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Il caso particolare delle donne curde in Turchia

Nursel Kilic , attivista curda affronta in questo articolo il tema di una piaga che purtroppo esiste ancora oggi, una piaga che colpisce da decenni una delle realtà più sensibili della società: le ragazze e le bambine.

Queste bambine che non possono vivere la loro infanzia normalmente, che non possono esprimersi liberamente con i famigliari e i parenti più stretti. Sono obbligate a crescere prima del tempo, a dare la vita a un altro bambino quando loro stesse sono ancora bambine e incapaci di assumersi tale impegno in totale indipendenza. Vorrei qui rendere omaggio alle centinaia di ragazze vittime innocenti dei “costumi” dei clan che ordinano la loro esecuzione qualora si rifiutino di obbedire alle leggi ataviche che le forzano a sposarsi con degli uomini che sono almeno trenta anni più vecchi di loro.

Qualche dato

Eccovi qualche dato a livello internazionale che permette di tracciare un grafico molto approssimativo e riduttivo dei matrimoni forzati: queste statistiche sono state pubblicate dall’UNICEF, il Consiglio dei diritti Umani dell’ONU e ABC notizie. Nel 2012, nel 55% dei casi di matrimoni combinati, le donne non hanno incontrato il marito fino alla notte stessa del matrimonio. In Asia del Sud: il 48% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Bangladesh: il 27,3% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 15 anni. In Africa: il 42% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Niger: il 26% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 15 anni. In Kirghizstan: il 21,2% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Kazakhstan: il 14,4% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. Le ragazze in paesi come L’india o l’Afganistan, sono costrette a portare una cintura di castità per salvaguardare la loro verginità per un uomo di cui loro saranno l’ennesima sposa. Il matrimonio forzato è un’incitazione al suicidio, sempre più diffuso tra le numerose giovani donne, in particolare nei paesi del Medio Oriente. A Batman per esempio, una città curda del Kurdistan Turco, centinaia se non migliaia di donne ogni anno mettono fine alla loro vita in seguito alle violenze a cui sono sottoposte quotidianamente. Queste giovani che di solito sono analfabete o che, alla meglio hanno avuto la possibilità di finire la scuola elementare, hanno come prospettiva il “destino”, lo stesso destino condiviso dalla loro madre prima di loro. Mentre sognano l’emancipazione, si ritrovano d’un tratto di fronte a un uomo che non hanno mai visto, o di fronte a un cugino al quale sono state destinate dalla nascita. C’è anche il caso delle donne Iraniane che per la stessa ragione si immolano per quella che è la sola via di libertà da una vita di continua prigionia. Vorrei in questo momento condividere con voi gli ultimi dati riguardanti la situazione delle donne e dei matrimoni forzati in Turchia. Secondo le statistiche del 2012 del Ministero degli Interni, in questi ultimi tre anni 134.629 minorenni sono stati/e vittime di matrimonio forzato di cui 5.763 ragazzi e 128.866 ragazze. Si può dunque constatare che il 96% dei casi di questi matrimoni forzati riguarda le ragazze. Nel 2006, le Nazioni Unite hanno definito il matrimonio forzato come una forma di schiavitù moderna, e dal 2002 l’Unione Europea ha emesso più di 11 direttive su questo tema. Questa pratica dei matrimoni forzati è ad oggi ancora tollerata  in Turchia, nonostante la ratificazione di diverse  convenzioni delle Nazioni Unite in particolare sui diritti delle donne e dei/delle bambini/e e l’adozione di una legge che stabilisce a 17 anni l’età legale per sposarsi per le donne.

Il matrimonio forzato deve essere sistematicamente riconosciuto come un crimine contro  le donne. Tale atto deve essere punito penalmente per garantire una protezione efficace per le donne completamente indifese che hanno perso il loro diritto di disporre del proprio corpo e di scegliere il proprio destino,

La situazione delle ragazze curde in Turchia e in Kurdistan

Dopo il Congo, l’Uganda, il Niger, l’Iran e l’Afghanistan viene la Turchia sulla lista dei paesi dove i/le bambini/e sono spinti/e a sposarsi prima della maggiore età. Secondo una ricerca delle Nazioni Unite la Turchia è in settima posizione. Queste pratiche sono figlie di una mentalità arcaica e di un sistema basato sulla dominazione maschile, che oggi chiamiamo neoliberalismo. Questo sistema costringe le donne, qualunque sia la loro origine, strumentalizzandone i costumi, le religioni e le tradizioni, a sottomettersi a delle leggi non scritte imposte spesso dai membri della loro stessa famiglia, il caso più tragico è quello per cui la madre stessa decide della sorte della propria figlia. Il neoliberalismo è un sistema che si basa sull’illusione e su dei surrogati di valori svuotati del loro senso come la libertà, l’uguaglianza, e la democrazia. In questo caso, l’illusione guida le ragazze in una storia che le elude. Tutto ciò pone un serio problema educativo. Per sviluppare una formazione pubblica verso tutta la società noi, le donne curde, ci appelliamo alla storia, soprattutto quella delle donne che hanno subito la prima discriminazione umana, con dei sistemi regressivi in cui le donne sono inferiori agli uomini, questi sistemi statali a volte arcaici e fondamentalisti. Abbiamo scelto di analizzare questa storia per trovare delle vie d’uscita e degli strumenti per l’emancipazione delle donne, delle ragazze e delle bambine. Abbiamo poi avviato campagne d’informazione all’interno della comunità curda in Europa e in tutto il mondo, per condurre una riflessione sul sistema attuale. “La donna è la vita, non uccidere la vita” questo è stato il tema della campagna del 2007 che ha avuto un eco importante nella società curda. La seconda campagna che ne è seguita, nel 2008, aveva come slogan “il nostro onore e la nostra libertà” ed era volta a sensibilizzare la popolazione curda sulla piaga dei crimini d’onore. Considerando che le donne curde sono soggette a una doppia discriminazione dovuta alla loro identità e al loro genere, il movimento delle donne curde cominciò l’8 marzo 2010 una nuova campagna volta a rendere le donne consapevoli della necessità di mobilitarsi per difendere il proprio corpo e la propria identità. E arriviamo, infine, all’8 marzo 2011, quando è cominciata una campagna più ampia e rilevante contro una realtà ancora sconosciuta alle autorità e alle leggi internazionali: il Femminicidio.

Riassumendo gli obiettivi delle campagne: in primo luogo sensibilizzare le donne e creare una presa di coscienza in loro che faccia riscoprire la storia, favorire in seguito la creazione di assemblee e associazioni di donne, la costruzione di piattaforme comuni dove le donne possano ritrovarsi per scambiarsi le loro esperienze di vita, e trovare insieme dei modi per lottare contro la repressione e le violenze di cui sono vittime che siano dello stato, domestiche o morali. E tutto ciò in collaborazione con le organizzazioni locali. Gli obiettivi socio politici di queste campagne vogliono a aumentare la capacità di lotta delle donne e della società in generale per far fronte alle istituzioni, alle autorità e altre forme di violenza opprimente. Queste campagne sostengono l’organizzazione di movimenti di protesta e d’azione contro tutte le politiche e le pratiche che non rispettano l’identità e il libero arbitrio delle donne come il matrimonio forzato, la tratta delle donne, la guerra, le occupazioni e le politiche di integrazione. Si interrogano sui comportamenti, i pensieri e i tipi di relazione sociale delle donne e degli uomini in un sistema dominato dall’uomo.  Le strategie di lotta a livello giuridico hanno come obiettivo di decifrare le discriminazioni, le ineguaglianze, e le ingiustizie inserite in dei sistemi giuridici pubblici internazionali. Mirano anche a far pressione sull’opinione pubblica per ottenere i cambiamenti desiderati. Ad oggi, nessuna legge, nessun tribunale ha messo fine alle pratiche come il femminicidio, gli stupri, i suicidi, la violenza contro le donne. Gli uomini, i poliziotti, i soldati, i funzionari, gli imprenditori, i mariti, i padri continuano a usare violenza e le donne sono ancora e sempre tristemente considerate come presunte colpevoli. Nel caso dei matrimoni forzati è importante sensibilizzare in primo luogo le famiglie, conducendo operativamente una campagna di educazione popolare non sessista, con degli argomenti basati sulla fiducia. Fin da quando sono piccole le ragazze e i ragazzi devono essere educati/e su delle basi egualitarie e non discriminatorie nei confronti del genere femminile. Le donne curde hanno esperienza nei movimenti popolari femministi, le associazioni di difesa dei diritti delle donne. Sono presenti nel potere locale e lavorano alla creazione di “case della vita”, una denominazione che preferiscono alle case rifugio, considerando che le donne non hanno bisogno di rifugiarsi ma di recuperare un vita persa per dei vincoli ai quali loro sono state costrette senza il loro consenso. In Turchia esistono attualmente 9 case della vita. Per quanto riguarda le donne curde della Siria, del Kurdistan occidentale (ROJAVA), si organizzano e oggi, quartiere per quartiere, creano delle associazioni educative e sociali per garantire in questo paese in cui la guerra dura da almeno 3 anni, lo sviluppo e la sicurezza dei bambini e delle bambine. Queste donne, essendo curde subiscono oppressione sia dalle forze del regime Bachar el Assad, sia dai Jihadisti. Sono intrappolate in un vicolo cieco spinte alcune volte a sposarsi per forza in nome di Allah e altre a compiere, per disperazione il suicidio. Le donne curde di Rojava si sono mobilitate con le donne arabe, Turkmene, Assire e Alawite per aprire a delle soluzioni sociali e politiche collettive per l’emancipazione delle donne. Queste donne sono la forza motrice della rivoluzione e le architette di un sistema democratico purificato di tutti gli approcci patriarcali. Noi, i movimenti di femministe popolari abbiamo il dovere di essere la voce di quelle donne intrappolate nel circolo vizioso del silenzio e dell’ignoranza! Impegniamoci sul campo, sapendo che noi non saremo libere senza la liberazione delle donne del mondo intero.

Trama di Terre – Convegno conclusivo del progetto “Contrasto ai matrimoni forzati in Provincia di Bologna: agire sul locale
con prospettiva internazionale”, Bologna, 28 febbraio 2014-  NURSEL KILIC

Preghiera di papa Francesco alla Santa Famiglia

sacrafamigliaGesu’, Maria e Giuseppe
a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi,
volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza;
in voi contempliamo la bellezza della comunione nell’amore vero;
a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie,
perche’ si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.

Santa Famiglia di Nazareth,
scuola attraente del santo Vangelo:
insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale,
donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere
l’opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.

Santa Famiglia di Nazareth,
custode fedele del mistero della salvezza:
fa’ rinascere in noi la stima del silenzio,
rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera
e trasformale in piccole Chiese domestiche,
rinnova il desiderio della santità,
sostieni la nobile fatica del lavoro,
dell’educazione, dell’ascolto,
della reciproca comprensione e del perdono.

Santa Famiglia di Nazareth,
ridesta nella nostra societ
la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
bene inestimabile e insostituibile.
Ogni famiglia sia dimora accogliente
di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani,
per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo,
a voi con gioia ci affidiamo.
papa Francesco – Giornata della Famiglia

Le cause che ostacolano le famiglie ad aprirsi all’adozione

adozioni2Sono davvero allarmanti le statistiche che riguardo il mondo delle adozioni, e questo scenario assume una maggiore gravità proprio nel contesto di crisi internazionale che attanaglia con maggior durezza i paese più poveri e emarginati. Riportiamo una parte di un articolo proposto dall’associazione AIBI (Associazione Amici dei Bambini) che combatte da anni l’emergenza dell’abbandono: ”Le famiglie italiane stanno aspettando che finalmente qualcosa si muova, vogliono ancora adottare. Ricordiamo che il 50% delle coppie sposate non ha figli, ma non ha più fiducia nell’adozione perché scoraggiato dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, dall’alto costo dell’iter, dai tempi di attesa infiniti e dall’ostacolo rappresentato da parte dei tribunali dei minorenni. Una situazione esasperata che porta le coppie italiane a scegliere canali alternativi-

Ad esempio, ogni anno, circa 4000 di loro, volano in Ucraina per ricorrere a procedure di fecondazione eterologa o di “affitto dell’ utero”. 4000 bambini nati attraverso una pratica che nel nostro Paese non è legale, 4000 minori che avrebbero potuto essere adottati tramite l’adozione internazionale e che invece rimangono tristemente chiusi nei loro orfanotrofi.”   E’ interessante analizzare la cause per cercare di individuare alcune possibili soluzioni a questa triste situazione.   Il primo punto riguarda le famiglie. Esiste una scarsa cultura dell’adozione che influenza notevolmente quelle famiglie che sono chiamate ad operare una scelta davanti alla scoperta della loro infertilità.  Il primo ostacolo da superare è quella relazione carnale con il figlio.

Ancora oggi, il pensiero comune è quello di ritenere la genitorialità connessa alla procreazione. “Io ho messo al mondo quel figlio, e pertanto quel figlio mi appartiene”. “Io sono mamma, perchè sono stata io che ti ho portato nel grembo nove mesi”. Tutte espressioni non esaustive.  La visione dell’adozione supera la limitazione del legame “carnale”.

Davanti alla sterilità biologica, il desiderio di maternità e paternità non viene affievolito, ma ne risulta rafforzato. E per capire questo, è sufficiente vedere la determinazione e la tenacia di quelle mamme e papà adottivi, che sono disposti a sottoporsi a colloqui con psicologici e assistenti sociali, a lunghe attese. e a stravolgere la loro vita pur di accogliere i loro figli.

Davanti alla condizione della sterilità biologica, l’adozione diventa la via più naturale per diventare genitori. Ma non tutti la pensano in questo modo. Tantissime famiglie che si sono aperte all’adozione, prima sono passate per il tentativo della procreazione assistita.  Questa scarso risultato della procreazione assistita è poco pubblicizzato. In questi anni sono sorte tante cliniche mediche che si occupano di queste pratiche procreative. Se una famiglia sapesse davvero a cosa va incontro, ai fallimenti, alle delusioni che questo comporterebbe, sceglierebbe subito un’altra via.  E la procreazione con i suoi fallimenti, crea inevitabilmente delle ferite sull’animo delle mamme. E questo i medici non lo dicono, essi nascondo completamente l’impatto sulla sull’animo della donna quando si registra l’insuccesso della tecnica della procreazione artificiale.

Ma ora concentriamoci sui bambini. Una famiglia che sceglie l’adozione spesso è scoraggiata per il lungo tempo che è necessario attendere. Questo è uno dei fattori più importanti che spingono la famiglia a scartare la scelta del cammino adottivo. Su questo punto è necessario lanciare un forte appello alle istituzioni nazionali ed internazionali, affinchè regolamentino più adeguatamente il mondo dell’adozione, tutelando sempre il diritto dei bambini, e compiendo ogni sforzo affinchè ogni bambino possa rimanere nella sua famiglia di origine. Ma laddove questo non sia possibile, è doveroso favorire l’inserimento del minore in una nuova famiglia disposta all’accoglienza, cercando di snellire quella burocrazia eccessiva che conduce le coppie senza figli a percorrere vie alternative per diventare mamma e papà, come possono essere la procreazione assistita o la maternità in affitto.

Nella speranza che la sensibilità dei governi possa  produrre aggiustamenti alle procedure nazionali ed internazionali, esistono alcune soluzioni che possono essere prese in considerazione già da subito.  Oggi si assiste al fenomeno di famiglie avanti con l’età, per essere concreti madri e padri che hanno superato i quarant’anni, e chiedono di adottare bambini appena nati, o in età prescolare. Per questa ragione si crea un sovraffollamento di famiglie richiedenti di “bambini piccoli”, e questo comporta un ritardo nell’attesa.  Ma se l’adozione significa prima di tutta prendersi cura di un essere umano abbandonato, se l’adozione significa dare la centralità al bambino e al servizio amorevole dell’accoglienza, anche l’età passa in secondo piano. Allora sarà possibile aprirsi ad accogliere bambini più grandi anagraficamente, ma che in realtà da un punto di vista comportamentale dimostreranno molti meno anni.

In genere, per bambini più grandi si intendono quelli che hanno oltre otto anni di età. Ma esiste anche un’altra possibilità, quella di accogliere nuclei di fratelli, dove per nucleo si intende da tre in su. Anche questa è una scelta che può apparire impopolare, che richiede sicuramente coraggio e anche un pizzico di incoscienza. Ma quanta soddisfazione e pace comporta questa scelta, che presenta sicuramente situazioni di difficoltà, ma anche tanti momenti di gioia.  L’adozione è un disegno di pace prima di tutte per le famiglie, perchè la pace deriva ogni volta dal “toccare la carne di Cristo” che vive soprattutto nei più poveri ed abbandonati, come dice tante volte Papa Francesco. E’ una scelta che trasforma la vita, perchè non ci si sente solo genitori adottivi, ma si avverte la  consapevolezza di essere diventati figli adottivi di Dio. E’ un adottare per essere adottati.  L’adozione non è solo un azione dei genitori verso i figli, ma è anche un accoglienza dei figli verso i genitori. Per questo si chiama cammino adottivo, perchè ognuno va incontro all’altro. Nessuno deve rimanere fermo, ma ognuno cammina per accogliere l’altro.

Fonte: sito internet dell’AIBI

Poligamia, la mal interpretata liberta’ di coscienza

poligamia--644x362Come si puo’ essere poligami nel mondo moderno? Quando ero ragazzo, a scuola si parlava di poligamia solo con riferimento a popoli ‘primitivi’, ancora non raggiunti dalla civilta’; di quando in quando, nei romanzi di avventura per ragazzi allora in voga, venivano descritti, peraltro con molta discrezione, gli harem di ricchi maraja, di potenti sultani, di esotici sceicchi. Nel romanzo di Kipling, Kim, seguendo il suo lama fino alle pendici dell’Himalaya, entra in contatto con la regina di una tribù poliandrica, che consente cioe’ ad una donna di avere più mariti, e che vorrebbe aggiungerlo al novero dei suoi sposi; offerta che lo tenta, ma che egli, saggiamente, declina. In un modo o nell’altro, la poligamia si presentava nell’immaginario collettivo occidentale come situata in un ‘altrove’ e del tempo e dello spazio, un ‘altrove’ radicale, esotico, irrecuperabile e comunque ingiustificabile.

Stanno ancora così le cose? Certamente sì, ma fino a quando? Sembra che, lentamente, ma decisamente, la poligamia stia acquisendo nel mondo contemporaneo un’immagine nuova e diversa; sembra quasi che si stia imponendo come un fenomeno ‘post-moderno’, che prima o poi andra’ riconosciuto legalmente. Infatti, mentre nei paesi islamici la poligamia, per quanto coranicamente fondata, è divenuta da decenni una pratica pressoché introvabile e della quale comunque si parla il meno possibile, si stanno moltiplicando, in specie nei paesi occidentali più secolarizzati e maggiormente contrassegnati dal multiculturalismo, i segnali di una ‘apertura’ nei suoi confronti. Di qui le richieste, per ora vaghe, ma ben percepibili, di una legittimazione prima della poligamia coranica, poi della poligamia tout-court: risale a pochi mesi fa, la dichiarazione (o la provocazione?) di un alto prelato della Chiesa d’Inghilterra, in merito ad una (a suo avviso doverosa) riconsiderazione dell’esclusività della monogamia. Poco rileva che la proposta sia stata formulata con riferimento solo a chi avesse contratto un matrimonio poligamico in un paese che lo ritenesse legale e che comunque ci siano state in merito proteste di ogni tipo.

La poligamia non è più un tabù; si può certamente continuare a dirle fermamente di no, ma ad avviso di molti sarebbe ormai giunto il momento di parlarne francamente. È un passo avanti (si fa per dire!) non da poco. Ancora più interessanti, a mio avviso, sono però non solo i passi, ma le vere e proprie ‘fughe in avanti’ su questo tema, motivate non da sensibilità multiculturale, ma da nuove sensibilità libertarie. Esemplare la posizione della filosofia Martha Nussbaum, una delle voci più interessanti d’oltre Oceano. Nel suo ultimo libro, ‘ Liberty of Conscience’, la Nussbaum non esita ad accusare di isteria la forte pressione sociale che si è esercitata negli Stati Uniti contro la setta dei Mormoni e che di fatto li ha indotti a rinunciare, almeno a livello pubblico, al matrimonio poligamico riconosciuto lecito dai loro testi sacri. Recare violenza alla libertà di coscienza, sostiene infatti la Nussbaum, è un vero e proprio ‘stupro dell’anima’: questo è quello che è stato fatto subire ai Mormoni. Come se ne esce? Per la Nussbaum, non se ne esce: se siamo per la libertà di coscienza dobbiamo accettare la poligamia! Stupisce come una filosofa, sotto altri profili anche raffinata, come la Nussbaum possa cadere in equivoci così grossolani. La coscienza non è un oracolo insindacabile che detta la verità, quanto piuttosto un ‘organo’ che ci orienta verso di essa. E reciprocamente la verità non va pensata come il prodotto delle elucubrazioni della coscienza (che può essere anche ingenua, manipolata o malata), ma come il suo presupposto.

E’ vero che non dobbiamo recare mai violenza alla coscienza; ma è ancora più vero che abbiamo il dovere di dirle di no, quando essa elabora progetti individuali o sociali di dominio, di sopraffazione, di violenza o comunque di impoverimento dell’esperienza umana. Un no che può generare dubbi e sofferenze, ma necessario. Questo è il caso del no alla poligamia, che non è struttura di libertà (come sostiene la Nussbaum, ricorrendo al sofisma del libero consenso dei partner che contraggono vincoli poligamici), ma di arbitrario dominio, perché strutturalmente si fonda sul potere di un unico marito su molte mogli (o di un’unica moglie su molti mariti). La libertà di coscienza è un bene prezioso, ma ancora più preziosa è la libertà in sé e per sé, che a volte proprio a causa di coscienze malformate può subire violenza. Possibile che ancora si debba tornare a spiegare verità filosofiche così elementari? Francesco D’Agostino – Avvenire

In difesa delle bambine

black9Hend Nasiri è la giovane attivista yemenita che ha lanciato la campagna per Salvare Warda contro il matrimonio delle bambine nel proprio paese. Quello che lei lancia è un allarme a livello nazionale che richiede un risveglio delle coscienze anche a livello internazionale. La sua denuncia nei confronti di Tawakkul al-Karman, premio Nobel per la Pace, deve fare riflettere e quel senso di responsabilità che lei vorrebbe fare sbocciare in Yemen deve essere ascoltato anche in Occidente. Nella intervista che ha rilasciato in esclusiva per ZENIT descrive una situazione allarmante che vede la vita delle bambine messa quotidianamente a repentaglio da tradizioni retrograde e dall’estremismo islamico.

Il matrimonio delle bambine è una tragedia non solo yemenita, ma diffusa anche in altre aree. Tuttavia i rapporti che riguardano lo Yemen forniscono dati impressionanti.

Ci può narrare quante bambine, e talvolta bambini, vengono costretti a un matrimonio precoce?
Da tempo cerchiamo e analizziamo i rapporti e le statistiche a riguardo, purtroppo possiamo affermare che non esistono dati certi. Ciononostante sappiamo che lo Yemen si situa al tredicesimo posto tra le venti nazioni in cui è diffusa la pratica del matrimonio delle minori.

Qui la percentuale delle bambine che vengono date in sposa in età inferiore ai diciotto anni è del 48,4%. Un rapporto pubblicato di recente dal Centro di Studi e Ricerche Sociali dell’Università di Sanaa denuncia che negli ultimi due anni circa il 52% delle ragazze yemenite ha contratto matrimonio prima dei quindici anni, contro il 7% dei ragazzi. Sul totale dei matrimoni di minori il 65% riguarda bambine di cui il 70% residenti in aree rurali. In molti casi le bambine sono di un’età compresa tra gli otto e i dieci anni.

Lei ha avviato una Campagna nazionale “Per salvare Warda”, ovvero per sollevare pubblicamente la questione delle spose bambine. Ci potrebbe narrare come è nata questa idea?

Hend Nasiri: A un certo punto mi sono resa conto che in seno alla Conferenza per il Dialogo Nazionale nessuno si era mai occupato della tragedia del matrimonio precoce e che non si era mai riusciti a votare e la definizione e la restrizione dell’età minima  per il matrimonio. Il problema risiede nelle cosiddette forze tradizionali e conservatrici e nelle cosiddette forze religiose Yemen che da sempre combattono contro una legge che ponga come età minima per il matrimonio i 18 anni. Dopo avere seguito numerosi casi e studiato molti rapporti a riguardo, il 20 agosto scorso ho preso la decisione di dare vita, a livello personale, a una campagna di sensibilizzazione. Con il passare dei giorni ho trovato molti sostenitori e molte persone che si sono unite alla mia battaglia, in modo particolare attivisti per i diritti umani e giuristi, uomini e donne. Ho quindi guadagnato alla causa persone valide e con esperienza in materia.  L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di raggiungere la gente, l’opinione pubblica di modo da creare consapevolezza e responsabilità nei confronti del matrimonio della bambine. Così facendo vorrei garantire il sostegno dal basso affinché si possa esercitare pressioni sul governo affinché la legge stabilisca a 18 anni l’età minima per il matrimonio e possa perseguire e punire chiunque contragga o aiuti a contrarre un matrimonio di una minore.

Il governo e le istituzioni la stanno aiutando?

Hend Nasiri: Quanto alla collaborazione con organizzazioni e il governo siamo solo agli inizi. Stiamo cercando di avvicinare entrambi, così come organizzazioni della società civile come l’Unione delle donne nello Yemen, la Commissione nazionale per la donna. Sinora abbiamo ottenuto risposte positive e collaborazione.

Qual è la posizione degli estremisti islamici nei confronti della Campagna? Ci sono imam che, come è avvenuto in Marocco, hanno emesso fatwe a favore del matrimonio delle bambine?

Hend Nasiri: Per il momento non abbiamo subito attacchi diretti, ma gli estremisti islamici parlano e ripetono ai mezzi di comunicazione che l’età minima dovrebbe essere 16 anni e che si deve seguire la legge di Dio, ovvero la sharia. Quanto a una fatwa esistono due comunicati degli ulema dello Yemen circa il matrimonio delle bambine in cui difendono e appoggiano il matrimonio delle minori per evitare la diffusione della prostituzione e dell’adulterio prima del raggiungimento della maggiore età.

Il premio Nobel Tawakkul al-Karman sembra molto silenziosa a riguardo. Lei che ne pensa?

Hend Nasiri: Tawakkul al-Karman segue i dettami del proprio partito, il partito al-Islah espressione dei Fratelli musulmani, quindi non può pronunciarsi opponendosi al partito. Nonostante abbia ricevuto il Premio Nobel per la pace sinora non si è schierata né per la pace né si è occupata di una qualsiasi questione umana e umanitaria che riguarda il proprio paese.

Quali soluzioni proporrebbe per vincere battaglia contro i matrimoni precoci?

Hend Nasiri: A mio parere è indispensabile una riforma dei programmi scolastici affinché vi sia più consapevolezza dei rischi a livello sanitario del matrimonio in età precoce, al contempo i religiosi illuminati dovrebbero iniziare ad affrontare il tema nelle moschee e a spiegare i pericoli di questo tipo di unione sia per le bambine che per la società.

Che cosa si può fare dall’esterno per aiutarvi nella vostra missione?

Hend Nasiri: Quel che desidero comunicare al mondo è che decine, anzi centinaia, di ragazze nello Yemen che ogni giorno vengono obbligate al matrimonio e vengono violentate in nome di questo matrimonio a causa dell’ignoranza e della povertà. Ci sono molte ragazze vittime dello strapotere e della dittatura del padre e del marito. La questione del matrimonio delle bambine è un problema di tutti gli yemeniti ed è indispensabile che diventi una responsabilità di tutti quanti, è necessario che tutti prendano posizione contro questo crimine.
Valentina Colombo – Zenit

Poligamia: la lezione dei paesi islamici

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“La poligamia e’ vietata. Chiunque sia legato in matrimonio e ne abbia contratto un secondo prima della dissoluzione del precedente sarà passibile di incarcerazione per un anno e di un’ammenda pari a 240.000 franchi oppure di una sola delle suddette pene anche nel caso in cui il nuovo matrimonio non sia stato contratto in maniera conforme alla legge. Qualora in Italia si dovesse promulgare una simile legge, rivolta alla popolazione proveniente dal mondo musulmano, si griderebbe al razzismo e all’islamofobia, alla mancanza di rispetto della cultura e della religione altrui. Ebbene, quello  appena citato è l’articolo 18 del Libro primo dedicato al matrimonio del Codice dello statuto personale tunisino entrato in vigore nel lontano 13 agosto 1956. Un documento questo che si apre con la classica eulogia islamica al-hamdu li-llah, Sia ringraziato Iddio, nonostante l’estrema laicità del documento stesso e del governo di Habib Bourguiba che lo ha emesso. A conferma che si può emanare una legge laica senza contraddire l’islam. E’ interessante analizzare rapidamente il testo dell’articolo 18.In primis si vieta la poligamia che viene perseguita sia con il carcere sia con un’ammenda. Ma non solo, ci si premura a sottolineare che di poligamia si tratta anche qualora il secondo matrimonio venga contratto in maniera non conforme alla legge. Il che equivale a dire qualora si tratti di quello che viene solitamente definito un matrimonio ‘urfi , una promessa innanzi a Dio recitata dai due sposi”, ma con nessun valore legale.

Questo tipo di matrimonio è quello che viene celebrato anche in alcune moschee italiane e non è perseguito in quanto non registrato allo stato civile. Ebbene, in Tunisia lo è da ormai mezzo secolo. Il Codice dello statuto personale tunisino è riuscito a trasformare l’idea di famiglia intesa come un’entità che ruotava intorno a legami per via maschile nell’idea di famiglia intesa come unità coniugale all’interno della quale i legami tra i coniugi, tra genitori e figli svolgevano un ruolo fondamentale. Inoltre conferì alle donne maggiori diritti. Il Codice non solo abolì la poligamia, ma eliminò il diritto del marito al ripudio della moglie, concedendo alle donne la possibilità di richiedere il divorzio e aumentò i diritti di custodia dei figli alle donne.

Tutto questo, ribadisco, mezzo secolo fa. E senza che nessun movimento femminista ne facesse richiesta. Per Habib Bourguiba l’emancipazione della donna rappresentava il punto di partenza, la conditio sine qua non, per l’emancipazione della società tunisina. Anche in Turchia, con il Codice del 1926, che ha sostituito il sistema ottomano, sono stati vietati sia la poligamia sia il ripudio unilaterale. L’unica differenza tra il Codice tunisino e quello turco risiede nel fatto che il primo si pone in continuità con la legge islamica, fornendone una nuova interpretazione, mentre il secondo nasce all’insegna della laicità più totale.

Non va nascosto che gli esempi tunisino e turco sono delle eccezioni. Tuttavia si osserva all’interno di tutto il mondo musulmano, dal Marocco all’Indonesia, a una volontà a migliorare e a tutelare la condizione della donna. Il Marocco, un paese in cui il re è diretto discendente del Profeta Maometto ed ha il titolo di principe dei credenti”, a partire dal febbraio 2004, con la nuova riforma della Mudawana, ovvero il Codice di famiglia, ha migliorato notevolmente la condizione della donna marocchina. Il 10 dicembre 2003 re Mohammed VI aveva dichiarato a proposito: Si tratta della famiglia e della promozione della condizione della donna.

Come si può sperare di assicurare progresso e prosperità a una società quando le sue donne, che ne costituiscono la metà, vedono negati i loro diritti e subiscono ingiustizie, violenza e marginalizzazione, a scapito del diritto alla dignità e all’equità che conferisce loro la nostra sacra religione?” La poligamia nel Codice marocchino riformato viene limitata a casi eccezionali, previo consenso della prima moglie che può però escludere questa eventualità esplicitandolo nel contratto di matrimonio. Inoltre, come spiega il sovrano nel suo discorso, la famiglia viene posta sotto la responsabilità congiunta dei due coniugi.

In Egitto, dove la sharia è ancora la fonte principale della legge e dove l’elemento integralista islamico è all’interno del parlamento, la first lady Suzanne Mubarak in un’intervista rilasciata il 3 dicembre 2006 ha affermato: Non credo che in Egitto si possa vietare la poligamia per legge. Forse in Tunisia le circostanze erano diverse, poiché lì le correnti e il pensiero islamista erano inesistenti.

La Tunisia ha la fortuna di avere potuto prendere numerose decisioni favorevoli alle donne e alla famiglia a quell’epoca, decisioni che oggi non potremmo prendere in maniera così semplice. La poligamia non può essere vietata con la forza, ma può essere combattuta con la cultura. L’uomo deve capire che il matrimonio è sacro così come la famiglia.

Mi stupisce il fatto che un uomo possa avere una moglie e una famiglia, e al contempo un’altra moglie e una seconda famiglia. Le parole di Suzanne Mubarak lasciano intendere che se oggi nel mondo musulmano non si possono attuare certe riforme è per la presenza dilagante dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico, ovunque esso si trovi, ha come punto di partenza la sottomissione della donna all’uomo, al velo, a tutto ciò che la circonda. Non a caso un esponente del FIS algerino ebbe modo di affermare che il ruolo della donna è dare la vita a dei musulmani. Se la donna trascura questo ruolo ciò significa che essa si libera dall’ordine di Allah dopo di che essa provocherà l’esaurimento delle fonti dell’islam”. A questa visione, purtroppo diffusa in molte mosche e anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una macchina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.” Le argomentazioni di Raja Benslama dovrebbero fare riflettere un’Europa in cui può accadere che Christa Datz-Winter, giudice tedesca, vieti un divorzio per direttissima a una donna musulmana tedesca, picchiata dal marito, sostenendo che entrambi i coniugi provenivano da un ambito culturale marocchino dove non è strano che un uomo eserciti il diritto alla punizione corporale nei confronti della moglie”, adducendo come prova il versetto coranico che consente al marito di picchiare la moglie. Ma anche un’Italia dove la poligamia esiste e non è solo di importazione, bensì viene celebrata nelle moschee, dove il velo viene definito non solo da estremisti islamici, ma anche da alcuni politici italiani un simbolo religioso. Un’Italia che all’insegna della tolleranza e del rispetto dell’altro consente pratiche in disuso o addirittura vietate nel mondo islamico. Un’Italia in cui le immigrate musulmane subiscono violenze e soprusi, impensabili nel loro paese d’origine. Così facendo l’Italia e l’Europa dimostreranno di essere più islamiche dei paesi islamici e di non proteggere quei valori della famiglia che tanto stanno a cuore alla maggioranza dei musulmani, laici o praticanti non adepti all’estremismo islamico, che risiedono nel nostro paese.

di Valentina Colombo Acmid Donna

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Tredicimila errori finora – Costanza Miriano

baby-84626_1280Mi hanno chiesto qua e là – non schiere di gente, per carità, ma qualcuno sì – di scrivere, dopo quello per le mogli e quello finto per i mariti (è sempre per le mogli), un libro sull’educazione dei figli. Non so cosa nella mia condotta possa avere indotto in qualcuno lo strampalato pensiero che io sia una educatrice decente. Io da parte mia, pur mettendocela tutta, prima di sbilanciarmi aspetterei una venticinquina d’anni (ammesso che sopravviva allo stress di tutti i colloqui con i professori che ancora mi separano dal camposanto).

Se calcoliamo, ottimisticamente, che io e mio marito abbiamo sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli, siamo già attestati ben oltre i tredicimila errori educativi. Le madri e i padri, anche quando ce la mettono tutta, sbagliano. Le madri e i padri non sono perfetti, e questa è una buona notizia, perché ci libera dall’ansia di prestazione. Ma la notizia ancora più bella è che noi non siamo i principali attori del processo educativo: il vero Padre è in cielo, ed è Lui che fa il lavoro vero, quello della storia della salvezza dei nostri figli, lavoro che essendo una storia non dura solo un attimo (sennò si chiamerebbe fotografia della salvezza).

L’altra buona notizia è che per essere buoni genitori non serve avere appreso una buona tecnica, ma è necessario essere buone persone, e per essere buone persone (e felici) è necessario essere buoni cristiani. È sempre sul lavoro su noi stessi, dunque, che si fonda quello educativo. I bambini sono, come li chiama Edith Stein, “adorabili tiranni”: tendono cioè a ottenere il massimo del piacere col minimo sforzo. D’altra parte la loro anima è anche “naturaliter christiana”: hanno scritto nel profondo il senso del bene e del male. C’è insomma in loro, proprio come in noi grandi, il dualismo di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, nel famoso passo: “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La nostra vita, quella dell’uomo, è dunque un allenamento – portare a termine la corsa, combattere la buona battaglia – un lavorare su noi stessi per far morire la parte umana, e far fortificare la vita di Dio in noi, che è il senso del Battesimo, la possibilità di diventare figli di Dio. Noi possiamo fornire ai figli i rudimenti di questo lavoro che però poi anche loro devono fare da soli, proprio come noi. Allenare i loro muscoli, rafforzarli. E quindi mettere delle regole, avere il coraggio di non risparmiare loro tutte le sofferenze e le frustrazioni. La cosa fondamentale, infine, il cuore del lavoro educativo è introdurre i nostri figli al senso del sacro, mostrare loro che c’è qualcosa di davvero sacro, e che in quest’arca misteriosa si può entrare, in punta di piedi ma si può davvero, da quando Gesù è venuto. Il punto di Archimede della storia è lui, l’unica via verso la presenza santa e inaccessibile di Dio. Per questo è importante parlare di lui ai bambini con serietà, non dipingendolo come un bambinello biondo, melenso, ridicolo, poco più di un pupazzetto. E poi cercare di favorire incontri con persone significative, con qualcuno che porti anche a loro come è stato per noi l’annuncio della fede.

A un certo punto poi bisogna assumersi il rischio educativo, avere il coraggio di lasciarli sperimentare, di stare in panchina senza entrare in campo anche quando si vede chiaramente che i figli stanno sbagliando, col cuore sanguinante in mano, quando non c’è altro da fare che aspettare e pregare. Qui la mia saggezza si ferma, perché a questa fase non ci sono arrivata, e davvero qui la mia è solo teoria, solo nobili parole (lo so già che pedinerò i figli appostandomi agli angoli con impermeabile e baffi finti). Volevo però citare il passo del Vangelo di Luca, in cui tornando da Gerusalemme Maria e Giuseppe perdono Gesù, perché lo credono insieme al resto della carovana, al sicuro. Anche i nostri figli a un certo punto possono perdersi, quando noi li crediamo al sicuro con il resto della carovana, cioè con i coetanei. Volevo citarlo, dicevo, ma non l’ho fatto perché prima di me di questo aveva parlato con la massima competenza uno straordinario sacerdote, don Ugo Borghello, che da una vita fa il direttore spirituale proprio di ragazzi adolescenti, e che nonostante i suoi settantasei anni è sicuramente parecchio più giovane di me. Sarà la vicinanza con i ragazzi. Su di lui un altro post.

Infine ha tirato le conclusioni Emilio Fatovic, rettore del Convitto nazionale, che ha parlato del suo ruolo con grande energia, saggezza, trasporto. È un uomo che ha fatto del lavoro educativo tutta la sua vita (da maestro elementare, a professore delle medie, poi del liceo, poi vicerettore, infine il ruolo più alto) e che continua con passione a insegnare ai suoi ragazzi a essere curiosi, a sognare, e a perseverare nel sogno. Quando era bambino, orfano, allievo a sua volta del convitto, sognava di diventare rettore, forse perché il suo era stato per lui come un padre. Ha perseverato, lavorato, e ha realizzato il sogno. Mi ha fatto venire voglia di tornare a scuola. Stesso effetto anche a Pippo Corigliano. Ma, come ha detto lui, bisogna prima vedere se superiamo il test di accesso.

fonte:  http://www.costanzamiriano.com

 

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

Come trovare il partner ideale?

Immaginiamo un’inchiesta di massa a un gruppo di ragazzi/e single che sognano di trovare un giorno il vero amore.

L’inchiesta avrebbe una sola domanda aperta: “Come ti piacerebbe che fosse la persona con cui ti vorresti sposare?”

La lista di virtù sarebbe sicuramente molto lunga: buona, intelligente, generosa, onesta, prudente, paziente, affettuosa, lavoratrice, responsabile, fedele, leale, forte…

Alcuni/e segnalerebbero alcune caratteristiche un po’ più particolari, come sportiva, con buon gusto, che ami viaggiare, colta, che ami gli animali e la natura, che ami leggere, che balli bene.

C’è qualcosa di male nell’essere esigenti al momento di sognare il partner perfetto per noi? Assolutamente no. Dev’essere così. Ma l’esigenza con il/la futuro/a sposo/a dovrebbe essere esattamente la stessa che abbiamo nei nostri confronti.

Facciamo un esempio concreto: credete che un uomo intelligente, buono, responsabile e fedele si concentrerebbe su una ragazza con una minigonna cortissima, una scollatura generosa e un modo di parlare volgare e pieno di doppi sensi?

Sicuramente questo principe sognato, vedendo una ragazza che non si comporta come la “principessa” che anche lui sogna (con ogni diritto), se ne terrebbe alla larga.

Se è così buono e virtuoso, non trascorrerebbe neanche una notte con questa ragazza, perché un uomo “perfetto” non usa le donne.

La virtù chiama la virtù, il vizio chiama il vizio. Per questo si parla di circoli virtuosi o di circoli viziosi. Quando ci comportiamo in modo scorretto, questa azione porta come conseguenza un effetto negativo, e questo, a sua volta, genera un’altra cosa negativa e così via.

Lo stesso accade con la virtù. Sarebbe inaudito pensare che una persona con le caratteristiche menzionate si innamori davvero di qualcuno diametralmente opposto.

È molto raro vedere una donna prudente cadere tra le braccia di un ragazzo che si ubriaca al punto da perdere i sensi, o che una persona lavoratrice e responsabile ammiri qualcuno che passa di festa in festa fino all’alba e il giorno seguente manca all’università o inventa qualche scusa per non andare al lavoro perché è ancora in balia del doposbornia.

Se vogliamo davvero una persona virtuosa nella nostra vita – il che non vuol dire che sia perfetta –, allora dobbiamo lavorare anche noi per diventare la persona che ci piacerebbe avere come partner.

E non si tratta di fingere perché si innamorino di noi e poi tirar fuori la nostra vera personalità. Questo porterebbe solo molto dolore e un enorme insuccesso amoroso.

Si tratta invece di lottare ogni giorno per essere migliori, imparando a riconoscere i nostri difetti e cercando di migliorarli.

Questo ci insegnerà anche ad essere umili e caritatevoli con il prossimo e a capire che la perfezione in quanto tale non esiste, ma c’è una base minima di valori positivi e di virtù che permettono di continuare a crescere e di sviluppare quel circolo virtuoso che è un ingrediente necessario e imprescindibile per costruire un amore vero.

Dobbiamo essere esigenti con noi stessi. Pensiamo che tutto ciò che facciamo oggi avrà delle conseguenze – positive o negative – nel nostro futuro, immediato e non.

Dobbiamo essere la persona ideale che ci piacerebbe trovare per trascorrerci insieme il resto della nostra vita. Possiamo iniziare oggi.

La poligamia nel diritto di famiglia

freedom_tunisiaL’emancipazione della donna nel mondo arabo passa anche e soprattutto per le  modifiche al diritto di famiglia, dalla poligamia al diritto al divorzio. Una panoramica sui vari casi nazionali, con particolare attenzione a Tunisia, Marocco e Egitto. Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Come in Siria e Giordania e, in misura minore, Libia e Algeria. Nel processo di modernizzazione del diritto nel mondo arabo, che ha avuto luogo tra il XIX e XX secolo, il diritto di famiglia ha seguito un percorso molto più graduale e lento rispetto ad altri settori, come ad esempio il diritto commerciale o il diritto dei contratti, in considerazione del suo maggiore radicamento nella coscienza religiosa degli arabi e nella loro società. In questo campo, infatti, non si è mai optato per l’abbandono totale del diritto tradizionale a favore di modelli esterni, e i codici civili attualmente in vigore, frutto di questo processo di modernizzazione,non regolamentano il diritto di famiglia che, invece, è disciplinato in appositi testi dedicati allo “statuto personale”, al-ahwàl al-shakhsiyya.

A parte i paesi della penisola araba che (con alcune eccezioni) non hanno codificato il diritto di famiglia, e quindi continuano ad applicare la shari’a, negli altri paesi arabi dal Maghreb al Mashreq tale materia è disciplinata in testi che, pur condividendo una comune matrice sciaraitica (relativa, appunto, alla shari’a, ndr), sono diversi nello stile, nei contenuti e nel livello di modernizzazione conseguito. Ad esempio il Kuwait, che ha codificato lo statuto personale nel 1984, resta molto legato al diritto sciaraitico, così come l’attuale diritto yemenita, che con la legge 20/1992 e i successivi emendamenti del 1998, 1999 e 2002, concede ben poco a istanze riformiste, a differenza del diritto dello Yemen del Sud che con la legge 1/1974 poneva limiti e restrizioni a poligamia e ripudio. Quanto all’Iraq, nel 1959 era stata promulgata una prima legge sullo statuto personale di impianto decisamente laico che, pur non abrogando formalmente poligamia e ripudio, li rendeva, di fatto, quasi impossibili. In seguito a un intervento legislativo del 1978, la poligamia veniva addirittura proibita salvo consenso esplicito della prima moglie. D’altronde, secondo un’interpretazione riformista, nel mondo arabo oggi, tanto la poligamia quanto il ripudio non sarebbero ammissibili poiché non sussistono più le circostanze e le ragioni che li giustificavano in un dato contesto storico.

Attualmente, però, in Iraq si assiste a un ritorno alla tradizione sciaraitica: nel 2003, infatti, il Governo ad Interim ha abrogato il Codice dello Statuto Personale del 1959 e la nuova Costituzione, all’art. 41, rinvia al diritto confessionale per le questioni relative allo statuto personale. Il diritto applicabile ai musulmani iracheni è dunque la shari’a, con le diverse interpretazioni tra islam sunnita e sciita. Anche in Libano la Costituzione rinvia ai diritti confessionali, riconoscendo come ufficiali 17 confessioni religiose. Ma qui la situazione è ben diversa: i musulmani sunniti e sciiti non sono soggetti alla shari’a bensì alla legge ottomana del 1917 (primo esempio di modernizzazione del diritto di famiglia, ancora applicabile nell’Autorità Palestinese e in Israele per la popolazione musulmana), i drusi a una legge ad hoc del 1948, più alcuni emendamenti apportati nel 1962, mentre le diverse comunità cristiane seguono il loro diritto confessionale. La “rivoluzione” tunisina I risultati più “rivoluzionari” sono però quelli della Tunisia, che con il codice dello statuto personale del 1956 ha abolito formalmente sia la poligamia, sia il ripudio, attraverso un audace lavoro di ijtihad (interpretazione), che ha portato a ritenere la poligamia implicitamente proibita dal Corano. Infatti, da una lettura coordinata del versetto IV, 3 del Corano (“Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola”) con il versetto IV, 129 (“Anche se lo desiderate, non potrete agire con equità con le vostre mogli”), si desume come la condizione di mantenere e di trattare equamente le mogli sia di fatto impossibile da realizzare, e quindi la poligamia non possa essere praticata.

L’art. 18 del codice di statuto personale tunisino, quindi, non solo inserisce una precedente unione tra gli impedimenti al matrimonio, ma sanziona il reato di bigamia con una multa e reclusione fino ad un anno e, ai sensi dell’art. 21, l’eventuale secondo matrimonio contratto in violazione al divieto di bigamia è nullo. Quanto al ripudio, atto che il diritto islamico considera riprovevole (come riportato in un hadith: “Dio non ha permesso nulla che Gli fosse più odioso del ripudio”), il codice tunisino lo abolisce. Il divorzio (introdotto in Tunisia quasi venti anni prima che in Italia) è quindi l’unica causa di scioglimento del matrimonio (artt. 29 e seguenti), ammesso soltanto in via giudiziale, in seguito a un tentativo di conciliazione da parte del giudice.

La Tunisia ha proseguito con le riforme, prevedendo ad esempio l’adozione (legge 27/1958), e continuando a riformare il codice di statuto personale. Con legge 74/1993, infatti, è stato modificato l’art. 23 per garantire uguali diritti agli sposi, abolire il dovere di obbedienza della moglie e sancire un obbligo di cooperazione in capo agli sposi per la gestione della vita familiare. Più recentemente, nel marzo 2008, è stato modificato l’art. 56 del Codice ed è stato introdotto l’art. 56 bis riguardante la custodia dei figli minori e il diritto di alloggio della madre o della persona che si occupa della custodia dei figli a spese del marito (legge 20/2008).

Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Ad esempio le codificazioni di Siria (che nel 1953 è stato il primo paese arabo a promulgare una legge generale sullo statuto personale, poi riformata con la legge 34/1975), di Giordania (che ha visto una prima fase di codificazione nel 1956, una riforma nel 1976 e successivi interventi del legislatore nel 2001) e in misura minore di Libia e Algeria (entrambe del 1984) prevedono la possibilità di inserire nel contratto di matrimonio la clausola di monogamia, oppure richiedono il consenso obbligatorio della prima moglie o la previa autorizzazione da parte del giudice sia per la poligamia che per il ripudio, andando così a intaccare la posizione di preminenza tradizionalmente attribuita all’uomo. I progressi del Marocco.Anche il Marocco ha recentemente modificato il diritto di famiglia, promulgando nel 2003 un nuovo codice di statuto personale, Mudawana, che sostituisce il vecchio codice del 1958 e le modeste riforme del 1993. Il nuovo testo non fa alcun riferimento esplicito alla poligamia, pur inserendo all’art. 39 come causa di invalidità del matrimonio “un numero di mogli superiori a quello autorizzato dalla shari’a”, rinviando quindi al diritto religioso. Il matrimonio poligamico, tuttavia, deve essere autorizzato dal giudice, l’autorizzazione è subordinata all’esistenza di una giustificazione oggettiva ed eccezionale e alle disponibilità economiche del richiedente (art. 41), e la conclusione del secondo matrimonio è condizionata dalla conoscenza e accettazione da parte della seconda moglie del carattere poligamico del matrimonio. Inoltre l’art. 40 dispone che l’autorizzazione è esclusa se c’è il rischio che le mogli non siano trattate equamente e, soprattutto, se la prima moglie ha incluso nel contratto di matrimonio una clausola di monogamia. In ogni caso resta salvo il diritto della prima moglie a chiedere il divorzio in caso di un secondo matrimonio (art. 45).

Anche se la Mudawana marocchina prevede l’istituto del divorzio, va segnalato che è ancora in vigore il ripudio (artt. 78-93), che però assume sostanzialmente la forma di un divorzio, dato che deve essere autorizzato dal tribunale in seguito a domanda scritta da parte di uno degli sposi. Sembrerebbe quindi che il diritto di sciogliere unilateralmente il vincolo matrimoniale sia stato esteso anche alla donna (art. 78), ma in realtà ciò non è automatico bensì è subordinato al fatto che il marito le abbia riconosciuto tale diritto (art. 89).Il caso dell’Egitto Particolarmente interessante, infine, è il caso dell’Egitto, che da sempre si dibatte tra aneliti riformisti e tentativi di recuperare la tradizione islamica. La caratteristica principale delle riforme egiziane però è la mancanza di una codificazione generale del diritto di famiglia, a favore invece di interventi legislativi diretti a disciplinare alcuni aspetti circoscritti come ad esempio il diritto al mantenimento della moglie (legge25/1920), l’età minima per il matrimonio (legge 25/1929) o lo scioglimento del matrimonio (legge 25/1929). Le riforme sono proseguite negli anni Settanta, sotto l’impulso di Sadat, con la legge 44/1979 che ha limitato la poligamia, considerata un danno per la prima moglie e quindi presupposto per il divorzio in caso di un secondo matrimonio poligamico. Con l’ondata conservatrice che seguì l’omicidio di Sadat, ci fu una battuta d’arresto, la legge fu abrogata e poi sostituita dalla successiva legge 100/1985, che però risulta meno progressista: viene meno, infatti, l’equazione poligamia/danno alla moglie, e per ottenere il divorzio occorre provare di aver subito a causa della poligamia un danno economico o emotivo.

Ma l’entrata in vigore della legge 1/2000 ha segnato una tappa importante per la modernizzazione del diritto di famiglia egiziano. La legge, infatti,non solo ha reso più accessibile il khul’, cioè il diritto della moglie di richiedere direttamente al giudice il divorzio dietro rinuncia ai benefici patrimoniali derivanti dallo scioglimento del matrimonio, ma ha permesso il divorzio anche nel caso di matrimoni ‘urfi (matrimoni consuetudinari non registrati) e ha posto ulteriori limiti al ripudio. Ovviamente ciò ha scatenato forti reazioni da parte di quei sostenitori della shari’a che vedono in una maggiore emancipazione della donna una minaccia alla solidità della famiglia. Ciononostante il processo di modernizzazione non si è fermato: non solo nel 2003 la legge 1/2000 ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, ma nel 2004 sono stati istituiti in Egitto i primi tribunali laici specializzati per il diritto di famiglia.Valentina M. Donini

Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Il matrimonio indissolubile come libera scelta

linus amoreIl 23 gennaio 1961, nel corso del pontificato del beato Giovanni XXIII, la Santa Sede istituì la festa dello sposalizio della Vergine Maria e di San Giuseppe. Un’occasione questa, per tutti gli sposi, per rinnovare le promesse matrimoniali. Un’occasione, altresì, per ricordare l’importanza del matrimonio cristiano, unico nel suo genere. Se pensiamo alla situazione della società all’avvento del cristianesimo, la posizione della Chiesa fu a dir poco innovativa, emancipata e in controtendenza per ciò che concerne il matrimonio. La Chiesa sosteneva, infatti, che tale sacramento doveva essere una libera scelta, e dunque, poteva avvenire solo ed esclusivamente previo consenso di entrambi gli sposi. La libertà di scelta da parte della donna sembra oggi una cosa scontata, ma in passato, ed in particolar modo prima del cristianesimo, la donna era considerata inferiore all’uomo e trattata alla stregua di una schiava e come oggetto di piacere.

Francesco Agnoli in una sua interessante pubblicazione del 2010, Indagine sul cristianesimo, analizza la storia dei cristiani e della Chiesa mettendo in evidenza il contributo apportato da quest’ultima allo sviluppo della civiltà occidentale. Nel capitolo terzo, intitolato Il cristianesimo e le donne, Agnoli descrive minuziosamente, attraversoun’analisi pressoché unica, come grazie alla Chiesa Cattolica la donna sia oggi libera da moltissimi vincoli e imposizioni, come quello, appunto, di non poter scegliere liberamente chi sposare o meno; nell’antichità, ad esempio, era il padre che decideva chi doveva sposare la figlia (cosa che succede tuttora nei paesi non cattolici come, ad esempio, l’India).La Chiesa, secondo gli insegnamenti del Cristo, promosse con audacia e fermezza un’immagine della donna differente rispetto al pensiero corrente, secondo la quale uomo e donna non vanno distinti perché sono uno parte dell’altro, entrambi sono “esseri viventi” e quindi con gli stessi diritti. In tal senso, lo storico Jacques Le Goff ci ricorda che nel quarto Concilio Lateranense (1215) la Chiesa formalizzò definitivamente il matrimonio, dichiarando che tale atto “non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti”. Una posizione di gran lunga avanzata rispetto all’epoca. Il matrimonio diventa così impossibile senza il mutuo consenso, e perché questo si realizzi la Chiesa farà tutto il possibile, come istituire le cosiddette “pubblicazioni”, la presenza di “testimoni”, il “processetto matrimoniale”, usato dall’autorità ecclesiastica per verificare o meno l’autenticità della richiesta di matrimonio da parte dei futuri sposi, ed infine il consenso definitivo. Tutto ancor oggi in uso. Si può dunque ben comprendere ora l’importanza e l’unicità del matrimonio cristiano, non solo da un punto di vista religioso, ma anche storico e sociale. Ecco allora che la festa dello sposalizio tra la vergine Maria e San Giuseppe assume una valenza fondamentale per i cristiani. Il carattere verginale, poi, testimonia la perfetta comunione degli spiriti tra i due santi sposi, nonostante l’assenza dell’atto sessuale. Con ciò si comprende che il matrimonio cristiano non si riduce all’atto fisico tra uomo e donna, seppur doveroso e momento bellissimo di comunione tra la coppia, ma che la vera unione passa solo e solamente attraverso Gesù Cristo; solamente con Cristo, infatti, è possibile accogliere pienamente l’altro, donarsi in piena libertà, e dunque, amarsi.“Nessuna coppia è chiamata al matrimonio esclusivamente per la propria soddisfazione. Ogni coppia sposata è un dono per la chiesa e per il  mondo, per essere icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, e che sacrifica se stesso per lei, fino sul talamo della croce”: nella Chiesa di San Carlo Borromeo a Londra è esposta un’icona moderna di rara bellezza e particolarmente interessante, intitolataNotre Dame dell’Alliance, la quale racchiude in sé tutta la teologia, il significato e il pensiero della Chiesa Cattolica sul mistero sponsale. L’icona raffigura due sposi entrambi abbracciati dalla Vergine Maria, con le mani appoggiate delicatamente sulle spalle, a simboleggiare la Chiesa che accoglie nel proprio “seno” i novelli sposi, proprio come una madre, accompagnandoli senza forzarli; al centro, invece, tra i due, c’è Cristo, “sempre presente nel cuore della sua Chiesa”, che tiene per mano i due sposi, come per calmare le loro paure e ansie, ed infine rafforzarli. Nel matrimonio, infatti, gli sposi fanno un’alleanza con Dio valida per tutta la vita, della quale la Chiesa fa da tramite, testimone e garante, accompagnando e sostenendo, in quanto madre, gli sposi nel oro nuovo percorso ed offrendo loro i doni dell’eucarestia e della parola di Dio, senza i quali non è possibile vivere la vita cristiana (di conseguenza il cosiddetto “cristiano non praticante” non può sussistere) e tanto più il matrimonio. Germano Pattaro, sacerdote veneziano, diceva che “Dio fa visita agli sposi nel loro matrimonio, a questo appuntamento non vuole mancare, fa parte della comunione d’amore instaurata dal Signore con ogni cristiano già dal momento del battesimo”.

Tale sacramento in sostanza, per i cristiani, poggia “le proprie fondamenta sulla “roccia”, che è Gesù Cristo (“maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore”), e se c’è Gesù Cristo, roccia di salvezza, la morte non prevarrà, in quanto, diceva San Giovanni Crisostomo, “la sua debolezza è più forte della fortezza umana”. Ecco allora che la festa dello sposalizio della Vergine Maria e San Giuseppe, sposi e famiglia per antonomasia, immagine perfetta dell’amore di Dio, della Santissima Trinità e comunione di infinito amore, invita tutti a seguire il loro esempio, ossia, essere immagine del volto di Cristo attraverso la vita sponsale.

di Pietro Barbini

I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Ringrazio Dio per questa sterilita’ feconda

adozioneDico brevemente di me. O meglio di noi, me e mio marito Gabriele. Ci siamo sposati nel 2010 e da lì il buon Dio ha deciso di farci accompagnare dai nostri primi due figli per un piccolissimo pezzetto di strada, subito poi preferiti e richiamati a Lui. Dopo alcune vicende mediche complesse e il desiderio di poter diventare madri e padri che accresceva ogni giorno, i medici ci hanno detto che non avremmo più potuto avere figli. Ovviamente il contraccolpo, anche e soprattutto per le vicende attraverso cui eravamo passati negli anni precedenti, è stato grosso. Cosa c’entrava dunque quel desiderio di maternità e paternità che avevamo nel cuore, che non ci eravamo messi noi, che continuava a crescere? A crescere, sì. Perché il paradosso è che dopo quella diagnosi, che ci aveva come tagliato le gambe, quel desiderio si è fatto più forte. Io, seppur con un po’ di rabbia e un po’ di tristezza, avevo la stessa identica domanda che mi urgeva: questo desiderio nel cuore non me lo sono messo io, ora Tu in qualche modo devi compierlo. Però, perché io sono la donna dei però, se c’era una cosa che mi faceva davvero innervosire era quando alcuni amici mi parlavano di “modi diversi di essere madri e padri”, quando sentivo questa cosa mi infuriavo.
Finché Luca ci hai invitato al Pellegrinaggio di inizio anno di Famiglie per l’Accoglienza. E lì un contraccolpo infinito: non gente triste o che aveva optato per un ripiego (scusate i termini, ma era ciò che io pensavo all’inizio) ma gente felice, piena! Era davvero desiderabile. Così abbiamo incominciato a cercarvi, desideravamo capire perché eravate così e guardarvi. Stare con voi. Abbiamo iniziato a vedere alcuni di voi un po’ più spesso. Un’amicizia che era una condivisione fino alla “piccolezza” che mi sentivo o al dolore che avevo nel cuore.
Fino alla proposta di iniziare i minicorsi per l’adozione. E lì il primo regalo immenso. Una sera, a metà del percorso, tornando a casa con mio marito in macchina gli ho detto: «Questa sera per la prima volta mi è venuto da ringraziare il buon Dio per la nostra sterilità». Perché avevo davvero percepito che lì dentro, proprio in quello che a noi sembrava il più grosso impedimento, c’era una promessa di fecondità e pienezza infinita. E più guardavo le coppie che ci tenevano il corso più dicevo: io voglio essere così. E mi sentivo preferita! Perché non dovevo tagliare fuori nulla, nulla. Nemmeno la fatica o il dolore. Ma c’era una promessa infinita. E non solo, avevo sotto gli occhi la testimonianza di questo: gente piena, feconda.
La faccio breve: a dicembre abbiamo presentato la domanda di adozione in tribunale. Da lì è proseguita l’amicizia con alcuni di voi. Avevamo sotto gli occhi una bellezza e un’abbondanza inimmaginabili.
Ma il buon Dio aveva in serbo per noi ancora qualcosa di diverso. E così dopo poco più di un mese dalla consegna della domanda, la scoperta di questa gravidanza, sotto lo sconcerto generale dei medici, che di fronte a quel fatto, che era li anche davanti ai loro occhi, ancora mi guardavano e mi dicevano: «ma signora, lei non può avere figli!» Fino alle dimissioni con il referto più simpatico: «Accettazione: paziente nota per sterilità. Dimissioni: gravidanza iniziale».
Ci stava chiedendo ancora di abbandonarci. Lui può davvero tutto. Anche dove tutto il mondo dice l’opposto, Lui può tutto. Nei mesi successivi guardavo mio marito e ancora una volta mi sono sentita addosso una preferenza infinita. Ma non per il fatto della gravidanza in sé, di certo miracolosa e senza nulla togliere a questo dono immenso per cui siamo così grati. Mi dicevo: ma noi non saremmo potuti arrivare così, io e te, ora, ad accogliere questo dono, perché più che accoglierlo con gratitudine e custodirlo non puoi fare, senza tutto il percorso fatto finora. E la cosa che mi sconvolge, perché se vuoi un po’ è strana, è che più penso a come vorrei guardare mia figlia, più continuano a venirmi in mente i volti di alcuni di voi. Essí che siamo circondati da amici con tre, quattro figli biologici. Invece no. Marta e Raffaele con Enrico. Somma e Gabri con Matteo e Miriam.
Somma, all’incontro con Filonenko avevi chiuso parlando di un abbraccio che precede qualsiasi iniziativa. Abbraccio a cui a noi é chiesto di cedere con un sì, difficile da dire, ma che ci rende capace di essere testimoni di speranza per i nostri figli.
Io desidero guardare nostra figlia Francesca così. Per questo la domanda insistente di questi mesi è che possa continuare ad essere accompagnata da voi, che mi siete testimoni in questo. E per questo sono qui.
Annalisa

Ho avuto un solo uomo, tuo padre (Oliviero Toscani)

OLIVIERO TOSCANI (Non sono obiettivo, Feltrinelli 2001):
«Ieri mia madre mi ha detto: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. All’improvviso si sono sgretolati anni e anni di liberazione sessuale, di convincimenti libertari, di mentalità radicale. Tutto quel che avevo creduto una conquista civile si è ridimensionato di fronte a quella semplice affermazione: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. Sono stato messo di fronte alla debolezza di ciò che credevo essere la modernità, con la forza di chi afferma un principio antico, senza la consapevolezza di essere, lei sì, la vera rivoluzionaria. Mi sono domandato: sono più avanti io che ho vissuto e teorizzato il rifiuto del matrimonio, l’amore libero e i rapporti aperti o lei che per una vita intera è rimasta fedele ad un solo uomo? Senza essere Gesù Cristo mi sono sentito il figlio di Dio e mia madre mi è apparsa come la Madonna: in modo naturale, come se fosse la più ovvia delle cose, lei ha impostato tutta la sua vita su concetti che oggi ci appaiono sorpassati, ridicoli: la felicità, l’onestà, il rispetto, l’amore. Mentre penso che non c’è mai stata in lei ombra di rivendicazioni nei confronti del potere maschile mi rendo conto che non esiste nessuno più autonomo di lei. Nessun senso di inferiorità l’ha mai sfiorata, perché le fondamenta della sua indipendenza erano state scavate nei terreni profondi della dirittura morale, della lealtà, della giustizia, dell’onore e non sulla superficie di ciò che si è abituati a considerare politicamente corretto. Il rispetto e la timidezza con cui guardava mio padre e l’educazione che mi ha dato a rispettarlo non avevano niente a che vedere con le rivendicazioni dei piatti da lavare.
Mia madre non si è mai sentita inferiore perché ci serviva in tavola un piatto cucinato per il piacere di accontentarci e di farci piacere; o perché lavava e stirava per farci uscire “sempre in ordine”. Sono consapevole che sto esaltando il silenzio e quella che le femministe hanno drasticamente definito sottomissione. Ma non posso fare a meno di interrogarmi sui veri e falsi traguardi dell’emancipazione, su ciò che appartiene ai convincimenti profondi e su ciò che non è altro che sterile battibecco. Nella ricerca dei valori che dovrebbero educarci a un’etica meno degradata di quella improntata al principio del così fan tutti, mia madre è un esempio di anticonformismo e di liberazione: lei è davvero affrancata dagli stereotipi e dai bisogni indotti della società massificata. Per conquistare obiettivi importanti e sicuramente oggi irrinunciabili siamo stati costretti ad abdicare alla nostra integrità. Noi abbiamo perso la “verginità”, non lei.»

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

“Io, Amani, sepolta viva in Siria, ho riconquistato in Italia la mia libertà”

1427122510-amani1La Siria l’avevo conosciuta solo sui libri di scuola e su Google. La Siria dell’Eufrate, della Mesopotamia. Ero sicura che mi avrebbe affascinato con i suoi colori e i suoi silenzi. Mi presentai all’aeroporto in jeans bianchi, maglietta, bianca, capelli piastrati, unghie dipinte di rosso e Ray-Ban nuovi. Avevo però dentro un vago senso di inquietudine…». Ad aspettarti sul letto trovi un velo e tre vestiti… «Da indossare uno sopra l’altro. Quello da quel giorno avrebbe dovuto essere il mio abbigliamento. Quel giorno ho scoperto che esistono mondi paralleli che seguono la stessa linea del tempo. Io ero finita dentro uno di quei capitoli di storia dove si parla di una popolazione remota, ormai estinta».

Il peggio però doveva ancora arrivare…

«Scopro la verità. Mi dicono che sono stata portata in Siria per sposare un cugino, cattivo e violento, che non tornerò mai più in Italia, che dovrò vivere sottomessa. Dovevo diventare niente. Perché lì le donne sono niente…».

Cosa ti salva la vita, cosa ti fa tornare in Italia?

«Uno zio e la mia forza di volontà. Io ho lottato per tornare. Questo devono capire le ragazze che si trovano a vivere una situazione come la mia, devono tenere i denti stretti, devono esplodere di energia, di entusiasmo per la lotta. Io ero talmente piena di vita che non abbassavo la guardia mai. Per 399 giorni non mi sono mai piegata anche se tutto il mondo era contro di me. Mi dicevo: non mi avranno mai. Piuttosto morta…».

Ci sono altre ragazze in Italia in situazioni come questa?

«A Rimini conosco una ragazza durante una presentazione, mi dice: grazie alla tua storia adesso ho il coraggio di denunciare i miei genitori. Mio padre mi picchia, non vuole che io vada a scuola, mia madre è complice. Io voglio andare a scuola, non voglio portare più il velo. Ci siamo scambiati i contatti, ci siamo sentiti su facebook per un pò…»

E poi…

«Passa del tempo, mi dice che deve partire per una vacanza con i suoi genitori, che la situazione in casa era cambiata, il biglietto aereo era andata e ritorno. Ho pensato: anche il mio lo era… É arrivata in Marocco ed è sparita nel nulla. Ce ne sono tantissime come lei.

La scuola cosa fa?

«Molte prof mi dicono: ma noi come possiamo aiutarle? Una mi racconta: ho una ragazza indiana, diciotto anni, il padre ha scoperto che ha un fidanzato. Gli ha detto: o ti sposi il ragazzo o torniamo in India o ti ammazzo. Scegli tu. La prof ha avuto il coraggio di andare dal padre. Lui non è una persona cattiva: è che pensa di essere nel giusto. Che è peggio di essere cattivi».

Te lo chiedo anch’io: come possiamo aiutarle

«Non è facile perchè loro non parlano. Stanno zitte, non dicono niente, vivono nel loro piccolo mondo».

Perché non si ribellano?

«Per il terrore dei genitori. Tuo padre ti mette in un contesto di terrore. Io ricordo il mio con mia sorella. Lei lavorava in una fabbrica d’oro e poi subito a casa. Viveva praticamente in pigiama. Quando si ribellava le prendeva da sanguinare. Ma mia sorella rispondeva, ha un bel caratterino».

Perché non sono tutte come te?

«Io sono innamorata della vita. Io le donne le voglio libere. Fosse per me griderei libertà per le mie cugine, per le spose bambine per tutte le donne del mondo, per tutte le donne».

Adesso sei tornata in Italia, hai una figlia, la tua vita. Adesso come stai?

«Adesso sono felice…»

Hai chiamato tua figlia Vittoria perché la tua battaglia è finita con una vittoria...

«É così. Vittoria è una bambina bellissima: una forza della natura incredibile».

Certo, se ha preso da mamma…

da: http://www.ilgiornale.it/

 

Insomma, perchè la famiglia? (Pino Pellegrino)

foto_famigliaParliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.
Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti!
Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma:

.. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”.
Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”. Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argeno: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)