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Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

La Preghiera e la Decisione

preghiera1Non è affatto facile decidersi immediatamente per Dio. E’ necessaria prima una vera e propria risurrezione del libero arbitrio, imprigionato e pietrificato nel male. La grazia di Dio mi illumina sullo stato di perdizione in cui mi trovo. E’ come se fossi precipitato in un abisso dal quale non sono più in grado di uscire. L’unica cosa che posso compiere, sia pure sotto l’impulso della grazia preveniente, è l’invocazione a Dio, perché venga in mio aiuto:” Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera “( Salmo, 129/130,1). La preghiera di supplica, piena di fiducia e di umile insistenza, è la prima risposta di un cuore toccato dalla grazia.

Nella preghiera maturano le decisioni da prendere. Uscire dal male è l’impresa più faticosa che esista. Molti iniziano, ma quanti continuano?

Quante volte anche tu hai meditato di prendere delle decisioni, ma poi hai rinunciato! Oppure, dopo averle prese, ti sei lasciato risucchiare nella vita di prima. La ragione è da ricercare nella estrema debolezza del libero arbitrio reso schiavo dal peccato: pur vedendo il bene da compiere, non ha la forza intima di autodeterminarsi. Vorrebbe decidersi per il bene, ma non ci riesce. Cosa fare? Il demone dello scoraggiamento è pronto ad assalirti, per toglierti ogni speranza di riscatto. In questa situazione occorre difendere ad oltranza la trincea della preghiera. In essa ti rafforzi e vedi con chiarezza i primi piccoli passi da compiere. Il libero arbitrio che risorge è come un bimbo che compie i primi passi. Ha bisogno di essere sorretto dalla preghiera continua e da un’eroica umiltà che gli fa accettare tutte le possibili debolezze, rialzandosi prontamente in piedi a ogni caduta.

 

Bisogna tener fissa l’attenzione sul nostro libero arbitrio, perché è il centro focale di tutto il processo di conversione. Nella preghiera davanti a Dio devi prendere delle decisioni sia pure piccole, che ti facciano fare un passo avanti nella lotta contro il peccato. Devi decidere di fare delle rinunce, oppure alcuni atti di riparazione, o tagliare dei legami, ognuno secondo le condizioni in cui si trova. Senza l’azione della volontà che ripudia il male e decide passi concreti sulla via del bene, la conversione non va avanti. Ci sono alcuni che vivono in una sorta di – velleità – inconcludente, per cui, pur desiderando convertirsi, in realtà rimangono sempre impantanati nel medesimo posto.

Eppure pregano, visitano santuari, chiedono consigli, moltiplicano le pratiche religiose, ma il cambiamento di vita non decolla. Per quale motivo ?

Il motivo consiste nel fatto che il processo di conversione si mette in moto solo nel momento in cui, con tutto lo sforzo che può costare – e a volte è una fatica che fa sudare sangue – decido di rinunciare al peccato e a tagliare alcuni legami concreti con il male. Se ad esempio ti stai drogando, devi nella preghiera arrivare alla decisione ferma di non prendere più la droga e di non frequentare persone e ambienti che ti mettono nell’occasione di drogarti. Certo, non sarà facile deciderlo e quand’anche l’avessi fatto, non è detto che riuscirai subito a conseguire gli obbiettivi che ti sei prefissato di raggiungere. Non fa nulla, ricominciando continuamente da capo il tuo combattimento, la volontà si rafforza nella lotta, finché le cadute diverranno sempre più rare, per poi scomparire del tutto.

Il maligno sa che se decidi nella preghiera di cambiare vita, per lui si fa molto concreto il pericolo di perdere un’anima che ormai considera sua.

Per questo cerca in ogni modo di far rimandare il momento della decisione. Prima ti terrorizza con le difficoltà della strada da percorrere. Ti mostra le – delizie – del peccato, insinuando che non potrai mai vivere senza di esse. Quindi ti presenta la via di Dio che vorresti intraprendere come difficile, impraticabile, perfino impossibile. Ma se ti vede ugualmente deciso a cambiare vita, ecco che ti suggerisce di aspettare domani, non precipitare le cose, rifletterci sopra un momento. Guai a te se cadi nella trappola del rimandare. La decisione di cambiare vita va presa subito nel preciso istante che ti è richiesta dalla grazia e va concretizzata immediatamente in passi che sono alla tua portata e che hanno come loro sbocco naturale il sacramento della riconciliazione.

(..) Prima che possa rafforzarti sulla via del bene, il maligno prepara un assalto come forse mai avevi subito prima, con l’intenzione di riconquistare la fortezza del tuo cuore. (.) Che fare in questa situazione? Occorre resistere. La tentazione ha sempre un tempo e un’intensità oltre le quali il maligno non può andare perché Dio non glielo permette. Quando il vento infuria, è inutile cercare di procedere a viso aperto. Occorre cercare un riparo e attendere. Mentre imperversa la tentazione è necessario raccogliersi nella fede e nella preghiera cercando riparo presso il cuore di Gesù. Satana si avvicinerà con i suoi terrori, le sue paure e le sue seduzioni. Soffierà sulle passioni sanguinanti, ti spaventerà con le sue suggestioni, ti presenterà tutto il suo repertorio di false luci, con le quali ti aveva già sedotto in passato. (.) Quando il maligno cercherà di suggestionarti e di convincerti che non riuscirai a resistere a lungo senza soddisfare le tue passioni, cerca di ricordare come ti sei trovato in passato tutte le volte che satana ti aveva detto la medesima cosa. Non è forse vero che ti sei sentito ingannato e che ogni peccato a cui avevi acconsentito ti aveva lasciato l’amaro in bocca?

Raccogliti perciò in preghiera umile e incessante, e pronuncia sempre più intensamente e profondamente il tuo – rinuncio- !. (.) Inaspettatamente la bufera si placa e ti rendi conto di essere liberato da una grande impostura (.). Svanito l’assalto demoniaco, sei di nuovo avvolto dalla luce di Dio e dal suo amore. A questa vittoria ne seguiranno altre (..).

Non sarà una lotta facile. Chissà quante volte dovrai accostarti al sacramento del perdono con cuore umile e determinato, finché la tua volontà non sarà abbastanza fortificata e salda nel bene.

Non mancheranno le sconfitte, gli scoraggiamenti, la voglia di gettare la spugna e di cedere all’implacabile tentatore. Non arrenderti! Ne va della tua salvezza eterna e anche della tua vita qui sulla terra!.

Riprendi ogni giorno la lotta, con l’aiuto di Dio e il soccorso della Vergine Maria, rifugio dei peccatori. Arriveranno le prime vittorie e Dio ti farà gustare la gioia della sua presenza nel tuo cuore. Potrà ancora accadere che un assalto improvviso ti riporti in una situazione di grande pericolo e perfino di caduta: ma se avrai l’umiltà di accostarti ogni volta al confessionale per riacquistare la grazia di Dio con fermo proposito di non peccare più, il primo e più importante tratto di strada sulla via della santità e della salvezza eterna è stato percorso.

(.) Questo impegno esige una vigilanza quotidiana che dovrà accompagnarti per tutta la vita (.), la crescita nella virtù sarà il tuo impegno quotidiano fino al momento del tuo incontro finale con Cristo.

Padre Livio Fanzaga

 

Maria passa il suo cielo a fare del bene sulla terra (Raniero Cantalamessa)

virgin mary15 agosto: Assunzione di Maria Vergine al cielo
Apocalisse 11, 19.12,1-6.10; I Corinzi 15, 20-26; Luca 1, 39-56

IL MIO SPIRITO ESULTA IN DIO

Il 15 Agosto la Chiesa celebra la glorificazione in corpo e anima al cielo della Madonna. Secondo la dottrina della Chiesa cattolica che si basa su una tradizione accolta anche dalla Chiesa ortodossa (sebbene da questa non definita dogmaticamente), Maria è entrata nella gloria non solo con il suo spirito, ma integralmente con tutta la sua persona, come primizia, dietro Cristo, della risurrezione futura.

La “Lumen gentium” del Concilio Vaticano II dice: “La Madre di Gesù come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore”.

Il brano evangelico scelto per questa festa è l’episodio della Visitazione di Maria a S. Elisabetta che si chiude con il sublime cantico del Magnificat. Il Magnificat può essere definito un nuovo modo di guardare Dio e un nuovo modo di guardare il mondo e la storia. Dio è visto come Signore, onnipotente, santo, e nello stesso tempo come “mio Salvatore”; come eccelso, trascendente, e, nello stesso tempo, come pieno di premura e di amore per le sue creature. Del mondo, è messa in luce la triste suddivisione in potenti e umili, ricchi e poveri, sazi e affamati, ma è annunciato anche il rovesciamento che Dio ha deciso di operare in Cristo tra queste categorie: “Ha rovesciato i potenti…”. Il cantico di Maria è una specie di preludio al Vangelo. Come nel preludio di certe opere liriche, in esso sono accennati i motivi e le arie salienti destinati a essere sviluppati, poi, nel corso dell’opera. Le beatitudini evangeliche vi sono contenute come in germe e in un primo abbozzo.: “Beati i poveri, beati coloro che hanno fame…”.

Nel Magnificat Maria ci parla anche di sé, della sua glorificazione presso tutte le generazioni future: “Ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente”. Di questa glorificazione di Maria siamo noi stessi testimoni “oculari”. Quale creatura umana è stata più amata e invocata, nella gioia, nel dolore e nel pianto, quale nome è affiorato più spesso del suo sulle labbra degli uomini? E non è questo gloria? A quale creatura, dopo Cristo, hanno gli uomini innalzato più preghiere, più inni, più cattedrali? Quale volto hanno, più del suo, cercato di riprodurre nell’arte? “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”, aveva detto Maria di sé nel Magnificat (o, meglio, aveva detto di lei lo Spirito Santo) e venti secoli sono lì a dimostrare che non nsi è sbagliata.

Che parte abbiamo ormai noi nel cuore e nei pensieri di Maria? Ci ha forse dimenticati nella sua gloria? Come Ester, introdotta nel palazzo del Re, ella non si è dimenticata del suo popolo minacciato, ma intercede per esso. “Sento che la mia missione sta per cominciare: la mia missione di fare amare il Signore come io l’amo, e dare alle anime la mia piccola via. Se Dio misericordioso esaudisce i miei desideri, il mio paradiso trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Con queste parole Teresa di Gesù Bambino ha scoperto e fatta sua, senza saperlo, la vocazione di Maria. Ella passa il suo cielo a fare del bene sulla terra, e tutti noi ne siamo testimoni.
Raniero Cantalamessa

Il Papa risponde ai bambini

1. LA COMUNIONE

b16 childrenANDREA – Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua Prima Comunione?

«Naturalmente mi ricordo bene il giorno della mia Prima Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, 69 anni fa, ed era un giorno di sole, la chiesa molto bella, c’era la musica… C’erano tante belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazze e ragazzi del mio piccolo paese di meno di 500 abitanti. Ma al centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo ricordo – la stessa cosa è già stata detta dal vostro portavoce –: ho capito che Gesù e entrato nel mio cuore, ha visitato me, e con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono d’amore che realmente vale più di tutto il resto della vita. Così quel giorno sono stato realmente pieno di una grande gioia, perché Gesù è venuto da me e ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, (avevo nove anni) e che adesso era importante rimanere fedeli a questo incontro, a questa comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo, “io voglio essere sempre con te” e l’ho pregato, “ma stai soprattutto Tu con me”. Così sono andato avanti nella mia vita; grazie a Dio il Signore mi ha sempre preso la mano, mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questo giorno della Prima Comunione è stato l’inizio di un cammino comune e spero che anche per tutti voi la Prima Comunione che avete ricevuto in questo anno dell’Eucarestia sia inizio di un’amicizia per tutta la vita con Gesù, l’inizio di un cammino comune, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona».

2. LA CONFESSIONE

LIVIA – Prima del giorno della Prima Comunione mi sono confessata, poi mi sono confessata altre volte. Volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione, anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli.

«Ti direi due cose. La prima: naturalmente non devi confessarti prima di ogni comunione, perché non fai peccati così gravi che necessitano una confessione. Necessario è solo quando hai commesso un peccato realmente grave, offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso il peccato si dice mortale, grave, ed è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo punto: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi per ogni Comunione è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero: di solito i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per aver pulito, per ricominciare. Altrimenti forse la sporcizia non si vede ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso: se non mi confesso mai l’anima viene trascurata, alla fine sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci da nel sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche a maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: necessario lo è soltanto in caso di un peccato grave, ma molto utile è confessarsi regolarmente, per coltivare la pulizia e la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita».

3. L’EUCARISTIA

ANDREA – La mia catechista, preparandomi al giorno della prima comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo.

«Sì, non lo vediamo ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio: non vediamo la nostra ragione e tuttavia abbiamo una ragione; non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. In una parola: non vediamo la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti perché possiamo parlare, pensare, decidere… Non vediamo nemmeno la corrente elettrica, per esempio, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono e come funziona, vediamo le luci. Quindi proprio le cose più profonde, quelle che portano realmente la vita e il mondo, noi non le vediamo ma possiamo vederne e sentirne gli effetti. Anche per l’elettricità: la corrente non la vediamo ma la luce sì. Così è anche per il Signore Risorto: non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove c’è Gesù gli uomini cambiano, diventano migliori. C’è un po’ una maggiore capacità di pace, di riconciliazione. Quindi non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti, così possiamo capire che Gesù è presente. E, come detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde, importanti. Così andiamo incontro a questo Signore invisibile ma forte, che ci aiuta a vivere bene».

4. LA MESSA DOMENICALE

GIULIA – Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci accompagnano perché alla domenica dormono. Il papa e la mamma di un mio amico lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni. Puoi dire anche a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa insieme alla domenica?

«Gli parlerei naturalmente con grande amore, con grande rispetto per i genitori, perché certamente hanno tante cose da fare… Ma tuttavia, con il rispetto e l’amore di una figlia, si può dire loro: “Cara mamma, caro papà, sai che cosa è importante per noi tutti, anche per te? Incontrarci con Gesù. Questo ci arricchisce. È un elemento importante della nostra vita. Troviamo insieme un po’ di tempo, forse anche dove abita la nonna si troverà la possibilità”. In una parola, con grande amore e rispetto per loro, direi: “Capite che questo è importante non solo per me o per i catechisti. È importante per tutti noi. E sarà una luce per la domenica per tutta la nostra famiglia”».

5. A COSA SERVE LA MESSA?

ALESSANDRO – A che cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione per la vita di tutti i giorni?

«Serve per trovare il centro della vita. Noi viviamo in mezzo a tante cose e le persone che non vanno in Chiesa, anche se non sanno che manca proprio Gesù, sanno che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio diventa assente nella mia vita, se Gesù è assente, manca una guida, manca un’amicizia essenziale, manca anche una gioia importante per la vita, la forza di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare umanamente. Quindi non si vede subito l’effetto dello stare con Gesù, di andare alla Comunione. Ma nel corso delle settimane, degli anni, si sente sempre più l’assenza di Dio, l’assenza di Gesù. È una lacuna fondamentale e distruttiva. Potrei facilmente parlare dei Paesi dove l’ateismo governava: come sono distrutte le anime, ma anche la terra. Così possiamo vedere che è importante, direi anche fondamentale, nutrirsi alla Comunione con Gesù, che ci da proprio la luce e la guida per la nostra vita, della quale abbiamo bisogno».

6. GESU’, PANE DI VITA

ANNA – Caro Papa ci puoi spiegare che cosa voleva dire Gesù quando ha detto alla gente che Io seguiva: «Io sono il pane della vita?»

«Innanzi tutto forse dobbiamo chiarire che cosa è pane. Noi oggi abbiamo una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più semplice il pane è il fondamento del nutrimento. Quando Gesù si chiama il pane della vita, pane è la sigla, l’ abbreviazione per tutto il nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così anche lo spirito, l’anima, la volontà ha bisogno di nutrirsi. Come persone umane che non abbiamo solo un corpo ma anche un’anima, siamo persone pensanti con una volontà, un’intelligenza: dobbiamo nutrire anche Io spirito, l’anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua pienezza. E quindi se Gesù dice: “io sono il pane della vita” vuoi dire che Gesù stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell’uomo intcriore della quale abbiamo bisogno. Perché anche l’anima deve nutrirsi. E non bastano le cose tecniche che sono così importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste, a maturare umanamente. In altre parole: ci nutre, così che diventiamo realmente persone mature e la nostra vita diventa buona».

7. L’ADORAZIONE EUCARISTICA

ADRIANO – Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l’adorazione eucaristica? Che cos’è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie.

«Che cos’è l’adorazione, come si fa, lo vedremo subito perché tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e staremo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta più profonda, non solo il come fare, ma che cos’è l’adorazione. Direi: l’adorazione è riconoscere che Gesù è il mio Signore, che Gesù mi mostra la vita da prendere e che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Gesù e se seguo la via mostrata da Lui. Quindi adorare è dire: “Gesù io sono tuo. Ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te”. Potrei anche dire che l’adorazione, nella sua essenza, è un abbraccio con Gesù nel quale gli diciamo: “Io sono tuo e, ti prego, stai anche Tu sempre con me”».

 

La vita di Madre Teresa

teresa_de_calcuta“ Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”. 

Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, città situata al punto d’incrocio della storia dei Balcani. La più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane Bojaxhiu, fu battezzata Gonxha Agnes, ricevette la Prima Comunione all’età di cinque anni e mezzo e fu cresimata nel novembre 1916. Dal giorno della Prima Comunione l’amore per le anime entrò nel suo cuore. L’improvvisa morte del padre, avvenuta quando Agnes aveva circa otto anni, lasciò la famiglia in difficoltà finanziarie. Drane allevò i figli con fermezza e amore, influenzando notevolmente il carattere e la vocazione della figlia. La formazione religiosa di Gonxha fu rafforzata ulteriormente dalla vivace parrocchia gesuita del Sacro Cuore, in cui era attivamente impegnata.

All’età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “le Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la Professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola  per ragazze, St. Mary. Il 24 maggio 1937 suor Teresa fece la Professione dei voti perpetui, divenendo, come lei stessa disse: “la sposa di Gesù” per “tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata Madre Teresa. Continuò a insegnare a St. Mary e nel 1944 divenne la direttrice della scuola. Persona di profonda preghiera e amore intenso per le consorelle e per le sue allieve, Madre Teresa trascorse i venti anni della sua vita a “Loreto” con grande felicità. Conosciuta per la sua carità, per la generosità e il coraggio, per la propensione al duro lavoro e per l’attitudine naturale all’organizzazione, visse la sua consacrazione a Gesù, tra le consorelle, con fedeltà e gioia.

Il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette l’“ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in che modo non lo raccontò mai, la sete di Gesù per amore e per le anime si impossessò del suo cuore, e il desiderio ardente di saziare la Sua sete divenne il cardine della sua esistenza. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi, per mezzo di locuzioni e visioni interiori, Gesù le rivelò il desiderio del suo Cuore per “vittime d’amore” che avrebbero “irradiato il suo amore sulle anime. ”Vieni, sii la mia luce”, la pregò. “Non posso andare da solo” Le rivelò la sua sofferenza nel vedere l’incuria verso i poveri, il suo dolore per non essere conosciuto da loro e il suo ardente desiderio per il loro amore. Gesù chiese a Madre Teresa di fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.

Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve.

Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente nell’Arcidiocesi di Calcutta. Agli inizi del 1960 Madre Teresa iniziò a inviare le sue sorelle in altre parti dell’India. Il Diritto Pontificio concesso alla Congregazione dal Papa Paolo VI nel febbraio 1965 la incoraggiò ad aprire una casa di missione in Venezuela. Ad essa seguirono subito altre fondazioni a Roma e in Tanzania e, successivamente, in tutti i continenti. A cominciare dal 1980 fino al 1990, Madre Teresa aprì case di missione in quasi tutti i paesi comunisti, inclusa l’ex Unione Sovietica, l’Albania e Cuba.

Per rispondere meglio alle necessità dei poveri, sia fisiche, sia spirituali, Madre Teresa fondò nel 1963 i Fratelli Missionari della Carità; nel 1976 il ramo contemplativo delle sorelle, nel 1979 i Fratelli contemplativi, e nel 1984 i Padri Missionari della Carità. Tuttavia la sua ispirazione non si limitò soltanto alle vocazioni religiose. Formò i Collaboratori di Madre Teresa e i Collaboratori Ammalati e Sofferenti, persone di diverse confessioni di fede e nazionalità con cui condivise il suo spirito di preghiera, semplicità, sacrificio e il suo apostolato di umili opere d’amore. Questo spirito successivamente portò alla fondazione dei Missionari della Carità Laici. In risposta alla richiesta di molti sacerdoti, nel 1991 Madre Teresa dette vita anche al Movimento Corpus Christi per Sacerdoti come una “piccola via per la santità” per coloro che desideravano condividere il suo carisma e spirito.

In questi anni di rapida espansione della sua missione, il mondo cominciò a rivolgere l’attenzione verso Madre Teresa e l’opera che aveva avviato. Numerose onorificenze, a cominciare dal Premio indiano Padmashri nel 1962 e dal rilevante Premio Nobel per la Pace nel 1979, dettero onore alla sua opera, mentre i media cominciarono a seguire le sue attività con interesse sempre più crescente. Tutto ricevette, sia i riconoscimenti sia le attenzioni, “per la gloria di Dio e in nome dei poveri”.

L’intera vita e l’opera di Madre Teresa offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio. Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri.

Durante gli ultimi anni della sua vita, nonostante i crescenti seri problemi di salute, Madre Teresa continuò a guidare la sua Congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Nel 1997 le suore di Madre Teresa erano circa 4.000, presenti nelle 610 case di missione sparse in 123 paesi del mondo. Nel marzo 1997 benedisse la neo-eletta nuova Superiora Generale delle Missionarie della Carità e fece ancora un viaggio all’estero. Dopo avere incontrato il Papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, rientrò a Calcutta e trascorse le ultime settimane di vita ricevendo visitatori e istruendo le consorelle. Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Le fu dato l’onore dei funerali di Stato da parte del Governo indiano e il suo corpo fu seppellito nella Casa Madre delle Missionarie della Carità. La sua tomba divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna. Madre Teresa ci lascia un testamento di fede incrollabile, speranza invincibile e straordinaria carità. La sua risposta alla richiesta di Gesù: “Vieni, sii la mia luce”, la rese Missionaria della Carità, “Madre per i poveri”, simbolo di compassione per il mondo e testimone vivente dell’amore assetato di Dio.

Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. La beatificazione si e’ svolta il 19 ottobre 2003.
La memoria liturgica e’ il 5 settembre.

La vera storia delle Crociate

crociati2Con la possibile eccezione di Umberto Eco, gli studiosi medievali non sono soliti sollecitare l’attenzione dei media. Noi tendiamo ad una relativa quiete (se si eccettua il baccanale annuale del Congresso internazionale di studi medievali di Kalamazoo), leggendo cronache ammuffite e scrivendo studi meticolosi che ben pochi leggeranno. Si immagini, quindi, la mia sorpresa quando, nei giorni successivi all’11 settembre, il Medio Evo balzò improvvisamente alla ribalta.
In quanto storico delle Crociate, mi ritrovai con la tranquilla solitudine della mia torre d’avorio infranta da giornalisti, redattori e conduttori di talk-show ansiosi di trovare lo scoop.

Cosa furono le Crociate?, chiedevano. Quando si ebbero? Quanto fu insensato l’uso della parola “crociata” nei discorsi del presidente George W. Bush? Con alcuni dei miei visitatori avevo la netta sensazione che già conoscessero le risposte alle loro domande, o almeno ne davano l’impressione. Cosa realmente volessero sentirsi dire sembrava non esser altro che la conferma delle loro opinioni. Per esempio, mi veniva frequentemente chiesto un commento sul fatto che il mondo islamico nutre un comprensibile rancore nei confronti dell’Occidente. Non ha la violenza presente, ribadivano, le sue radici negli attacchi brutali e immotivati delle Crociate contro un mondo musulmano raffinato e tollerante ? In altre parole, davvero le Crociate non sono da biasimare?
Osama bin Laden la pensa certamente così. Nelle sue varie esibizioni televisive non manca mai di descrivere la guerra americana contro il terrorismo come una nuova Crociata contro l’Islam.

Anche l’ex-presidente Bill Clinton ha additato le Crociate a lontana causa del conflitto presente. In un discorso tenuto all’Università di Georgetown, narrò (e calcò le tinte di) un massacro di ebrei avvenuto dopo la conquista di Gerusalemme, da parte dei crociati, nel 1099 ed informò il pubblico che l’episodio è tuttora amaramente commemorato, in Medio Oriente (il perché i terroristi islamici debbano essere sconvolti dall’uccisione di ebrei, non fu spiegato). Clinton venne bacchettato, sulle pagine editoriali della nazione, per il suo tentativo di criticare gli Stati Uniti rifacendosi al Medio Evo. Eppure nessuno obiettò qualcosa, circa la premessa fondamentale dell’ex-presidente.
Diciamo, quasi nessuno. Molti storici stavano già da tempo lavorando al riordino del corpus di studi sulle Crociate, prima che Clinton li costringesse ad uscire allo scoperto. Non sono revisionisti, come quelli che imbastirono l’esposizione dell’Enola Gay, ma studiosi autorevoli che hanno messo a frutto molte decadi di accurate, serie borse di studio. Per loro, questo è un “momento di insegnamento”, un’opportunità di spiegare le Crociate a persone che stanno davvero ascoltando. Non durerà a lungo, qui purtroppo funziona così.
Gli equivoci sulle Crociate sono fin troppo comuni. Vengono ritratte come una serie di guerre sante contro l’Islam, generalmente lanciate da papi assetati di potere e condotte da fanatici religiosi. Si pensa che siano state il culmine dell’ipocrisia e dell’intolleranza, una macchia nera sulla storia della Chiesa cattolica in particolare e della civiltà occidentale in generale. Razza di proto-imperialisti, i crociati aggredirono un Medio Oriente pacato e deformarono una cultura musulmana illuminata, lasciando solo rovine. Per trovare variazioni su questo tema non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Si veda, per esempio, il famoso poema epico in tre volumi di Steven Runciman, Storia delle Crociate, o il documentario BBC/A&E, Le Crociate, commentato da Terry Jones. Sono prototipi di storia terribile, e intrattengono tuttora a meraviglia.
Insomma qual è la verità sulle Crociate? Gli studiosi ci stanno ancora lavorando su. Ma molto può già esser detto con certezza. Intanto, le Crociate contro l’Oriente furono in ogni caso guerre difensive. Rappresentavano una risposta diretta alle aggressioni musulmane, un tentativo di arginare e controbattere la conquista musulmana di terre cristiane.
I cristiani dell’undicesimo secolo non erano fanatici paranoici. Dai musulmani bisognava realmente difendersi. Sebbene gli arabi sappiano essere pacifici, l’Islam nacque in guerra e crebbe nello stesso modo. Dal tempo di Maometto, la politica di espansione musulmana consistette sempre nella spada. Il pensiero musulmano divide il mondo in due sfere, la Dimora dell’Islam e la Dimora della Guerra. La Cristianità – e, se è per questo, ogni religione non musulmana – non ha dimora alcuna. Cristiani ed ebrei possono essere tollerati all’interno di un stato musulmano, sotto la legge musulmana. Ma, nell’Islam tradizionale, cristiani ed ebrei devono essere distrutti, e le loro terre conquistate. Quando Maometto stava per intraprendere la guerra contro La Mecca, nel settimo secolo, il Cristianesimo era la religione dominante. In quanto fede dell’Impero romano, attraversava il Mediterraneo intero, incluso il Medio Oriente dove nacque. Il mondo cristiano, perciò, era il primo obiettivo dei primi califfi, e tale sarebbe rimasto per i condottieri musulmani dei successivi mille anni.
Con formidabile energia, i guerrieri dell’Islam si avventarono contro i cristiani subito dopo la morte di Maometto. Ebbero successo. Palestina, Siria ed Egitto – un tempo le aree più fervidamente cristiane del mondo – soccombettero rapidamente. Nell’ottavo secolo, gli eserciti musulmani avevano conquistato tutto il nord cristiano dell’Africa e la Spagna. Nell’undicesimo secolo, i turchi selgiucidi conquistarono l’Asia Minore (la Turchia moderna), cristiana fin dal tempo di san Paolo. Il vecchio Impero romano, noto ai moderni come Impero bizantino, fu ridotto ad uno spazio geografico inferiore a quello dell’attuale Grecia. Disperato, l’imperatore di Costantinopoli spedì missive ai cristiani dell’Europa occidentale, chiedendo aiuto per i loro fratelli e le loro sorelle dell’Est.
Questo è quanto fece nascere le Crociate. Non il progetto di un papa ambizioso o i sogni di cavalieri rapaci, ma una risposta a più di quattro secoli di conquiste, con le quali i musulmani avevano già fatti propri i due terzi del vecchio mondo cristiano. A quel punto, il Cristianesimo come fede e cultura doveva o difendersi o lasciarsi soggiogare dall’Islam. Le Crociate non furono altro che questa difesa.
Papa Urbano II fece appello ai cavalieri della Cristianità, per respingere gli attacchi dell’Islam, al Concilio di Clermont del 1095. La risposta fu sbalorditiva. Molta migliaia di guerrieri fecero il voto della croce e si prepararono alla guerra. Perché lo fecero ? La risposta a questa domanda è stata malamente fraintesa. Sulla scia dell’Illuminismo, era d’uso asserire che i crociati non fossero altro che fannulloni e ladri di galline, pronti a trarre profitto dall’opportunità di razziare e saccheggiare terre lontane.

I sentimenti, testimoniati dai crociati stessi, di pietà, di abnegazione e d’amore per Dio, non erano evidentemente da tenere in considerazione. Furono reputati mera facciata, a nascondere oscuri disegni.
Durante le due decadi passate accurati studi, condotti anche con l’ausilio del computer, hanno demolito questa invenzione. Gli studiosi hanno scoperto che i cavalieri crociati era nobiluomini, per lo più ricchi, e provvisti di larghe proprietà terriere in Europa. Ciononostante, abbandonarono tutto per intraprendere una missione santa. Fare una crociata non era cosa da quattro soldi. Anche i ricchi avrebbero potuto facilmente impoverire, rovinando loro stessi e le loro famiglie, nell’unirsi ad una Crociata. Non facevano così perché si aspettassero ricchezze materiali (che molti di loro già avevano), ma perché contavano su tesori che il tarlo non sbriciola e che la tignola non corrode. Erano acutamente consapevoli dei loro peccati ed ansiosi di intraprendere le fatiche della Crociata come un atto penitenziale di carità e d’amore.

L’Europa è letteralmente stipata di carteggi medievali che attestano questi sentimenti, carteggi nei quali questi uomini ancor oggi ci parlerebbero, se noi ascoltassimo. Chiaramente, non si sarebbero rifiutati di accettare un bottino, potendolo avere. Ma la verità è che le Crociate si rivelarono scarse, quanto all’entità dei saccheggi. Alcuni si arricchirono, è vero, ma la stragrande maggioranza dei crociati tornò a casa con nulla in tasca.
* * *
Urbano II diede ai crociati due mete che sarebbero rimaste prioritarie per secoli, nelle Crociate orientali. La prima era liberare i cristiani dell’Est. Così ebbe a scrivere il suo successore, Papa Innocenzo III:
Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli ? […] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili?
“Fare una crociata – il professor Jonathan Riley-Smith ha detto magistralmente – era vissuto come un atto di amore”. In questo caso, l’amore del proprio prossimo. La Crociata fu considerata uno strumento della misericordia per raddrizzare un male terribile. Come Papa Innocenzo III scrisse ai Templari, “Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari”.
La seconda meta fu la liberazione di Gerusalemme e degli altri luoghi resi santi dalla vita di Cristo. Il termine “crociata” è moderno. I crociati medievali si consideravano pellegrini, nel loro eseguire atti di rettitudine lungo la via che mena al Santo Sepolcro. L’indulgenza ricevuta per la partecipazione alle Crociate fu equiparata canonicamente all’indulgenza per il pellegrinaggio.

Tale meta era spesso descritta in termini feudali. Nell’indire la quinta Crociata, nel 1215, Innocenzo III scrisse:
Considerate, carissimi figli, considerate attentamente come, se qualche re temporale venisse deposto e magari catturato, qualora venga restituito alla sua libertà originaria e giunga il tempo di far calare l’occhio della giustizia sui suoi vassalli, non li guarderà come infedeli e traditori […] a meno che non si tratti di coloro che hanno rischiato non solo le loro proprietà, ma le loro stesse persone, nel votarsi al compito di liberarlo? […] E similmente Gesù Cristo, il re dei re e il signore dei signori, il cui servitore nessuno di voi può negare di essere, colui che congiunse la vostra anima al vostro corpo, colui che vi riscattò col Prezioso Sangue […] non vi condannerà per il vizio dell’ingratitudine ed il crimine dell’infedeltà, se voi rifiutate di aiutarLo?
La riconquista di Gerusalemme, perciò, non fu colonialismo ma un atto di restaurazione ed un’aperta dichiarazione d’amor di Dio. Gli uomini del Medio Evo sapevano, evidentemente, che Dio aveva il potere di ricondurre Gerusalemme alla situazione precedente, che aveva il potere di far tornare il mondo intero alla Sua Legge. Eppure, come san Bernardo di Chiaravalle era solito predicare, il Suo rifiuto di far così non era che una benedizione alla Sua gente:
Di nuovo, io dico, pensate alla bontà dell’Altissimo e ponete attenzione ai Suoi misericordiosi progetti. Egli si pone in obbligo nei vostri confronti, o piuttosto finge di fare così, per aiutarvi a soddisfare i vostri obblighi verso di Lui […]. Io chiamo benedetta la generazione che può cogliere un’occasione di indulgenza così ricca come questa.
Spesso si ritiene che l’obiettivo centrale delle Crociate fosse la conversione forzata del mondo musulmano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nella prospettiva cristiana medievale, i musulmani erano i nemici e di Cristo e della Sua Chiesa. Compito dei crociati era sconfiggerli e difendere la Chiesa contro di loro. Questo era tutto. Ai musulmani dimoranti nei territori conquistati dai crociati generalmente fu concesso di conservare le loro proprietà, il loro sostentamento, e perfino la loro religione. In tutta la storia del Regno crociato di Gerusalemme, il numero degli abitanti musulmani superò abbondantemente quello dei cattolici. Fu solo nel 13° secolo che i francescani intrapresero qualche tentativo di conversione dei musulmani. Tentativi senza successo, infine abbandonati. In ogni caso, si trattò di persuasione pacifica, non di minacce o addirittura di violenza.
Tuttavia le Crociate erano guerre, sicché sarebbe un errore pensarle solo pietà e buone intenzioni. Come in ogni guerra, la violenza era brutale (anche se non brutale come nelle guerre moderne). Ci furono sventure, errori gravi e crimini. Cose ben ricordate oggi, di solito. All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo di crociati, condotti dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e assassinando tutti gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare questa strage. Agli occhi di questi guerrieri, gli ebrei, come i musulmani, erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli ebrei essere usati per finanziare la Crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei.
Cinquant’anni dopo, quando la Seconda Crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati perseguitati:
Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio […]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione.”.
Ciononostante un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei di Rhineland, nonostante le numerose lettere inviategli da Bernardo, per fermarlo. Infine Bernardo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento, e fece finire i massacri.
Spesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. Può essere. Tuttavia queste radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle Crociate. Ebrei perirono, durante le Crociate, ma lo scopo delle Crociate non era quello di uccidere ebrei. È vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli ebrei d’Europa non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le tragiche morti come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie intelligenti, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è uccidere donne e bambini.
Da qualsiasi punto di vista la si osservi, la prima Crociata fu un gran colpo. Non c’era nessun leader, nessuna catena di comando, nessuna linea di approvvigionamento, nessuna strategia particolareggiata. Fu semplicemente l’avanzata di migliaia di guerrieri in territorio nemico, impegnati in una causa comune.

Molti di loro morirono, o in battaglia o per malattia o di fame. Fu una campagna improvvisata, sempre sull’orlo del disastro. Eppure ebbe successo. Nel 1098 i crociati avevano ripristinato in Nicea ed Antiochia la legge cristiana. Nel luglio 1099 conquistarono Gerusalemme e gettarono le fondamenta di uno stato cristiano in Palestina. La gioia in Europa non conobbe freni. Sembrò che la marea della storia, che aveva alzato i musulmani a tali altezze, ora stesse girando.
* * *
Ma così non fu. Quando pensiamo al Medio Evo ci è facile vedere l’Europa alla luce di quello che è divenuta, anziché di quello che era. Il colosso del mondo medievale era l’Islam, non la Cristianità. Le Crociate sono particolarmente attraenti perché rappresentano un tentativo di contrastare quel colosso. Ma, in cinque secoli di Crociate, solamente la prima arrestò significativamente l’avanzata islamica. Poi tornò la bassa marea.
Quando la Contea crociata di Edessa cadde in mano a turchi e curdi, nel 1144, si manifestò un vasto consenso per una nuova Crociata, in Europa. Lo promossero due re, Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania, e lo sostenne nelle sue predicazioni san Bernardo stesso. Fallì miseramente. La maggior parte dei crociati fu uccisa lungo la strada. Quelli che arrivarono a Gerusalemme fecero la peggior cosa possibile, attaccando la Damasco musulmana, già forte alleata dei cristiani. In seguito a tale disastro i cristiani europei furono costretti ad accettare non solo la rinnovata espansione del potere musulmano, ma la certezza che Dio stesse castigando l’Occidente per i suoi peccati. Movimenti pietistici laici germogliarono in tutta Europa, radicati nel desiderio di purificare la società cristiana, per renderla degna della vittoria sull’Oriente.
Lanciare una crociata nel tardo dodicesimo secolo, perciò, significò organizzare una guerra senza quartiere. Ognuno, anche debole o povero, fu invitato a prodigarsi. Ai guerrieri si chiese di sacrificare le loro ricchezze e, in caso, le loro vite, per la difesa dei cristiani d’Oriente. Tutti i cristiani furono chiamati a sostenere le Crociate tramite preghiere, digiuni ed elemosine. Nel frattempo i musulmani si accrescevano. Il Saladino, il grande unificatore, aveva inglobato il musulmano Medio Oriente in una sola entità, incitando alla guerra santa contro i cristiani. Nel 1187, nella Battaglia di Hattin, le sue forze annientarono gli eserciti alleati del Regno cristiano di Gerusalemme e trafugarono la preziosa reliquia della Vera Croce. Indifese, le città cristiane cominciarono a cedere una alla volta, fino alla resa di Gerusalemme, il 2 ottobre. Si salvò solo, lungo il litorale, qualche porto.
La risposta fu la terza Crociata, condotta dall’imperatore Federico I “Barbarossa” di Germania, re Filippo II Augusto di Francia e re Riccardo I “Cuordileone” d’Inghilterra. In qualche misura era una grande cosa, pur non grande come i cristiani avevano sperato. L’anziano Federico annegò nell’attraversare un fiume a cavallo, dimodoché il suo esercito tornò a casa prima ancora d’aver raggiunto la Terra Santa. Filippo e Riccardo arrivarono in nave, ma i loro incessanti alterchi aggiunsero ulteriori contrasti alla già critica situazione della terra di Palestina. Dopo avere riconquistato Acre (Akka), Filippo tornò a casa, dove si dedicò alla confisca dei possedimenti inglesi in Francia. Così il peso della Crociata gravò sulle sole spalle di re Riccardo. Guerriero esperto, capo carismatico e superbo stratega, Riccardo condusse le forze cristiane di vittoria in vittoria, appropriandosi dell’intera costa. Ma Gerusalemme non è sulla costa; dopo due tentativi falliti di aprirsi un varco verso la Città Santa, Riccardo desistette. Promettendo di ritornare, stipulò una tregua col Saladino, tregua che prometteva pace nella regione ed ingresso gratuito in Gerusalemme per i pellegrini disarmati. Ma restò una pillola amara da ingoiare. Il desiderio di ricondurre Gerusalemme alla legge cristiana e di riottenere la Vera Croce rimase intenso in tutta Europa.
Le Crociate del 13° secolo furono più grandi, meglio predisposte e meglio organizzate. Ma fallirono egualmente. La quarta Crociata (1201-1204) si insabbiò nelle secche della politica bizantina, sempre incomprensibile agli occidentali. Dopo una deviazione fino a Costantinopoli per sostenere il legittimo pretendente al trono imperiale, che aveva promesso grandi ricompense e un sostegno per la Terra Santa, i crociati scoprirono che il loro benefattore, benché erede del trono dei Cesari, non poteva mantenere le sue promesse. Sentitisi traditi dai loro amici greci, nel 1204 i crociati attaccarono, fecero cadere e brutalmente saccheggiarono Costantinopoli, la più grande città cristiana nel mondo. Papa Innocenzo III, che già aveva scomunicato l’intera crociata, denunciò fermamente tale azione. Ma c’era ben poco da fare. I tragici eventi del 1204 eressero una porta di ferro tra il credo cattolico romano e quello greco ortodosso, una porta che lo stesso papa attuale, Giovanni Paolo II, è stato incapace di riaprire. Per un’ironia terribile le Crociate, nate dal desiderio cattolico di riunirsi agli ortodossi, divisero – forse irrevocabilmente – gli uni dagli altri.
Nel resto del 13° secolo le Crociate fecero poco di più. La quinta Crociata (1217-1221) riuscì a liberare Damietta, in Egitto, ma i musulmani di lì a poco sconfissero l’esercito cristiano e rioccuparono la città. San Luigi IX di Francia, nell’arco della sua vita, condusse due Crociate. La prima fece capitolare Damietta, ma Luigi, ben presto raggirato dalla sottile diplomazia egiziana, si trovò costretto ad abbandonare la città. Del resto Luigi, sebbene fosse rimasto in Terra Santa per molti anni, spendendo a profusione in lavori difensivi, non realizzò mai il suo desiderio: liberare Gerusalemme. Era molto più vecchio nel 1270, quando capitanò un’altra Crociata a Tunisi, dove morì a causa di un’epidemia. Dopo la morte di san Luigi, due spietati condottieri musulmani, Baybars e Kalavun, lanciarono una brutale rappresaglia contro i cristiani in Palestina. Nel 1291, le forze islamiche erano riuscite ad uccidere o ad espellere dalla regione anche l’ultimo dei crociati, cancellando così il Regno cristiano dalle carte geografiche.
Ad onta dei numerosi tentativi e degli ancor più numerosi progetti, le forze cristiane non furono più in grado di assicurarsi una posizione sicura, nella regione, fino al 19° secolo.
* * *
È probabile che qualcuno pensi che tre secoli di sconfitte cristiane avrebbero intiepidito gli europei, nei confronti dell’idea di Crociata. Tutt’altro. Nel senso che non c’erano alternative. I regni musulmani divennero ancora più potenti nel 14°, 15° e 16° secolo. I turchi ottomani sottomisero, in una sorta di annessione, i loro vicini musulmani, unificando così ulteriormente l’Islam, continuarono le loro incursioni verso occidente, presero Costantinopoli e penetrarono nella stessa Europa. Dal 15° secolo in avanti le Crociate non furono strumenti di misericordia per fratelli distanti, ma tentativi disperati di qualche ultimo resto di cristianità di sopravvivere.

Gli europei cominciarono a prospettarsi la possibilità che l’Islam realizzasse il suo obiettivo di conquistare tutto il mondo cristiano. Uno dei grandi successi del tempo, La Nave dei Pazzi, di Sebastian Brant, diede voce a questo sentimento in un brano intitolato “Il Declino della Fede”:
La nostra fede era forte in Oriente, dominava tutta l’Asia, le terre moresche e l’Africa. Ma ora per noi queste terre sono perdute
e ciò farebbe piangere la pietra più dura […].
Potevi trovare quattro sorelle della nostra Chiesa,
sorelle patriarcali, Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme e Antiochia. Ma sono state prese e saccheggiate e presto anche la testa sarà attaccata.
Naturalmente questo non è successo. Ma c’è mancato poco. Nel 1480, il sultano Mehmed (Maometto) II catturò Otranto, a mo’ di testa di ponte per l’invasione dell’Italia. Roma fu evacuata. Ma il sultano morì poco dopo e, con lui, il suo piano. Nel 1529, Suleiman (Solimano) il Magnifico strinse d’assedio Vienna. Se non fosse stato per i capricci del tempo meteorologico, che bloccarono la sua avanzata e lo costrinsero a tornare indietro, abbandonando buona parte della sua artiglieria, i turchi avrebbero preso la città. E la Germania, allora, sarebbe stata facile preda.
Inoltre, mentre questi frangenti si succedevano, qualcosa d’altro stava fermentando in Europa, qualcosa senza precedenti nella storia umana. Il Rinascimento, originato da una equivoca mistura di valori romani, di pietà medievale e di inedito rispetto verso il commercio e la libera imprenditoria, generò altri movimenti come l’umanesimo, la rivoluzione scientifica e l’età delle esplorazioni. Pur lottando per la sua stessa sopravvivenza, l’Europa stava per espandersi su scala globale. La Riforma protestante, che rifiutò il papato e la dottrina dell’indulgenza, rese impensabili le Crociate a molti europei, lasciando così l’onere della difesa dell’Occidente ai soli cattolici. Nel 1571 una Santa Lega, che di fatto non era che una Crociata, sgominò la flotta ottomana a Lepanto. Tuttavia vittorie militari del genere restarono un’eccezione. La minaccia musulmana fu neutralizzata economicamente.

Quando l’Europa crebbe in ricchezza ed in potenza, i prima terrificanti e raffinati turchi cominciarono a sembrare patetici ed arretrati, al punto da rendere inutile una Crociata. “L’ammalato Uomo d’Europa” andò avanti zoppicando fino al 20° secolo, quando spirò, lasciando dietro di sé l’attuale disastro del Medio Oriente moderno.
Dalla sicura distanza di molti secoli, è abbastanza facile aggrottare le ciglia, disgustati dalle Crociate. La religione, in fondo, è nulla, se si basa sulla guerra. Eppure dovremmo pensare che i nostri antenati medievali sarebbero stati a loro volta disgustati dalle nostre guerre, molto più distruttive, combattute in nome di ideologie politiche. Ed ancora, dovremmo pensare che sia il guerriero medievale che il soldato moderno infine combattono per il proprio mondo e per ciò che lo costituisce. Entrambi sono disposti a sopportare enormi sacrifici, purché ciò sia al servizio di qualcosa di caro, di prezioso, di più grande di loro. Che noi ammiriamo i crociati o no, è un fatto che il mondo così come noi lo conosciamo oggi non esisterebbe, senza i loro sforzi. La fede antica del Cristianesimo, col suo rispetto per le donne ed il suo rifiuto della schiavitù, non solo sopravvisse, ma fiorì. Senza le Crociate, avrebbe ben potuto seguire lo zoroastrismo, un altro rivale dell’Islam, nell’estinzione.
Thomas F. Madden – Crisis
Thomas F. Madden è professore associato della cattedra di Storia della Saint Louis University. È autore di numerosi lavori, tra i quali “Storia Concisa delle Crociate” e coautore, con Donald Queller, de “La quarta Crociata: La Conquista di Costantinopoli”

Dal foulard al burqa, le vie per celarsi

burqua_e_niqabIl Corano non parla mai espressamente di «velo», ma genericamente di ‘mantelli’ (« jalabib ») prescritti alle credenti come segno di distinzione (XXXIII, 59). Più specificamente, il testo sacro maomettano obbliga le donne a coprirsi seno, genitali e, secondo alcune letture, anche collo, capelli e orecchie (XXIV, 31). In pratica, da queste indicazioni coraniche sono discese diverse interpretazioni, corrispondenti ad altrettante forme differenti di ‘velo’.

FOULARD. E’ la variante piu’ ‘leggera’, un semplice velo – bianco, nero o anche vivacemente colorato, magari con fantasie floreali – posato sui capelli e che lascia scoperto sia il volto, sia il collo e le orecchie. Nemmeno la chioma è interamente celata, ma ne sfuggono ampie ciocche sopra la fronte e sui lati.

HIJAB. Copre interamente collo, orecchie e capelli, consentendo alle donne di mostrare soltanto l’ovale del viso. È una delle varianti più diffuse,anche in Africa settentrionale e, attraverso l’emigrazione in particolare di marocchine e algerine, anche in Europa è ormai frequente. Può essere bianco  (l’haik, scende fino ai piedi), nero o color carne; in alcuni casi può essere corredato da una veletta aggiuntiva, di norma di tessuto leggerissimo, che copre anche il mento, la bocca, le guance e la punta del naso; una variante, questa, ricorrente in alcuni emirati arabi del Golfo Persico, per esempio Dubai.

CHADOR. Indumento tipicamente
persiano, è un ampio velo di colore scuro – generalmente nero – che avvolge il capo, si stringe sopra il collo e scende sulle spalle, di solito allungandosi fino ai piedi (che però restano scoperti) in una sorta di
mantello. L’ovale del volto resta visibile. L’abito, proprio della tradizione persiana e non specificamente islamico (ancora oggi è portato anche da iraniane non musulmane, come le zoroastriane, che però spesso prediligono chador più variopinti), era progressivamente caduto in disuso ai tempi dello scià, per poi essere rilanciato dalla Rivoluzione islamica del 1979. Oggi è obbligatorio in pubblico, anche se non è raro che le giovani lascino sfuggire qualche ciocca di capelli.

NIQAB. È l’abito delle donne saudite: nero, ammanta l’intera figura della donna, nascondendone le forme. Anche il volto è completamente coperto;soltanto una sottile fessura lascia spazio agli occhi. Il suo impiego è in espansione, non soltanto in altri Paesi della Penisola arabica – dallo Yemen agli Emirati arabi -, ma anche in Stati costituzionalmente laici che, almeno in via ufficiale, proibiscono il velo. È il caso della Tunisia e addirittura, recentemente, della Turchia.

BURQA. Il termine individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato sulla testa, che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti.
L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la testa sia il corpo.
All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna. Il burqa completo è stato obbligatorio in Afghanistan per molti anni per imposizione dei Talebani.Un tentativo di introdurre il burqa a scuola è stato fatto anche in Europa, nei Paesi Bassi, ma è stato rifiutato con la motivazione che l’educazione scolastica necessita anche di una comunicazione non verbale (ad esempio le espressioni del viso), impossibile attraverso un burqa.

Un metodo meraviglioso: l’Examen di Sant’Ignazio

Come andare a fondo recitando l’Examen

Sant’Ignazio di Loyola ha creato l’Examen come una preghiera molto breve (un quarto d’ora) che può essere recitata in qualsiasi momento. Nell’Examen ripercorriamo il nostro passato recente per trovare Dio e le sue benedizioni nella vita quotidiana. Guardiamo anche indietro per trovare momenti nella giornata in cui le cose non sono andate molto bene – quando siamo stati feriti da qualcosa che ci è capitato, o quando abbiamo peccato o commesso un errore. Lodiamo e ringraziamo per i momenti positivi. Chiediamo perdono e guarigione per i momenti difficili e dolorosi. Avendo riflettuto sul tempo trascorso, ci volgiamo alla parte della giornata ancora da vivere chiedendo a Dio di mostrarci le sfide e le opportunità potenziali del domani. Cerchiamo di anticipare quali momenti potrebbero andare in un modo o nell’altro – verso il progetto di Dio o allontanandosene. Chiediamo di intuire di quali grazie potremmo aver bisogno per vivere bene la prossima giornata: pazienza, saggezza, fortezza, conoscenza di sé, pace, ottimismo. Chiediamo a Dio quella grazia, e confidiamo che Egli voglia che abbiamo successo nella nostra giornata ancor più di noi.

È questa l’idea sottostante all’Examen ignaziano. Ignazio direbbe che dovrebbe essere il momento più importante della nostra giornata. Perché? Perché questo momento influisce su qualsiasi altro.

Se siete come me, in qualsiasi momento ci sono piccole verità sulla vostra vita che stanno sotto la superficie della vostra consapevolezza – cose che non avete ancora riconosciuto. Per me, queste verità nascoste sono in genere, ma non sempre, una realtà dolorosa che faccio fatica ad accettare. A volte ci sono eventi felici nella mia vita che semplicemente non mi sono fermato abbastanza a notare e nominare. Questo Examen cerca di farci approfondire pensieri, emozioni, comportamenti e motivazioni percercare di svelare una o due verità nascoste.

Una cosa da tenere a mente prima di iniziare è che a volte la verità nascosta interiore davvero importante è difficile da portare al livello della consapevolezza e resisterà a ogni tentativo di farlo. A volte ci è difficile ammettere una verità nascosta che sta avendo un’influenza particolare su di noi. In questi casi, la nostra psiche cercherà una tattica diversiva per portarci fuori rotta; potrebbe rivelare una verità interiore meno minacciosa per tenerci occupati per la durata dell’Examen. Raccomando quindi di non essere soddisfatti del primo paio di verità interiori che emergono. Continuate ad approfondire per qualche minuto prima di soffermarvi su quella che ritenete sia la più importante, che potrebbe essere la terza o la quarta che viene in mente.

1. Inizio nel mio solito modo*

2. Passo qualche momento in ringraziamento, rendendo grazie a Dio per una o due delle benedizioni, piccole e grandi, che ho ricevuto nella giornata: la buona disposizione con la quale mi sono svegliato, una parola gentile da parte di un amico, la mia buona salute immeritata, un agevole viaggio per andare a lavorare…

3. Chiedo a Dio di rivelarmi qualche verità nascosta su uno dei rapporti importanti della mia vita. Ad esempio: “Non l’avevo capito, ma…”

• Sono arrabbiato con ____.
• Sono attirato da ____.
• Mi sto trovando meglio con ____.
• Non sono tanto arrabbiato con ____. Sembra che l’abbia perdonato!
• Temo gli accessi di ____.
• Sto cercando di far colpo su ____.

4. Se mi sovviene una rivelazione grande e forte, una che mi fa dire “Wow, non l’avevo notato prima” o “Beh, penso che sia il momento di ammettere la verità di questo”, allora mi soffermo su quella verità nascosta per il resto dell’Examen. Se non esce fuori niente di importante quando analizzo le mie relazioni, allora passo ai miei pensieri, sentimenti e atteggiamenti inconsci sugli eventi recenti della mia vita, su qualcosa a cui mi sto attaccando e sul rapporto con me stesso. Ad esempio, “Non l’avevo capito, ma…”

• Sono triste perché ____ se ne va.
• Non sono ansioso per quel compito difficile in ufficio.
• Sono preoccupato per le nostre finanze.
• Passo sempre più tempo a curiosare senza scopo su Internet.
• Mi sto attaccando troppo al fatto di possedere ____, quando forse Dio o le circostanze della mia vita mi chiedono di lasciarlo andare.
• Sto invecchiando e non lo ammetto con me stesso.
• Non sono negativo come ___ pensa che io sia.
• Nonostante il mio pessimismo, le cose stanno andando bene.

5. Quando mi sono concentrato sulla verità interiore più importante, lascio andare tutte le altre e ho semplicemente una conversazione con Dio su questa realtà importante nella mia vita. La riassumo in una semplice dichiarazione come uno degli esempi che ho elencato in precedenza, e ripeto questa dichiarazione a Dio, lasciando che la realtà e l’esistenza di questo fatto si immergano in me e non si nascondano di nuovo.

6. Noto quali emozioni sto provando e lo dico a Dio. Qual è l’emozione più forte che provo nominando questa verità a Dio? Ora la aggiungo alla mia dichiarazione. Ad esempio: “Signore, provo ____ ammettendo che ____”. Mi permetto di immergermi in quell’emozione per un po’ e continuo a presentare a Dio sia la verità che l’emozione che l’accompagna.

7. Divento molto calmo e cerco di capire se Dio sta cercando di dire o fare qualcosa su questa realtà. Cosa prova Dio nei confronti di questa realtà? Cosa prova nei confronti di ciò che io provo? Se mi sento chiamato a fare questo, ascolto il messaggio di Dio per me o aspetto che mi tocchi il cuore. Chiedo a Dio: “Cosa vorresti che facessi al riguardo? Come dovrebbe influire questa verità su di me?” Ascolto quella che potrebbe essere una risposta di Dio.

8. Se mi sento chiamato a fare questo, mi impegno con Dio al riguardo. Chiedo a Dio aiuto per essere fedele al mio impegno.

9. Termino nel mio modo solito*

* Raccomando di sviluppare lentamente rituali unici e personali per iniziare e terminare il vostro Examen. Alcuni lo iniziano con una recita o una preghiera in formule come il Padre Nostro, cantando una semplice canzone o con la ripetizione di un versetto della Scrittura. I cattolici in genere lo iniziano con il segno della croce. Molti ritengono utile iniziare facendo qualche respiro lento e profondo. Tutti questi esempi potrebbero essere anche modi per terminare l’Examen. L’idea è disporre di un modo semplice, breve e fruttuoso per entrare in questa esperienza e di un modo ugualmente utile per chiuderlo e tornare ai propri compiti quotidiani.

Questo Examen è tratto da Reimagining the Ignatian Examen: Fresh Ways to Pray from Your Day di Mark E. Thibodeaux, SJ.

Mark E. Thibodeaux, SJ, è direttore dei novizi per i gesuiti in formazione ed è un noto esperto di preghiera e discernimento. È un oratore e autore conosciuto e vive a Grand Coteau (Louisiana, Stati Uniti).

I 4 scritti di San Francesco per Santa Chiara

Forma di Vita  

Per divina ispirazione avete voluto farvi figlie e serve dell’altissimo e sommo Re, il Padre celeste e spose dello Spirito Santo, scegliendo la strada della perfezione evangelica.

Ebbene, io voglio avere e m’impegno ad avere sempre – personalmente e per mezzo dei miei frati – diligente ed affettuosa cura di voi, come ho per gli stessi miei fratelli.

Ultima Volontà  

Io, il piccolo frate Francesco, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre; ad essa voglio rimanere fedele sino alla fine.

E prego voi, mie signore, e vi esorto perché viviate sempre in questa santissima vita e povertà.

Proponetevi fermamente di non allontanarvi mai da essa, anche se vi giungessero suggestioni o suggerimenti in contrario da qualsiasi altra persona.

Parole con melodia per le Povere Signore 

Audite, poverelle dal Signore vocate,
ke de multe parte et provincie sete adunate:
vivate sempre en veritate
ke en obedientia moriate.
Non guardate a la vita de fore,
ka quella dello spirito è migliore.

Io ve prego per grand’amore
k’iaiate discrecione de le lemosene
ke ve dà el Segnore.

Quelle ke sunt adgravate de infirmitate
et l’altre ke per loro suò adfatigate,
tutte quante lo sostengate en pace,
ka multo venderi (te) cara questa fatiga,
ka cascuna serà regina
en celo coronata cum la Vergene Maria.

Norme sul digiuno 

29 Passando ora al quesito che mi hai sottoposto, credo di poterti rispondere così. 30 Tu mi domandi quali feste il gloriosissimo Padre nostro san Francesco ci raccomandò di celebrare con particolare solennità, pensando, se ben ho capito, che si possa in esse usare una certa maggior larghezza nella varietà dei cibi. 31 Nella tua prudenza certamente saprai che, salvo le deboli e le inferme, – verso le quali ci insegnò e ci comandò di usare ogni discrezione con qualsiasi genere di cibo -,32 nessuna di noi, che sia sana e robusta, dovrebbe prendere se non cibi quaresimali, tanto nei giorni feriali che nei festivi, digiunando ogni giorno 33 ad eccezione delle domeniche e del Natale del Signore, nei quali giorni possiamo prendere il cibo due volte. 34 Ed anche nei giovedì, dei periodi non di digiuno, ciascuna può fare come le piace, cioè chi non volesse digiunare non vi è tenuta.

35 Ma noi, che siamo in buona salute, digiuniamo tutti i giorni, eccetto le domeniche e il Natale. 36 Non siamo però tenute al digiuno – così ci ha insegnato il beato Francesco in suo scritto -, durante tutto il tempo pasquale e nelle feste della Madonna e dei santi Apostoli, a meno che cadessero il venerdì. 37 Ma, come ho detto sopra, noi che siamo sane e robuste, consumiamo sempre cibi quaresimali.

38 Siccome però, non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito, 39 anzi siamo piuttosto fragili e inclini ad ogni debolezza corporale, 40 ti prego e ti supplico nel Signore, o carissima, di moderarti con saggia discrezione nell’austerità, quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata, 41 affinché, vivendo, la tua vita sia lode del Signore, e tu renda al Signore, un culto spirituale ed il tuo sacrificio sia sempre condito col sale della prudenza.

Maria, donna del piano superiore (Tonino Bello)

132581110movie1heroIcona. Con questo termine si indicano le immagini sacre dipinte su legno, che gli orientali venerano con particolare devozione. Avvolte di luce, imprigionano una scintilla del mistero divino, per cui, giustamente, qualcuno le ha definite finestre del tempo aperte sull’ eterno.

Icona. Con questo termine, forse per il tratteggio nitido con cui vengono schizzate, oggi si usano chiamare anche quelle scene bibliche che racchiudono, con la forza rapida dei medaglioni celebrativi, un importante messaggio di salvezza.

Ebbene, di queste icone, il primo capitolo degli Atti, ne registra una di straordinario splendore, quando dice che gli apostoli, dopo l’ascensione, in attesa dello Spirito Santo «salirono al piano superiore, dove abitavano». E con loro c’era anche Maria, la madre di Gesù.

È l’ultima sequenza biblica in cui compare la Madonna. Ella si sottrae definitivamente alle luci della ribalta così. Dall’alto di questa postazione. Dal piano superiore. Quasi per indicarci i livelli spirituali su cui deve svolgersi l’esistenza di ogni cristiano.

In verità, tutta la vita di Maria si è sviluppata, per così dire, ad alta quota.

Non che abbia disdegnato il domicilio della povera gente. Tutt’ altro. Le mogli dei pecorai, per un panno cucito dalle sue mani, barattavano con lei lane e formaggi. Le vicine di casa non si accorsero mai del mistero nascosto in quella vita apparentemente così terra terra. Né le contadine di Nazaret sperimentarono in lei quelle prese di distanza con cui spesso chi fa carriera mortifica i compagni di un tempo. Andava con loro al mercato. Tirava come loro sui prezzi. Usciva con le altre sulla strada, dopo gli acquazzoni d’estate, per arginare i torrenti di pioggia. E nelle sere di maggio, la sua voce risuonava nel cortile, accompagnandosi ai cori delle antiche cantilene orientali, ma senza sovrastare nessuno.

Maria, insomma, pur consapevole del suo sovrumano destino, non ha mai voluto vivere nei quartieri alti. Non si è mai costruita piedistalli di gloria. E ha sempre rifiutato le nicchie che potessero impedirle la gioia di vivere a piano terra con la gente comune.

Si è, però, riservata una specola altissima, questo sì, da cui contemplare non solo il senso ultimo della sua vicenda umana, ma anche le traiettorie lunghe della tenerezza di Dio.

Ci sono due punti strategici, nella vita di Maria, che ci danno la conferma di come lei fosse inquilina abituale di quel piano superiore che lo Spirito Santo l’aveva chiamata ad abitare: l’altura del Magnificat e l’altare del Golgota.

Da quell’ altura ella spinge lo sguardo fino agli estremi confini del tempo. E, cogliendo il distendersi della misericordia di Dio di generazione in generazione, ci offre la più organica lettura che si conosca della storia della salvezza.

Da quell’ altare ella spinge lo sguardo fino agli estremi confini dello spazio. E, stringendo il mondo con un unico abbraccio, ci offre la più sicura garanzia che gli angoli sfiorati dai suoi occhi materni saranno raggiunti anche dallo Spirito, sgorgato dal fianco di Cristo.

Santa Maria, donna del piano superiore, splendida icona della Chiesa, tu, la tua personale Pentecoste, l’avevi già vissuta all’ annuncio dell’ angelo, quando lo Spirito Santo scese su di te, e su di te stese la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Se, perciò, ti fermasti nel cenacolo, fu solo per implorare su coloro che ti stavano attorno lo stesso dono che un giorno, a Nazaret, aveva arricchito la tua anima. Come deve fare la Chiesa, appunto. La quale, già posseduta dallo Spirito, ha il compito di implorare, fino alla fine dei secoli, l’irruzione di Dio su tutte le fibre del mondo.

Donale, pertanto, l’ebbrezza delle alture, la misura dei tempi lunghi, la logica dei giudizi complessivi. Prestale la tua lungimiranza. Non le permettere di soffocare nei cortili della cronaca. Preservala dalla tristezza di impantanarsi, senza vie d’uscita, negli angusti perimetri del quotidiano. Falle guardare la storia dalle postazioni prospettiche del Regno. Perché, solo se saprà mettere l’occhio nelle feritoie più alte della torre, da dove i panorami si allargano, potrà divenire complice dello Spirito e rinnovare, così, la faccia della terra.

Santa Maria, donna del piano superiore, aiuta i pastori della Chiesa a farsi inquilini di quelle regioni alte dello spirito da cui riesce più facile il perdono delle umane debolezze, più indulgente il giudizio sui capricci del cuore, più istintivo l’accredito sulle speranze di risurrezione. Sollevali dal pianterreno dei codici, perché solo da certe quote si può cogliere l’ansia di liberazione che permea gli articoli di legge. Fa’ che non rimangano inflessibili guardiani delle rubriche, le quali sono sempre tristi quando non si scorge l’inchiostro rosso dell’ amore con cui sono state scritte.

Intenerisci la loro mente, perché sappiano superare la freddezza di un diritto senza carità, di un sillogismo senza fantasia, di un progetto senza passione, di un rito senza estro, di una procedura senza genio, di un logos senza sophìa.

Invitali a salire in alto con te, perché solo da certe postazioni lo sguardo potrà davvero allargarsi fino agli estremi confini della terra, e misurare la vastità delle acque su cui lo Spirito Santo oggi torna a librarsi.

Santa Maria, donna del piano superiore, facci contemplare dagli stessi tuoi davanzali i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi della vita: la gioia, la vittoria, la salute, la malattia, il dolore, la morte. Sembra strano: ma solo da quell’altezza il successo non farà venire le vertigini, e solo a quel livello le sconfitte impediranno di lasciarsi precipitare nel vuoto.

Affacciàti lassù alla tua stessa finestra, ci coglierà più facilmente il vento fresco dello Spirito con il tripudio dei suoi sette doni. I giorni si intrideranno di sapienza, e intuiremo dove portano i sentieri della vita, e prenderemo consiglio sui percorsi più praticabili, e decideremo di affrontarli con fortezza, e avremo coscienza delle insidie che la strada nasconde, e ci accorgeremo della vicinanza di Dio accanto a chi viaggia con pietà, e ci disporremo a camminare gioiosamente nel suo santo timore. E affretteremo così, come facesti tu, la Pentecoste sul mondo.

 

Bordelli: “Come animali in gabbia”

Nei siti internet vengono descritti dai clienti di mezz’Europa come paradisi in cui il sesso è facile e sicuro e dove scegliere il corpo che più ti piace, anche la carne più “fresca”. I bordelli tedeschi frequentemente anche sui media appaiono come imprese perfette dai guadagni facili anche per le donne che vendono il proprio corpo, al sicuro dal punto di vista sanitario e in regola anche per il fisco.
Ma c’è chi non la pensa proprio così. Già nel 2007 la Germania era infatti stata segnalata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) come una delle destinazioni più utilizzate dagli sfruttatori per le vittime della tratta di esseri umani. Pare infatti che moltissime provengano dalla Romania, tra le principali fonti di “merce umana” secondo l’Onu.

Ogni anno migliaia di donne e ragazzine, alcune appena tredicenni, vengono adescate con promesse di posti di lavoro ben pagati o di matrimonio per essere invece vendute a criminali che le rinchiudono nei bordelli. Nel 2014 era anche stato diffuso il Manifesto dei terapeuti tedeschi del trauma contro la prostituzione su iniziativa di una traumatologa, la dott.ssa Ingeborg Kraus, stanca di lavorare per riparare i danni delle donne violentate nei nelle case chiuse.
Che i bordelli nascondano non tanto escort soddisfatte ma piuttosto donne alienate, come animali in gabbia lo dice anche l’ex prostituta Marie Merklinger intervenuta più volte anche in Italia a sostegno della proposta di legge sulla punibilità del cliente. La sua storia è come quella di tante altre ragazze nella Germania dove il meretricio è legalizzato. Lei però è tedesca, non viene dai paesi dell’Est come nella stragrande maggioranza dei casi, e ha scelto di iniziare a prostituirsi a 40 anni per necessità pensando di poter scegliere come gestire il mercato.
Hai iniziato perché non trovavi un lavoro?
“Sì, avevo provato a cercare un lavoro ma non riuscivo a trovarne uno stabile che mi permettesse di vivere bene. Poi mi sono detta che c’era qualcosa che non avevo ancora fatto. Basta entrare in internet, indicare il costo della prestazione, 30 euro, e il bordello dove lavori ed è fatta. La mia prima esperienza fu con otto uomini. Fu un trauma. Ho scoperto subito che quel lavoro non poteva corrispondere alla mia sessualità ma dovevo solo soddisfare le fantasie degli uomini. Hai a che fare con persone che ti fanno schifo e devi continuare mentre quelli abusano del tuo corpo e devi pure fingere di essere la loro fidanzata. Non ero più io, non mi riconoscevo”.
Ma altre donne raccontano di guadagnare tanto e di stare bene…
“Non è la verità. Anche oggi quando entro nei bordelli parlo con le donne che ci lavorano e anche quando queste mi dicono che l’hanno fatto per scelta, poi pian piano si confidano e rivelano lo schifo che provano. La verità è che in Germania la situazione è fuori controllo e, anche se si insiste a separare la tratta dalla prostituzione, i due fenomeni non sono distinti. La polizia non può entrare facilmente nei bordelli. Gran parte delle donne vengono da paesi poverissimi di Romania, Bulgaria e Ungheria. Addirittura un politico di quei Paesi ha dichiarato ‘Quelle donne sono animali e non ci interessano’”.
Ma com’è la vita quotidiana dentro a un bordello?
“Le donne vivono nelle stesse stanze dove ricevono i clienti. La camera costa 150 euro al mese più 30 euro di tasse. La prestazione va dai 5 ai 50 euro. Si è costrette a ricevere anche 60 uomini al giorno ed è inutile raccontarsela: molti clienti chiedono anche prestazioni senza protezione. Le ragazze nuove e inesperte mettono a rischio la propria salute e soffrono per riuscire a pagare la stanza e anche le tasse. Per questo lavorano dalle 12 alle 14 ore”.
Una psicoterapeuta tedesca, la dott.a Michaela Huber, sostiene che “L’alienazione è necessaria per farsi penetrare molte volte da sconosciuti. Ma ci si lascia dietro solo un guscio vuoto che può ancora compiere alcuni gesti e movimenti”…
“Sì l’alienazione ti fa resistere ma in realtà dentro di te stai male per gli abusi subìti. Devi sottostare ai piaceri degli uomini e basta. Non hai la forza nemmeno di uscirne perché entri come in un vortice. E davvero rischi di impazzire. Il problema sono proprio i clienti e l’immagine che hanno di te, come di un oggetto. Perché la gente capisca che le donne sono trattate come animali, racconto sempre dell’insegna che pubblicizza un bordello della mia città: ‘Salsiccia, birra, xxxx : 50 euro’”.
Come hai fatto ad uscire dal giro?
“Prima ho chiesto aiuto al Servizio sanitario ma mi hanno solo fatto compilare dei moduli. Poi ho cercato altri servizi ma mi hanno risposto che era strano che volessi uscire dalla prostituzione. Allora la mia terapia è stata la rabbia. E ho cercato un’associazione che si occupasse di me e delle altre donne. Grazie a Solwodi che in diverse città europee aiuta le vittime della prostituzione sono riuscita a trovare sostegno. Ed oggi insieme ad altre donne di diversi paesi europei facci parte dell’organizzazione Space international che cerca di dare voce e sostegno alle donne sopravvissute agli abusi nella prostituzione e giro tutta la Germania cercando di aiutare chi vuole uscirne e anche di promuovere ovunque il modello nordico che criminalizza chi acquista il corpo della donna”.

di Irene Ciambezi – www.interris.it

Messaggio del Cardinal Schönborn ai giovani di Medjugorje

Anche quest’anno il Cardinale di Vienna, S.E.R. Mons. Christoph Schönborn,  ha rivolto un pensiero a tutti i partecipanti all’Incontro Internazionale di Preghiera dei Giovani:

«Cari giovani amici,

vi siete nuovamente recati a Medjugorje in così gran numero. Nessuno vi ha ordinato di andare là con questa calura estiva. L’avete fatto perché era un desiderio del vostro cuore, altrimenti non vi sareste impegnati a realizzarlo. Cosa vi spinge ad andare a Medjugorje? Non una moda, non un trend, non un entusiasmo momentaneo. A spingervi a farlo è la particolare vicinanza della Madonna, che vi attrae. Anch’io l’ho sperimentata a Lourdes e in altri luoghi in cui Maria mostra la sua vicinanza e concede di sperimentare la sua presenza. Dalla vicinanza di Maria, infatti, scaturisce una forza particolarmente vigorosa e una tale consolazione! Quante persone hanno ritrovato la fede e si sono convertite vicino alla Madonna! Quante persone sono tornate a confessarsi e a ricevere il perdono di Dio anche dopo molti anni! Mi ha molto toccato il fatto che il nostro Santo Padre abbia nominato il suo Inviato Speciale per l’accompagnamento pastorale di Medjugorje – l’Arcivescovo di Varsavia – Praga Henrik Hoser – l’11 febbraio di quest’anno, nella Festa della nostra cara Madonna di Lourdes. Questo è un bel segno, come pure lo è il fatto che, tra i frutti di Medjugorje, egli abbia messo particolarmente in rilievo le molte conversioni

Perciò vi prego di fare quello che Papa Francesco ci chiede sempre in modo accorato: preghiamo per lui! Lui è il Successore di San Pietro, colui al quale Gesù ha affidato l’intera Chiesa. E vi chiedo ancora un’altra cosa, che Papa Francesco ci ricorda sempre: di avere amore verso i poveri e i piccoli. Chi ha cuore per i poveri di qualunque genere, non può fallire nella vita. Da Medjugorje scaturisce un grande amore nei confronti delle persone in difficoltà. In questi giorni sono con voi col cuore e vi auguro di ricevere molte grazie, di fare una buona Confessione e di provare la gioia di autentiche Celebrazioni comunitarie. Non permettete a niente e a nessuno di sottrarvi questa gioia. Essa è, infatti, per il mondo contemporaneo una convincente testimonianza.

Vostro Christoph Cardinal Schoenborn

Due scout beatificati

quattrocchiLuigi e Maria Beltrame Quattrocchi sono stati proclamati beati da Papa Giovanni Paolo II. Nella storia della Chiesa sono la prima coppia innalzata all’onore degli altari per le sue virtù coniugali e familiari.
Anche l’Agesci partecipa a quest’evento del tutto eccezionale ed ha motivo di essere onorata perché si tratta dei primi beati scout: Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ed in modo specialissimo Luigi, furono assai legati allo Scautismo fin dagli inizi. Negli anni in cui l’ASCI muoveva i primi passi in Italia, i coniugi Beltrame Quattrocchi vollero collaborare agli sviluppi educativi del metodo scout e si impegnarono molto anche per diffonderlo e farlo crescere. Se a Luigi va riconosciuto un impegno attivo nel servizio scout, non meno rilevante fu quello “indiretto” della moglie Maria che si interessò agli sviluppi educativi del metodo scout, prendendo parte a incontri, conferenze, corsi, riunioni di famiglia, scrivendo articoli e facendo conoscere la nuova associazione. Sicuramente l’impegno educativo è stato assunto da entrambi i Beltrame Quattrocchi con grande responsabilità e soprattutto in maniera molto condivisa.
Oggi l’Agesci esprime la propria riconoscenza a Luigi e Maria per la loro esemplare testimonianza che è proseguita in modo fruttuoso attraverso il servizio di assistente ecclesiastico reso all’associazione dal figlio, don Tarcisio, noto come “don Tar – Aquila Azzurra”. In Agesci lo conoscono tutti perché per anni è stato assistente di “Scout Avventura” e soprattutto perché è l’autore del testo della canzone: Al cader della giornata. A novantacinque anni, continua il servizio scout ed è il più anziano assistente ecclesiastico e Foulard Bianco in Agesci.
Vedere uno dei propri capi elevato all’onore degli altari costituisce sicuramente un motivo di decoro e di testimonianza per tutta l’Agesci.
Maria e Luigi non hanno fatto nulla di eclatante nella loro vita, se non dedicarla completamente e totalmente al loro amore coniugale e alla loro missione di geni tori e di educatori, nutrendosi della Parola di Dio e dell’Eucarestia e traendo dal Signore la forza per affrontare in santità il quotidiano.
Le “virtù eroiche” di questi sposi e genitori si sono più volte esplicitamente manifestate nei fatti della loro vita: la difficile decisione di “lasciar fare” a Dio quando tutti consigliavano di interrompere la gravidanza a rischio che portò alla nascita della quarta figlia; la serena accettazione della scelta vocazionale dei primi tre figli; la sofferenza per la loro lontananza anche durante il conflitto mondiale.
Ma la sintesi estrema del comune spirito di questo fulgido esempio di vita matrimoniale sta nelle parole stessa di Maria: “vita terrena vissuta nel perenne pensiero, ispirato da Dio stesso, di rendere felice la persona amata” La bellezza del canto degli uccelli, di un fiore, di un tramonto, di una vetta” tutto sentito insieme, con un solo palpito, una sola vibrazione di godimento e di gioia”.
Il servizio scout di Luigi Beltrame Quattrocchi
Il servizio scout iniziò per l’avvocato Luigi in coincidenza con l’iscrizione al Riparto Roma V, appena fondato dal padre Giuseppe Gianfranceschi s.j., dei due figli maschi, Filippo e Cesare. Entrò a far parte del Consiglio Direttivo 3; ne divenne il primo Presidente e rappresentante all’Assemblea Generale del 1918, che lo nominò membro del Commi ssariato Centrale ASCI (Associazione Scautistica Cattolica Italiana), con successivi rinnovi annuali e con l’incarico specifico della “propaganda in pro”: oggi potremmo dire, “Responsabile Nazionale alla Stampa e alle Pubbliche Relazioni”.
Luigi frequentava con assiduità le riunioni settimanali del Commissariato Centrale ASCI, a fianco del primo Presidente italiano, il Conte Mario di Carpegna, dell’illustre scienziato gesuita padre Gianfranceschi (che poi, volò con Umberto Nobile sul Polo Nord), Mari o Cingolani, Mario Mazza, Cesare Ossicini, Paolo Cassinis, Salvatore Salvatori, Salvatore Parisi. Nelle discussioni e nelle decisioni portò il suo contributo con l’equilibrio, l’acume e la modestia che lo caratterizzavano, nonché la sua esperienza e testimonianza di fede assai apprezzate. Le riunioni si tenevano a Roma nel celebre punto di riferimento dei movimenti cattolici nazionali al numero 70 di via della Scrofa 5 , dove aveva occasione di incontrarsi e tessere rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del laicato cattolico maschile del tempo, in particolare con “papà” Paolo Pericoli, allora Presidente nazionale della Gioventù Cattolica – che era della sua stessa parrocchia di San Vitale -, col conte Pietromarchi, col marchese senatore Filippo Crispolti, con l’onorevole Filippo Meda, con Egilberto Martire, oltreché con l’assistente, monsignor Pini. Spesso si faceva accompagnare da Filippo o da Cesarino, i quali attendevano in anticamera il termine delle lunghe sedute, felici di poter poi tornare a casa a piedi con il papà, impegnando il tempo in interessanti e cordiali chiacchierate con lui. Durante le riunioni di Commissariato Centrale ASCI, Filippo, che aveva la specialità di ciclista, veniva spesso incaricato di recapitare in bicicletta lettere ai dirigenti associativi residenti nel centro di Roma.
Nel 1919 Luigi Beltrame, colpito dalla situazione di abbandono dei ragazzi di strada del rione popolare della Suburra, un settore spiritualmente e moralmente depresso e abbandonato del medesimo quartiere Esquilino, insieme con un collega dell’Avvocatura erariale, il professore avvocato Gaetano Pulvirenti, amico carissimo e di pari sensibilità religiosa, fondò e diresse nei locali attigui alla basilica di Santa Pudenziana in via Urbana, un oratorio festivo che in breve si popolò di ragazzi da evangelizzare. In seguito, Luigi decise di fondare tra quei ragazzi un nuovo reparto di scouts, convinto che il metodo scout potesse essere un valido strumento per attirare alla Chiesa tanti ragazzi, sbandati e a rischio. L’idea trovò l’adesione plebiscitaria di quei ragazzi, ai quali nessuno prima d’allora si era interessato. Così nel 1919 nacque il Riparto Roma XX 7 , che Luigi diresse fino al 1923, inizialmente con sede a Santa Pudenziana, e poi nella parrocchia di San Vitale, in via Nazionale, n.194.
Luigi desiderò che i due figli, Filippo e Cesare, lasciassero l’ambiente d’élite del Roma V per quello della nuova fondazione. E loro, orgogliosi di affiancare il babbo, diventarono con lui, le colonne portanti del nuovo Riparto, fino a quando il Signore non li chiamò entrambi nella più alta missione sacerdotale. Il trasferimento al nuovo gruppo rappresentò per i due fratelli un sacrificio non piccolo, ma lo fecero volentieri. Il 12 dicembre 1921 Luigi fu nominato Consigliere Generale, incarico che mantenne ininterrottamente fino al 1927, quando l’ASCI fu soppressa dal Fascismo.
Una donna nell’Asci
La signora Maria Beltrame Quattrocchi, madre sensibilissima e straordinaria educatrice alla fede, autrice di molti libri di spiritualità e di pedagogia, fu membro attivo del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana e membro effetti vo del Segretariato Centrale di Studio prodigandosi per la diffusione della fede. Con sensibilità tipicamente materna si impegnò attivamente dal punto di vista educativo, affrontando alcune problematiche pedagogiche anche in testi scritti personalmente e indirizzati alle madri.
Per conoscere maggiormente la proposta educativa scout, nel 1918 Maria Beltrame Quattrocchi volle partecipare ad un “corso per corrispondenza” sui valori dello Scautismo, finalizzato ad una sua maggiore diffusione in Italia. Ottenne il relativo diploma di idoneità – con un encomio personale per aver conseguito punti non inferiori agli otto decimi 9 – firmato il 24 giugno 1919 dal conte Mario di Carpegna, fondatore dello Scautismo cattolico e primo Presidente dell’ASCI.
A conclusione di tale corso, diciassette furono i partecipanti idonei, dei quali quattro ricevettero l’encomio. È significativo constatare che Maria Beltrame Quattrocchi si distinse in un gruppo costituito sostanzialmente da uomini; infatti, insieme a lei frequentò il corso una sola altra donna. È indubbiamente strano incontrare queste due presenze femminili in un contesto associativo, quale quello della “prima” ASCI, del tutto maschile.
L’interesse espresso da Maria dovette essere assai grande sul piano pedagogico, per spingerla a muoversi in tale ambito in un clima socio culturale che non offriva spazi alla donna al di fuori dell’ambito familiare.
Inoltre, Maria cercava di stabilire una continuità educativa tra la famiglia e la proposta scout. Si interessava a tal punto dello Scautismo che seppe stabilire rapporti di amicizia con i capi scout a cui affidava i figli. Apriva la casa ai coetanei di Filippo e Cesare, gli altri esploratori che presso la sua abitazione, si incontravano e se necessario, svolgevano le riunioni scout. Tra gli educatori scout, amico di famiglia era Giulio Cenci, che rimasto orfano, si rivolgeva a Maria per molte questioni, tanto che trovò in lei una nuova mamma.
Infine, dal ricordo di don Tar, ci risulta che si scandalizzasse che qualche capo fumasse una sigaretta, perché diceva: “non è scout, non è stile”. Senz’altro, fin da subito Maria percepì la profonda spiritualità ascetica dello Scautismo.
Due genitori fiduciosi nei confronti del metodo scout
Con il marito, Maria avvertì la necessità di integrare l’educazione che poteva proporre ai figli nell’ambito familiare, aprendoli ad esperienze che oggi definiamo, di tipo “extrascolastico”. Con quest’intenzionalità iscrisse tra i lupetti i due figli maschi che frequentavano l’istituto “Massimo” dei padri gesuiti: nel 1916 Filippo (successivamente don Tarcisio) e nell’anno successivo l’altro figlio, Cesare.
La scelta di affidarli al gruppo scout compiuta dai genitori Beltrame Quattrocchi, è illustrata, attraverso le brevi ma efficaci parole scritte da Maria, quando ricordando la figura del marito scomparso, e descrivendo il comune impegno educativo nei confronti dei propri figli, sostiene: “Lo scoutismo […] ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita… . Così sintetizza la scelta di inserirli nella nascente associazione, l’ASCI: “I bambini – diventati fanciulli – esploratori… .
L’efficacia di questa precisa scelta educativa è testimoniata da quanto il figlio, don Tarcisio, afferma al riguardo: “un momento importante della nostra formazione fu certamente l’inserimento mio e di mio fratello nello scoutismo cattolico (Asci) […].
Questa attiva partecipazione alla vita extrascolastica e all’impiego del nostro tempo libero consentì ai nostri genitori di inserirsi e di seguirci nel modo più naturale ed efficace nel nostro piccolo (ma non tanto) mondo extrafamiliare e di partecipare ai nostri interessi, senza apparire in alcun modo apprensivi o ossessivi. Ciò costituì un elemento assai importante, direi fondamentale, della nostra formazione, poiché si trattò di un inserimento spontaneo, intelligente, partecipativo nei nostri interessi, inteso a guidarli e indirizzarli costantemente verso un ideale superiore che li valorizzava anche ai nostri occhi….
E lo Scautismo proposto con tale forza ai figli si incise così profondamente, che ancora oggi – alla veneranda età di 95 anni – don Tarcisio non ha ancora posato il suo fazzolettone, e la sua casa di Via A. De Pretis, n. 86 è riferimento continuo per molti scout romani e non solo.
Va precisato che la scelta dei coniugi Beltrame Quattrocchi di inserire i propri figli nel gruppo scout certamente non fu casuale, quanto piuttosto ben motivata e continuamente sostenuta. Ed assume ancor più importanza se contestualizzata nel momento storico che stavano vivendo.
Va rilevato, infatti, che l’esperienza scout avviata nel 1907, si andava progressivamente diffondendo a livello mondiale, e nel secondo decennio del Novecento, lo Scautismo si stava affacciando nel mondo cattolico italiano, senza trovarvi un terreno favorevole. Infatti, a partire dal 1913 la rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, più volte affrontò la questione del metodo scout, prendendo le distanze da esso. Altri articoli pubblicati sulla stampa cattolica del tempo talora rilevarono una serie di ambiguità sul piano educativo, sollevando una serie di interrogativi sulla sua efficacia. Invitando alla prudenza rispetto ai possibili pericoli, si arrivò a toni piuttosto polemici che finirono per sviluppare un atteggiamento di prevenzione e per frenare sostanzialmente la diffusione delle prime esperienze di Scautismo in Italia, considerato carente soprattutto dal punto di vista dell’educazione religiosa.
Eppure, Maria e Luigi, molto attenti all’educazione dei figli e scrupolosi com’erano, non si lasciarono influenzare da questi pregiudizi. Per verificare se erano corrette le accuse di naturalismo rivolte allo Scautismo, Maria “fece subito arrivare dall’Inghilterra il libro del fondatore dello Scautismo, sir Robert Baden-Powell, per assicurarsi che non presentasse problemi dal punto di vista religioso, data l’origine anglicana… . Conoscitori dell’inglese, lei e il marito poterono leggere direttamente in lingua originale, conoscendo così più da vicino la proposta scout. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi si fidarono del gesuita padre Giuseppe Gianfranceschi, nominato – come segno dell’approvazione pontificia dell’associazione appena costituita – Vice Commissario Ecclesiale dell’ASCI dal Segretario di Stato. Personalmente, poi, questo padre gesuita fu “immediatamente conquistato dallo scautismo, che difese con energia e coraggio contro critiche interne e esterne al mondo cattolico”.
Pertanto, alla luce di questo clima sostanzialmente contrario allo Scautismo, si comprende quale fosse la fiducia nei confronti di tale metodo educativo espressa dai coniugi Beltrame Quattrocchi nel momento in cui avviarono i due figli al percorso formativo scout.
Intuirono l’importanza pedagogica, convincendosi della bontà dei suoi principi educativi e vi aderirono subito con appassionato entusiasmo. Presero contatto con l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), costituitasi in quegli stessi mesi, si interessarono in modo attivo per conoscere il movimento scout e parteciparono insieme alle prime riunioni programmatiche e divulgative, impegnandosi per diffonderlo a Roma.
La profonda sintonia e la reciproca intesa anche in questioni educative può costituire una testimonianza esemplare di coeducazione vissuta nella quotidianità ed intuita con largo anticipo rispetto ai nostri giorni.
Paola Dal Toso
Incaricata nazionale al Centro Documentazione Agesci

Donami un cuore dolce e umile

trevisani_francesco_005_madonna_con_bambinoSanta Maria, Madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi sulle proprie tristezze;
un cuore generoso nel donarsi,
pieno di tenera compassione;
un cuore fedele e aperto,
che non dimentichi alcun bene,
e non serbi rancore di alcun male.
Creami un cuore dolce e umile,
che ami senza esigere d’essere riamato,
felice di sparire in altri cuori
sacrificandosi davanti al tuo Figlio divino.
Un cuore grande e indomabile,
che nessuna ingratitudine possa chiuderlo
e nessuna indifferenza stancare.
Un cuore tormentato
dalla gloria di Gesù Cristo,
con piaga che non rimargini se non in cielo.
(Leonce de Grandmaison sj)

Padre Gasparino, maestro di preghiera

gasparino2E’ stato un uomo di grande preghiera, tanta e di qualità.
Ore ed ore in ginocchio. Poi tante ore di vita di servizio.
Si e’ fidato della Provvidenza e della Madonna, a cui affidava tutte le sue iniziative.
Aveva il cruccio di insegnare a pregare, perché riteneva che chi prega bene, impara anche ad amare e servire.
Conosciutissima è la scuola di preghiera annuale a cui hanno partecipato migliaia di giovani che hanno riscoperto l’adorazione, la confessione, la meditazione del Vangelo e la preghiera del cuore.
Ispirandosi a Charles De Foucauld ha vissuto e fatto vivere a tante persone, l’esperienza del Deserto. Ogni anno si ritirava con i suoi consacrati per 40 giorni di preghiera e riflessione durante i quali preparava tutte le omelie e le preghiere dell’anno tra cui la meravigliosa catechesi del Figliol Prodigo del Venerdì Santo, con cui portava alla confessione centinaia di giovani nel triduo di Pasqua. Lui e gli altri sacerdoti della fraternità confessavano in quelle occasioni per 10-12 ore al giorno.
Alla sua Città dei ragazzi dove accoglieva orfani e dove ancora oggi vengono accolti poveri, famiglie e malati, dal 1959 ininterrottamente c’è l’adorazione continua. E’ la sorgente delle grazie di cui e’ stato testimone.
Le sue catechesi sono ancora oggi richiestissime sul web e nei suoi libri. La sua campagna contro la preghiera parolaia, aiutò tanti a rimettere l’amore nel pregare, ovvero smettere di dire parole, e pensare quel che si prega, mettere il cuore e le situazioni concrete al centro della preghiera.
Possiamo dire che ancora oggi insegna a tanti a pregare e aiuta a crescere nel vivere la preghiera non come una formalità ma come un incontro con Dio che ci cura, ci guarisce, ci ascolta, ci parla. La “preghiera del cuore”, la “preghiera di semplicità” di cui era maestro sono delle colonne per tutti coloro che l’hanno conosciuto.
“Date a Dio la gioia di ascoltarlo” diceva, ancora oggi ascoltare Gasparino è una gioia che conduce a Dio.

Paolo Botti

 

BIOGRAFIA di PADRE ANDRE GASPARINO
“La preghiera e l’amore ottengono l’ impossibile” . Questa frase è scritta sulla tomba di padre Andrea Gasparino, sacerdote missionario e maestro dello Spirito, (1923, 26 settembre 2010). Nel dopoguerra prese a cuore la miseria sociale ed economica di tanti orfani che vivevano in strada. Dopo l’ordinazione presbiterale nel Seminario di Cuneo, nel 1947, aveva prestato servizio pastorale presso la parrocchia di Roccavione, iniziando a raccogliere ragazzi in situazioni precarie. Il 7 ottobre 1951 raccolse questi ragazzi nella “Città dei Ragazzi” in Cuneo. All’opera della comunità si unirono nel 1955, le sorelle consacrate, Negli anni ’60 il sogno di padre Gasparino si avvera con l’estensione dell’attività missionaria nei Paesi più poveri del mondo. La prima missione in Brasile, poi in Asia, in Africa nell’Est europeo come la Russia e l’Albania. Aprì altre missioni in  Corea, Madagascar, e poi in Kenya, Etiopia, Bangladesh, Hong Kong.

Padre Gasparino ha retto per più di 50 anni la scuola di preghiera per giovani nella “Città dei Ragazzi” dove generazioni di giovani hanno imparato da lui uno stile di vita, essenziale, coerente, rigoroso, impregnato di preghiera e di testimonianza. E’ fondatore del Movimento Contemplativo Missionario “P. De Foucauld”.

Le fraternità del Movimento sono piccole comunità monastiche di fratelli e di sorelle che vivono in mezzo ai poveri negli slums, fra i baraccati, nei lebbrosari, condividendo la vita dei poveri e testimoniando il primato della preghiera.

Attualmente il Movimento è diffuso in Europa (Italia, Inghilterra, Russia, Albania); In Africa (Madagascar, Kenya, Etiopia); in Asia (Bangladesh, Hong Kong) e in America Latina (Brasile).

La sede di formazione del Movimento è a Cuneo, in corso Francia 129.

Dalla sua esperienza spirituale e missionaria sono nati numerosi libri (ultimo in ordine di uscita “La preghiera di semplicità”, edito da Elledici) ormai largamente conosciuti e apprezzati in tutta Italia, che offrono un metodo per imparare a pregare e ad esercitare la cosiddetta “preghiera del cuore”, cioè la preghiera profonda nella quale l’uomo e Dio si incontrano e nel silenzio si amano. Nel 1990 il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede come “Movimento contemplativo Missionario P. de Foucauld”. Oggi la Comunità è composta da una decina di sacerdoti e da 120 tra fratelli e sorelle consacrati, in 35 fraternità sparse nel mondo. Ne è responsabile da alcuni anni don Pino Isoardi

Lettera a chi ha perso una amica (Sant’Ignazio di Loyola)

Nel 1522 Ignazio di Loyola aveva lasciato il suo mondo agiato, per seguire la voce misteriosa che lo chiamava verso mete ancora ignote. Mentre si recava da Monserrato a Manresa incontrò Agnese Pasqual. Il pellegrino 1e domandò dove si trovasse l’ospedale. La richiesta fu talmente umile che quella donna ne rimase profondamente colpita. Nacquero subito, tra i due, rapporti cordiali, e da questo momento Agnese sarà come una buona madre per Ignazio, il quale, povero per elezione, aveva scelto la ricchezza di Dio. Agnese Pasqual, nata Pujol, aveva sposato in prime nozze Giovanni Sacristà, un agiato possidente, da cui aveva avuto un figlio di nome Giovanni: questi deporrà più tardi nel processo di beatificazione di Ignazio. Rimasta presto vedova, era passata a seconde nozze con Bernardino Pasqual, anche questi benestante e proprietario di una casa a Manresa e di un’altra a Barcellona. In quest’ultima sarà ospitato Ignazio, nel febbraio e marzo del 1523, poi, durante il periodo dei suoi studi di grammatica, dal 1524 al 1526, e infine, per tre mesi, nel 1527, prima di recarsi a Parigi. Così Agnese fu la prima sua benefattrice. Ignazio non la dimenticherà mai, come non dimenticherà le altre persone che ebbero nei suoi riguardi attenzioni speciali. La gratitudine resterà, per l’antico cavaliere, come un dovere del cuore, un bisogno a cui non poteva sottrarsi; Ribadeneira lo notò, mentre Ignazio era ancora in vita: “ tra tutte le virtù di N. P. – scrisse – ce n’è una nella quale si distingue particolarmente: la virtù della riconoscenza “. Si è parlato addirittura di una sua teologia della riconoscenza (cfr H. RAHNER, Ignazio di Loyola e le donne del suo tempo, p. 265). Ci sembra quindi significativo che la prima lettera di Ignazio che possediamo venga scritta ad una benefattrice, per consolarla della morte di un’amica, di cui non conosciamo il nome, per incoraggiarla a superare tutte le difficoltà e a tenere in poco conto le dicerie che si levavano sulla sua persona. In essa troviamo anche dei principi di vita spirituale che rivelano in Ignazio un uomo nuovo, rigenerato da tutto un periodo intenso di asprezze corporali e di abnegazione totale.

Ad AGNESE PASQUAL – Barcellona, 6 dicembre 1524 – MI Epp I 71-73

IHS La pace di Cristo. Mi è sembrato bene scriverle questa lettera, visto il desiderio che ho riscontrato in lei di servire il Signore. Credo bene che per il momento, sia per il vuoto lasciato da quella beata serva che al Signore è piaciuto prendere con sé, sia per i molti nemici e inconvenienti che per il servizio del Signore incontra in codesto luogo, sia per il nemico dell’umana natura la cui tentazione non cessa mai, per tutto questo credo che lei sia stanca. Per l’amore di Dio N.S., miri sempre a progredire evitando ciò che non conviene, in modo che la tentazione non abbia alcun potere contro di lei. Agisca sempre così, anteponendo la lode del Signore a tutto il resto.
Lettere di sant’Ignazio di Loyola/2

Il Signore poi non esige da lei che faccia cose faticose e nocive alla sua persona, anzi vuole che viva gioiosa in lui, dando il necessario al corpo. Il suo parlare, pensare e conversare sia in lui. Orienti a questo fine tutte le cose necessarie al corpo, anteponendo sempre i comandamenti del Signore. Questo egli vuole e questo ci comanda […]. Per l’amore di N.S., quindi sforziamoci in lui, poiché gli dobbiamo tanto: molto più presto ci stanchiamo noi a ricevere i suoi doni che lui a farceli. Piaccia alla Madonna d’interporsi tra noi peccatori e il suo Figlio e Signore e di ottenerci la grazia che i nostri spiriti fiacchi e tristi siano trasformati, con il nostro faticoso impegno, in forti e gioiosi per la sua lode. Il povero pellegrino. Iñigo

Lettera sull’obbedienza (Sant’Ignazio di Loyola, 29 luglio 1547)

IHS La grazia e l’amore di Gesù Cristo N.S. vivano sempre e aumentino nelle nostre anime. Amen. L’obbligo in cui mi pone l’ufficio tanto pesante che mi è stato affidato, l’amore e i desideri che Dio nostro Creatore e Signore si degna darmi, conformi a tale obbligo, per desiderare sempre più e, conseguentemente, considerare quanto potrebbe far progredire maggiormente il bene della Compagnia e dei suoi membri per l’onore e la gloria di Dio, sono il motivo che m’inclina e mi spinge a provvedere effettivamente, quanto mi possibile, a quelle cose che io giudico nel Signor nostro utili per il maggior bene della Compagnia. Una di esse che io sento molto importante è che, dovunque si troverà un certo numero di persone della Compagnia destinate a vivere insieme per qualche tempo, ci sia tra loro un superiore, da cui siano dirette e governate come lo sarebbero mediante il preposito generale, se presente. E siccome tale provvedimento è stato attuato nel Portogallo e a Padova e ora si sta per attuare a Lovanio, così mi pare debba attuarsi a Gandia e a Valenza e in altre parti dove si trovassero studenti della Compagnia. Dirò dunque anzitutto in questa lettera ciò che mi muove nel Signor nostro a ritenere come cosa certa di farmi sostituire costì da un superiore, per il suo maggior onore e la sua lode per il maggior bene dei singoli e della comunità ivi residenti e in generale di tutto il corpo della Compagnia. Indicherò poi il modo di eleggerlo e ubbidirgli, come nello stesso S.N. mi pare più conveniente.

Quanto alla prima parte, che è di dare qualcuna delle ragioni che mi muovono a farmi sostituire da un superiore, penso veramente di dilungarmi più di quanto potrebbe bastare per persuadere di una cosa sì santa e necessaria. La mia intenzione però è solo di provare che sia ben ordinato quanto ora si ordina, ma molto più di esortarvi ad accettare tale obbedienza e quindi a perseverare in essa con allegrezza e devozione. Venendo dunque al mio punto, uno dei numerosi motivi che mi spingono è l’esempio universale offertoci da tutti gli uomini che vivono in comunità con un certo governo. Così, nei regni come nelle città e nei particolari Istituti e le loro case, sia nei tempi passati sia nei presenti, comunemente si suole ridurre il governo alla unità di un superiore per eliminare la confusione e il disordine e per dirigere bene i molti insieme. E’ certo difatti che se tutti gli uomini di giudizio ragionevole concordano su un punto, quello deve essere ritenuto più giusto, più vero e più conveniente. Ma molto più efficace è il vivo esempio di Cristo N.S. il quale, vivendo in compagnia dei suoi genitori, «era loro sottomesso» (Lc 2,51); e tra loro due la nostra comune Signora, la Vergine Maria, lo era a Giuseppe, cui come a capo così parla l’angelo: « Prendi il figlio e sua madre» (Mt 2,13). Lo stesso Cristo N.S., vivendo in compagnia dei suoi discepoli, si degnò essere loro capo e, dovendosi allontanare fisicamente, lasciò S. Pietro capo degli altri e di tutta la Chiesa, raccomandandogli di governarli: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,17). E così fu anche dopo che gli apostoli furono ripieni dello Spirito Santo. Ora se essi ebbero bisogno di un superiore, quanto più ogni altra comunità? Sappiamo pure che la primitiva Chiesa di Gerusalemme ebbe come superiore Giacomo il Minore; e che nelle sette Chiese di Asia si ebbero i sette capi che S. Giovanni nell’Apocalisse chiama angeli; e che nelle altre comunità similmente venivano posti dei capi dagli apostoli, e ad ubbidirli esorta S. Paolo: «Ubbidite ai vostri capi e siate loro sottomessi» (Eb 13, 17). E l’uso è stato mantenuto dai loro successori fino ad oggi. Ma in modo specialissimo presso i religiosi, dagli anacoreti e dai primi fondatori di Istituti sino ai nostri giorni, si troverà sempre osservato questo che, dove gente viveva insieme, c’era tra loro un capo che reggeva con autorità e governava gli altri membri.

A parte gli esempi, anche le ragioni muovono. Perché se dobbiamo considerare come migliore quel modo di vivere con cui si rende servizio maggiormente accetto a Dio, riterremmo tale quello nel quale si fa da tutti l’oblazione dell’ubbidienza che è accetta più di tutti i sacrifici: « L’ubbidienza vale più delle vittime e la docilità più dell’offerta del grasso degli arieti » (1 Sam 15,22). E giustamente, poiché gli si offre di più, offrendo il giudizio e la volontà e la libertà, e cioè la parte principale dell’uomo. Inoltre tal genere di vita aiuta pure a conseguire ogni virtù, perché, come dice S. Gregorio, «l’ubbidienza non è tanto una virtù, quanto madre di virtù » (1). Nessuna meraviglia quindi se fa ottenere da Dio quanto si domanda, come dice lo stesso santo: «Se noi siamo ubbidienti ai nostri superiori, Dio ubbidirà alle nostre preghiere» (2). E di lui lo dice la Scrittura, parlando di Giosuè che aveva ubbidito molto bene a Mosè suo superiore: non solo ubbidì a lui il sole fermandosi alla sua voce – «Fermati, o sole, su Gabaon» -, ma anche Dio onnipotente, creatore del sole e di tutte le cose – «Il Signore ubbidì alla voce di un uomo» (Gs 10, 12-14). Ne risulta così un bene sempre maggiore che permette ai sudditi di crescere nelle virtù, poiché fanno ubbidiente alla propria preghiera l’autore stesso delle virtù. E anche perché, secondo il detto del saggio, «aggiungerai alla virtù ciò che toglierai alla tua volontà». Questa forma di vita fa pure evitare a chi segue la volontà del superiore molti errori del giudizio proprio e peccati e difetti della propria volontà; e questo non solo in cose particolari, bensì in tutto lo stato di vita, obbligando ognuno – secondo il nostro modo di parlare – la divina provvidenza a reggerlo e indirizzarlo tanto più quanto più si affiderà alle mani di Dio mediante l’ubbidienza che presta al suo ministro, che è qualsiasi superiore cui si sottomette per amore. Si aggiunga a quanto detto l’utilità di resistere e vincere tutte le tentazioni e debolezze da parte di quelli che hanno vicino il superiore al cui parere si conformano e da cui sono retti: «L’ubbidiente canterà vittoria» (Pr 21, 28), trionfando su se stesso con il più nobile dei trionfi. Certo è una via direttissima esercitarsi a sottomettere il proprio giudizio e volere per mezzo dell’ubbidienza: esercizio che cesserebbe se il superiore fosse lontano. E ancora questo modo di vivere è di un merito singolare per quelli che ne sanno profittare: E’ come un martirio che continuamente taglia la testa del proprio giudizio e della volontà, mettendo al suo posto quella di Cristo N.S. manifestata mediante il suo ministro; né‚ viene fatta fuori la sola volontà di vivere, come avviene al martire, ma tutte le volontà insieme. Va pure crescendo il merito, in quanto si va aggiungendo a tutte le opere buone molto valore per via dell’ubbidienza. Bisogna anche considerare che l’ubbidienza fa marciare senza fatica e avanzare più rapidamente sulla via del cielo, come chi camminasse con i piedi altrui e non già con i piedi del suo intelletto e della sua volontà. E in tutte le cose, come dormire, mangiare, ecc., vi capiterà di camminare per la detta via con meriti continui, come avviene a quelli che navigano i quali, pur riposando, camminano. E rispetto alla meta del viaggio, che è la cosa più importante, fa guadagnare e possedere più sicuramente la chiave con cui entrare nel cielo. Questo fa l’ubbidienza, mentre la disobbedienza fece e fa perdere la chiave del cielo. Ma anche, finché‚ durano il penoso pellegrinaggio e l’esilio presente, tale forma di vita fa pregustare il riposo della patria, non solo liberando da perplessità e dubbi, ma anche alleviando dal peso gravissimo della propria volontà e dalla sollecitudine di se stessi, che viene addossata al superiore con la conseguenza di tanta pace e tranquillità. Chi non la sentisse in se stesso, pur vivendo sotto l’ubbidienza e col superiore vicino, esamini bene che non sia colpa sua per esser tornato a ingerirsi nelle cose proprie, dopo essersi abbandonato nelle mani del superiore. Ascolti quanto S. Bernardo dice a lui e ai suoi simili: «Voi che ci avete affidato una buona volta la cura di voi stessi, perché‚ vi intromettete di nuovo in ciò che vi riguarda?» (3). E’ dunque un grande sollievo e riposo, per chi conosce il beneficio accordatogli da Dio, aver vicino qualcuno cui questo non solo costituisce un riposo, ma nobilita ed eleva grandemente l’uomo al di sopra del suo stato, spogliandolo e rivestendolo di Dio, sommo bene, che riempie la nostra anima tanto quanto la trova vuota della propria volontà. Costoro se sono ubbidienti di cuore, possono dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Qualcuno potrebbe dire che a tutto questo potrebbe partecipare chi ubbidisse in Cristo al preposito generale della Compagnia; ma io sono certo che non vi parteciperebbe tanto quanto quelli che, vivendo in comunità, hanno vicino qualcuno cui ubbidire nello stesso S.N. Prescindendo dai vantaggi spirituali detti, che riguardano maggiormente i singoli, questa forma di vita ha la sua importanza per la conservazione di tutto il corpo della vostra comunità. Infatti nessuna moltitudine può conservarsi come corpo se non è unita, né‚ si può unire se non c’è ordine, né‚ ci può essere ordine se non c’è un capo cui siano subordinati per ubbidienza gli altri membri.

Se quindi si desidera che si conservi l’essere del nostro Istituto, bisogna desiderare di avere qualcuno che vi sia capo. Oltre la conservazione, importa molto, per il buon governo di codesta comunità di Gandia, che ci sia vicino qualcuno che conosca bene tutti gli affari e vi provveda come lo farei io se fossi presente. L’esperienza infatti ci dimostra che da qui è impossibile provvedere a molte cose importanti: in parte perché non si può scrivere tutto e farcelo sapere qui, non essendo possibile affidare tutte le cose alle lettere; in parte perché‚ per molte questioni si perderebbe l’occasione mentre si domanda e s’invia il parere da qui. Pure per chiunque dovesse prendere il mio incarico tanto pesante, sarà un gran sollievo che gli spetta, anzi gli è necessario. Essendo obbligato, ma non potendo attendere da sé a tutti i singoli, lo può fare almeno per mezzo di altri. Non poca utilità, indipendentemente da quella già detta, risulterà a tutto il corpo della Compagnia: a questa sarà molto utile che gli studenti e gli altri che la seguono siano molto esercitati nell’ubbidienza, senza badare alla persona di colui che governa, ma riconoscendo in lui Cristo N.S., coscienti di ubbidire a lui nel suo vicario. Ecco la ragione di questa utilità: la virtù dell’ubbidienza, essendo molto necessaria in ogni Istituto, lo è in modo specialissimo in questo, perché‚ i suoi membri sono persone istruite, inviate dal Papa e da prelati, disperse in luoghi molto lontani dalla residenza del superiore, a contatto con persone importanti, e per molti altri motivi ancora, per cui, se l’ubbidienza non fosse eccellente, forse sarebbe impossibile governare tale gente. E quindi nessun esercizio ritengo come più opportuno e necessario, per il bene comune della Compagnia, che questo dell’ubbidire molto bene (4). Così pure, per sapere presiedere agli altri e reggerli, è necessario anzitutto essere buoni maestri nell’ubbidire. E come è assai utile alla Compagnia avere uomini capaci di dirigere, lo è pure avere un mezzo per imparare a ubbidire. Per tale motivo qui in casa abbiamo abitualmente due ministri, l’uno subordinato all’altro e, a chiunque dei due, anche se laico, devono ubbidire quanti sono in casa come a me e a chi facesse le mie veci. Finalmente, se gli errori e i successi degli altri ci devono essere di ammaestramento per quanto dobbiamo imitare e seguire, vediamo che in molte comunità la mancanza di capi con autorità sufficiente per reggere gli altri ha provocato sbagli numerosi e rilevanti. Al contrario si vede il vantaggio del governo là dove tutti ubbidiscono a un capo. Essendo stati sufficientemente esposti, rispetto alla prima parte, i motivi profondi per cui si deve molto utilmente e necessariamente provvedere a un superiore, ed essendo stato messo in luce con quanta volontà e devozione dobbiate accettare ciò, resta da parlare dell’altra parte, del modo cioè di eleggere un capo e di ubbidire a chi fosse eletto. Per l’elezione, voi tutti che risiedete a Gandia riunitevi per tre giorni senza comunicare gli uni gli altri sulla questione dell’elezione. I sacerdoti celebrerete con speciale intenzione per il suo buon esito, gli altri pure la raccomanderete molto a Dio N.S. nelle vostre preghiere. Tutti durante questo tempo rifletterete chi potrebbe essere più idoneo a tale incarico, non mirando ad altro che al miglior governo e al maggior bene di questa vostra comunità di Gandia, a gloria e onore divino, come se doveste prendere sulla vostra coscienza tale elezione e darne conto a Dio N.S. nel gran giorno del giudizio. Ognuno personalmente scriva e firmi il suo voto nel terzo giorno; si depongano i voti insieme in un urna o in un luogo, dove nessuno li tocchi sino al giorno dopo. In presenza di tutti poi si faccia lo spoglio e chi avesse più voti, quello sia superiore o rettore vostro, e io fin d’ora l’approvo fin tanto che non apprendiate da me il contrario. E potrete adottare questo modo di elezione finché‚ non si troverà costì alcun professo e finché‚ le Costituzioni non saranno promulgate. E ora quanto al modo di ubbidirgli, dopo averlo eletto, mi pare debba essere lo stesso che usereste con me, se fossi presente o con chiunque avesse il mio incarico. Tutta l’autorità che io presente, vorrei avere per meglio aiutarvi a maggior onore e gloria di Dio N.S., desidero che l’abbia il rettore per lo stesso fine. Avrete per lui lo stesso rispetto che a me stesso, anzi né a lui né‚ a me, ma a Gesù Cristo S.N., a cui e per cui ubbidite entrambi e ai suoi ministri. Chi non fosse disposto a ubbidire e a lasciarsi guidare nel modo detto – si tratti di quelli che sono attualmente in Gandia o di quelli che seguiranno dopo, si tratti di questo rettore o di un altro che gli subentrasse per disposizione di chi fosse preposito generale della Compagnia – si disponga a prendere altra via, lasciando la vostra comunità e il suo comune modo di vivere, perché‚ non conviene che in essa ci sia alcuno che non possa o non voglia sottomettersi all’ubbidienza come l’abbiamo esposta. Questa lettera sarà, per tutti quelli che risiedono costì, testimonianza certa di quanto sento nel S.N. e vorrei e desidererei si facesse per il miglior progresso spirituale degli studenti della Compagnia che ci sono attualmente, a maggior servizio, lode e gloria di Dio N.S. e Creatore. Che egli, per la sua infinita e somma bontà, voglia darci la sua grazia piena perché‚ sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente. Amen.
NOTE (1) «Oboedientia sola virtus est, quae ceteras virtutes menti inserit, isertasque custodit» (Moralia, l. 35, c. 14: PL 76, 765 B). L’espressione mater virtutum riferita all’obbedienza è in S. Agostino, Contra adversarium Legis et Prophetarum, l. 1, c. 14; PL 42, 613 (2) Sermones ad Fratres de eremo, 61 (fra le opere di S. Agostino): PL 40, 1344. L’opera al tempo di s. Ignazio era attribuita a s. Gregorio (3) S. Bernardo, In Cantica, sermo 19, 7: PL 183, 866 B (4) Cfr Cost p. VIII, c. I, 1. A [655. 656] ”

lettera di Sant’Ignazio di Loyola alla COMUNITA’ DI GANDIA, ” per il miglior progresso spirituale degli studenti della Compagnia che ci sono attualmente, a maggior servizio, lode e gloria di Dio N.S. e Creatore”, del 29 luglio 1547 – MI Epp I 331-338 

La “Missione inutile” di Charles de Foucauld

deserto1“Dialogare con i musulmani? Sì, ma a condizione di ottenere risultati concreti. Se noi apriamo all’islam in Europa e poi loro continuano a impedirci di costruire chiese in Medio Oriente, cosa ci guadagniamo?”. Il giornalista che, qualche mese fa, prese parte con chi scrive a una trasmissione tivù sul nuovo Papa, non me ne vorrà se prendo spunto dalle sue parole per introdurre un paio di riflessioni su Charles de Foucauld.

Immagino che se de Foucauld si fosse posto domande del tipo di quella citata non avrebbe mai preso la via di Tamanrasset. Analogamente, se avesse ragionato in termini di costi-benefici, la Chiesa d’Algeria non avrebbe pagato il prezzo altissimo di sangue come invece ha fatto nel decennio della guerra civile. La vicenda spirituale di De Foucauld e la paziente testimonianza di suore e religiosi in Algeria sono la prova della preziosa «inutilità», dell’assoluta gratuità della scelta missionaria. La missione ha sì una sua fecondità, che però si misura con parametri altri rispetto a quelli del «mondo». Nel caso di fratel Charles, sia pure con i tempi della Provvidenza, la sua paternità spirituale si è dispiegata in modo sorprendente, generando una famiglia di apostoli che prolunga la sua testimonianza nei cinque continenti.

In molti Paesi e culture de Foucauld continua ad essere «fratello universale»: non il testimonial di un generico amore filantropico ammantato di buonismo, ma l’appassionato amico di un popolo. Appassionato e competente, al punto da avere trascritto poesie e canzoni popolari dei tuareg, curato un dizionario e via dicendo.

In questo, de Foucauld si può ben additare come uno dei modelli di inculturazione più riusciti, nel segno di quel «come loro» che per diverse generazioni di missionari è stato ed è una bussola, uno stile di vita. Un’intuizione, la sua, di forza sconvolgente, oggi più che mai.In tempi in cui taluni in Occidente amano riempirsi la bocca di «radici cristiane», c’è bisogno di testimonianze genuine e radicali come la sua. Il messaggio più sorprendente che de Foucauld lascia al nostro tempo è questo: tanto più la testimonianza cristiana è audace nel suo presentarsi disarmata, gratuita, in ultima analisi folle, ma autentica, tanto più essa è efficace, lascia il segno.

Se diamo ascolto alla vulgata, l’identità cristiana vissuta in modo radicale e con fierezza sarebbe di ostacolo al dialogo. Non è così e l’esempio di de Foucauld lo dimostra: non è annacquando le identità che si costruisce un confronto vero con l’altro.

Mi ha colpito una frase dello storico Timothy Garton Ash, in un articolo dal titolo «Sei domande sull’islam» su Repubblica: «Il sistema più seduttivo che l’umanità conosca, con le sue immagini consumistiche variopinte di salute, ricchezza, eccitazione, sesso e potere – scrive – esercita una enorme attrazione sui giovani provenienti da ambienti musulmani (.). Ma, disgustati dai suoi eccessi edonistici o forse delusi nelle loro ispirazioni segrete, alienati dalla realtà della loro vita di emarginazione in Occidente o sentendosi essi stessi rifiutati dal sistema, in pochi, una piccolissima minoranza, abbracciano una nuova versione, feroce, bellicosa, della fede dei loro padri».

La vicenda di Charles de Foucauld dice che una fede vissuta con autenticità produce antidoti alla cultura dominante, agli eccessi di un consumismo vorace. Il cristiano integrale – non integralista! – è la miglior risposta al pericolo del conflitto di civiltà in agguato.
Gerolamo Fazzini

 

Non lasciare mai (Santa Teresa di Calcutta)

motherteresaNon lasciare mai
che le tue preoccupazioni
crescano fino al punto di farti dimenticare
la gioia del Cristo risorto.
Tutti noi aneliamo al paradiso,
ma possiamo essere sin da ora con Gesu’
e comunicare la sua gioia.
Questo significa:
amare come Lui ama;
aiutare come Lui aiuta;
dare come Lui da’;
servire come Lui serve;
salvare come Lui salva.
Significa essere con lui ventiquattro
ore al giorno e toccarlo
nel suo aspetto più malandato.

Madre Teresa di Calcutta