Archivi categoria: fede e spiritualita’

San Giovanni Battista, precursore di Cristo

Giovanni Battista è l’unico Santo, oltre la Madre di Gesù, del quale si celebra con la nascita al cielo anche la nascita secondo la carne. Fu il più grande fra i profeti perché potè additare l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. La Sua vocazione profetica fin dal grembo materno è circondata di eventi straordinari, pieni di gioia messianica, che preparano la nascita di Gesù. Giovanni è il Precursore del Cristo con le parole e con la vita.

In tutte le epoche questo Profeta ha suscitato grande interesse, tanto da essere preso in alto nella considerazione di Cristo, da Lui definito “il più grande tra i nati da donna”.

Egli è l’ultimo profeta dell’antico testamento e il primo apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. E’ tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella Liturgia, oltre che nel giorno della Sua morte (29 agosto), anche nel giorno della Sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come santo patrono.

Si dice nel vangelo di San Luca che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.

Un giorno a Zaccaria , apparve l’angelo Gabriele che gli annunciò che Elisabetta avrebbe partorito un bambino al quale avrebbe dato il nome di Giovanni.

Zaccaria fu turbato e non credette alle parole dell’angelo che lo rese muto fino alla nascita del bambino. Elisabetta puntualmente diede alla luce un bambino che i sacerdoti volevano chiamare come il padre, ma volendo la madre chiamarlo Giovanni, chiesero quindi a Zaccaria che nome mettere al bambino ed essendo quello muto chiese una tavoletta sulla quale scrisse “il suo nome è Giovanni”: in quell’istante Zaccaria riacquistò la parola e cominciò a benedire Dio.

Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita nel deserto, portava un vestito di pelle di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi, il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Iniziò la sua missione intorno al Giordano, esortando la conversione e predicando la penitenza. La gente accorreva da tutta la Giudea ad ascoltarlo; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati, immergeva nelle acque del Giordano coloro che accoglievano la sua parola.

Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

Allora Giovanni lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui nel segno di una colomba.. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire”. La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione.

Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, sempre pronto nel denunciare le ingiustizie non ebbe paura nemmeno quando dovette accusare di adulterio il re d’Israele Erode Antipa, e fu proprio questa accusa che lo portò alla morte. Il re Erode provava rispetto per Giovanni e non voleva farlo uccidere, ma cedendo alle voglie di Erodiade lo fece imprigionare.

Una tragica sera, mentre Erode dava un banchetto, Salomè figlia di Erodiade, danzò per i convitati, ed Erode promise alla giovane donna qualunque cosa gli avesse chiesto. Salomè, istigata dalla madre, chiese “la testa di Giovanni”. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata in un vassoio d’argento e portata alla ragazza che la diede alla madre. Così per debolezza di un re cadde la testa di una delle figure più fulgide di tutta la storia del Cristianesimo.

Il suo culto si diffuse in tutto il mondo, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.

La festa della Natività di San Giovanni Battista fin dal tempo di sant’Agostino, (354-430), era celebrata il 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele  a Maria.

Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore, si dice che il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.Per la testa che si trovava a Costantinopoli, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII secolo. Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica a Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S.Silvestro in Capite, mentre la Cattedrale di S.Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Al di la di questo si evidenzia la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, martire della legge giudaica ecc.

Il culto per S.Giovanni si estese in tutto il mondo della Cristianità in poco tempo, sia per il modello di vita ascetica che per l’esempio di coerente fermezza fino alla morte, e molte città e chiese ne presero il nome.

Maria secondo il Vangelo (Bruto Maria Bruti)

maria-giovanni.jpgIl re Davide vuole costruire un tempio al Signore ma Dio rovescia la situazione e promette di fare una – casa – a Davide, cioè di costruirgli una discendenza eterna ( 2 Sam 7 ).

Il Salmo 132 canta il legame tra l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Dio, e il misterioso discendente di Davide.

Gesù si farà chiamare più volte dalle moltitudini – figlio di Davide – ( Mc10,47; Mt 12,23; 21, 9 ) ma proclamerà di essere più grande di Davide, ricordando che il re Davide stesso, nel Salmo 110, dichiara che il misterioso Messia che verrà dato alla sua – casa – è il suo Signore ( Mt 22,42-45 ).

Il profeta Isaia consegna un messaggio ai discendenti del Re Davide: – la Vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiamerà Dio con noi – Emmanuele – ( Is 7,14 ).

Andando dalla Vergine Maria l’Angelo Gabriele la saluta chiamandola Piena di Grazia: l’Angelo sostituisce il nome proprio di – Maria – con Piena di Grazia ( Lc 1,28 ).

Elisabetta, piena di Spirito Santo, chiama Maria – benedetta fra tutte le donne – ( Lc1,42 ) e Maria stessa profetizza:- D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata – ( Lc 1,48-49 ).

L’evangelista Luca scrive che Giuseppe, l’uomo a cui Dio affidò l’incarico di proteggere la sua umanità, quando – Il Verbo s’è fatto carne – ( Gv 1,14 ), e la sua Vergine Madre, anche se svolgeva il lavoro di modesto carpentiere, era di stirpe regale, Prìncipe della casa del re Davide ( Lc 1,27 ).

La Chiesa ha meditato a lungo sul significato delle parole pronunciate dall’Angelo Gabriele e lo Spirito Santo ha fatto emergere con crescente chiarezza tutta la verità che era contenuta nelle parole con cui l’Angelo Gabriele ha Chiamato Maria: la pienezza della grazia, infatti, comporta che Maria sia Immacolata, Sempre Vergine, Assunta in cielo e Madre nell’ordine della grazia.

Gesù è una persona viva che ci assiste continuamente attraverso la Chiesa:- molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il perso. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future – ( Gv 16,12-13 ).

Il Magistero della Chiesa, assistito dallo Spirito di verità, serve per guidare alla verità tutta intera, cioè serve per approfondire la Parola di Dio, la cui profondità è insondabile e il cui tesoro è inesauribile.

Infatti dice Gesù:- (.) se un maestro della legge diventa discepolo del regno di Dio, è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove- ( Mt 13,52 ).

Che cosa significa Immacolata concezione? Maria è figlia di Adamo e nostra sorella, anche lei bisognosa di essere salvata da Gesù. Infatti anche Maria è stata redenta da Gesù ma redenta in modo ancora più sublime. Non viene tirata fuori dal fango come noi, ma in previsione del sacrificio di Gesù, viene preservata dal cadervi: Maria ha usufruito del beneficio di una redenzione preveniente ( cfr Cei, La Verità vi farà liberi, Catechismo degli adulti, n.764 ).

Che cosa significa Sempre Vergine? – La Verginità prima del parto significa innanzitutto che Gesù è figlio di Dio(.) La Verginità nel parto indica che il dolore, toccato in sorte ad Eva come conseguenza del peccato ( Gen 3,16 ), viene trasfigurato nella gioiosa esperienza del Salvatore, che libera da ogni forma di corruzione.

La Verginità dopo il parto è segno che Maria si è offerta totalmente alla persona e all’opera del Figlio, rinunciando ad avere altri figli secondo la carne. Pur essendo unita a Giuseppe da un vero legame coniugale, non ha avuto con lui relazioni sessuali; ma insieme a lui si è consacrata al Signore.

Maria e Giuseppe hanno onorato la Verginità e il matrimonio: la loro convivenza è stata comunione e amicizia profonda, aiuto reciproco a vivere totalmente per Dio (.)

I -fratelli – di Gesù, più volte ricordati nel Nuovo Testamento, sono tali in senso largo: cugini, parenti. Due di essi, Giacomo e Joses, sono espressamente indicati come figli di un’altra donna, anch’essa di nome Maria ( Mc 6,3 ; 15,40 )- ( Cei, ibidem, 768, 769).

Nella Bibbia fratello è un termine elastico con cui si indicano i parenti:

Lot era nipote di Abramo e la Bibbia lo chiama fratello di Abramo ( Gn11,27; 12,5), Labano era zio di Giacobbe e la Bibbia lo chiama fratello di Giacobbe ( Gn 25,20; 29,15 ). Quando la Bibbia vuole indicare con precisione il -fratello uterino – si serve della frase – suo fratello, il figlio della madre- ( Gn 43,29; Dt 13,7 ).

Alcuni lettori della Bibbia, ma separati dal Magistero della Chiesa, citano Matteo 1,25 dove si dice che Giuseppe non conobbe Maria – fino a che partorì un figlio che chiamò Gesù-: dunque, essi dicono, che dopo la conobbe, cioè ebbe rapporti con lei. In realtà nella Bibbia – fino a che – vuole solo sottolineare con forza ciò che è avvenuto fino ad un dato tempo, senza includere che poi le cose sono cambiate. Infatti, dice il Signore a Giacobbe – non ti abbandonerò fino a che non avrò compiuto ciò che ti ho promesso- ( Gn 28,15 ): non significa che dopo Dio abbandonerà Giacobbe.

– Micol, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte- ( 2 Sam 6,23 ): non significa che dopo la morte ebbe figli.

– Ed ecco io sarò con voi ogni giorno fino alla fine del mondo – ( Mt 28,20 ): non significa che dopo non sarà più con noi.

Altri lettori della Bibbia citano Luca 2,7 dove si dice che Maria dette alla luce – il suo figlio primogenito -: dunque, essi dicono, primogenito suppone che ebbe altri figli.

In realtà per la Bibbia primogenito non significa, come per noi, soltanto primo figlio ma propriamente – colui che apre il ventre – ( ebraico: peter kol-rechem ): dunque, essere chiamato primogenito non implicava affatto che seguissero altri fratelli. In una tomba giudaica dell’anno 5 avanti Cristo, scoperta in Egitto nel 1922, è scritto: – durante le doglie del mio figlio primogenito il destino mi portò alla fine della mia vita- . Dunque, non si aspettava la nascita di un altro figlio per dare a quello già nato il titolo di primogenito ( cfr Giuseppe Crocetti, I testimoni di Geova a confronto con la Bibbia, p.131, ed. Ancora, Milano 1989).

I lettori della sola Bibbia dovrebbero tenere presente che la Bibbia, da sola, senza la spiegazione degli Apostoli illuminati dallo Spirito Santo, è facilmente fraintesa. Scrive, infatti, l’apostolo Pietro:- in esse (= nelle lettere di Paolo apostolo) ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina- ( 2 Pt 3,16 ).

Scrive lo stesso apostolo Paolo che la Chiesa è stata voluta da Dio come un corpo e corpo implica gerarchia e diversità di funzioni:- E’ Lui ( Cristo ) che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri (.)- ( Efesini 4,11-14 ).

Che cosa significa Assunta in cielo? Insegna Giovanni Paolo II: – E’ possibile che Maria di Nazaret abbia sperimentato nella sua carne il dramma della morte? Riflettendo sul destino di Maria e sul suo rapporto con il divin Figlio, sembra legittimo rispondere affermativamente: dal momento che Cristo è morto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre.(.)

E’ vero che nella Rivelazione la morte è presentata come castigo del peccato. Tuttavia il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale. La Madre non è superiore al Figlio, che ha assunto la morte, dandole nuovo significato e trasformandola in strumento di salvezza.

Coinvolta nell’opera redentrice e associata all’offerta salvatrice di Cristo, Maria ha potuto condividere la sofferenza e la morte in vista della redenzione dell’umanità. Anche per Lei vale quanto Severo d’Antiochia afferma a proposito di Cristo:” Senza una morte preliminare, come potrebbe aver luogo la risurrezione?” (.). Per essere partecipe della risurrezione di Cristo, Maria doveva condividerne anzitutto la morte. ( Giovanni Paolo II, la dormizione della Madre di Dio, L’osservatore Romano, ed. settimanale n.26, 27 giugno 1997, p.11, n. 2 e 3 ).

Questo coinvolgimento speciale di Maria nell’opera e nella vita del Figlio fa sì che Lei, per intervento prodigioso di Cristo che la resuscitò dalla morte, ci preceda nella resurrezione dei corpi : singolare partecipazione alla risurrezione di Gesù. ( cfr Giovanni Paolo II, ivi, n.2 ).

Maria, ricevendo Gesù nel suo seno, precede e anticipa la Chiesa, nello stesso modo la precede nella resurrezione dei corpi.

Maria è simbolo della Chiesa in terra perché per prima ha ricevuto Gesù nel suo corpo ed è simbolo della Chiesa in cielo perché per prima ha avuto quel corpo glorioso che anche noi avremo.

– Per noi che avanziamo con fatica in mezzo alle prove del tempo presente, la gloriosa Vergine risplende come stella del mattino che annuncia il giorno, come stella del mare che indica il porto ai naviganti:” Brilla quaggiù come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio che è in cammino, fino a quando arriverà il giorno del Signore”- ( Cei, ibidem, n.790).

Maria, figlia di Adamo e nostra sorella, brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per noi suoi fratelli che siamo in – esilio- e camminiamo in questa – valle di lacrime -: essendo stata assunta in cielo con l’anima e con il corpo annuncia anche per noi il giorno della risurrezione e, nello stesso tempo, – l’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini, Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita – ( Giovanni Paolo II, op. cit. n.4 ).

Che cosa significa Madre nell’ordine della grazia? Se nel mistero della comunione dei santi tutti i fedeli intercedono gli uni per gli altri e si aiutano gli uni con gli altri ( Ap 5,8; Ap 8,3; 2 Mac 15,12-14 ) , non sorprende che Maria faccia la stessa cosa con una efficacia singolare.

– Maria non si interpone come intermediaria tra noi e il Signore, quasi fosse più vicina e misericordiosa di Lui; piuttosto è un dono e un riflesso della sua bontà, un segno della sua vicinanza- ( Cei, ibidem, n.787 ).

Maria è la prima collaboratrice all’opera della salvezza. Il suo consenso apre al Signore la via per la sua venuta personale nel mondo e inaugura la pienezza dei tempi. Dopo questo decisivo evento, Maria non si ripiega su se stessa ma va a fare visita ad Elisabetta. La prima evangelizzata diventa la prima evangelizzatrice e intercede presso Gesù portandolo, mentre abitava nel suo ventre, dalla parente: infatti Gesù santifica sia Elisabetta che Giovanni il Battista, presente nel seno di Elisabetta ( Lc1,41; 1,44 ).

A Cana di Galilea, per intercessione di Maria, Gesù – dette inizio ai suoi miracoli -, – manifestò la sua gloria – e – i discepoli credettero in Lui – dando inizio a quella che sarà la Chiesa: l’intercessione di Maria si inserisce in un contesto salvifico, cristologico ed ecclesiologico ( Gv 2,3; 2,5; 2,9-10; 2,11).

– Gesù crocifisso vede in Maria la “donna “, figura della Chiesa, nuova Gerusalemme e nuova Eva; la costituisce madre spirituale di tutti gli uomini, particolarmente dei credenti, impersonati dal discepolo amato:”

Vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!” Poi disse al discepolo: ” Ecco la tua madre ” ( Gv 19,26-27 ). La maternità divina verso Cristo si dilata nella maternità universale. In virtù dello Spirito Santo, Maria diventa ” per noi madre nell’ordine della Grazia” ( Concilio Vaticano II, Lumen gentium n.61 ), per cooperare alla rigenerazione e alla formazione dei figli di Dio- ( Cei, ibidem, n.783 ).

Scrive Padre Livio, il direttore di Radio Maria:- Da soli non siamo capaci di seguire Gesù. Nel momento della prova, tutti gli apostoli fuggirono, eccetto Giovanni che rimase accanto a Maria e trasse da lei la forza di accompagnare il Maestro fino ai piedi della croce. Solo Maria è stata vicina a Gesù fino alla fine. Solo chi seguirà Maria vincerà la grande battaglia della fede-

( Padre Livio Fanzaga, Cristianesimo controcorrente, n.498, San Paolo 2001).

Maria è un dono del Signore, un segno della sua vicinanza, della sua misericordia, del suo amore, della sua continua e premurosa assistenza.

( Bruto Maria Bruti)

Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Signore, io esisto da ieri (Simone il nuovo teologo)

soleSignore, io esisto da ieri e domani me ne andrò,
ma penso di vivere eternamente quaggiù.
Tu sei il mio Dio, lo proclamo davanti a tutti,
ma con le azioni ti rinnego ogni giorno.
Non ignoro che Tu sei il Creatore di tutto,
ma cerco d’avere tutto senza di Te.
Sei il Signore delle cose terrene e di quelle celesti,
e io, da solo, senza tremare, voglio tenerti testa.
Concedi a me, povero e misero,
di allontanare ogni perversità dal mio animo,
troppo spesso schiacciato e frantumato
dalla vana superbia e dall’orgoglio.
Donami l’umiltà, tendimi una mano soccorrevole,
purifica l’anima mia!
(Simeone il nuovo teologo)

Simeone (Galazia, 949 – Regione del Mar di Marmara, 1022) è venerato come santo dalla Chiesa cristiana ortodossa che gli ha attribuito, come a Giovanni evangelista e a Gregorio Nazianzeno, l’epiteto di “teologo”.

Beati i poveri in spirito (Isacco della Stella)

Tutti gli uomini, nessuno escluso, desiderano la felicità, la beatitudine. Ma hanno di essa delle idee differenti: per uno, essa consiste nella voluttà dei sensi e nella dolcezza della vita; per un altro, nella virtù; per un altro ancora, nella conoscenza della verità. Per cui colui che ammaestra tutti gli uomini… comincia col ricondurre coloro che si smarriscono, dirige coloro che sono sulla strada,  accoglie coloro che bussano alla porta… Colui che è «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6) riconduce, dirige, accoglie e comincia con questa parola: «Beati i poveri in spirito».

La saggezza sbagliata di questo mondo, che è proprio follia (1 Cor 3,19), parla senza capire quello che afferma; dichiara beati «gli stranieri la cui bocca dice menzogne, e alzando la destra giurano il falso» (Sal 144,7-8) perché i loro «granai sono pieni, traboccano di frutti d’ogni specie, sono a migliaia i loro greggi» (Sal 144,13). Eppure tutte le loro ricchezze sono incerte, la loro pace non è pace (Ger 6,14), la loro gioia è effimera. Al contrario, la Sapienza di Dio, il Figlio per natura, la destra del Padre, la bocca che proferisce la verità, proclama beati i poveri, destinati ad essere dei re, re del Regno eterno. Sembra dire: «Voi cercate la beatitudine, ma non è dove la state cercando; correte, ma fuori strada. Ecco la strada che conduce alla felicità: la povertà volontaria per causa mia, questa è la strada. Il Regno dei cieli è in me, ecco la beatitudine. Correte molto, ma correte male; quanto più andate velocemente, tanto più vi allontanate dal termine…»

Non temiamo, fratelli. Siamo poveri; ascoltiamo il Povero raccomandare ai poveri la povertà. Possiamo fidarci della sua esperienza. Povero è nato, povero ha vissuto, povero è morto. Non ha voluto arricchirsi; sì, ha accettato di morire. Crediamo dunque alla Verità che ci indica la strada della vita. È ardua, ma è corta; la beatitudine invece è eterna. La via è stretta ma conduce alla vita (Mt 7,14).

Isacco della Stella (? – ca 1171), monaco cistercense
Disorso 1, per la festa di Ognissanti; SC 130, 93

La gioia, nonostante un figlio in cielo

foto_cieloLa vera perfezione e’ quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze

Bianca e il suo sorriso. Trentaquattro anni di scanzonata “toscanita’”, e se ti specchi nei suoi occhi verdi, guardandovi molto bene dentro, noti una luce particolare. La luce di chi ha vissuto tanto, nonostante la giovinezza anagrafica, di chi ha gia’ fatto i conti non solo con la vita, ma persino con la morte. La morte di un figlio, il terrore di chiunque, l’unica cosa in grado di spezzarti a meta’, di creare una linea di confine tra un “prima” e un “dopo”. Lei questo viaggio l’ha fatto, l’ha vissuto al cento per cento. E allora perché questo sorriso? Ce lo racconta con la pace di chi ha già tirato le somme, e non si è trovato in credito: “Gabriele era affetto da una grave forma di ascite fetale. Curato nel grembo materno con ben dodici paracentesi (drenaggi di liquido dall’addome, ndr), arrivato spontaneamente al parto per vivere 34 giorni, alternando momenti critici a momenti di relativo benessere che lasciavano sperare. Nonostante la sua situazione ad un certo punto sembrasse sotto controllo, il suo cuoricino ha ceduto e una crisi cardiaca l’ha riportato al Padre, il 27 luglio del 2007”.

Bianca è sposata da dieci anni con Alessandro, carabiniere paracadutista. Insieme hanno consacrato il loro amore davanti a Dio, insieme hanno accolto Vanessa che oggi ha otto anni, insieme hanno superato molti momenti di apprensione nelle varie partenze di Alessandro per le missioni di pace. Insieme hanno desiderato la seconda gravidanza, poco più di cinque anni fa. All’inizio tutto procedeva bene, ma all’ecografia strutturale la doccia fredda. Da quel momento in poi il viaggio si è fatto molto duro. Il rifiuto categorico dell’aborto, l’approccio con un ginecologo di grande umanità che ha donato a Bianca non solo la sua abilità tecnica, ma un amore paterno che l’ha aiutata a non perdere mai il senso di quella gravidanza e della vita di suo figlio.

Insieme hanno spiegato alla loro primogenita, di allora soli tre anni, che quel fratellino tanto desiderato aveva una missione speciale, più speciale di quelle del suo papà, e che doveva avere tanta pazienza e tanta forza. “Per lei non è stato semplice – spiega Bianca – soprattutto perché è riuscita a vedere suo fratello di sfuggita solo una volta, il giorno prima che il suo cuoricino cedesse. Noi non sapevamo che l’avremmo perso. A posteriori, ho visto questo come un grande dono di Dio per Vanessa. Avrebbe potuto non vederlo mai vivo, sarebbe stato terribile…”.

La piccola è cresciuta forse un po’ in fretta, ma come tutti i fratelli di bambini speciali, è una “sorellina speciale” anche lei. A scuola dà a tutti i suoi compagni “lezioni di paradiso”, ha una risposta profonda per ogni quesito particolare, una sensibilità insolita per una piccola di quella età.

Bianca e Alessandro, subito dopo il trauma della perdita hanno avuto il privilegio di poter credere in Dio nonostante l’inevitabile dolore… “Ero con un gruppo di persone in una chiesa – racconta Bianca – mi sentivo infinitamente triste e piena di dolore, in quel momento avrei voluto solo andare via. Ho incollato i miei occhi al crocifisso e ho scoperto di provare rabbia. Proprio in quel momento, un ragazzo di nome Maurizio si è avvicinato a me, e quasi leggendomi nel pensiero, mi ha detto: “Piangi, se ne senti il bisogno. Nessuno ti giudica, qui”. Ho iniziato a piangere, e pian piano la rabbia è andata via. Dio non era cattivo, io ero la sua bambina, lui avrebbe guarito ogni ferita e così è stato. Siamo rinati. Eravamo travolti dal mondo, dentro un vortice di materialismo, nella pretesa di avere un figlio perfetto, tentati all’idea di scartare un figlio con eventuale handicap. Invece Gabriele ci ha guarito da questo perfezionismo: lui era perfetto nell’amore, e abbiamo capito che la vera perfezione è quella del nostro cuore, quando è capace di amare davvero, al di là delle apparenze. Lo avremmo voluto comunque fosse. Oggi quando guardo un bambino con problemi, vedo solo la luce nei suoi occhi, ed è una luce particolare”.

Bianca è luminosa, quando parla di Gabriele. Ha la maturità di chi sa bene cosa significhi “morte”. Bianca non racconta favole, non parla di suo figlio come di un angioletto custode, ripete sovente: “mio figlio è tre metri sotto terra con il corpo, è in paradiso con lo spirito”. Non blatera di “presenze” e “voci dall’aldilà”, non trasforma lo spirituale in spiritismo, conosce la differenza tra il bene e il male; la sua fede naturale ha trovato sapienza attingendo dalle Scritture, ed è una fede concreta. Bianca guarda al futuro con gioia, con speranza. E Bianca sorride ancora, carezzando suo terzo figlio, Michele, arrivato dopo suo fratello…

Sabrina Pietrangeli è presidente de La Quercia Millenaria Onlus 

Elenco dei principali miracoli eucaristici

Sui 61 prodigi qui elencati, 20 hanno avuto luogo in Francia, 18 in Italia, 11 in Spagna, 4 in Belgio, 3 in Olanda, l in Svizzera, 1 in Portogallo, 1 in Germama, 1 in Polonia, 1 in Vietnam-nord.

VIII sec.
LANCIANO (totale conversione dell’ostia grande in carne e del vino in sangue) Italia
X sec.
1000 circa TRANI (Carne e sangue) Italia
XI sec.
1010 IVORRA (Sangue) Spagna
XIII sec.
1171 FERRARA (Sangue) Italia
XIII sec.
RIMINI e BOURGES (Conversioni) Italia e Francia
1228 ALATRI (Carne) Italia
1230 FIRENZE (Sangue) Italia
1232 CARAVACA (Apparizione) Spagna
1239 DAROCA (Sangue) Spagna
1247 SANTAREM (Sangue) Portogallo
1254 DOUAI (Apparizione) Francia
1263 BOLSENA-ORVIETO (Corporale insanguinato dallo spezzare dell’Ostia Conscarata) Italia
1273 OFFIDA (Carne) Italia
1290 PARIGI (Les Billettes) (Sangue) Francia
1294 GRUARO-VALVASSONE (Sangue) Italia
1297 Gerone (San Daniele) (Carne) Spagna
verso 1300 ANINON (Carne e sangue) Spagna
verso 1300 EL CEBRERO (Carne e sangue) Spagna
XIV secolo
1317 HERKENRODE (Carne) Belgio
1330 SIENA-CASCIA (Carne e sangue) Italia
1330 WALLDURN (Sangue) Germania
1331 BLANOT (Sangue) Francia
1345 AMSTERDAM (preservazione miracolosa) Olanda
1345 o 1346 BAWOL (ricupero miracoloso) Polonia
1348 ALBORAYA (ricupero miracoloso) Spagna
1356 MACERATA (Sangue) Italia
1370 CIMBALLA (Sangue) Spagna
1380 BOXTEL (Sangue) Olanda
1392 MONCADA (Gesù bambino) Olanda
XV secolo
1405 BOIS-SEIGNEUR-ISAAC (Sangue) Belgio
1412 POEDERLEE (ricupero miracoloso) Belgio
1412 BAGNO di ROMAGNA (Sangue) Italia
1433 A VIGNON (ricupero miracoloso) Francia
1447 ETTISWIL (ricupero miracoloso) Svizzera
1453 TORINO (ricupero miracoloso) Italia
1461 LA ROCHELLE (guarigione) Francia
XVI secolo
1533 MARSEILLE EN BEAUVAISIS (ricupero miracoloso) Francia
1533-1536 PONFERRADA (ricupero miracoloso) Spagna
1536 TRANS EN PR OVENCE (preservazione miracolosa) Francia
1560 MORROVALLE (preservazione miracolosa) Italia
1570 VEROLI (fenomeno luminoso – Gesù bambino) italia
1592 GORCUM-ESCORIAL (Sangue) Olanda
XVII secolo
1601 LA VIL VENA (preservazione miracolosa) Spagna
1608 FAVERNEY (preservazione miracolosa) Francia
1630 CANOSIO (torrente fermato) Italia
1631 DRONERO (incendio fermato) Italia
1668 LES ULMES (apparizione) Francia
1670 MIRADOUX (incendio fermato) Francia
1686 SINT DENIJS – WESTREM (ricupero miracoloso) Belgio
XVIII secolo
1710 TARTANEDO (Sangue) Spagna
1725 PARIGI (guarigione) Francia
1730 SIENA (conservazione miracolosa) Italia
1732 SCALA (apparizione) Italia
1772 PATIERNO (ricupero miracoloso) Italia
Ragguaglio di un portentoso miracolo appartenente al SS. Sacramento dell’altare
(esame del miracolo di Patierno da parte di S. Alfonso M. de’ Liguori )
1793 PEZILLA LA RIVIERE (conservazione miracolosa) Francia
XIX secolo
1822 BORDEAUX (apparizione) Francia
1828 HARTMANNSWILLER (apparizione) Francia
XX secolo
1905 SAINT-ANDRE’ DE LA REUNION (apparizione) Francia
LOURDES (guarigioni) Francia
1918 LA COURNEUVE (preservazione miracolosa) Francia
anni ’50 BUI-CHU (castigo di un profanatore) Viet-Nam
1974 CASTELNAU DE GUERS (apparizione) Francia
1978 LA VELINE DEVANT BRUYERES (preservazione miracolosa) Francia

Sempre più Cristo tra gli islamici

Sonno ormai molte le testimonianze di ex musulmani che hanno abbracciato la fede cristiana.

Il quotidiano francese “Le Monde” ha dedicato un lungo articolo alla questione, sottolineando che gli islamici francesi neo-convertiti sono ormai migliaia e che si conta almeno un centinaio di musulmani che ogni anno lasciano l’islam per il cristianesimo.

Per Saïd Oujibou, ex musulmano, ora pastore protestante, è necessario essere cauti, realizzare che non è il passaggio da una religione a un’altra a cambiare la vita di una persona, ma il rapporto personale con Dio e quindi diffida dalle false conversioni, dovute solo «a un’overdose di islam».

Eppure, lasciare l’islam per il cristianesimo non è una strada semplice da percorrere, priva di pericoli e difficoltà, piuttosto è un cammino in cui occorre davvero un cambiamento profondo e importante, «perché – precisa Francesco Maggio in un’intervista rilasciata a “La Repubblica” – qui in Italia non è possibile la pena di morte per apostasia ma chi lascia l’Islam viene abbandonato da tutti. Nella fase di conversione, su di lui c’è una pressione fortissima. Parenti o amici chiamano la famiglia di origine, in Africa o Asia, e raccontano che il loro figlio o nipote si è messo a leggere la Bibbia e guarda in televisione le trasmissioni di noi evangelici. I parenti telefonano, mandano lettere e se necessario arrivano in Italia per riportare a casa chi rischia di perdere la fede islamica».

 

Maggio, mediatore interculturale al servizio della chiesa evangelica, racconta che «ogni anno qualche decina di musulmani si avvicina alla chiesa evangelica e a chi si presenta, io dico subito che il convertito dovrà subire solitudine, isolamento, abbandono e anche minacce più pesanti. Qualche giorno fa ho saputo che a Verona un convertito è stato buttato fuori casa dalla famiglia e che altri hanno perso il lavoro. Nell’emigrazione – come succedeva a noi italiani – si cerca l’aiuto dei connazionali che già sono nel nuovo paese. Se ti converti, non riesci più a trovare un punto d´appoggio. Verso gli ex musulmani partono anche delle fatwe che non si concretizzano, almeno nel nostro paese, ma che hanno l’effetto di terrorizzare i neofiti o almeno di escluderli dalla comunità islamica».

 

Il rapporto degli evangelici con i musulmani è di apertura e accoglienza, ma anche di estrema chiarezza. «Noi – prosegue Maggio – diciamo sempre che convertirsi al Cristo non significa passare da una cultura a una cultura migliore. Che non vuol dire scegliere “la parte dei sionisti” e nemmeno passare da una religione all’altra. Si passa invece da una religione al Cristo vivente, e noi cristiani abbiamo il dovere di accogliere chiunque venga al Salvatore. Ma per togliere tensione è necessario che istituzioni come la Consulta islamica avviino un programma di rieducazione delle moschee: queste, invece di instillare il terrore, debbono insegnare la tolleranza e il rispetto di chi viene giudicato “diverso” dopo avere lasciato l’Islam per il cristianesimo».

Si stima che in Europa i musulmani siano oltre quindici milioni; molti di loro sentono parlare di Cristo nei paesi in cui immigrano e un numero sempre maggiore decide di lasciare l’islam per diventare cristiano. Alcuni, come Fadual, giovane marocchino convertitosi in Italia, tornano nel loro paese d’origine per raccontare a parenti e amici il cambiamento avvenuto nella loro vita, pur rischiando la pena di morte per apostasia.

Ps: se vuoi collaborare per l’annuncio del Vangelo (in maniera delicata, non invadente, senza forzature) scrivici in privato!

Inginocchiato davanti al tabernacolo (Don Primo Mazzolari)

L’unica legge

Tu, o Signore, sei la mia fame,
il mio grido, il mio bisogno quotidiano.
Tutti gli occhi guardano a te,
che sei il pane e dai il pane.

Tu sei venuto anche per spezzare il pane,
strappandolo alla nostra voracit
che non faceva posto al fratello,
annullando un diritto che abbiamo costruito contro il tuo amore.

Tu sei il pane, come sei la vita.
Inginocchiato davanti al tabernacolo,
mi accorgo finalmente che è stolto recalcitrare contro il tuo amore,
o cercare un’altra legge,
quando per vivere non abbiamo che il tuo comandamento,
che diviene mistero adorabile quando ti servi delle mie povere mani
per prendere e spartire il pane della vita.
Don Primo Mazzolari

Perché tanta gioia? (seconda parte)

Lei è il vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica in Israele. Può raccontarci in cosa consiste questo vicariato e qual è la visione di questa comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Nel 1955, una pia associazione chiamata L’Opera di San Giacomo fu fondata in Israele, con lo scopo di assistere le migliaia di cattolici lì sbarcati, di solito parenti di famiglie ebraiche, in seguito alle grandi ondate di immigrazione partite soprattutto dall’Europa. In generale si trattava di ebrei sposati con donne cattoliche. Alcuni dei loro figli erano stati battezzati, quindi si è sentita la necessità di una presenza pastorale tra questa gente. Molto rapidamente queste persone sono diventate parte integrante della società israeliana di lingua ebraica e, quindi, per definizione, non hanno trovato il loro posto nella chiesa a maggioranza di lingua araba. Questa comunità è diminuita nel corso degli anni; è una sfida enorme essere cattolico in una società israeliana ebraica di lingua ebraica. È diminuita soprattutto a causa dell’assimilazione, in particolare perché non siamo stati in grado di mantenere i nostri giovani, cattolici praticanti, che sono spariti assimilandosi gradualmente alla società secolare. Ci sono state ulteriori enormi ondate di immigrazione, di lingua russa, ma non solo, anche di grandi gruppi di lavoratori stranieri, di rifugiati ed ultimamente, di cristiani arabi che per motivi economici si stanno trasferendo in città ebraiche dove i loro bambini – tutti i bambini dei gruppi sopramenzionati – sono integrati nelle scuole di lingua ebraica, e quindi parlano l’ebraico come prima lingua.

L’ebraico è ovviamente una caratteristica identificante della tradizione ebraica. Come gli ebrei reagiscono al vostro lavoro? Con animosità?

Padre David Neuhaus: Penso che, a causa della peculiarità di una comunità cattolica o qualsiasi comunità cristiana che prega in ebraico, la prima reazione non è di animosità, ma di shock; lo shock di ascoltare la Messa celebrata in ebraico, lo shock di sentire cristiani parlare della loro fede in ebraico. Abbiamo una pagina web attiva e anche lì la lingua principale per comunicare tra di noi e la lingua principale per comunicare con la società più ampia è l’ebraico. A volte lo shock si trasforma in ostilità e cerchiamo di comprenderla partendo dalla profonda identificazione con il dolore del popolo ebraico alla luce dei secoli di animosità cristiano-ebraica e la sofferenza attraverso i secoli in modo di cercare di non reagire e di agire con comprensione, pazienza e amore per il popolo ebraico. Così continuiamo la nostra esistenza, insistendo molto sul fatto che siamo parte integrante della società. Noi celebriamo in ebraico e discutiamo in ebraico. Stiamo ora pubblicando i nostri libri di catechismo in ebraico e, grazie a Dio, abbiamo la libertà di farlo.

La comunità ha membri che sono ebrei?

Padre David Neuhaus: Tra gli immigrati, alcuni sono anche ebrei. Va precisato che, poiché non facciamo proselitismo, non abbiamo un gran numero di membri ebrei che sono venuti a Cristo attraverso la nostra attività. Più spesso, sono ebrei che hanno incontrato Cristo da qualche altra parte e considerano la nostra comunità la loro casa. Abbiamo pochissime conversioni: ognuna è molto particolare e ha una storia particolare nella vita della nostra comunità, ma con molta sensibilità cerchiamo di permettere ai nostri cattolici, siano di origini ebraiche o no, di trovare un’espressione della loro fede e di inculturarsi nella società in cui viviamo, in altre parole, di essere sensibili alla lingua, alle tradizioni, alle feste, ai costumi culturali delle tradizioni ebraiche che definiscono la vita società israeliana di lingua ebraica.

Lei ha un legame particolare con il lavoro che fa. Si può dire che il suo ruolo è stato in qualche modo prestabilito?

Padre David Neuhaus: Sto ancora lottando con questo progetto, perché nei primi nove anni della mia vita sacerdotale sono stato professore di Sacra Scrittura nel seminario e pensavo che quella fosse la mia vocazione. Mi piace molto l’insegnamento delle Scritture e questo diventa evidente nel modo in cui organizzo la comunità. Non sono sicuro. Lascio decidere Dio. Quale sia il futuro di questa particolare missione, lo lascio a Lui.

Che tipo di sostegno istituzionale Lei ha in seno alla comunità per sostenere il suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Non abbiamo scuole e, ad essere onesti, stiamo ancora discutendo se dobbiamo averne, perché una delle sfide per noi è quella di non vivere in un ghetto, di non creare troppe istituzioni che ci separino dalla società in generale. Stiamo parlando di un piccolo numero. Stiamo parlando di una società che è ricca e che ha istituzioni molto, molto buone – scuole, ospedali – per questo non c’è alcun motivo per creare proprie istituzioni. Ma la sfida, naturalmente, c’è, e per il nostro vicariato particolare si tratta della più grande sfida: come trasmettere la fede da generazione in generazione Come possiamo farlo integrati nella società, quando la pressione della società laica è molto, molto forte? Crediamo che dobbiamo lavorare molto, molto duramente, per permettere ai nostri figli di sperimentare la nostra fede e probabilmente l’unico modo per realizzare questo è creare oasi di gioia, oasi di pace.

Come vede Lei il suo posto all’interno della comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Dobbiamo essere integrati nella Chiesa locale e questo, di sicuro, non è sempre semplice a causa del conflitto politico nel Paese. Ebraicofoni ed arabofoni sono spesso divisi dalla politica. La Chiesa è chiamata a dare testimonianza del fatto che in Cristo non ci sono confini. Gli ostacoli scompaiono in Cristo e noi siamo uno nel suo corpo. Questo è un argomento molto importante per me personalmente. Quando sono arrivato in questa terra, conoscevo già l’ebraico. Ho cominciato ad imparare l’arabo. Sono stato integrato nella vita della Chiesa di lingua araba da sempre e in particolare da quando sono diventato sacerdote – sono professore di un seminario in lingua araba – e così anche qui penso che siamo chiamati ad incarnare un’alternativa alla realtà che vediamo fuori, dove c’è un abisso tra arabi ed ebrei. Nella Chiesa, penso che abbiamo bisogno di dare voce alla possibilità di essere davvero uniti in pace perché Egli è la nostra pace; se Lui non è la nostra pace, diamo una testimonianza povera.

Lei ha descritto il suo ruolo all’interno dell’ambiente ebraico. Come è la situazione nell’ambiente arabo: sta “seduto tra due sedie”?

Padre David Neuhaus: Mi piace pensare di stare seduto tra due sedie. Dobbiamo lavorarci su. Vorrei fare riferimento a quanto è accaduto poco tempo fa durante il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, dove ho fatto testimonianza della nostra piccola comunità e numerosi vescovi sono venuti a dirmi quanto fossero felici di conoscere questa comunità tanto piccola e sconosciuta. Ancora una volta, il nostro ruolo non è politico. Il nostro ruolo è proprio quello di dare testimonianza del fatto che anche la nostra piccola comunità sta dando testimonianza del Signore risorto nella terra che era storicamente era la Sua. Lo facciamo in piena comunione con i nostri fratelli e sorelle arabe, anche se, di nuovo, la politica forse ci divide.

Negli ultimi 20 anni, decine di migliaia di immigrati sono arrivati dall’ex Unione Sovietica. Lei ha detto in precedenza che senz’altro c’erano molti ebrei tra di loro, ma che molti cristiani sono venuti come parenti. Come ha influito ciò sul suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Bene, abbiamo certamente nuovi membri. Come Lei sta dicendo giustamente, la grande maggioranza delle decine di migliaia di cristiani all’interno dell’ondata di quasi un milione di nuovi immigrati in Israele, è infatti ortodossa e ha portato alla creazione di piccole ma vivaci comunità ortodosse e comunità di rito bizantino ovunque in Israele. Loro continuano la loro vita di fede, spesso molto discretamente e quasi di nascosto, perché molte di queste persone sono arrivate in Israele come ebrei e poi, una volta in Israele, hanno proclamato la loro fede cristiana. Allo stesso tempo, è anche vero che molti russofoni, che erano di fatto cristiani, non hanno trovato il loro posto in Israele quando si sono resi conto che anche in Israele non ci sono istituzioni o strutture per sostenere la vita cristiana. Molti di coloro che erano in realtà cristiani sono ritornati ai Paesi di provenienza o hanno continuato sulla loro strada verso altri Paesi occidentali. E così abbiamo perso anche un certo numero di quelle famiglie che hanno deciso che Israele non era per loro.

Qual è il suo messaggio per cristiani ed ebrei?

Padre David Neuhaus: Penso che il primo messaggio sia un messaggio di speranza. Speriamo che, proprio come ebrei e cattolici, dopo secoli di rapporti molto traumatici, sono entrati in una nuova era, che questo possa anche essere il futuro del Medio Oriente. Dobbiamo lavorare molto – sia pregare molto e lavorando molto – per la riconciliazione. E abbiamo bisogno del sostegno del mondo. Il mondo deve sia incoraggiarci sia aiutarci a rendere interessante per noi trovare le vie per aprire una nuova era in Medio Oriente, un’era in cui tutti i popoli trovano la loro casa a Gerusalemme e, per estensione, in tutto il Medio Oriente. La regione sta attraversando un momento molto difficile e questo momento è stato frutto di eventi accaduti negli ultimi 100-150 anni, che ha fatto dimenticare quanto possa essere ricca la società mediorientale. Basta pensare che un secolo fa c’erano cristiani, ebrei e musulmani di ogni genere che vivevano in una comunità che apprezzava molto più profondamente la ricchezza del pluralismo rispetto a noi oggi. Credo che abbiamo bisogno di costruire un ponte tra il passato, che era molto più pluralista, ad un futuro che, si spera, sarà molto più pluralista.

Perche’ tanta gioia? (parte prima)

Padre David Neuhaus e’ nato in una famiglia ebrea e, ancora in giovane eta’, si è convertito al cristianesimo. In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio piange), padre Neuhaus, vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica.

Padre, lei è cresciuto in una famiglia ebraica. Ha ricevuto una profonda educazione religiosa?

Padre David Neuhaus: Ho ricevuto quella che si potrebbe definire una tradizionale educazione ebraica. Mi hanno mandato ad una scuola ebraica diurna, una scuola meravigliosa. Se avessi figli, li manderei a studiare lì anche adesso. E così siamo stati educati nella tradizione ebraica a casa. I miei genitori erano molto aperti e non molto praticanti.

Come Lei percepiva il cristianesimo in quel momento?

Padre David Neuhaus: Era una questione molto complessa. I miei genitori sono rifugiati della Germania nazista e così siamo cresciuti con la consapevolezza molto forte della storia. Naturalmente, la storia è un luogo dove ebrei e cristiani si incontrano in un’interazione piuttosto traumatica. Ma allo stesso tempo i miei genitori sono molto aperti e molto cordiali e così questo messaggio dei traumi della storia è stato equilibrato con un’apertura verso i nostri vicini.

Si è convertito al cristianesimo in età giovane. Che cosa l’ha ispirata a prendere in considerazione la conversione al cristianesimo?

Padre David Neuhaus: Fu all’età di 15 anni, arrivando per la prima volta in Israele, che ho fatto conoscenza con una delle grandi figure spirituali di quel momento a Gerusalemme, una suora ortodossa russa, che era la badessa di un convento e il suo nome era Madre Barbara.

Crede che fosse persino della nobiltà russa?

Padre David Neuhaus: Sì, era una contessa, un membro dell’aristocrazia russa e attraverso di lei ho incontrato Gesù Cristo. Era una donna, che al momento che la incontrai aveva già 89 anni, paralizzata, incapace di muoversi dal suo letto, ma splendente con la gioia di Cristo ed è questo che mi ha colpito. Non sono andato ad incontrarla perché ero interessato al cristianesimo, ma piuttosto perché ero interessato alla storia russa ed incontrarla è stato veramente un incontro con Gesù Cristo. Non ero molto credente in quel momento e la religione non mi interessa affatto, ma ciò che ha attirato la mia attenzione è stata la grande gioia con la quale parlava di tutto ed era una gioia che mi ha spinto a chiederle: “Perché Lei è così gioiosa? Ha 89 anni, non può camminare, non può muoversi, vive in una minuscola squallida stanzetta. Cosa La rende così felice?”. E questo l’ha spinta a sua volta a testimoniare la sua fede. Questo mi ha semplicemente carpito, catturato. Il passo intermedio, naturalmente, è stato ritornare a casa e raccontare ai miei genitori che avevo incontrato Madre Barbara e attraverso di lei quell’uomo, Gesù.

Qual è stata la loro reazione?

Padre David Neuhaus: I miei genitori erano sotto shock. Mi avevano mandato in Israele. Non se lo aspettavano che il loro figlio ebraico, mandato ad una scuola ebraica in Israele, ritornasse parlando di Gesù e nel corso della conversazione, feci la promessa che avrei aspettato dieci anni. Avevo solo quindici anni. Dissi: “aspetterò fino ai miei 25 anni. Se questo sarà ancora vero quando avrò quell’età, voi accetterete”; e loro furono subito d’accordo. Credo che abbiano pensato: “Sta crescendo e lo supererà”. E infatti hanno accettato e ora ho un rapporto molto, molto stretto con i miei genitori. Ciò successe nel periodo intermedio fu un tentativo di patteggiare sempre più con ciò che questo implicava; credere in Gesù e poi, lentamente ma inesorabilmente, cercare di integrarsi nel suo Corpo nella Chiesa.

Che cosa implica questo?

Padre David Neuhaus: In primissimo luogo, come ebreo, implicava cercare di affrontare in qualche modo i temi molto duri e difficili delle relazioni ebraico-cristiane nella storia, essere attirato dalla Chiesa cattolica a causa del tentativo della Chiesa di affrontare questa storia, un cammino per chiedere perdono e un cammino verso la riconciliazione. La Chiesa Ortodossa, specialmente di tradizione bizantina, mi attirava enormemente, esteticamente mi piacciono molto la liturgia e i canti, è bello, ma quello che ho trovato nella Chiesa cattolica romana era un vero tentativo di assumere la nostra responsabilità come corpo storico nella storia del mondo. La persona che ha aperto la porta è stato papa Giovanni XXIII. La sua volontà di convocare il Concilio e di affrontare questi temi molto, molto difficili riguardo la nostra responsabilità per la storia del mondo, mi ha permesso di pensare che potevo essere cattolico e potevo essere ebreo, quindi ho potuto andare alla mia famiglia e dire: “non sto tradendo il popolo al quale appartengo”. Con i miei genitori, il dialogo è andato avanti per dieci anni e, come ho detto, quando sono stato battezzato all’età di 26 i miei genitori si erano un po’ riconciliati con l’idea di avere un figlio che era una vera e propria “pecora nera” e, come sto dicendo, il rapporto con loro è molto forte.

A che punto di questo processo di conversione ha sentito la vocazione?

Padre David Neuhaus: È venuto quasi subito, ad essere onesto, all’età di 15 anni, tre mesi dopo l’incontro con la Madre Barbara. I ragazzi della mia scuola si chiedevano l’un l’altro di scrivere dove saremmo stati a 30 anni, cioè quindici anni dopo. Io avevo scritto di essere un monaco in un monastero. In quel momento pensavo ancora in termini di Chiesa Ortodossa, ma credo che allora avessi già la netta sensazione dio aver vissuto la mia vita cristiana, dedicandomi al popolo di Dio e tentando di vivere una vita dedicata alla riconciliazione.

Quale è il sacramento con cui ha maggiore affinità?

Padre David Neuhaus: È stato molto chiaro fin dall’inizio della mia vita cristiana, che sono stato molto attratto dall’Eucaristia, dal contatto con il Corpo di Cristo nell’Eucaristia. E, naturalmente, lo ripeto di nuovo, per dieci anni ho assistito regolarmente all’Eucaristia senza essere in grado di parteciparvi.

Figlio (Santa Teresina)

“Ecco un esempio che tradurrà un poco il mio pensiero. Suppongo che il figlio di un abile medico trovi sul suo cammino una pietra che lo faccia cadere e che, in questa caduta, si fratturi un arto. Il padre subito gli si avvicina, lo rialza con amore, cura le sue ferite, servendosi di tutte le risorse della sua arte e subito il figlio completamente guarito gli testimonia riconoscenza. Senza dubbio questo figlio ha molta ragione di amare suo padre!

Ma faccio ancora un’altra supposizione. – Il padre, avendo saputo che sulla strada di suo figlio si trova una pietra, si affretta a procedere avanti e la sposta (senza che alcuno lo veda).

Certamente, questo figlio, oggetto della sua tenerezza previdente, non SAPENDO la sventura da cui viene liberato da suo padre non gli testimonia la sua riconoscenza e l’amerà meno che se fosse stato guarito da lui… ma se viene a conoscere il pericolo in cui stava per incappare, non lo amerà invece di più?  Ebbene, io sono questo figlio oggetto dell’amore previdente di un Padre che non ha inviato il suo Verbo per riscattare i giusti ma i peccatori. Egli vuole che io lo ami perchè egli mi ha perdonato, non molto, ma tutto. Egli non ha atteso che lo amassi molto come Santa Maddalena, ma ha voluto che IO SAPESSI come egli mi aveva amata di  un amore di ineffabile previdenza, perchè ora io lo ami alla follia!….”

S.Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

Famiglia, piccola chiesa

chiesa famigliaLa vostra casa deve essere
la piccola chiesa:
dove pregate,
dove vi santificate,
dove diventate migliori,
dove la grazia si espande in voi;
dove la fede
riceve la sua testimonianza,
dove la speranza
si esercita ogni giorno;
dove riprendete ad ogni alba
il vostro cammino;
dove anticipate
il vostro purgatorio;
dove mortificate la sensibilita’
e accogliete con pazienza
le prove quotidiane,
le incomprensioni, gli imprevisti;
dove sorridendo
a una parola amara,
non dando ascolto
all’egoismo vostro e altrui,
dominando gli impulsi,
vi donate con generosita’,
in carita’ fiduciosa.

L’esistenza di Dio in San Bonaventura

Se l’essere di Dio sia una verità indubitabile [1][3]

Si domanda anzitutto se l’essere di Dio sia una verità indubitabile. Che sia così si dimostra seguendo una triplice via.
La prima è questa: ogni verità naturalmente impressa in tutte le menti è indubitabile.
La seconda è la seguente: ogni verità proclamata da ogni creatura è indubitabile.
La terza via è questa: ogni verità certissima ed evidentissima in se stessa è indubitabile.

Quanto alla prima via si procede in questo modo; dimostrando con argomenti di autorità e di ragione che l’essere di Dio è impresso in tutte le menti razionali.
1. Giovanni Damasceno, nel primo libro (De fide orthod.), al capitolo terzo, afferma che: «La cognizione dell’esistenza di Dio è impressa naturalmente in noi ».

2. Cosi Ugo di San Vittore (De Sacram. p. iii, c. i) sostiene che: «Dio ha regolato a tal punto la nozione di sé presente nell’uomo che, siccome egli non avrebbe mai potuto comprenderne l’essenza nella sua totalità, non ne potesse almeno ignorare l’esistenza ».

3. Parimenti Boezio (iii De consol., prosa 2): « È impresso nelle menti degli uomini il desiderio del vero e del bene »; ma il desiderio del vero bene presuppone la conoscenza di esso, perciò nelle menti degli uomini sono impresse la nozione del vero bene ed un desiderio di ciò che è sommamente desiderabile. E questo bene è Dio; dunque ecc.

4. Agostino in più passi del De Trinitate (ix, 2, 2, ss.; xii, 4, 4 nss.; xiv, 8, ll ss.), dice che l’immagine consiste nella mente, nella notizia e nell’amore, e che il carattere di immagine si scopre nell’anima in relazione a Dio; se dunque è naturalmente impressa nell’Anima l’immagine di Dio, l’anima ha naturalmente innata la conoscenza di Dio. Ma la prima cosa che si conosce di Dio è la sua esistenza; dunque la conoscenza di essa è naturalmente innata nella mente umana.

5. Aristotele (ii, Poster., 15) afferma che « non sarebbe conveniente che possedessimo cose nobilissime e non lo sapessimo »; perciò, essendo l’esistenza di Dio una verità nobilissima, presentissima a noi, non è conveniente che tale verità rimanga nascosta all’intelletto umano.

6. Inoltre: è innato nelle menti degli uomini un desiderio di sapienza, poiché, dice Aristotele (i, Metaf., I): « Tutti gli uomini per natura desiderano sapere »; ma la sapienza sommamente desiderabile è quella eterna; perciò è profondamente insito nella mente umana il desiderio di tale sapienza. Ma, come si è detto prima, non c’è amore se non di ciò che è in qualche modo conosciuto; perciò è necessario che una qualche nozione di quella somma sapienza sia impressa nella mente umana. Ma questo è in primo luogo sapere che Dio stesso o quella sapienza esiste.

7. Inoltre, il desiderio della beatitudine è insito a tal punto in noi che a proposito di nessuno si può dubitare se voglia o no essere beato, come dice in più passi Agostino (De Trin. XllI, 3, 3; 4, 7 ss.; 20, 25); ma la beatitudine consiste nel sommo bene che è Dio; perciò, se tale desiderio non può esistere senza una qualche notizia, è necessario che tale nozione mediante la quale si conosce che esiste il sommo bene, ossia Dio, sia impressa nella stessa anima.

8. È impresso pure nell’anima un desiderio di pace ed impresso a tal punto che lo si ricerca anche nel suo contrario; e questo desiderio non può essere neppure tolto ai dannati ed ai demoni, secondo quanto si dimostra nel libro diciannovesimo del De civitate Dei (13,lss.). Se, dunque, la pace di una mente razionale non si trova se non in un ente immutabile ed eterno ed il desiderio presuppone una nozione od una conoscenza, la conoscenza di un ente immutabile ed eterno è innata nello spirito razionale.

9. Inoltre, è insito nell’anima l’odio della falsità; ma ogni odio nasce dall’amore; perciò è molto più radicato nell’anima l’amore della verità e specialmente di quella verità per la quale l’anima è stata fatta. Se dunque Dio è la verità prima, consegue necessariamente che la nozione della prima verità è insita nell’intelligenza razionale. Che l’odio dell’errore, poi, sia insito nella mente umana, appare dal fatto che nessuno vuol essere ingannato, come dice Agostino nel libro decimo delle Confessioni (23, 33 ss.). Che l’odio sia causato dall’ amore mostra ancora Agostino nel libro quattordicesimo del De civitate Dei (7, 2); nessuno infatti odia qualcosa se non perché ama il suo opposto.

10. Inoltre, è impressa nell’anima razionale la conoscenza di sé, perché l’anima è presente a se stessa e conoscibile per se stessa; ma Dio è presentissimo all’anima e conoscibile per se stesso; perciò è impressa nella stessa anima la nozione del suo Dio. Se tu dicessi che non è la stessa cosa perché l’anima è proporzionata a sé ma Dio non è proporzionato all’anima, risponderei: la tua obiezione non vale, perché se la proporzionalità fosse necessaria alla conoscenza, l’anima non giungerebbe mai alla conoscenza di Dio poiché non può essere paragonata a Lui né per natura, né per grazia, ne per gloria.
Con queste ragioni, dunque, si dimostra che l’esistenza di Dio è una verità indubitabile naturalmente impressa nell’intelligenza umana; nessuno infatti dubita se non di ciò di cui non possiede una conoscenza certa.
Questo si dimostra per la seconda via così; ogni verità proclamata da tutte le creature è indubitabile; ma ogni creatura proclama l’esistenza di Dio. Che, poi, ogni creatura proclami Resistenza di Dio, si dimostra in base a dieci aspetti delle cose ed a proposizioni immediatamente evidenti.

11. La prima è questa: se c’è l’ente che vien dopo c’è l’ente che vien prima poiché l’ente che vien dopo dipende da quello che vien prima; se dunque vi è l’insieme degli enti che vengono dopo, e necessario che vi sia un primo ente. Se, pertanto, è necessario ammettere un prima e un poi nelle creature, è necessario che l’insieme delle creature implichi e proclami l’esistenza di un primo principio.

12. Inoltre, se esiste un ente che dipende da un altro, esiste anche l’ente che non dipende da un altro, poiché nulla può far passare se stesso dal non essere all’essere; dunque, è necessario che vi sia una prima ragion d’essere che è nell’ente primo, il quale non è stato prodotto da un altro. Se dunque l’ente che dipende da un altro è detto ente creato e l’ente che non dipende da un altro è detto ente increato ed è Dio, tutti i diversi tipi di ente implicano l’esistenza di Dio.

13. Inoltre, se vi è l’ente possibile deve esserci l’ente necessario perché il possibile dice indifferenza all’essere e al non essere; ma non può un ente essere indifferente ad essere e a non essere se non in virtù di qualcosa che è pienamente determinato all’essere. Se dunque l’ente necessario che non ha assolutamente alcuna possibilità di non essere è soltanto Dio ed ogni altro ente ha qualche possibilità di non essere, ogni differente tipo di ente implica l’esistenza di Dio.

14. Inoltre, se vi è un ente relativo deve esserci anche l’ente assoluto poiché il relativo non è tale se non rispetto all’assoluto; ma l’ente assoluto non può essere detto dipendente da nessun altro se non perché non riceve nulla da un altro; e questo è l’ente primo; mentre ogni altro ente ha una qualche dipendenza; quindi è necessario che ogni differente tipo di ente implichi l’esistenza di Dio.

15. Inoltre, se vi è un ente limitato o parziale vi è l’ente che è assolutamente, perché l’ente parziale non può né essere, né essere concepito se non per mezzo dell’ente che è assolutamente; e l’ente limitato non può esistere ed essere concepito se non in virtù dell’ente perfetto, come la privazione non si concepisce se non per mezzo del positivo. Se pertanto ogni ente creato è parziale, solo l’ente increato è ente che è assolutamente e perfetto; perciò è necessario che ogni diverso tipo di ente implichi e supponga l’esistenza di Dio.

16. Inoltre, se vi è un ente ordinato ad altro deve esserci un ente autosufficiente, altrimenti non esisterebbe il bene; ma l’ente autosufficiente non è se non quell’ente di cui non può esservi migliore, cioè lo stesso Dio; perciò, poiché la totalità degli altri enti è ordinata a lui, la totalità degli enti implica l’esistenza e la nozione di Dio.

17. Inoltre, se vi è un ente per partecipazione deve esserci un ente per essenza, perché la partecipazione non si riferisce se non a qualcosa di posseduto essenzialmente da qualcos’ altro poiché ogni predicato accidentale si riconduce a un predicato essenziale; ma qualunque ente diverso dall’ente primo che è Dio, ha l’essere per partecipazione, mentre solo Lui ha l’essere per essenza.

18. Inoltre, se vi è l’ente in potenza deve esserci l’ente in atto poiché la potenza non può passare all’atto se non in virtù di un ente in atto e la potenza non sarebbe tale se non potesse passare all’atto; se, dunque, quell’ente che è atto puro e non ha in sé alcuna possibilità non può essere che Dio, è necessario che ogni ente diverso dal primo implichi l’esistenza di Dio.

19. Inoltre, se vi è un ente composto deve esserci un ente semplice perché il composto non ha l’essere da sé ed è perciò necessario che abbia la sua origine da un ente semplice ma l’ente semplicissimo, che non ha in sé alcuna composizione, non può essere che l’ente primo; perciò ogni altro ente implica Dio.

20. Inoltre, se vi è un ente mutevole deve esserci un ente immutabile, perché, secondo quel che prova Aristotele (Fis. viii, 5; Metaf. xi, 7), il moto proviene da un ente immobile e ha per fine un ente immobile; se, dunque, l’ente del tutto immutabile non può essere se non quell’ ente primo che è Dio e gli altri enti creati per il fatto stesso di essere creati sono mutevoli, è necessario che l’esistenza di Dio sia inferita da ogni differente tipo di ente.
Da questi dieci presupposti necessari ed evidenti si inferisce che tutti i diversi tipi o zone dell’ente implicano e proclamano l’esistenza di Dio. Se, dunque, ognuna di queste verità è indubitabile, è necessario che l’esistenza di Dio sia una verità indubitabile.
La medesima conclusione è dimostrata per la terza via così: ogni verità così certa da non poter essere negata senza contraddizione è una verità indubitabile; ma l’esistenza di Dio è tale; dunque ecc. La maggiore è immediatamente evidente, la minore si dimostra in vari modi.

21. Infatti Anselmo, nel capitolo quarto del Proslogio, dice: « Ti ringrazio. Signore buono, poiché quello che prima credevo per tuo dono, ora lo capisco per influsso della tua luce, sicché, se anche non volessi credere che tu esisti, non potrei non saperlo ».

22. E questa verità è provata da Anselmo come segue: Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore; ma ciò che non può essere pensato non esistente è più vero di ciò che può essere pensato non esistente; dunque, se Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore. Dio non può essere pensato non esistente.

23. Inoltre, l’ente di cui non si può pensare il maggiore è di tale natura che non può essere pensato se non esiste anche nella realtà; poiché se esistesse nel solo pensiero non sarebbe l’ente di cui non si può pensare il maggiore; dunque, se un tale ente è pensato, è necessario che esista in realtà in tal modo da non poter essere pensato non esistente.

24. Ancora Anselmo (Prosl. 5) affermia : « Tu sei tutto ciò che è meglio esista piuttosto die non esista »; ma ogni verità indubitabile è migliore di ogni verità dubbia; perciò a Dio si deve attribuire piuttosto l’essere indubitabile che l’essere dubitabile.

25. Inoltre Agostino dice nei Soliloqui (i, 8,5) che nessuna verità può essere vista se non nella prima verità; ma la verità nella quale è vista ogni altra verità è sommamente indubitabile; perciò l’esistenza di Dio non è solo una verità indubitabile, ma anche una verità di cui non si può pensare nulla di più indubitabile; dunque è una verità tale da non poter essere pensata non esistente.

26. Agostino (Sol. I, 15, 27 ss.; II, 2,2; e 15,28) dimostra questa stessa verità come segue: tutto ciò che si può pensare si può anche enunciare; ma in nessun modo si può enunciare che Dio non esiste senza affermare insieme che Dio esiste. E questo si dimostra come segue: poiché se non vi è alcuna verità è vero che non c’è la verità, e, se è vero queste, esiste qualche verità e, se esiste qualche verità, esiste la verità prima, pertanto, se non si può affermare che Dio non esiste non lo si può neppure pensare.

27. Quanto maggiore e più universale è una verità tanto è più nota; ma questa verità con la quale si dice che esiste il primo ente è la prima fra tutte le verità sia nell’ordine ontologico che in quello logico; perciò è necessario che essa stessa sia certissima ed evidentissima. Ma la verità degli assiomi e delle proposizioni più universali è a tal punto evidente a causa della loro priorità che essi non possono essere pensati come inesistenti; pertanto nessuna intelligenza può pensare che la stessa prima verità non esista o dubitare della sua esistenza.

28. « Nessuna proposizione è più vera di quella nella quale la stessa proprietà è predicata di se stessa » (Boezio, Periherm. Arìstot., i, 14); ma quando dico che Dio è, l’essere detto di Dio è identico con Dio perché Dio è il suo stesso essere; dunque nessuna proposizione è più vera ed evidente di quella che dice: Dio è, dunque nessuno può pensare che essi sia falsa o dubitarne.

29. Inoltre nessuno può ignorare che questa proposizione: l’ottimo è ottimo, sia vera, oppure pensare che sia falsa; ma l’ottimo è un ente completissimo ed ogni ente, per il fatto stesso di essere completissimo, è anche in atto; pertanto, se l’ottimo è ottimo, l’ottimo è. Similmente si può argomentare: se Dio è Dio, Dio è; ma l’antecedente è vero a tal punto che non può essere pensato non esistente; pertanto l’esistenza di Dio è una verità indubitabile […].
rispondo. Per la comprensione delle cose predette occorre notare che una cosa si dice indubitabile per privazione del dubitabile; ora il dubitabile si dice in due sensi: o per il discorso della ragione o per difetto di ragione. Il primo modo di intendere riguarda il conoscibile ed il conoscente; il secondo modo di intendere solo il conoscente. Dubitabile nel primo senso è detta qualche verità perché le manca il carattere di evidenza o in sé, o in rapporto ad un medio probante, o in rapporto all’intelletto che apprende. Ma in nessuno di questi modi di intendere manca la certezza a questa verità che è l’esistenza di Dio.
È certo infatti allo stesso intelletto conoscente che la conoscenza di questa verità è innata nella mente razionale in quanto la mente ha carattere di immagine grazie alla quale sono insiti in lei il naturale desiderio, la nozione e la memoria di Colui ad immagine ilei quale è stata creata e verso il quale tende naturalmente per poterne essere beatificata.
La verità dell’ esistenza di Dio è ancora più certa in rapporto alla ragione probante. Infatti tutte le creature, sia considerate secondo le loro proprietà positive che difettive, con voci altisonanti proclamano l’esistenza di Dio del quale hanno bisogno a causa della loro mancanza di perfezione e dal quale ricevono perfezione. Per cui secondo la loro maggiore o minore perfezione proclamano alcune con grande, altre con maggiore, altre con grandissima voce che Dio esiste.
E tale verità è anche certissima in sé per il fatto che è una verità prima e immediatissima nella quale non solo la nozione del predicato è contenuta nel soggetto, ma è lo stesso l’essere che è predicato e il soggetto di cui è predicato. Perciò, come ripugna sommamente al nostro intelletto l’unire termini differentissimi fra loro, perché nessun intelletto può pensare che qualche cosa esista o non esista al tempo stesso, così ripugna la divisione di qualche cosa che è totalmente uno e indiviso; per cui, come è evidentissimamente falso che una stessa cosa esista e non esista, o che esista in modo sommo o non esista affatto, così è una verità evidentissima che il primo e sommo ente esiste. Pertanto, se si ritiene indubitabile ciò che toglie ogni dubbio per discorso della ragione, l’esistenza di Dio è una verità indubitabile poiché, sia che l’intelletto penetri in se stesso, sia che esca fuori di sé, sia che guardi sopra sé, se procede razionalmente conosce con certezza ed indubitabilmente l’esistenza di Dio.
Se poi si considera l’indubitabile nel secondo senso, in quanto cioè toglie il dubbio che deriva da un difetto di ragione,allora si può concedere che per un difetto degli uomini qualcuno possa dubitare che Dio esiste, e ciò per un triplice difetto dell’intelletto conoscente:
1) o quanto all’atto dell’apprendere,
2) o quanto all’atto del giudicare,
3) o quanto all’atto di ricondurre a un primo principio.

1) Quanto all’atto dell’apprendere, il dubbio si inserisce quando il significato del nome Dio non è assunto in modo reno e nella sua pienezza ma solamente per qualche suo aspetto, come hanno fatto i pagani i quali pensavano che Dio fosse tutto ciò che era superiore all’uomo e poteva prevedere in qualche modo il futuro e perciò credevano che gli idoli fossero dei e li adoravano come dei perché davano talvolta responsi veritieri sul futuro.

2) Quanto all’atto del giudicare, il dubbio si ha quando il giudizio è parziale, come quando lo stolto vede che non si fa manifestamente giustizia dell’empio e ne conclude che non esiste provvidenza nell’universo e, perciò, che non esiste in esso un rettore primo e sommo come Dio eccelso e glorioso.

3) Similmente, quanto al difetto nel ricondurre a un primo principio: il dubbio subentra quando un intelletto carnale non sa arrivare se non sino a quello che i sensi mostrano, vale a dire, alle realtà corporee; per il qual motivo alcuni ritennero che questo sole visibile che occupa un posto preminente fra le creature corporee fosse Dio, perché non erano capaci di giungere sino alla sostanza incorporea, né sino ai primi principi delle cose. E così nella proposizione Dio esiste può sorgere un dubbio causato da un difetto dell’intelletto che apprende, o che giudica, o che riconduce a un primo principio; e secondo un tale modo difettoso di intendere, qualche intelletto può pensare che Dio non esiste, perché esso non comprende con sufficiente integrità il significato del termine Dio. Ma quell’intelletto che comprende appieno il significato di questo nome: Dio e ritiene che Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore, non solo non dubita che Dio esiste, ma anche in nessun modo può pensare che Dio non esiste. Perciò dobbiamo ammettere come vere le ragioni che lo dimostrano esistente.

La contemplazione di Dio per mezzo della sua immagine impressa nelle potenze dell’anima[2][4]

1. Poiché i due gradi precedenti, guidandoci a Dio attraverso le sue orme per mezzo delle quali Egli risplende in tutte le sue creature, ci hanno condotti sino al punto di rientrare in
noi, nel nostro spirito nel quale risplende l’immagine divina, ora, in terzo luogo, rientrando in noi stessi e lasciando fuori l’atrio, dobbiamo sforzarci di vedere Dio come in uno
specchio, nel santo[3][5]3, nella parte anteriore del tabernacolo; lì la luce della verità brilla come un candelabro di fronte alla nostra mente nella quale risplende l’immagine della beatissima Trinità.
Entra, dunque, dentro di te e osserva con quale ardore la tua mente ama se stessa; ora, essa non potrebbe amarsi se non si conoscesse e non potrebbe conoscersi se non avesse il ricordo di sé, poiché la nostra intelligenza non apprende se non ciò che è presente alla nostra memoria; vedi, perciò, non con l’occhio della carne, ma con quello della ragione, che la tua anima possiede una triplice potenza. Considera le attività e i rapporti di queste tre potenze e potrai vedere Dio in te stesso come nella sua immagine, il che significa vedere in uno specchio « in aenigmate ».

2. L’attività della memoria consiste tiri ritenere e rappresentare non solo le realtà presenti, corporee e temporali, ma anche le realtà che si susseguono, che sono semplici ed eterne.
Infatti la memoria ritiene il passato col ricordo, il presente con l’apprensione e il futuro con la previsione. Ritiene anche le cose semplici, cioè i principi delle quantità continue e discrete come il punto, l’istante e l’unità senza cui sarebbe impossibile il ricordare o il pensare quelle cose che da essi hanno principio. Ritiene anche i principi e gli assiomi delle scienze come realtà eterne e in modo eterno poiché mai può dimenticarli sin tanto che conserva l’uso della ragione, e se li sente nominare, non può non approvarli e concedere ad essi il suo assenso, e non come se li percepisse di nuovo, ma come se li riconoscesse come innati e familiari.
Per convincersene basta proporre a qualcuno « Il principio di non contraddizione » (Arist., i , Post. ,10) od il principio: « II tutto è maggiore della parte», o qualunque altro principio che la « ragione interiormente» non può contraddire. Ritenendo attualmente tutte le cose temporali, ossia il passato, il presente e il futuro, la memoria porta in sé l’immagine dell’eternità il cui presente indivisibile si estende a tutti i tempi. Con la capacita di ritenere le cose semplici, la memoria dimostra di possedere non solo la possibilità di essere informata dalle immagini esteriori, ma anche da un principio superiore, possedendo in se stessa delle forme semplici che non possono entrare per le porte dei sensi e delle fantasie sensibili. Ritenendo i principi e gli assiomi delle scienze, essa dimostra di possedere una luce immutabile sempre presente a sé, nella quale si ricorda delle verità che non cambiano mai. E così, dalle attività della memoria risulta che l’anima stessa è immagine e similitudine di Dio, a tal punto presente a sé ed avente Dio così presente da poterlo comprendere in un atto ed essere «potenzialmente capace di possederlo e di parteciparne » (Agostino, De Trin. xiv, 8, 11).

3. L’attività della potenza intellettiva, poi, consiste nel comprendere il significato dei termini, delle proposizioni e delle argomentazioni. Ora l’intelletto comprende il significato
dei termini quando apprende mediante la definizione che cosa è una cosa. Ma ogni definizione si fa per mezzo di termini generali, e questi si definiscono per mezzo di termini ancor più generali, sinché si arriva alle nozioni supreme e generalissime senza le quali non possono essere definiti neppure i concetti più specifici. Se dunque non si conosce che cos’è l’ente per sé, non si può conoscere adeguatamente la definizione di alcuna sostanza specifica. E l’ente per sé non può essere conosciuto se non in unione con le sue proprietà che sono: unita, verità e bontà. L’ente, poi, può essere pensato: parziale o completo, imperfetto o perfetto, in potenza o in atto, come modo di essere o come ente simpliciter, come parziale o totale, transeunte o permanente, condizionato o incondizionato, come misto al non essere o come ente puro, come dipendente o assoluto, successivo o antecedente, mutevole o immutabile, semplice o composto; e siccome « le privazioni ed i difetti non possono essere conosciuti se non per mezzo di concetti positivi» (Averroè, De Anima, text. 25), il nostro intelletto non si rende conto pienamente del concetto di nessun ente creato se non ha l’idea dell’ente purissimo, attualissimo, completissimo e assoluto che è l’ente senza altre aggiunte ed eterno, nel quale si trovano nella loro purezza le ragioni di tutte le cose. Come, dunque, l’intelletto potrebbe sapere che quest’ ente è manchevole e incompleto se non avesse alcuna cognizione dell’ente privo di ogni difetto? Lo stesso dicasi delle altre proprietà ricordate. Diciamo, poi, che il nostro intelletto intende veramente le proposizioni, quando sa con certezza che sono vere; e saper questo vuol dire che non può ingannarsi in quella conoscenza.
Esso sa, infatti, che quella verità non può essere diversa e che, dunque, è immutabile. Ma poiché la nostra mente è mutevole, essa non potrebbe vedere quella verità risplendere immutabilmente se non con l’aiuto di una luce che risplende immutabilmente, la quale non può essere una creatura mutevole. Esso conosce dunque in quella luce che illumina ogni uomo veniente in questo mondo, la quale è vera luce, il Verbo che fin dal principio è presso Dio (Giov. 1,1 e 9).
Il nostro intelletto percepisce veramente una conseguenza quando vede che la conclusione segue necessariamente dalle premesse. E questo può vedere non solo quando le premesse sono necessarie, ma anche quando si riferiscono a realtà contingenti come: « se un uomo corre, un uomo si muove». Ed il nostro intelletto percepisce questo rapporto necessario non solo a proposito di enti, ma anche a proposito di non enti. Come infatti quando un uomo esiste, segue: « se un uomo corre, si muove », questa proposizione condizionale vale anche se un uomo non esiste.
La necessità di tale conseguenza non deriva pertanto dall’esistenza materiale della cosa, perché essa è contingente, né dall’esistenza della cosa nella nostra anima, perché allora sarebbe una finzione se non esistesse nella realtà; ma deriva da un modello che è nell’arte eterna, in virtù della quale le cose hanno un ordine e un rapporto fra loro modellato sulla rappresentazione di quell’arte eterna. Ogni intelligenza dunque che ragiona con verità, dice Agostino nel De vera Religione (39, 72), è illuminata da quella verità eterna e ad essa si sforza di pervenire. Da ciò appare manifestamente che il nostro intelletto è unito alla stessa verità eterna poiché non può cogliere con certezza nessuna verità se quella verità non gliela insegna. Tu puoi dunque vedere, riflettendo su di te, questa verità che ti istruisce se le passioni e i fantasmi sensibili non tè lo impediscono frapponendosi come nubi fra tè e il raggio della verità.

4. L’operazione della facoltà che porta alla scelta si esplica nella deliberazione, nel giudizio e nel desiderio. La deliberazione consiste nel ricercare che cosa sia meglio, se questo o quest’altro. Ma il meglio non può essere definito tale se non in rapporto all’ottimo; ed il rapporto consiste nella maggiore o minore somiglianza di esso rispetto all’ottimo; nessuno dunque sa se una cosa è migliore di un’altra se non sa che essa è più simile all’ottimo. E nessuno sa se essa è più simile a un’altra se non conosce quest’altra; infatti non posso sapere se un tale è simile a Pietro se non so chi è o non conosco Pietro. Pertanto la nozione del sommo bene è necessariamente impressa in chiunque debba deliberare.
Ma non si arriva a un giudizio certo sulle cose da deliberare se non in virtù di una legge. E nessuno giudica con certezza secondo una legge se non è certo che quella legge è retta e che egli non deve giudicare di essa. Ora la mente umana giudica se stessa ma non può giudicare la legge per mezzo della quale essa giudica; perciò quella legge è superiore alla mente umana la quale giudica mediante questa in quanto le è impressa. Ma niente è superiore alla mente umana se non Colui che l’ha creata; pertanto l’attività deliberativa, se agisce in piena consapevolezza, quando giudica attinge alle leggi divine.
Il desiderio ha per oggetto principale ciò che sommamente lo attira. E sommamente attira quel che sommamente si ama; ma quel che sommamente si ama è la felicità; e la felicità non si possiede se non nel fine ottimo e ultimo, perché il desiderio umano non tende se non al bene sommo o a ciò che ad esso conduce o possiede una qualche immagine di quello.
Tanto grande è l’attrattiva del sommo bene che la creatura non può amare nulla se non per il desiderio di esso. E si inganna ed erra quando prende l’immagine e il simulacro per
la vera realtà.
Vedi, dunque, come l’anima è vicina a Dio e la memoria, con le sue operazioni, conduce all’eternità, l’intelligenza alla verità, la volontà alla somma bontà.

5. L’ordine, l’origine e i mutui rapporti di queste facoltà, ci conducono alla stessa beatissima Trinità. Infatti, dalla memoria nasce l’intelligenza come sua prole, perché noi abbiamo intelligenza quando l’immagine che è nella memoria si riflette in quel vertice dell’intelletto e diventa parola; dalla memoria e dall’ intelligenza, poi, sgorga l’amore come loro nesso. Queste tre facoltà, cioè: la mente generatrice, il verbo e l’amore,corrispondono nell’anima, alla memoria, all’intelligenza e alla volontà e sono consustanziali, coeguali, contemporanee e compenetrantesi a vicenda. Se, dunque, Dio è perfetto spirito, possiede memoria, intelligenza e volontà, possiede anche il Verbo generato e l’Amore risultante, i quali sono necessariamente distinti poiché uno è generato dall’altro e non essenzialmente o accidentalmente ma personalmente.
Pertanto quando la mente considera se stessa, allora, come per mezzo di uno specchio, si eleva verso la contemplazione della beata Trinità, del Padre, del Verbo e dell’Amore, delle tre persone coeterne, coeguali e consustanziali, esistenti ciascuna nelle altre senza contendersi con esse, ma essendo tutte e tre un solo Dio.

La contemplazione dell’unità divina nel suo primo nome che è l’essere[4][6]
1. Possiamo contemplare Dio non soltanto fuori e dentro di noi, ma anche sopra di noi; fuori di noi attraverso l’orma che Egli ha lasciato nelle creature, dentro di noi attraverso la Sua immagine impressa nella nostra anima, e sopra di noi attraverso il lume che è segnato sulla nostra mente che è la luce della Verità eterna dalla quale « la nostra mente è immediatamente informata» (Agostino, De div. quaest. lxxxiii, 51, 2-4). Coloro che si sono esercitati nel primo grado sono già entrati nell’atrio che si trova davanti al tabernacolo; coloro che si sono esercitati nel secondo grado sono entrati nel santo; coloro che sono passati per il terzo grado entrano con il Sommo Sacerdote nel santo dei santi dove, sopra l’arca si trovano i Cherubini di gloria ad adombrare il propiziatorio; e questi Cherubini rappresentano i due modi o gradi per mezzo dei quali noi possiamo contemplare le invisibili ed eterne perfezioni di Dio; il primo riguarda gli attributi essenziali di Dio, l’altro le proprietà delle persone divine.

2. Il primo modo. anzitutto e principalmente, ci fa fissare lo sguardo nello stesso essere ed affermare che il primo nome di Dio è: Colui che è. Il secondo modo ci fa fissare lo sguardo nel bene in sé ed affermare che questo è il primo nome di Dio. Il primo si riferisce essenzialmente al vecchio Testamento che proclama soprattutto l’unità dell’essenza divina per il fatto che fu detto a Mosè: Io sono colui che sono (Esodo 3, 14). Il secondo modo di intendere si riferisce al nuovo Testamento in cui si determina la pluralità delle persone divine nella formula del battesimo che viene dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo (Matt. 28,19). Ecco perché il nostro maestro Cristo, volendo condurre alla perfezione evangelica il giovane che aveva osservato la legge, attribuisce principalmente ed esclusivamente a Dio il nome di buono. Nessuno, dice, è buono se non Dio solo (Luc. 18,19).
[…].

3. Chi desidera dunque contemplare le invisibili percezioni di Dio nell’unità della sua essenza, rivolga anzitutto il suo sguardo verso l’essere e vedrà che esso è così certo che non può essere pensato non esistente, perché lo stesso purissimo essere non si presenta se non mettendo pienamente in fuga il non-essere così come il nulla non è se non la piena fuga dell’essere. Come, dunque, il nulla assoluto non possiede niente dell’essere né delle sue proprietà, così e inversamente, l’essere non possiede nulla del non essere, né in atto né in potenza, né secondo verità, né secondo il nostro giudizio. Ora, poiché il non essere è la privazione dell’essere, il non essere non può essere conosciuto dalla nostra intelligenza se non mediante l’essere; l’essere, invece, non è concepito in rapporto ad altro poiché tutto ciò che è conosciuto o è conosciuto come non ente o come ente in potenza, oppure come ente in atto. Se, dunque, il non-ente non può essere concepito se non mediante l’ente e l’ente in potenza se non mediante l’ente in atto e l’essere esprime il puro atto dell’ente, ne segue che l’essere è ciò che è primariamente concepito e quell’essere è atto puro. Ma questo non è l’essere particolare perché quest’ultimo è un essere limitato in quanto misto a potenza, né l’essere analogo perché non possiede attualità in quanto non esiste neppure. Perciò il puro essere in atto non può essere che l’essere divino.

4. È una strana cecità quella del nostro intelletto il quale non riflette su quello che vede prima di ogni altra cosa e senza il quale non può conoscere nulla. Ma, come l’occhio intento ad osservare le varie differenze dei colori, non vede la luce grazie alla quale può vedere il resto e, se la vede non se ne rende conto, così l’occhio della nostra mente intento ad osservare gli enti particolari ed universali non avverte l’essere per eccellenza che è al di là di ogni genere, benché esso gli si presenti per primo ed attraverso di esso conosca le altre cose. Per cui appare proprio vero che « l’occhio della nostra mente si comporta nei confronti delle realtà più evidenti della natura come l’occhio del pipistrello di fronte alla luce »
(Aristot., Metaf. Il, 1) perché, abituato alle tenebre degli esseri creati ed alle immagini delle realtà sensibili, quando vede la luce dell’essere supremo gli sembra di non vedere nulla e non capisce che questa stessa oscurità è la più grande illuminazione della nostra mente, come accade all’occhio cui sembra di non vedere nulla quando vede la luce pura.

5. Considera, dunque, se puoi, l’essere purissimo e ti accorgerai che esso non può essere pensato come derivato da altro e che perciò deve essere necessariamente pensato come assolutamente primo, tale che non può venire ne dal nulla né da un altro. Cosa infatti potrebbe considerarsi per sé se lo stesso essere non esiste per sé e non è da sé?
Tale essere ti apparirà come assolutamente privo di non essere e quindi senza principio e senza fine, cioè eterno.
Ti apparirà come non avente in sé altro che lo stesso essere e quindi a nulla unito, cioè semplicissimo.
Ti apparirà come esente da ogni possibilità poiché ogni possibile in qualche modo ha in sé del non essere e ti apparirà quindi come attualissimo.
Ti apparirà privo di ogni possibile difetto e quindi come
perfettissimo.
Ti apparirà, infine, esente da ogni possibile diversità e quindi sommamente uno.
Pertanto l’essere puro, semplice ed assoluto, è l’essere primario, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e sommamente uno.

Note
3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.

4 Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.

5 Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio

6 Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

——————————————————————————–
[1] 3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.
[2][4] Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.
[3][5] Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio
[4][6] Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

Lourdes, miracoli tra fede e scienza

Padre Laurentin, qual è il primo miracolo di guarigione avvenuto a Lourdes?
«Tra coloro che si recano alla grotta il 1° marzo 1858, quando le apparizioni sono ancora in corso, c’è Catherine Latapie, di Loubajac, una rude e povera paesana, per niente devota. Due anni prima, cadendo da una quercia, si era slogata il braccio: due dita erano rimaste piegate e paralizzate, l’arto non si era più ristabilito e la donna non poteva più filare né lavorare a maglia. Catherine aveva sentito parlare di quella fonte che a Lourdes confortava i malati. Arriva rimorchiando due dei suoi figli, mentre un terzo è già pesante e vivace nel suo grembo. Alla grotta prega e poi si avvicina alla fonte. Immerge la mano e le dita paralizzate e contorte si sciolgono e riacquistano la loro mobilità: riesce per la prima volta a congiungere le mani in preghiera. Ma ecco che la donna avverte un forte dolore al ventre. Sono le doglie del parto. Lei prega: «Santa Vergine, fatemi prima tornare a casa». I dolori cessano e Catherine può far ritorno a Loubajac, dove partorisce tranquillamente. La sua guarigione sarà una delle sette riconosciute come miracolose dall’inchiesta del vescovo. È in assoluto la prima delle guarigioni di Lourdes».

Furono davvero accurate le indagini sulle prime segnalazioni di miracoli e di grazie?
«Nei libri che ho pubblicato su Lourdes, ho fatto l’edizione completa dei testi della commissione voluta dal vescovo che ha portato al riconoscimento delle apparizioni, ho reso disponibili tutti i referti. Il professor Vergez, dopo aver esaminato innumerevoli casi ha selezionato i sette più rappresentativi e li ha approfonditi e studiati. A quel tempo non c’erano le radiografie né gli strumenti diagnostici oggi disponibili. C’era soprattutto il metodo clinico, l’osservazione. Grazie ai metodi tradizionali è stato possibile arrivare a un giudizio che è stato successivamente sottoposto a luminari e accademici di fama internazionale. Tutti hanno ammirato la qualità clinica del lavoro del dottor Vergezs, soddisfacente per l’epoca (�). Nel valutare oggi i miracoli avvenuti nel passato si dice sempre che manca questo o quel test. A Lourdes funziona, come è noto, il Bureau Medicale, l’ufficio medico, che analizza le segnalazioni di grazie ricevute dai malati giunti in pellegrinaggio».

Quali caratteristiche deve avere una guarigione per essere considerata miracolosa dal «Bureau Medicale» di Lourdes?
«Deve essere istantanea, completa e duratura. Il Bureau lavora in modo molto serio. Oggi molte cose sono cambiate. Il Novecento è stato il secolo dello scientismo che affermava: non c’è Dio e non c’è miracolo, la scienza sa tutto e può escludere la possibilità di un miracolo, dunque non c’è intervento esterno di Dio. Di fronte a questa posizione, il ragionamento della Chiesa è stato il seguente: fondiamo un solo miracolo in modo scientifico, facciamo presente che per uno dei casi c’era in ballo una malattia disperata, con una diagnosi senza speranza, e che la guarigione è stata immediata, completa, riscontrabile. E come conclusione affermiamo che questa guarigione non è scientificamente spiegabile da parte della scienza. Così lo scientismo viene ribaltato, confuso. Ma il miracolo è qualcosa di molto complesso, di misterioso. E non sta alla medicina dire se l’azione di Dio si manifesta o non si manifesta. La persona di Dio, la sua azione non si manifesta soltanto per il carattere straordinario e inesplicabile del fenomeno, ma anche nell’effetto interno all’anima. Il miracolo sono i frutti spirituali e molti segni che appartengono all’ordine della fede non interessano la medicina».

Eucaristia: presenza reale (corporale e sostanziale) di Cristo.

Il miracolo è il fiammifero che può accendere la lucerna della fede, ma senza l’olio della buona volontà dell’uomo Dio non vuole fare alcunché. Il lumino dello Spirito Santo immesso in noi dal Battesimo deve essere alimentato, e se non è alimentato si spegne. In riferimento alla luce derivante dalla fede in Cristo e a quanto da Egli affermato, va considerato che il cuore oscurato dal male, l’occhio appannato dal sovrappiù consumistico, la mente appesantita dall’orgoglio, offuscano la lucentezza iniziale e non consentono alle volte di vedere Dio: nel creato, nelle sue creature, nel suo Evangelo, cioè nella buona notizia che ci è venuto a portare. E che ci ha confermato con la Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, del Cristo, il Mashìach (parola ebraica che significa Messia ).

I segni straordinari e i miracoli sono offerti da Dio per confermare nella fede o per fare svanire dubbi. Essi aiutano nel cammino verso la Gerusalemme Celeste, che solamente la fede nel Cristo, nelle Sue parole, nella salvezza da Lui operata a favore dell’umanità intera, consentiranno di raggiungere.

Nella Gerusalemme Celeste, che durerà per l’eternità, non vi sarà più sofferenza, vi sarà gioia eterna. Eternità è un concetto che non afferriamo completamente, ma in cui possiamo sperare e anelare. Eternità di gioia, se vivremo con Lui, eternità di dolore, se vivremo lontano da Lui. Cerca, chiedi, ma non demordere di sperare.

Io sono la via, la verità, la vita. Chi non beve e non mangia del mio corpo non ha in sé la vita eterna, dice il Cristo.

Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?. Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato. Lazzaro, vieni fuori! (Gesù, quando ha resuscitato Lazzaro dopo che questi era morto da 4 giorni. Ndr ).

Il miracolo si arresta alla soglia della fede, che per sua natura è sempre e contemporaneamente dono di Dio e accoglienza libera dell’uomo: in Dio nulla è costrizione.
A Paray-le-Monial, in Francia, c’è una carta geografica con l’indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sono verificati miracoli eucaristici nel corso dei secoli. Prodigi che aiutano i dubbiosi, ma anche quanti si gloriano del nome cristiano. E ci si può gloriare del nome cristiano, solo se e nella misura in cui si porta scolpito nella mente e nel cuore il riflesso della gloria di Dio, l’impronta della sua sostanza: la dignità filiale, che consiste nella dolcezza, nella tenerezza, nell’essere verità, Verità .

Don Bosco… ho perduto i peccati

Un giorno fu condotto dinanzi a don Bosco un suo giovanetto tutto piangente.
Costui, desideroso di fare la sua confessione generale con la maggior precisione possibile, aveva scritto i suoi peccati e ne aveva riempito un quadernetto. Ma, non si sa come, aveva perduto il volumetto delle ingloriose sue gesta, e per quanto frugasse in ogni tasca, il manoscritto più non lo trovava, ed a nessuno voleva palesare il motivo della sua desolazione.
Don Bosco, fattolo appressare a sé, prese ad interrogarlo: Che hai, caro Giacomino? Ti senti male? Hai dispiaceri?… Ti hanno picchiato?…

Il ragazzo, preso un po’ di coraggio, rispose: Ho perduto i peccati!
A queste parole, i compagni, ed anche don Bosco, diedero in uno scroscio di risa; ma poi il Santo soggiunse: Te felice, se hai perduto i peccati! e felicissimo se non li troverai mai più, perché, senza peccati, andrai sicuro in Paradiso!
Giacomino, credendo di non essere stato inteso, alza gli occhi rigonfi a guardare il buon padre, e grida: Ho smarrito il quaderno dove li avevo scritti! Allora don Bosco che aveva trovato il quadernetto, trattolo di tasca, esclama: Sta’ tranquillo, mio caro; i tuoi peccati sono caduti in buone mani. Eccoli qui!

A quella vista il poveretto si rasserenò, e sorridendo concluse: Se avessi saputo che li aveva trovati lei, invece di piangere, mi sarei messo a ridere; e questa sera, venendo a confessarmi, avrei detto: « Padre, io mi accuso di tutti i peccati che lei ha trovato e che tiene in tasca ».

dai Fioretti di Don Bosco

Chiesi a Dio (Kirk Kilgour)

Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi: Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.

Domandai a Dio tutto per godere la vita: Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà.

Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!”.

Kirk Kilgour

 

Fammi vivere (Maior)

Liberami, o Signore,
dalla pigrizia che ho
e dalla paura che mi prende,
dal comodo compromesso
e dal facile disimpegno.

Aiutami, o Signore,
ad essere come non sono
e come vorresti che io fossi.
Non importa ciò che muore in me,
m’interessa ciò che nasce
insieme a te.

Aiutami, o Signore,
a prendere sul serio il tempo,
a rispettare la vita,
a conservare l’amore;
ho bisogno di te
per vivere come tu vuoi.

Donami, o Signore,
la tua forza per agire,
la costanza dell’impegno,
la gioia di una fede che cresce,
la speranza e l’abbandono fiducioso
al tuo amore.