale che stanno vivendo. Se siamo dei genitori brontoloni che sanno solo lamentarsi per tutto, incapaci di vedere l’aspetto positivo delle cose, sicuramente alzeremo senza volerlo un muro che intercetta ogni comunicazione.
Alcune espressioni che usiamo troppo spesso come “Sono stufo di te”, “Non sei capace di farlo”, “Impara da tuo fratello” e altre del genere non favoriscono certo il dialogo. È meglio adottare un atteggiamento ottimista e dire cose come: “Sono certo che sei capace di farlo”; “Sono molto orgoglioso di te”, “Noto che migliori ogni giorno”, “Ci riuscirai”… Parleremo sicuramente di più con i nostri figli perché troveranno in noi “dei genitori che sanno ascoltare”.
di Roberta Sciamplicotti da Aleteia

L’eugenismo non e’ piu’ un crimine contro l’umanita’?

Appello dei Ginecologi Cattolici al presidente in seguito alla sentenza della Cassazione che favorisce l’aborto eugenetico e il “diritto a non nascere malato o handicappato”

tratto da ZENIT.org – L’assemblea dell’AIGOC, Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici, riunita ad Aversa il 15 novembre 2012, all’unanimità ha deciso di inviare un appello al Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, nella sua qualità di primo garante della Costituzione Italiana e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ed al Governo Italiano, in merito alla sentenza della III Sezione Civile della Corte di Cassazione n. 16574 del 2 ottobre 2012, che – con un tortuoso giro di parole – di fatto sancisce che: “Se nasce un bambino ‘malato’ deve essere risarcito anche lui per la ‘vita handicappata’ che dovrà vivere a causa della sua nascita, che l’errore medico non ha evitato (o ha concorso a non evitare)”.

La donna ha diritto di abortire il feto ‘non sano’ solo per il solo fatto che ‘non è perfetto e sano. (“accertamento doppiamente funzionale alla diagnosi di malformazioni fetali e, condizionatamente al suo risultato positivo, all’esercizio del diritto di aborto” pag. 9/71 PDF sentenza)”.

L’assordante silenzio e l’accettazione passiva da parte del Presidente della Repubblica e del Governo fanno pensare che la nostra Carta Costituzionale non è più valida e che l’antinazismo – nonostante il recente ricordo fatto dal nostro Presidente Napolitano all’amico Francesco Rosi da 70 anni siamo fedeli a spirito antifascista – è ormai superato e l’eugenismo non è più un crimine contro l’umanità, ma un fatto umanitario ed un dovere del medico, che se l’omette è condannato a pagare un risarcimento.

La conferma della deriva eugenetica promossa da alcuni Giudici con sentenze manifesto è confermata dalla citazione della Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la legge 40/2004 fatta sia in questa sentenza della Corte di Cassazione a pag. 45 sia nella la recentissima sentenza del Tribunale di Cagliari, che citando la già menzionata sentenza della Corte Europea ha autorizzato – contro quanto previsto dalla vigente legge 40/2004 – una coppia, lei malata di talassemia major e lui portatore sano, di eseguire il test (diagnosi reimpianto) all’Ospedale Microcitemico di Cagliari, ospedale a cui i due genitori si erano rivolti per sapere se l’embrione ottenuto con le tecniche di Procreazione medicalmente assistita (Pma) – anche questo è avvenuto contro quanto previsto dalla vigente legge 40/2004, all’art. 4 così recita “1.

Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico – era affetto della stessa patologia genetica.

La citata sentenza della Corte di Cassazione oltre ad immettere – nonostante le ripetute negazioni fatte dagli stessi Giudici – il “diritto a non nascere malato o handicappato” e l’aborto eugenetico, farà aumentare notevolmente il ricorso alla medicina difensiva dei medici ed incrementare ancora di più gli aborti dopo il terzo mese, che nel 2010 sono stati 3.943 con un notevole incremento percentuale che passa dallo 0,5% del 1981 al 3,6% del 2010.

La mancanza di provvedimenti nei confronti di Ospedali e Centri di PMA, che violano palesamente la legge 40/2004 come nel citato caso di Cagliari; il fatto che nella relazione annuale (28 giugno 2012) sulla legge 40/2004 del Ministro della Salute nessun cenno viene fatto sul destino di 26.144 dei 139.173 (tab. 3.337) embrioni prodotti e mai trasferiti in utero o crioconservati.

Il fatto che lo stesso Ministro della Salute nella relazione annuale (8 ottobre 2012) al Parlamento sulla legge 194/1978 tranquillamente e candidamente scriva “quelle effettuate dopo tale termine riguardano nella gran parte dei casi gravidanze interrotte in seguito a risultati favorevoli delle analisi prenatali”, senza pensare a verificare se – almeno – quanto previsto dalla legge 194/1978 sia stato sempre rispettato; ci fanno pensare che la difesa della dignità e del diritto alla vita dei più piccoli ed indifesi esseri umani non rientra tra le priorità dei nostri Governanti e che tutto sommato l’eugenismo è da loro tacitamente condiviso.

Psicologi contro il gender

Non solo genitori e insegnanti, contro il gender prende posizione anche il mondo della scienza. Un nutrito gruppo di psicologi marchigiani ha deciso di intervenire per districare con una luce scientifica l’oscura matassa dell’ideologia. Tutto ha avuto inizio poco dopo la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni, quando un milione di persone ha urlato il proprio disappunto nei confronti dell’indottrinamento ideologico degli alunni.

Vera e propria sollevazione popolare che, com’era prevedibile, ha scatenato polemiche. Nell’acceso dibattito si è lanciato anche il dott. Luca Pierucci, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, che si è unito al coro dei detrattori. Usando un’argomentazione molto in voga in alcuni ambienti culturali – “Non esiste l’ideologia del gender” – Pierucci ha contestato quanti sono scesi in strada. E li ha ammoniti, a nome del suo Ordine, che “non si possano e non si debbano utilizzare e distorcere informazioni basate su ricerche e studi scientifici a fini propagandistici e confusivi”.

La scelta di cooptare i suoi colleghi, spiegando inoltre che l’Ordine “continuerà a promuovere iniziative sul tema (degli studi di genere, ndr) al fine di contrastare la disinformazione”, ha tuttavia suscitato una reazione da parte degli stessi. 18 professionisti delle Marche hanno redatto una nota in cui prendono le distanze dalle dichiarazioni del loro presidente.

Primo firmatario della nota, il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta maceratese e docente di Psicologia clinica presso l’Università Europea di Roma, intervistato da ZENIT fornisce una serie di precisazioni.

In primo luogo egli sottolinea che “tra i principi ben definiti da cui parte l’educazione gender ci sono alcuni principi che non sono tali, nel senso che non sono scientificamente condivisi dalla comunità degli psicologi”. Pertanto, rileva che “ci sono dubbi sulle modalità di lavoro” adottate nei corsi agli studi di genere che si propone di introdurre nelle scuole il decreto Fedeli, “e altri dubbi sul reale nesso causale tra questo tipo di educazione e la lotta all’omofobia e alle discriminazioni di genere”.

Sempre a proposito del decreto in questione, Scapellato ritiene che, “essendo stato un lavoro sotterraneo da parte delle associazioni Lgbt e del Governo, si è cercato di far passare la legge sfruttando la ‘distrazione’ dei politici e non sollevando troppo interesse da parte della società civile; questo tentativo però è sfumato e davanti alle sollevazioni popolari che ne sono conseguite la nuova linea guida è minimizzare, nella speranza che tutto torni sotto soglia e si possa continuare a lavorare nell’ombra”.

Scapellato spiega che con l’Associazione di Promozione Sociale Praxis, di cui è presidente, sono dieci anni che svolge corsi di educazione sessuale nelle scuole. Conosce quindi la realtà degli alunni e di qui nasce la sua convinzione che “questa educazione gender rischia di creare più confusione nei nostri figli di quella che già hanno”. Educazione gender che riverbera dagli “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’ufficio europeo dell’Oms. Scapellato ritiene che dietro alcuni condivisibili fini dichiarati su questo documento, come la lotta alle discriminazioni e agli atteggiamenti cosiddetti omofobici, si intravedano “altri fini non dichiarati e preoccupanti”.

Lo psicologo maceratese ricorda che il principio alla base è “che non solo il ruolo di genere, cioè cosa un bambino deve fare in quanto maschio e una bambina in quanto femmina, ma anche l’identità di genere, cioè il sentirsi maschio o femmina, e l’orientamento sessuale sono identificazioni esclusivamente dovute alla cultura dominante”. Di qui l’asserzione secondo cui – ricorda Scapellato – “ci si sente maschi non perché biologicamente maschi, ma perché è la cultura che ti spinge a identificarti come maschio; ci si sente eterosessuali perché la cultura dominante ha fatto passare l’eterosessualità come norma sociale, senza che ci sia un fattore naturale a influire”.

Ne derivano le “azioni educative gender”, che Scapellato elenca brevemente: “Insegnare ai bambini già a sei anni che possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali; fargli conoscere ed esplorare tali orientamenti; compiere una frattura tra l’affettività e la sessualità; quest’ultima, progressivamente dai 4 anni in poi, deve essere riconosciuta in tutte le sue parti (conoscenza dei genitali propri e dell’altro sesso, modalità di rapporti, gravidanze indesiderate, contraccettivi, aborti, fecondazione assistita, malattie sessuali, ecc.)”.

Azioni che Scapellato contesta, giacché “come tutta la psicologia dello sviluppo ha sempre sostenuto, l’identificazione sessuale e l’orientamento sessuale sono processi talmente complessi e intimi che investono il bambino in tutte le sue istanze coscienti e inconsce”. Quindi “presentargli la sessualità come mero appagamento di un impulso erotico contingente è riduttivo e crea senz’altro maggiore confusione nella sua mente, soprattutto quando è l’adulto che attribuisce al bambino i propri significati sessuali che egli evidentemente ancora non comprende”.

Scapellato rammenta che “l’evoluzione sessuale del bambino dipende dall’evoluzione della sua intera personalità e quindi non può avere gli stessi tempi tra un bambino e l’altro”. L’aver messo tappe troppo “precoci e uguali” per tutte le età è un rischio laddove vi siano sensibilità ancora non pronte. “Ritengo – prosegue lo psicologo – che per combattere le discriminazioni sia necessario far conoscere meglio e insegnare a rispettare la bellezza delle differenze, non annullarle del tutto: per combattere l’omofobia non occorre un mondo omosessuale, per combattere la violenza sulle donne non occorre creare un essere neutro”.

Alla luce di queste verità scientifiche e della nota di cui è primo firmatario, Scapellato auspica un nuovo intervento “chiarificatore” del presidente Pierucci. “Ma penso che non arriverà, a meno che non decida di tornare a posizioni super-partes come dovrebbe essere nella natura del suo incarico”, aggiunge.

Il problema, secondo Scapellato, riguarda non solo il mondo della psicologia. Sta avvenendo un più ampio “conflitto antropologico” tra una visione “interazionista” tra natura e cultura e una visione “culturalista” dove si nega l’esistenza, o comunque l’importanza, di una natura data. Questa seconda posizione trova oggi maggior consenso e lo testimonia anche la recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha giudicato non più necessaria l’operazione chirurgica dell’apparato riproduttivo per la rettifica del sesso anagrafico sui documenti dello stato civile. “È una prova – commenta Scapellato – di come questa visione, denominata anche ‘pensiero unico’, abbia preso piede fin nelle strutture profonde della nostra società, avallate da alcuni gruppi politici che ne traggono consenso e voti a discapito del ‘bene comune’”.
Federico Cenci – www.zenit.org

Papa’, assicurami che valeva la pena venire al mondo

L-educazione-dei-figliai miei genitori, Dario e Clementina  che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento  della sua grandezza e positivita’  a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano  cui devo la passione  per la letteratura e per l’insegnamento a don Luigi Giussani,  che a quel sentimento e a quella passione  ha dato la stabilita’ e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.
di Franco Nembrini  per La Croce

La lettera dei presidi sull’emergenza Whatsapp

whatsapp-blue-ticks-mainEcco la lettera firmata congiuntamente da tutti i dirigenti delle scuole medie e superiori di Parma e provincia:

WhatsApp è una applicazione per smartphone molto versatile e di grande utilità: basta una connessione internet per scambiare gratuitamente messaggi (testuali e vocali), foto, video, posizione geografica e fra poco anche vere e proprie telefonate.

La usano centinaia di milioni di utenti, tra questi anche la maggior parte dei nostri alunni: in classe durante le lezioni, a casa mentre fanno i compiti, di notte invece di dormire, e poi mentre camminano per la strada, parlano con il nonno o tra di loro, mentre mangiano il gelato, sull’autobus, al bar, mentre guardano la tv. Il massimo dell’esperienza WhatsApp sono però i gruppi: se non fate parte del gruppo «2D», di quello «Pierino è un cretino» o di quello «Contro il prof di matematica», non potete dire di conoscere davvero WhatsApp.

Solo qui provate l’ebbrezza di ricevere 50 messaggi in un’ora annunciati da suonerie o vibrazioni che rompono il silenzio ogni secondo.

Solo nei gruppi potete ricevere il disegno del tempio greco, la traduzione di latino, la soluzione del problema di mate, insieme con l’ultima serie di insulti al compagno «sfigato» (grasso, che non merita di vivere, che si veste alla Caritas, che è omosessuale, ecc.), alla compagna antipatica, presuntuosa, facile, che le piace Tizio, che è stata con Caio.

Oppure, ancora, contro il preside, la prof di lettere, il bidello. Se siete fortunati poi, venite inondati di video di quella che bacia quello, di quell’altra che posta le foto della prima volta, di foto orrende di lei diffuse da lui dopo che è stato lasciato, eccetera, a piacere (stiamo parlando di 12enni).

Per non farsi mancare nulla, negli ultimi tempi infine girano trionfanti anche foto e video macabri dell’Isis, che non hanno bisogno di essere descritti.

Diciamoci allora almeno 4 cose:

1. Pochi lo sanno, ma tutti i nostri alunni del primo ciclo usano WhatsApp illegittimamente. Dicono infatti – molto chiaramente – i Termini di servizio che devi «avere almeno 16 anni perché il servizio WhatsApp non è pensato per minori di 16 anni. Se hai meno di 16 anni non hai il permesso di utilizzare il servizio WhatsApp».

2. L’uso continuo, distorto e indiscriminato di WhatsApp (come degli altri social) – comprensibile per chi ha appena scoperto il suo fascino – limita le ore di sonno, riduce la capacità di attenzione e di lavoro, impedisce di studiare e di concentrarsi, oltre a incidere negativamente sulle relazioni sociali.

3. Con un cattivo uso di WhatsApp (ci) si può far molto male: basta scorrere le notizie della cronaca per scoprire i danni che gli insulti, i video e le foto a cui abbiamo accennato sopra possono fare a dei ragazzi che sparano migliaia di colpi al secondo su e contro chiunque, senza rendersi conto del peso che i loro messaggi hanno quando vengono moltiplicati all’interno dei gruppi. E dire che i Termini di servizio sono molto chiari al riguardo: chi usa Whatsapp si impegna infatti a «non pubblicare materiale che è contro la legge, osceno, diffamatorio, intimidatorio, assillante, offensivo da un punto di vista etnico o razziale, o che incoraggia comportamenti considerati reati, che danno luogo a responsabilità civile, che violano qualunque tipo di legge, o che sono in qualunque modo inopportuni», oltre che «a non assumere l’identità di altri».

4. La diffusione di immagini senza autorizzazione dell’interessato è un reato
che docenti e dirigenti hanno l’obbligo di denunciare alle autorità, del quale i genitori dell’alunno minorenne possono essere chiamati a rispondere civilmente. Questo vale ovviamente per tutti i reati commessi usando Whatsapp e o altri social, non solo quelli relativi alla privacy.

Proviamo a prevenire alcune obiezioni, prima di fare qualche proposta. La prima è da digital native: perché prendersela con un’App specifica? Se non è WhatsApp sarà Instagram, Telegram oppure Wechat o Viber o altre ancora. Ne cancelli una, ma ce ne sono altre 10:
ciò non toglie tuttavia che noi dobbiamo rinunciare a costruire insieme delle regole. La seconda è un classico per tutti i tempi: il problema non è lo strumento ma l’educazione al suo uso, quindi è la scuola che… sono gli insegnanti che… i programmi che… Ci siamo abituati: quando non si sa dove andare a parare, si dice che ci deve pensare la scuola (le istituzioni pubbliche come discariche della globalizzazione, dice Bauman). Ovviamente siamo d’accordo: la scuola ci deve pensare, perché il nostro è il luogo della conoscenza, della sperimentazione e della critica. Ma non basta scaricarci addosso il problema, dobbiamo occuparcene tutti.

La terza è che si tratti di critica moralista, bacchettona, proibizionista: un modo semplicistico di liberarsi della questione chiudendo gli occhi, in attesa della prossima vittima e della prossima disperata richiesta di aiuto (al preside, all’insegnante, alla psicologa della scuola).

Apriamo allora il dibattito pubblico proponendo tre soluzioni coraggiose:

1. Cancelliamo Whatsapp dal telefono dei nostri figli se non hanno compiuto 16 anni.

2. Se ci sembra troppo, cancelliamo almeno l’iscrizione ai gruppi: questo non impedirà ai nostri figli di comunicare con gli altri, ma ci guadagneranno in sonno, attenzione, vita reale e benessere.

3. In ogni caso, parliamo con i nostri figli e scriviamo insieme a loro le regole per disciplinare le attività in rete, in modo da limitare i danni di cui abbiamo parlato. Lo stiamo facendo nelle nostre scuole con progetti, incontri e attività laboratoriali: facciamolo anche a casa, ma soprattutto facciamolo insieme, scuole e famiglie.

Non possiamo accettare a cuor leggero un accesso libero e senza controllo a internet (cioè senza regole o presenza adulta) sia per i contenuti a cui i nostri figli hanno accesso (violenza, pornografia, notizie e video macabri), sia per il momento di sviluppo in cui si trovano, ovvero una fase in cui occorre formare competenze relazionali-sociali che solo nel contatto reale con gli altri possono crescere.

Possiamo anche buttare il cuore oltre l’ostacolo e risolvere il problema alla radice, comprando cellulari da poche decine di euro, che non hanno accesso a internet. Telefonate e messaggi sono più che sufficienti fino alla terza media. Fareste guidare un autobus al posto della bicicletta a vostro figlio dodicenne?

(tratto dalla Gazzetta di Parma)

Mio papà non mi chiedeva di diventare qualcosa d’altro ma di essere me stesso

“Un giorno uno dei miei figli prende a insultarmi e dice: ‘vai a insegnare per l’Italia letteratura a tutti e a me non hai mai spiegato niente. Lunedì ho l’interrogazione su Dante’. Allora gli ho detto ‘Va bene, domani sera rimango a casa e studiamo insieme’. Quella sera c’era lui, il fratello e due vicini di casa. Sono rimasti così colpiti che questo mio figlio mi dice: ‘Papà, perché non andiamo avanti domenica prossima?’. Insomma, di domenica in domenica ci trovavamo a leggere Dante, ma il gruppo aumentava sempre. Avevamo cambiato più case alla ricerca di taverne sempre più capienti, alla fine siamo finiti in una scuola. Ad aprile dell’anno dopo li ho contati e erano duecentottanta quattro ragazzi che, invece di ‘farsi le canne’, per un passaparola, senza nessun avviso in parrocchia o a scuola, si ritrovavano a leggere Dante; chi portava la fidanzata, chi i compagni di classe o gli amici dell’oratorio… Quella volta ricordo che pensai: ‘il primo che parla male dei giovani di oggi deve prima passare sul mio corpo’. Questi giovani non vedono l’ora di poter vivere per qualcosa di grande.

Ho cominciato ad essere chiamato in alcune città e mi sono ritrovato duemila tremila giovani. Dante era proprio quello che la scuola italiana, per cinquant’anni, aveva rinnegato e sepolto dichiarandolo incomprensibile, non adeguato ai tempi. Il problema invece era che Dante è un cristiano di una forza, una limpidezza, una capacità di sfida, che lo può capire solo chi questa sfida la raccoglie. Noi, davanti alla vita, ce l’abbiamo quella forza lì, di quell’uomo che racconta di sé stesso la selva oscura, il bisogno, il miserere, andar dietro a un maestro, andare a conoscere tutto il proprio male, trovare un percorso per cui questo male possa essere perdonato e avere perciò accesso a una vita che è un pezzo di paradiso su questa terra?”.

Così Franco Nembrini, professore, educatore e dantista, racconta il suo lavoro con i ragazzi. Preside della scuola bergamasca “Le tracce”, tiene incontri in tutto il mondo sul rischio educativo e su Dante e sarà a Roma dal 14 al 18 gennaio 2015. Gli appuntamenti si svolgeranno nelle parrocchie di San Bernardo di Chiaravalle, Santa Maria Regina Mundi, Gran Madre di Dio e San Timoteo.Per l’occasione il prof. Nembrini è stato intervistato da ZENIT sulla questione dell’emergenza educativa.

***

Qual è la percezione che i ragazzi hanno di sé stessi e della realtà?

Mi sembra che questa sia una generazione di ragazzi che non si piacciono e non in senso estetico e superficiale: c’è un oscuro sentimento di colpa, che si può esprimere nella domanda: “ma cosa ho fatto di così grave da non poter essere amato, accolto e perdonato?”. Mentre la generazione precedente sosteneva che il mondo andava cambiato e riversava tutta la sua rabbia e violenza all’esterno, questi ragazzi esercitano invece una qualche forma di violenza contro se stessi. Senza andare a valutare la percentuale dei suicidi, il tipo di patologie come l’anoressia, la bulimia, gli emo che si tagliano, gli attacchi di panico, fa pensare che questi ragazzi non si stimano, si puniscono per qualcosa, e gli psichiatri confermano che c’è questo fenomeno da affrontare.

L’educazione è sinonimo di misericordia? In che senso?

L’educazione mi sembra l’azione perfettamente coincidente con quello che è il cristianesimo: che cosa ha fatto con noi Dio quando ha visto la povertà e l’infelicità dell’uomo? Ci ha amati; amati vuol dire che ha dato la vita per noi prima, prima che diventassimo buoni.

Amare è affermare il valore dell’altro prima di ogni volontà di cambiamento pur giustificata, indipendentemente dalla sua performance. Spesso noi è come se nei fatti comunicassimo un messaggio molto diverso, cioè ‘potrei volerti bene se tu cambiassi’, mentre l’educatore dovrebbe essere quello che sa dire ‘io darei la vita per te prima che cambi, prima che diventi migliore’.

Una volta uno dei miei figli, cresta da ultimo dei Mohicani, aveva chiuso con me e mia moglie da un anno e mezzo. Non sapendo più cosa fare, gli ho detto. “Guarda, io devo andare a Roma, se vuoi ti do cinque giorni di assenza da scuola. Scegliti cinque amici; voi andate in giro e poi ci ritroviamo la sera”. Era l’unica cosa che potevo fare ancora per dirgli: “ci sono”. Siamo stati insieme per cinque giorni e lui ha continuato a non parlarmi. L’ultima sera, passeggiando sul Lungotevere, mi dice: “Papà, posso chiederti una cosa?”. “Certo, dimmi”. Silenzio per un minuto. “Nella vita si può ricominciare?”. Avevo gli occhi gonfi di commozione, era il problema che tutti abbiamo: nella vita si può ricominciare? E hai bisogno di qualcuno che ti dica: “certo, sempre, sempre!”.

Come le è stato trasmesso questo amore gratuito all’interno della sua famiglia?

L’esperienza che ho fatto io è molto semplice: due genitori che dovevano lavorare tutto il giorno e avevano dieci figli; erano molto asciutti e nelle parole e nei gesti, ma ci guardavano in un modo che ti faceva capire che avrebbero dato la vita per te.

Nella sua esperienza con i figli come ha ripreso tutto questo?

Con i miei figli ho cercato di imitare questa chiarezza che avevo visto vivere dai miei genitori: ringrazio mio padre per essersi occupato più della sua santità che della mia, era come se con la coda nell’occhio mi dicesse ‘Franco, io vado, io corro nella vita, vedi un po’ tu… Paragona, quello di cui ti dò testimonianza con quello che vedi tu…”. Mi viene da dire che era un uomo che avrebbe potuto avere scritto in fronte: “corro nella corsa per afferrarlo, io che sono stato afferrato da Cristo”; e ti guardava così, con questa cosa che gli brillava negli occhi, e tu non ti sentivi trascinato con l’ansia di dover diventare qualcosa d’altro: mio papà non mi chiedeva di diventare qualcosa d’altro, mi chiedeva di essere me stesso, di lavorare su di me per accedere a quella letizia che gli vedevo vivere.

Spesso si mira a cambiare il ragazzo, mentre lei dice che il primo problema non è convertirli e farli diventare cristiani: in che senso?

Questa cosa io l’ho imparata da don Giussani: “l’educazione è introduzione alla realtà”. Che un prete non dica che l’educazione ha per scopo far diventare cristiani i ragazzi, è impressionante. Poi uno si chiedeva il perché, e il perché era questo: don Giussani era così sicuro della bontà della realtà fatta da Dio e della bontà del cuore dell’uomo fatto da Dio, che era come se dicesse: “compito degli educatori è semplicemente quello di far parlare la libertà dei ragazzi, la ragione che Dio ha dato loro, e le cose che accadono, proprio le cose, la realtà”. Se questo dialogo è ben impostato, è inevitabile che emerga in loro il senso religioso, perciò la domanda su Dio e il percorso verso la fede.
Franco Nembrini

Un decalogo per aiutare i genitori alle prese con il gender a scuola

Pubblichiamo dieci consigli per aiutare i genitori alle prese con i tentativi di introdurre la teoria del gender nelle scuole dei propri figli.

Consigli operativi concreti per contrastare l’introduzione dell’ideologia gender nell’insegnamento scolastico. Come agire e che cosa fare:

1. Ogni genitore deve vigilare con grande attenzione sui programmi di insegnamento adottati nella scuola del proprio figlio.

2. In particolare, va attentamente letto e studiato uno strumento denominato “Pof” (piano offerta formativa). In esso devono essere elencate chiaramente tutte le attività d’insegnamento che la scuola intende adottare (attenzione: in alcuni casi il Pof è annuale, in altri triennale!).

3. I genitori devono utilizzare lo strumento del “consenso informato”: devono, cioè, dichiarare per scritto se autorizzano, oppure no, la partecipazione del proprio figlio ad un determinato insegnamento. Il consenso va consegnato in segreteria e protocollato (obbligo di legge).

4. A questo punto, si deve avere ben chiaro che gli insegnamenti scolastici sono di due “tipi”:
• insegnamenti curriculari, cioè obbligatori (ad esempio: italiano; matematica, ecc..);
• insegnamenti extracurriculari, cioè facoltativi, dai quali è lecito ritirare il figlio.

5. Nel caso di insegnamenti curriculari (ad esempio, insegnamento delicato a scienze naturali, con nozioni sul corpo umano e sue funzioni, compresa la funzione riproduttiva), si raccomanda che i genitori vigilino con grande attenzione, intervenendo sul singolo insegnante e/o sul dirigente scolastico, qualora si scorgano impostazioni in contrasto con i propri valori morali e sociali di riferimento. Come sempre, più genitori si associano, maggiore è la forza di contrasto.

6. Ad oggi, l’insegnamento “gender” è possibile soprattutto nei programmi di educazione all’affettività e alla sessualità, oppure nei percorsi di “contrasto al bullismo e alla discriminazione di genere”. Sono insegnamenti extracurriculari ed à soprattutto a questi che si deve prestare speciale e massima attenzione.

7. Il consenso/dissenso deve essere formulato per ciascun singolo percorso/progetto/insegnamento (non deve essere generico), va depositato in segreteria e deve essere protocollato (obbligo di legge).

8. Il genitore ha il diritto di chiedere tutti i chiarimenti che vuole, coinvolgendo ogni istituzione scolastica, ad ogni livello: Consiglio di classe, Consiglio di istituto, Consiglio dei professori, dirigente scolastico/preside.

9. Si raccomanda di informare e coinvolgere le associazioni dei genitori: Age (segreteria.nazionale@age.it), Agesc (segreteria.nazionale@agesc.it).

10. L’articolo 30 della Costituzione italiana e l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sanciscono il diritto dei genitori all’educazione ed istruzione dei figli: ogni genitore ha grande potere decisionale e – cercando di aggregare altre famiglie – la possibilità d’intervento sugli organismi scolastici diventa tanto più forte e positiva, soprattutto se sostenuta da un’associazione genitori accreditata (Age, Agesc).

Un forte appello a tutti i genitori affinché si sentano protagonisti diretti, offrendosi come “rappresentanti di classe” ed entrando a far parte dei “Consigli di istituto”.

Massimo Gandolfini
Comitato “Difendiamo i nostri figli”

La finestra di Overton: Come rendere accettabile una idea inaccettabile

Perche’ e’ cambiata l’opinione pubblica su omosessualismo e matrimonio tra persone dello stesso sesso?

Per molti anni l’idea del matrimonio tra le persone dello stesso sesso non era considerata perchè la società non poteva accettare l’idea di matrimonio same-sex. I mass media però hanno influenzato in continuazione l’opinione pubblica, sostenendo le minoranze sessuali. I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono diventati prima accettabili, ma con deroghe, poi come accettabili e infine come neutrali. Ora sono recepiti come “accettabili, ma con deroghe”. Tra poco, probabilmente, diventeranno totalmente accettabili. Quali sono state le tecniche di persuasione adottate per far cambiare idea all’opinione pubblica?

La risposta c’è, ed è un’abile e quanto mai sottile forma di persuasione occulta, una sorta di ingegneria civile, messa in atto dalle menti del pensiero omosessualista. Queste tecniche si basano sulla “Finestra di Overton”.

La finestra di Overton è un modello di rappresentazione delle possibilità di cambiamenti nell’opinione pubblica, descrivendo come delle idee, totalmente respinte al loro apparire, possano essere poi accettate pienamente dalla società, per diventare infine legge. La cosa più inquietante è che queste idee nascono spesso da un piccolo gruppo e a vantaggio solo di pochi, con danni per tutti gli altri

Secondo Overton, qualsiasi idea, anche la più incredibile, per potersi sviluppare nella società ha una finestra di opportunità. In questa finestra l’idea può essere ampiamente discussa, e si può apertamente tentare di modificare la legge in suo favore. L’apparire di questa idea, in quel che potremmo chiamare la “finestra di Overton”, permette il passaggio dallo stadio di “impensabile” a quello di un pubblico dibattito, prima dalla sua adozione da parte della coscienza di massa e il suo inserimento nella legge.

Non si tratta di lavaggio del cervello puro e semplice, ma di tecniche più sottili, efficaci e coerenti, si tratta di portare il dibattito fino al cuore della società, per fare sì che il cittadino comune si appropri di una certa idea e la faccia sua. All’inizio è talvolta sufficiente che un personaggio pubblico o politico la promuova in modo caricaturale ed estremo, e che poi il resto della classe pubblica e politica smentisca con grande foga. Ecco, l’idea è nata, e la danza dei furbetti può cominciare. Il soggetto è lanciato, e si può discuterne per il bene di tutti e sgombrare il campo dagli equivoci!

Secondo questa teoria, una finestra è l’intervallo di idee che possono essere accettate dalla società in un determinato momento e che vengono apertamente manifestate dai politici senza che questi ultimi passino per estremisti. Le idee evolvono secondo i seguenti stadi:

  • inconcepibile (inaccettabile, vietato)
  • radicale (vietato, ma con delle riserve)
  • accettabile (l’opinione pubblica sta cambiando)
  • utile (ragionevole, razionale)
  • popolare (socialmente accettabile)
  • legalizzazione (nella politica dello Stato)

L’uso della finestra Overton è il fondamento della tecnologia di manipolazione della coscienza pubblica finalizzata all’accettazione da parte della società di idee che le erano precedentemente estranee e consente l’eliminazione dei tabù. L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo. Ciò comporta uno spostamento della stessa finestra, ed un dibattito polemico ben governato permette di raggiungere la fase ulteriore all’interno della finestra.

Dei gruppi di riflessione producono e diffondono opinioni all’esterno della Finestra Overton, per rendere la società più ricettiva verso l’idea in corso. Quando un gruppo di riflessione vuole imporre una idea considerata inaccettabile dall’opinione pubblica, utilizza la Finestra per tappe. Prendiamo ad esempio l’evoluzione del pensiero unico omosessualista: la teoria del gender. Lo spostamento della Finestra Overton in direzione di un cambiamento dell’atteggiamento verso le persone LGBT e le loro tesi può passare per i seguenti stadi:

Stadio 0 : in questo stadio il problema è inaccettabile, non è discusso nella stampa e non è ammesso dalla gente,

Stadio 1 : il tema evolve da “assolutamente inaccettabile” a “vietato ma con delle riserve”. Si afferma che non bisogna avere alcun tabù, il tema comincia ad essere discusso in piccole conferenze durante le quali degli stimati economisti, psicoanalisti e altri tecnici addentro al problema, fanno delle dichiarazioni di carattere “scientifico”. Il soggetto cessa di essere tabù e viene introdotto nello spazio mediatico. Risultato: il soggetto inaccettabile è messo in circolo, il tabù è desacralizzato, il problema non suscita più la medesima reazione, che comincia ad articolarsi in diversi gradi.

Stadio 2 : il tema del gender passa dallo stadio del radicale (vietato, ma con delle riserve) allo stadio di accettabile. Continuano ad essere citati economisti e sociologi e vengono create espressioni eleganti: non si parla più di emarginazione sociale propriamente detta ma, diciamo, di una realtà obiettiva nella quale sempre più persone LGBT hanno difficoltà a sopravvivere degnamente e che bisogna tentarle tutte pur di dare a tutti l’opportunità di vivere come pare a loro. L’obiettivo è di disconnettere il significato della parola dal suo contenuto nella coscienza sociale.  Nel frattempo, reportage televisivi cominciano a mostrare che le “innaturalità” della teoria del gender non sono mai state realmente dimostrate.

Stadio 3 : La Finestra Overton si sposta, trasferendo il tema dall’ambito dell’accettabile a quello del ragionevole/razionale, ciò che deriva dalla “necessità economica”. Si afferma che l’omosessualità è un fatto naturale. Non bisogna nascondere l’informazione che ognuno è libero di essere ciò che vuole e quando vuole..

Stadio 4 : da utile a popolare (socialmente accettabile). La discussione non verte solo sull’esempio di personaggi storici o mitici, ma anche ponendo l’accento sulla durezza dei tempi in cui gli omosessuali erano ghettizzati, malmenati ed emarginati. La teoria del gender comincia a essere ampiamente discussa nei programmi di informazione, nei dibattiti televisivi, nei film, nelle canzoni e nei clip. Per rendere il tema popolare, si cita spesso ad esempio un personaggio storico celebre che a suo tempo era stato costretto all’emarginazione, prima di diventare una persona importante.

Stadio 5 : da socialmente accettabile alla legalizzazione. Il soggetto è oramai lanciato, viene automaticamente riprodotto nei media e negli show-biz, e raccoglie consensi politici. Giunti a questa tappa, “l’umanizzazione” dei fautori della teoria del gender viene utilizzata per giustificarne la legalizzazione. Possiamo davvero noi giudicare ciò che è bene per ciascun individuo? Anche se tutto questo può sembrare a qualcuno “amorale”, è necessario, perché una società funzioni, che ognuno trovi il posto che più gli è congeniale.

Stadio 6 : da tema popolare, la teoria gender e tutte le rivendicazioni LGBT diventano legali. Si crea una base normativa, compaiono delle lobbies, vengono pubblicati degli studi che sostengono il tema della legalizzazione. Un nuovo dogma appare: “per una società più equa è necessario che le persone LGBT abbiano gli stessi diritti alla famiglia o alla procreazione degli eterosessuali”. La legge è approvata, il gender diventa luogo comune nelle scuole e nei giardini di infanzia e la nuova generazione non riesce a capacitarsi di come si sia potuto pensarla in modo diverso.

Molte altre idee contemporanee sembravano assolutamente inconcepibili solo qualche decina di anni fa e sono poi diventate accettabili per la legge e agli occhi della società: aborto, immigrazioni massive, droghe “leggere”, eutanasia, pedofilia, incesto, poliamore . Non credete che questa evoluzione abbia seguito lo scenario sopra descritto? Credete davvero che queste “riforme” si siano ispirate al bene comune o non piuttosto che siano state adottate nell’interesse di qualcuno?

da: http://www.cristianiperlanazione.it/

Perché il gender non serve contro bulli e femminicidi

Ma questa educazione di genere a chi serve? È davvero utile per combattere i cosiddetti stereotipi di genere? Serve realmente introdurre nelle scuola una “competenza di genere” per contrastare la discriminazione e l’omofobia? Se tra i programmi scolastici fosse stabilmente inserita l’educazione di genere, e magari anche il “linguaggio di genere”, potremmo meglio controllare fenomeni odiosi e inaccettabili come il bullismo, il sexting, la violenza sulle donne, o addirittura il femminicidio? La questione non è più eludibile dopo la bufera che ha travolto l’Unar (fondi pubblici per un progetto sociale destinati a un’associazione nei cui circoli si praticherebbe la prostituzione gay), ma anche dopo le polemiche che accompagnano stabilmente leggi come quella sull’educazione di genere, di cui la Commissione cultura della Camera ha proposto qualche giorno fa un testo unificato – considerato ambiguo e pericoloso dalle associazioni familiari – che servirà per arrivare alla discussione in Aula. Ma sotto osservazione c’è anche l’ormai famigerato comma 16 della legge sulla “Buona scuola” la cui formulazione ambigua, apparentemente favorevole alle teorie gender, ha convinto il ministero ad avviare la stesura di linee guida interpretative. Peccato che questi chiarimenti non siano mai arrivati, alimentando inevitabilmente disorientamento e sospetti.

Perché abbiamo ricordato il caso Unar? Perché l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali era stato investito, fin dal 2012 (governo Monti, Dipartimento per le pari opportunità sotto la gestione Fornero), del compito di dare concretezza alla “Strategia nazionale contro le discriminazioni”. Un complesso pacchetto di iniziative di cui il cui primo capitolo era proprio dedicato all’educazione e all’istruzione. La vicenda dei tristemente noti volumetti dell’Istituto Beck ispirati alle teorie del gender e diffusi nelle scuole, poi ritirati, poi ancora diffusi senza troppo clamore e infine dissolti nel nulla dell’insignificanza, faceva proprio parte di quel disegno. Un progetto secondo cui sarebbe risultato urgente diffondere nelle scuole una cultura di genere anche attraverso «iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere».

E poi, naturalmente, progetti secondo cui l’educazione di genere sarebbe risultata la terapia più efficace contro la discriminazione, il bullismo, la violenza di genere. Al di là dell’ambiguità della formulazione, che tradiva l’impostazione ideologica non a caso formulata grazie alla consulenza di 29 associazioni lgbt, nessuno si è mai interrogato sull’effettiva utilità del mezzo. Mettiamo da parte per un momento la difficoltà di definire in modo univoco l’espressione “educazione di genere”. Anche tra i pedagogisti le opinioni sono tanto diverse da apparire inconciliabili. Limitiamoci a due interpretazioni. Si tratta di un insieme di conoscenze che deve limitarsi a fornire informazioni per combattere modelli negativi e banalizzanti nella rappresentazione del maschile e del femminile in chiave antidiscriminatoria?

Oppure occorre scendere nel cuore delle relazioni interpersonali, addentrandosi nell’educazione all’affettività, ai sentimenti, alla sessualità, con un approccio che solo la malafede può presumere di mantenere su un piano informativo neutro, slegato dai valori e dal significato profondo della sessualità umana? In ogni caso la materia non può essere maneggiata senza quelle attenzioni e senza quella delicatezza richiesta da un approccio autenticamente educativo e, soprattutto, senza il coinvolgimento diretto e informato dei genitori. Attenzioni che nel testo unificato della legge in discussione alla Commissione cultura della Camera, vengono solo accennate, lasciando spazio al rischio che il ruolo della famiglia possa essere subordinato alla “professionalità” dei docenti.

Problemi reali, e anche drammatici, che lasciano però ancora irrisolta la questione centrale. Hanno senso gli sforzi per rimettere ordine nella marcia finora a senso unico dell’Unar, con una razionalizzazione dei programmi e una verifica dei finanziamenti? Ha senso affrontare un dibattito legislativo che s’annuncia lungo e difficile per definire l’educazione di genere e impedirne le derive facilmente immaginabili? E se poi questo approccio pedagogico non servisse per combattere discriminazioni e violenze? Se non fosse questa la strada giusta per opporsi al dilagare dei femminicidi? Il sospetto è stato avanzato dal Moige che proprio nel corso dell’audizione per la legge sull’educazione di genere, ha portato una serie di dati desunti dall’agenzia Onu ( United Nations Office on drug and crime). L’Italia ha un tasso di femminicidi dello 0,24 ogni centomila abitanti, cioè più basso di quello di Austria, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Svizzera, Finlandia, tutte nazioni considerate come modello avanzato di educazione di genere. Come mai in quei Paesi questo approccio pedagogico considerato d’avanguardia non ha funzionato? Le perplessità aumentano osservando che lo stesso flop educativo si riscontra per la battaglia contro il bullismo. Nei Paesi del Nord Europa – sempre quelli dove l’educazione di genere è affermata e certificata – i tassi della microcriminalità giovanile sono in media dieci volte superiori a quelli italiani. Anche su questo fronte quel tipo di approccio educativo si è rivelato un’arma spuntata. E nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni esaurienti.

Che ci sia qualcosa che sfugge ai nostri ideologi delle gender theory è però evidente. Ìl caso Norvegia è noto, ma è utile ricordarlo. Il più avanzato centro di ricerca nazionale sul tema, il “Nordic gender institute”, si è visto sospendere i finanziamenti dal governo ormai tre anni fa, quando le statistiche locali hanno dimostrato che la battaglia per la parità di genere (comunque già molto radicata nei Paesi nordici) non aveva fatto un solo passo grazie all’educazione di genere. Torniamo ai femminicidi. Fermo restando che una sola donna uccisa per ragioni legate al genere risulta un fatto comunque inaccettabile, va anche detto che in Italia la media dei femminicidi appare costante da 15 anni. Ma che tipo di educazione di genere servirebbe per offrire soluzioni non velleitarie a questo problema? Forse, se vogliamo rispondere in modo non ideologico a questa ma anche ad altre emergenze, sarebbe necessario rivedere in fretta alcune convinzioni educative e convincerci che la pedagogia di genere, semmai riuscissimo a definirne i contorni in modo convincente per tutti, non può essere lo strumento decisivo per incidere sulla deriva di valori e sulla crisi relazionale che scombinano la nostra società. E non può esserlo soprattutto se questo impegno viene lasciato soltanto alla scuola, soprattutto sulla base di norme tanto contraddittorie, ignorando che quando si parla di differenza sessuale, di verità dei ruoli e dei modelli sessuali, di rispetto, di sentimenti, di affetti, si parla inevitabilmente di amore. E questo non si può fare secondo i commi di una legge e neppure secondo i modelli dell’Unar.

Genitori, per favore, crescete (Pino Pellegrino)

C’è da augurarsi che nessuno dei lettori sia ammalato della malattia di cui dobbiamo (sì, lo sentiamo come dovere!) parlare in questo mese: il rachitismo.
I medici ci dicono che chi è affetto da rachitismo è carente di vitamina D, per cui l’ossificazione è ostacolata e la crescita bloccata ed ecco l’uomo debole, fragile, non cresciuto, non virile, non energico e forte. è chiaro che qui non parliamo di rachitismo fisico, ma di rachitismo psichico, di infantilismo spirituale.
Parliamo di educatori non cresciuti ‘dentro’. Ne parliamo come obbligo morale, come abbiamo detto, perché il rachitismo psichico colpisce al cuore l’educazione e la distrugge!
È noto a tutti che ‘educare’ equivale a ‘far emergere’, a ‘suscitare’ l’Uomo nascosto in ogni bambino che approda sulla Terra, così come Michelangelo ha fatto emergere il capolavoro del David nascosto nel blocco di marmo.
Ebbene, sta qui il cuore del nostro ragionamento: può far emergere una persona solo chi è emerso, solo chi ha fatto in sé l’esperienza della crescita! In breve: può far crescere solo chi è cresciuto! Chi è bonsai, non potrà mai far emergere sequoie (le piante più alte della Terra).
Ecco perché il rachitismo psichico è la malattia pedagogica più grave in assoluto.
Come si vede, il discorso si fa serio perché il punto nevralgico dell’emergenza pedagogica che è sotto gli occhi di tutti, sta nel fatto che oggi la gente cresce sempre più, mentre gli Uomini simpaticamente Uomini, gli Uomini riusciti che dimostrano la bellezza di appartenere alla specie umana, diminuiscono!
Stiamo scivolando nel piagnisteo? No! Stiamo facendo una riflessione ad alta voce per lanciare il messaggio pedagogico più urgente, oggi: “Genitori, per favore, crescete!”.
I nostri ragazzi hanno bisogno di riempirsi gli occhi di adulti limpidi, ben definiti. Hanno bisogno di padri e di madri che si comportino da genitori, non da amici.
L’allarme è così urgente che vien lanciato da tutte le sponde.
La scrittrice Elena Loewenthal ci avvisa: «I nostri poveri adolescenti, già confusi per i fatti loro, potrebbero trarre danni irreparabili dal confronto con gli adulti marmocchi, resistenti alla crescita e tanto più se sono i propri genitori. Quindi mamme e papà, mammine palestrate e paparini frizzanti, bando agli affanni del giovanilismo coatto. È arrivata finalmente l’ora di crescere!».
Sulla stessa lunghezza d’onda della scrittrice è don Antonio Mazzi quando ci manda a dire che «L’anello debole della nostra società sono i quarantenni, non i quindicenni. La fragilità dei quarantenni è spaventosamente patologica: uomini grandi, ma piccoli; potenti, ma fragili; ricchi, ma vuoti; sempre amanti, mai mariti!».
Il rachitismo psichico tanto diffuso dovrebbe darci la sveglia. La pedagogia è stata stampata su carta migliaia di volte, in milioni di copie. La trovi in tutte le lingue. Eppure l’umanità è ancora ferma. Che cosa aspetta?
Aspetta Uomini di fatti, non di fiato, Uomini riusciti: personalità d’alto fusto. Poi si muoverà!

UN UOMO RIUSCITO
• L’Uomo riuscito è esistito! È esistito l’Uomo che ha tratto da sé tutto il volume dell’uomo. Un capolavoro di umanità. Aveva un nome preciso: si chiamava Gesù! Si cerchi fin che si vuole, ma non si trova uno che possa superarlo!
• Lo dicono tutti, anche quelli che non lo seguono, tanto è impegnativo.
• Persino un ateo come il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) ha dovuto ammettere che “da Cristo in giù è solo pianura!“.
• Ci spiace non poter provare in questa sede (l’abbiamo fatto altrove) che Gesù è la personalità più alta e più significativa di tutta la storia. Qui ci limitiamo a trarre una conseguenza. Se è vero che Gesù è la Cima, non far incontrare i nostri ragazzi con Cristo, nascondere loro la sua conoscenza, può configurarsi come un vero reato: un reato pedagogico! È privarli della ‘terapia’ più sicura che guarisce l’uomo e lo fa crescere più in fretta: la ‘Cristoterapia‘.

QUESTO DICO AL FIGLIO ADOLESCENTE
• La vita ha il gusto che le dai.
• Va’ in giro con la tua faccia, non con quella da fotocopia!
• Si può essere notevoli, senza essere notati.
• “Non esiste bellezza senza personalità” (Sofia Loren).
• Il sorriso trasforma i brufoli in ali.
• La festa è nel cuore, non nel bicchiere di liquore.
• Guarda in alto, non in aria!
• La vita è più mitica di quanto ti immagini!

PRENDO NOTA
• Non voglio far pensare che diventare adulti significhi diventare noiosi.
• Il figlio non è una medaglia da appendere al collo: non lo obbligo a fare gli straordinari per dimostrare d’aver messo al mondo un fenomeno!
• Si inganna il figlio a farlo crescere con il sedere nel burro.
• Chi ama i fiori non li calpesta, né li coglie per sé, ma li lascia crescere, liberi e belli, nel prato.

Pedofilia e riti voodoo: allarme in Inghilterra per la tratta di bambini africani

Dirty_Flower_by_laloxCentinaia di bambini africani rapiti e portati in Inghilterra per riti voodoo ed atti di pedofilia: è l’allarme lanciato da Kirsten Sandberg, già giudice della Corte Suprema norvegese e responsabile del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Fenomeno che si intreccia con il turismo di predatori sessuali con appetiti perversi e malati, attenzioni verso i più piccoli sia nei Paesi loro originari che nel Regno Unito.

Torture, abusi, addirittura rituali di stregoneria e pratiche voodoo: a tutto questo migliaia di ragazzini sarebbero sottoposti.

Uomini inglesi –ma purtroppo sappiamo non solo loro- si recano in Africa o nel Sud Est Asiatico, utilizzando come riserve di caccia istituti di beneficenza od orfanotrofi dove si possono trovare minori in abbondanza senza alcun adulto a cui render conto per le violente afflitte.

Siamo arrivati a livelli per cui esponenti della mala vita locale si recano in estremo oriente per gestire direttamente sul posto la compravendita di minori da destinare al ricco mercato della prostituzione.

Per far fronte a questo fenomeno, il governo britannico ha inaugurato un nuovo strumento giuridico, dei fermi che proibiscono al soggetto destinatario di potersi muovere dall’Inghilterra, applicabili anche a persone considerate ad alto rischio di turismo sessuale, anche se non ancora condannati.

Fonte: The Times