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Poligamia: la lezione dei paesi islamici

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“La poligamia e’ vietata. Chiunque sia legato in matrimonio e ne abbia contratto un secondo prima della dissoluzione del precedente sarà passibile di incarcerazione per un anno e di un’ammenda pari a 240.000 franchi oppure di una sola delle suddette pene anche nel caso in cui il nuovo matrimonio non sia stato contratto in maniera conforme alla legge. Qualora in Italia si dovesse promulgare una simile legge, rivolta alla popolazione proveniente dal mondo musulmano, si griderebbe al razzismo e all’islamofobia, alla mancanza di rispetto della cultura e della religione altrui. Ebbene, quello  appena citato è l’articolo 18 del Libro primo dedicato al matrimonio del Codice dello statuto personale tunisino entrato in vigore nel lontano 13 agosto 1956. Un documento questo che si apre con la classica eulogia islamica al-hamdu li-llah, Sia ringraziato Iddio, nonostante l’estrema laicità del documento stesso e del governo di Habib Bourguiba che lo ha emesso. A conferma che si può emanare una legge laica senza contraddire l’islam. E’ interessante analizzare rapidamente il testo dell’articolo 18.In primis si vieta la poligamia che viene perseguita sia con il carcere sia con un’ammenda. Ma non solo, ci si premura a sottolineare che di poligamia si tratta anche qualora il secondo matrimonio venga contratto in maniera non conforme alla legge. Il che equivale a dire qualora si tratti di quello che viene solitamente definito un matrimonio ‘urfi , una promessa innanzi a Dio recitata dai due sposi”, ma con nessun valore legale.

Questo tipo di matrimonio è quello che viene celebrato anche in alcune moschee italiane e non è perseguito in quanto non registrato allo stato civile. Ebbene, in Tunisia lo è da ormai mezzo secolo. Il Codice dello statuto personale tunisino è riuscito a trasformare l’idea di famiglia intesa come un’entità che ruotava intorno a legami per via maschile nell’idea di famiglia intesa come unità coniugale all’interno della quale i legami tra i coniugi, tra genitori e figli svolgevano un ruolo fondamentale. Inoltre conferì alle donne maggiori diritti. Il Codice non solo abolì la poligamia, ma eliminò il diritto del marito al ripudio della moglie, concedendo alle donne la possibilità di richiedere il divorzio e aumentò i diritti di custodia dei figli alle donne.

Tutto questo, ribadisco, mezzo secolo fa. E senza che nessun movimento femminista ne facesse richiesta. Per Habib Bourguiba l’emancipazione della donna rappresentava il punto di partenza, la conditio sine qua non, per l’emancipazione della società tunisina. Anche in Turchia, con il Codice del 1926, che ha sostituito il sistema ottomano, sono stati vietati sia la poligamia sia il ripudio unilaterale. L’unica differenza tra il Codice tunisino e quello turco risiede nel fatto che il primo si pone in continuità con la legge islamica, fornendone una nuova interpretazione, mentre il secondo nasce all’insegna della laicità più totale.

Non va nascosto che gli esempi tunisino e turco sono delle eccezioni. Tuttavia si osserva all’interno di tutto il mondo musulmano, dal Marocco all’Indonesia, a una volontà a migliorare e a tutelare la condizione della donna. Il Marocco, un paese in cui il re è diretto discendente del Profeta Maometto ed ha il titolo di principe dei credenti”, a partire dal febbraio 2004, con la nuova riforma della Mudawana, ovvero il Codice di famiglia, ha migliorato notevolmente la condizione della donna marocchina. Il 10 dicembre 2003 re Mohammed VI aveva dichiarato a proposito: Si tratta della famiglia e della promozione della condizione della donna.

Come si può sperare di assicurare progresso e prosperità a una società quando le sue donne, che ne costituiscono la metà, vedono negati i loro diritti e subiscono ingiustizie, violenza e marginalizzazione, a scapito del diritto alla dignità e all’equità che conferisce loro la nostra sacra religione?” La poligamia nel Codice marocchino riformato viene limitata a casi eccezionali, previo consenso della prima moglie che può però escludere questa eventualità esplicitandolo nel contratto di matrimonio. Inoltre, come spiega il sovrano nel suo discorso, la famiglia viene posta sotto la responsabilità congiunta dei due coniugi.

In Egitto, dove la sharia è ancora la fonte principale della legge e dove l’elemento integralista islamico è all’interno del parlamento, la first lady Suzanne Mubarak in un’intervista rilasciata il 3 dicembre 2006 ha affermato: Non credo che in Egitto si possa vietare la poligamia per legge. Forse in Tunisia le circostanze erano diverse, poiché lì le correnti e il pensiero islamista erano inesistenti.

La Tunisia ha la fortuna di avere potuto prendere numerose decisioni favorevoli alle donne e alla famiglia a quell’epoca, decisioni che oggi non potremmo prendere in maniera così semplice. La poligamia non può essere vietata con la forza, ma può essere combattuta con la cultura. L’uomo deve capire che il matrimonio è sacro così come la famiglia.

Mi stupisce il fatto che un uomo possa avere una moglie e una famiglia, e al contempo un’altra moglie e una seconda famiglia. Le parole di Suzanne Mubarak lasciano intendere che se oggi nel mondo musulmano non si possono attuare certe riforme è per la presenza dilagante dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico, ovunque esso si trovi, ha come punto di partenza la sottomissione della donna all’uomo, al velo, a tutto ciò che la circonda. Non a caso un esponente del FIS algerino ebbe modo di affermare che il ruolo della donna è dare la vita a dei musulmani. Se la donna trascura questo ruolo ciò significa che essa si libera dall’ordine di Allah dopo di che essa provocherà l’esaurimento delle fonti dell’islam”. A questa visione, purtroppo diffusa in molte mosche e anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una macchina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.” Le argomentazioni di Raja Benslama dovrebbero fare riflettere un’Europa in cui può accadere che Christa Datz-Winter, giudice tedesca, vieti un divorzio per direttissima a una donna musulmana tedesca, picchiata dal marito, sostenendo che entrambi i coniugi provenivano da un ambito culturale marocchino dove non è strano che un uomo eserciti il diritto alla punizione corporale nei confronti della moglie”, adducendo come prova il versetto coranico che consente al marito di picchiare la moglie. Ma anche un’Italia dove la poligamia esiste e non è solo di importazione, bensì viene celebrata nelle moschee, dove il velo viene definito non solo da estremisti islamici, ma anche da alcuni politici italiani un simbolo religioso. Un’Italia che all’insegna della tolleranza e del rispetto dell’altro consente pratiche in disuso o addirittura vietate nel mondo islamico. Un’Italia in cui le immigrate musulmane subiscono violenze e soprusi, impensabili nel loro paese d’origine. Così facendo l’Italia e l’Europa dimostreranno di essere più islamiche dei paesi islamici e di non proteggere quei valori della famiglia che tanto stanno a cuore alla maggioranza dei musulmani, laici o praticanti non adepti all’estremismo islamico, che risiedono nel nostro paese.

di Valentina Colombo Acmid Donna

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Tredicimila errori finora – Costanza Miriano

baby-84626_1280Mi hanno chiesto qua e là – non schiere di gente, per carità, ma qualcuno sì – di scrivere, dopo quello per le mogli e quello finto per i mariti (è sempre per le mogli), un libro sull’educazione dei figli. Non so cosa nella mia condotta possa avere indotto in qualcuno lo strampalato pensiero che io sia una educatrice decente. Io da parte mia, pur mettendocela tutta, prima di sbilanciarmi aspetterei una venticinquina d’anni (ammesso che sopravviva allo stress di tutti i colloqui con i professori che ancora mi separano dal camposanto).

Se calcoliamo, ottimisticamente, che io e mio marito abbiamo sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli, siamo già attestati ben oltre i tredicimila errori educativi. Le madri e i padri, anche quando ce la mettono tutta, sbagliano. Le madri e i padri non sono perfetti, e questa è una buona notizia, perché ci libera dall’ansia di prestazione. Ma la notizia ancora più bella è che noi non siamo i principali attori del processo educativo: il vero Padre è in cielo, ed è Lui che fa il lavoro vero, quello della storia della salvezza dei nostri figli, lavoro che essendo una storia non dura solo un attimo (sennò si chiamerebbe fotografia della salvezza).

L’altra buona notizia è che per essere buoni genitori non serve avere appreso una buona tecnica, ma è necessario essere buone persone, e per essere buone persone (e felici) è necessario essere buoni cristiani. È sempre sul lavoro su noi stessi, dunque, che si fonda quello educativo. I bambini sono, come li chiama Edith Stein, “adorabili tiranni”: tendono cioè a ottenere il massimo del piacere col minimo sforzo. D’altra parte la loro anima è anche “naturaliter christiana”: hanno scritto nel profondo il senso del bene e del male. C’è insomma in loro, proprio come in noi grandi, il dualismo di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, nel famoso passo: “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La nostra vita, quella dell’uomo, è dunque un allenamento – portare a termine la corsa, combattere la buona battaglia – un lavorare su noi stessi per far morire la parte umana, e far fortificare la vita di Dio in noi, che è il senso del Battesimo, la possibilità di diventare figli di Dio. Noi possiamo fornire ai figli i rudimenti di questo lavoro che però poi anche loro devono fare da soli, proprio come noi. Allenare i loro muscoli, rafforzarli. E quindi mettere delle regole, avere il coraggio di non risparmiare loro tutte le sofferenze e le frustrazioni. La cosa fondamentale, infine, il cuore del lavoro educativo è introdurre i nostri figli al senso del sacro, mostrare loro che c’è qualcosa di davvero sacro, e che in quest’arca misteriosa si può entrare, in punta di piedi ma si può davvero, da quando Gesù è venuto. Il punto di Archimede della storia è lui, l’unica via verso la presenza santa e inaccessibile di Dio. Per questo è importante parlare di lui ai bambini con serietà, non dipingendolo come un bambinello biondo, melenso, ridicolo, poco più di un pupazzetto. E poi cercare di favorire incontri con persone significative, con qualcuno che porti anche a loro come è stato per noi l’annuncio della fede.

A un certo punto poi bisogna assumersi il rischio educativo, avere il coraggio di lasciarli sperimentare, di stare in panchina senza entrare in campo anche quando si vede chiaramente che i figli stanno sbagliando, col cuore sanguinante in mano, quando non c’è altro da fare che aspettare e pregare. Qui la mia saggezza si ferma, perché a questa fase non ci sono arrivata, e davvero qui la mia è solo teoria, solo nobili parole (lo so già che pedinerò i figli appostandomi agli angoli con impermeabile e baffi finti). Volevo però citare il passo del Vangelo di Luca, in cui tornando da Gerusalemme Maria e Giuseppe perdono Gesù, perché lo credono insieme al resto della carovana, al sicuro. Anche i nostri figli a un certo punto possono perdersi, quando noi li crediamo al sicuro con il resto della carovana, cioè con i coetanei. Volevo citarlo, dicevo, ma non l’ho fatto perché prima di me di questo aveva parlato con la massima competenza uno straordinario sacerdote, don Ugo Borghello, che da una vita fa il direttore spirituale proprio di ragazzi adolescenti, e che nonostante i suoi settantasei anni è sicuramente parecchio più giovane di me. Sarà la vicinanza con i ragazzi. Su di lui un altro post.

Infine ha tirato le conclusioni Emilio Fatovic, rettore del Convitto nazionale, che ha parlato del suo ruolo con grande energia, saggezza, trasporto. È un uomo che ha fatto del lavoro educativo tutta la sua vita (da maestro elementare, a professore delle medie, poi del liceo, poi vicerettore, infine il ruolo più alto) e che continua con passione a insegnare ai suoi ragazzi a essere curiosi, a sognare, e a perseverare nel sogno. Quando era bambino, orfano, allievo a sua volta del convitto, sognava di diventare rettore, forse perché il suo era stato per lui come un padre. Ha perseverato, lavorato, e ha realizzato il sogno. Mi ha fatto venire voglia di tornare a scuola. Stesso effetto anche a Pippo Corigliano. Ma, come ha detto lui, bisogna prima vedere se superiamo il test di accesso.

fonte:  http://www.costanzamiriano.com

 

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

Come trovare il partner ideale?

Immaginiamo un’inchiesta di massa a un gruppo di ragazzi/e single che sognano di trovare un giorno il vero amore.

L’inchiesta avrebbe una sola domanda aperta: “Come ti piacerebbe che fosse la persona con cui ti vorresti sposare?”

La lista di virtù sarebbe sicuramente molto lunga: buona, intelligente, generosa, onesta, prudente, paziente, affettuosa, lavoratrice, responsabile, fedele, leale, forte…

Alcuni/e segnalerebbero alcune caratteristiche un po’ più particolari, come sportiva, con buon gusto, che ami viaggiare, colta, che ami gli animali e la natura, che ami leggere, che balli bene.

C’è qualcosa di male nell’essere esigenti al momento di sognare il partner perfetto per noi? Assolutamente no. Dev’essere così. Ma l’esigenza con il/la futuro/a sposo/a dovrebbe essere esattamente la stessa che abbiamo nei nostri confronti.

Facciamo un esempio concreto: credete che un uomo intelligente, buono, responsabile e fedele si concentrerebbe su una ragazza con una minigonna cortissima, una scollatura generosa e un modo di parlare volgare e pieno di doppi sensi?

Sicuramente questo principe sognato, vedendo una ragazza che non si comporta come la “principessa” che anche lui sogna (con ogni diritto), se ne terrebbe alla larga.

Se è così buono e virtuoso, non trascorrerebbe neanche una notte con questa ragazza, perché un uomo “perfetto” non usa le donne.

La virtù chiama la virtù, il vizio chiama il vizio. Per questo si parla di circoli virtuosi o di circoli viziosi. Quando ci comportiamo in modo scorretto, questa azione porta come conseguenza un effetto negativo, e questo, a sua volta, genera un’altra cosa negativa e così via.

Lo stesso accade con la virtù. Sarebbe inaudito pensare che una persona con le caratteristiche menzionate si innamori davvero di qualcuno diametralmente opposto.

È molto raro vedere una donna prudente cadere tra le braccia di un ragazzo che si ubriaca al punto da perdere i sensi, o che una persona lavoratrice e responsabile ammiri qualcuno che passa di festa in festa fino all’alba e il giorno seguente manca all’università o inventa qualche scusa per non andare al lavoro perché è ancora in balia del doposbornia.

Se vogliamo davvero una persona virtuosa nella nostra vita – il che non vuol dire che sia perfetta –, allora dobbiamo lavorare anche noi per diventare la persona che ci piacerebbe avere come partner.

E non si tratta di fingere perché si innamorino di noi e poi tirar fuori la nostra vera personalità. Questo porterebbe solo molto dolore e un enorme insuccesso amoroso.

Si tratta invece di lottare ogni giorno per essere migliori, imparando a riconoscere i nostri difetti e cercando di migliorarli.

Questo ci insegnerà anche ad essere umili e caritatevoli con il prossimo e a capire che la perfezione in quanto tale non esiste, ma c’è una base minima di valori positivi e di virtù che permettono di continuare a crescere e di sviluppare quel circolo virtuoso che è un ingrediente necessario e imprescindibile per costruire un amore vero.

Dobbiamo essere esigenti con noi stessi. Pensiamo che tutto ciò che facciamo oggi avrà delle conseguenze – positive o negative – nel nostro futuro, immediato e non.

Dobbiamo essere la persona ideale che ci piacerebbe trovare per trascorrerci insieme il resto della nostra vita. Possiamo iniziare oggi.

La poligamia nel diritto di famiglia

freedom_tunisiaL’emancipazione della donna nel mondo arabo passa anche e soprattutto per le  modifiche al diritto di famiglia, dalla poligamia al diritto al divorzio. Una panoramica sui vari casi nazionali, con particolare attenzione a Tunisia, Marocco e Egitto. Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Come in Siria e Giordania e, in misura minore, Libia e Algeria. Nel processo di modernizzazione del diritto nel mondo arabo, che ha avuto luogo tra il XIX e XX secolo, il diritto di famiglia ha seguito un percorso molto più graduale e lento rispetto ad altri settori, come ad esempio il diritto commerciale o il diritto dei contratti, in considerazione del suo maggiore radicamento nella coscienza religiosa degli arabi e nella loro società. In questo campo, infatti, non si è mai optato per l’abbandono totale del diritto tradizionale a favore di modelli esterni, e i codici civili attualmente in vigore, frutto di questo processo di modernizzazione,non regolamentano il diritto di famiglia che, invece, è disciplinato in appositi testi dedicati allo “statuto personale”, al-ahwàl al-shakhsiyya.

A parte i paesi della penisola araba che (con alcune eccezioni) non hanno codificato il diritto di famiglia, e quindi continuano ad applicare la shari’a, negli altri paesi arabi dal Maghreb al Mashreq tale materia è disciplinata in testi che, pur condividendo una comune matrice sciaraitica (relativa, appunto, alla shari’a, ndr), sono diversi nello stile, nei contenuti e nel livello di modernizzazione conseguito. Ad esempio il Kuwait, che ha codificato lo statuto personale nel 1984, resta molto legato al diritto sciaraitico, così come l’attuale diritto yemenita, che con la legge 20/1992 e i successivi emendamenti del 1998, 1999 e 2002, concede ben poco a istanze riformiste, a differenza del diritto dello Yemen del Sud che con la legge 1/1974 poneva limiti e restrizioni a poligamia e ripudio. Quanto all’Iraq, nel 1959 era stata promulgata una prima legge sullo statuto personale di impianto decisamente laico che, pur non abrogando formalmente poligamia e ripudio, li rendeva, di fatto, quasi impossibili. In seguito a un intervento legislativo del 1978, la poligamia veniva addirittura proibita salvo consenso esplicito della prima moglie. D’altronde, secondo un’interpretazione riformista, nel mondo arabo oggi, tanto la poligamia quanto il ripudio non sarebbero ammissibili poiché non sussistono più le circostanze e le ragioni che li giustificavano in un dato contesto storico.

Attualmente, però, in Iraq si assiste a un ritorno alla tradizione sciaraitica: nel 2003, infatti, il Governo ad Interim ha abrogato il Codice dello Statuto Personale del 1959 e la nuova Costituzione, all’art. 41, rinvia al diritto confessionale per le questioni relative allo statuto personale. Il diritto applicabile ai musulmani iracheni è dunque la shari’a, con le diverse interpretazioni tra islam sunnita e sciita. Anche in Libano la Costituzione rinvia ai diritti confessionali, riconoscendo come ufficiali 17 confessioni religiose. Ma qui la situazione è ben diversa: i musulmani sunniti e sciiti non sono soggetti alla shari’a bensì alla legge ottomana del 1917 (primo esempio di modernizzazione del diritto di famiglia, ancora applicabile nell’Autorità Palestinese e in Israele per la popolazione musulmana), i drusi a una legge ad hoc del 1948, più alcuni emendamenti apportati nel 1962, mentre le diverse comunità cristiane seguono il loro diritto confessionale. La “rivoluzione” tunisina I risultati più “rivoluzionari” sono però quelli della Tunisia, che con il codice dello statuto personale del 1956 ha abolito formalmente sia la poligamia, sia il ripudio, attraverso un audace lavoro di ijtihad (interpretazione), che ha portato a ritenere la poligamia implicitamente proibita dal Corano. Infatti, da una lettura coordinata del versetto IV, 3 del Corano (“Se temete di non essere giusti con gli orfani, sposate allora di tra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non essere giusti con loro, una sola”) con il versetto IV, 129 (“Anche se lo desiderate, non potrete agire con equità con le vostre mogli”), si desume come la condizione di mantenere e di trattare equamente le mogli sia di fatto impossibile da realizzare, e quindi la poligamia non possa essere praticata.

L’art. 18 del codice di statuto personale tunisino, quindi, non solo inserisce una precedente unione tra gli impedimenti al matrimonio, ma sanziona il reato di bigamia con una multa e reclusione fino ad un anno e, ai sensi dell’art. 21, l’eventuale secondo matrimonio contratto in violazione al divieto di bigamia è nullo. Quanto al ripudio, atto che il diritto islamico considera riprovevole (come riportato in un hadith: “Dio non ha permesso nulla che Gli fosse più odioso del ripudio”), il codice tunisino lo abolisce. Il divorzio (introdotto in Tunisia quasi venti anni prima che in Italia) è quindi l’unica causa di scioglimento del matrimonio (artt. 29 e seguenti), ammesso soltanto in via giudiziale, in seguito a un tentativo di conciliazione da parte del giudice.

La Tunisia ha proseguito con le riforme, prevedendo ad esempio l’adozione (legge 27/1958), e continuando a riformare il codice di statuto personale. Con legge 74/1993, infatti, è stato modificato l’art. 23 per garantire uguali diritti agli sposi, abolire il dovere di obbedienza della moglie e sancire un obbligo di cooperazione in capo agli sposi per la gestione della vita familiare. Più recentemente, nel marzo 2008, è stato modificato l’art. 56 del Codice ed è stato introdotto l’art. 56 bis riguardante la custodia dei figli minori e il diritto di alloggio della madre o della persona che si occupa della custodia dei figli a spese del marito (legge 20/2008).

Anche se la Tunisia è oggi l’unico paese ad aver formalmente vietato poligamia e ripudio, in molti altri paesi islamici si cerca comunque di porre ostacoli procedurali a queste pratiche. Ad esempio le codificazioni di Siria (che nel 1953 è stato il primo paese arabo a promulgare una legge generale sullo statuto personale, poi riformata con la legge 34/1975), di Giordania (che ha visto una prima fase di codificazione nel 1956, una riforma nel 1976 e successivi interventi del legislatore nel 2001) e in misura minore di Libia e Algeria (entrambe del 1984) prevedono la possibilità di inserire nel contratto di matrimonio la clausola di monogamia, oppure richiedono il consenso obbligatorio della prima moglie o la previa autorizzazione da parte del giudice sia per la poligamia che per il ripudio, andando così a intaccare la posizione di preminenza tradizionalmente attribuita all’uomo. I progressi del Marocco.Anche il Marocco ha recentemente modificato il diritto di famiglia, promulgando nel 2003 un nuovo codice di statuto personale, Mudawana, che sostituisce il vecchio codice del 1958 e le modeste riforme del 1993. Il nuovo testo non fa alcun riferimento esplicito alla poligamia, pur inserendo all’art. 39 come causa di invalidità del matrimonio “un numero di mogli superiori a quello autorizzato dalla shari’a”, rinviando quindi al diritto religioso. Il matrimonio poligamico, tuttavia, deve essere autorizzato dal giudice, l’autorizzazione è subordinata all’esistenza di una giustificazione oggettiva ed eccezionale e alle disponibilità economiche del richiedente (art. 41), e la conclusione del secondo matrimonio è condizionata dalla conoscenza e accettazione da parte della seconda moglie del carattere poligamico del matrimonio. Inoltre l’art. 40 dispone che l’autorizzazione è esclusa se c’è il rischio che le mogli non siano trattate equamente e, soprattutto, se la prima moglie ha incluso nel contratto di matrimonio una clausola di monogamia. In ogni caso resta salvo il diritto della prima moglie a chiedere il divorzio in caso di un secondo matrimonio (art. 45).

Anche se la Mudawana marocchina prevede l’istituto del divorzio, va segnalato che è ancora in vigore il ripudio (artt. 78-93), che però assume sostanzialmente la forma di un divorzio, dato che deve essere autorizzato dal tribunale in seguito a domanda scritta da parte di uno degli sposi. Sembrerebbe quindi che il diritto di sciogliere unilateralmente il vincolo matrimoniale sia stato esteso anche alla donna (art. 78), ma in realtà ciò non è automatico bensì è subordinato al fatto che il marito le abbia riconosciuto tale diritto (art. 89).Il caso dell’Egitto Particolarmente interessante, infine, è il caso dell’Egitto, che da sempre si dibatte tra aneliti riformisti e tentativi di recuperare la tradizione islamica. La caratteristica principale delle riforme egiziane però è la mancanza di una codificazione generale del diritto di famiglia, a favore invece di interventi legislativi diretti a disciplinare alcuni aspetti circoscritti come ad esempio il diritto al mantenimento della moglie (legge25/1920), l’età minima per il matrimonio (legge 25/1929) o lo scioglimento del matrimonio (legge 25/1929). Le riforme sono proseguite negli anni Settanta, sotto l’impulso di Sadat, con la legge 44/1979 che ha limitato la poligamia, considerata un danno per la prima moglie e quindi presupposto per il divorzio in caso di un secondo matrimonio poligamico. Con l’ondata conservatrice che seguì l’omicidio di Sadat, ci fu una battuta d’arresto, la legge fu abrogata e poi sostituita dalla successiva legge 100/1985, che però risulta meno progressista: viene meno, infatti, l’equazione poligamia/danno alla moglie, e per ottenere il divorzio occorre provare di aver subito a causa della poligamia un danno economico o emotivo.

Ma l’entrata in vigore della legge 1/2000 ha segnato una tappa importante per la modernizzazione del diritto di famiglia egiziano. La legge, infatti,non solo ha reso più accessibile il khul’, cioè il diritto della moglie di richiedere direttamente al giudice il divorzio dietro rinuncia ai benefici patrimoniali derivanti dallo scioglimento del matrimonio, ma ha permesso il divorzio anche nel caso di matrimoni ‘urfi (matrimoni consuetudinari non registrati) e ha posto ulteriori limiti al ripudio. Ovviamente ciò ha scatenato forti reazioni da parte di quei sostenitori della shari’a che vedono in una maggiore emancipazione della donna una minaccia alla solidità della famiglia. Ciononostante il processo di modernizzazione non si è fermato: non solo nel 2003 la legge 1/2000 ha superato il vaglio di legittimità costituzionale, ma nel 2004 sono stati istituiti in Egitto i primi tribunali laici specializzati per il diritto di famiglia.Valentina M. Donini

Il pericolo della logofobia nel dibattito sui diritti delle coppie omosessuali (Pessina)

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni. L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi.
(COSA DICONO I PEDIATRI)

Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile.

La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali.

I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata. Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione.

Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare. La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana.

Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

(©L’Osservatore Romano 13 gennaio 2013)

 

Il matrimonio indissolubile come libera scelta

linus amoreIl 23 gennaio 1961, nel corso del pontificato del beato Giovanni XXIII, la Santa Sede istituì la festa dello sposalizio della Vergine Maria e di San Giuseppe. Un’occasione questa, per tutti gli sposi, per rinnovare le promesse matrimoniali. Un’occasione, altresì, per ricordare l’importanza del matrimonio cristiano, unico nel suo genere. Se pensiamo alla situazione della società all’avvento del cristianesimo, la posizione della Chiesa fu a dir poco innovativa, emancipata e in controtendenza per ciò che concerne il matrimonio. La Chiesa sosteneva, infatti, che tale sacramento doveva essere una libera scelta, e dunque, poteva avvenire solo ed esclusivamente previo consenso di entrambi gli sposi. La libertà di scelta da parte della donna sembra oggi una cosa scontata, ma in passato, ed in particolar modo prima del cristianesimo, la donna era considerata inferiore all’uomo e trattata alla stregua di una schiava e come oggetto di piacere.

Francesco Agnoli in una sua interessante pubblicazione del 2010, Indagine sul cristianesimo, analizza la storia dei cristiani e della Chiesa mettendo in evidenza il contributo apportato da quest’ultima allo sviluppo della civiltà occidentale. Nel capitolo terzo, intitolato Il cristianesimo e le donne, Agnoli descrive minuziosamente, attraversoun’analisi pressoché unica, come grazie alla Chiesa Cattolica la donna sia oggi libera da moltissimi vincoli e imposizioni, come quello, appunto, di non poter scegliere liberamente chi sposare o meno; nell’antichità, ad esempio, era il padre che decideva chi doveva sposare la figlia (cosa che succede tuttora nei paesi non cattolici come, ad esempio, l’India).La Chiesa, secondo gli insegnamenti del Cristo, promosse con audacia e fermezza un’immagine della donna differente rispetto al pensiero corrente, secondo la quale uomo e donna non vanno distinti perché sono uno parte dell’altro, entrambi sono “esseri viventi” e quindi con gli stessi diritti. In tal senso, lo storico Jacques Le Goff ci ricorda che nel quarto Concilio Lateranense (1215) la Chiesa formalizzò definitivamente il matrimonio, dichiarando che tale atto “non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti”. Una posizione di gran lunga avanzata rispetto all’epoca. Il matrimonio diventa così impossibile senza il mutuo consenso, e perché questo si realizzi la Chiesa farà tutto il possibile, come istituire le cosiddette “pubblicazioni”, la presenza di “testimoni”, il “processetto matrimoniale”, usato dall’autorità ecclesiastica per verificare o meno l’autenticità della richiesta di matrimonio da parte dei futuri sposi, ed infine il consenso definitivo. Tutto ancor oggi in uso. Si può dunque ben comprendere ora l’importanza e l’unicità del matrimonio cristiano, non solo da un punto di vista religioso, ma anche storico e sociale. Ecco allora che la festa dello sposalizio tra la vergine Maria e San Giuseppe assume una valenza fondamentale per i cristiani. Il carattere verginale, poi, testimonia la perfetta comunione degli spiriti tra i due santi sposi, nonostante l’assenza dell’atto sessuale. Con ciò si comprende che il matrimonio cristiano non si riduce all’atto fisico tra uomo e donna, seppur doveroso e momento bellissimo di comunione tra la coppia, ma che la vera unione passa solo e solamente attraverso Gesù Cristo; solamente con Cristo, infatti, è possibile accogliere pienamente l’altro, donarsi in piena libertà, e dunque, amarsi.“Nessuna coppia è chiamata al matrimonio esclusivamente per la propria soddisfazione. Ogni coppia sposata è un dono per la chiesa e per il  mondo, per essere icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, e che sacrifica se stesso per lei, fino sul talamo della croce”: nella Chiesa di San Carlo Borromeo a Londra è esposta un’icona moderna di rara bellezza e particolarmente interessante, intitolataNotre Dame dell’Alliance, la quale racchiude in sé tutta la teologia, il significato e il pensiero della Chiesa Cattolica sul mistero sponsale. L’icona raffigura due sposi entrambi abbracciati dalla Vergine Maria, con le mani appoggiate delicatamente sulle spalle, a simboleggiare la Chiesa che accoglie nel proprio “seno” i novelli sposi, proprio come una madre, accompagnandoli senza forzarli; al centro, invece, tra i due, c’è Cristo, “sempre presente nel cuore della sua Chiesa”, che tiene per mano i due sposi, come per calmare le loro paure e ansie, ed infine rafforzarli. Nel matrimonio, infatti, gli sposi fanno un’alleanza con Dio valida per tutta la vita, della quale la Chiesa fa da tramite, testimone e garante, accompagnando e sostenendo, in quanto madre, gli sposi nel oro nuovo percorso ed offrendo loro i doni dell’eucarestia e della parola di Dio, senza i quali non è possibile vivere la vita cristiana (di conseguenza il cosiddetto “cristiano non praticante” non può sussistere) e tanto più il matrimonio. Germano Pattaro, sacerdote veneziano, diceva che “Dio fa visita agli sposi nel loro matrimonio, a questo appuntamento non vuole mancare, fa parte della comunione d’amore instaurata dal Signore con ogni cristiano già dal momento del battesimo”.

Tale sacramento in sostanza, per i cristiani, poggia “le proprie fondamenta sulla “roccia”, che è Gesù Cristo (“maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore”), e se c’è Gesù Cristo, roccia di salvezza, la morte non prevarrà, in quanto, diceva San Giovanni Crisostomo, “la sua debolezza è più forte della fortezza umana”. Ecco allora che la festa dello sposalizio della Vergine Maria e San Giuseppe, sposi e famiglia per antonomasia, immagine perfetta dell’amore di Dio, della Santissima Trinità e comunione di infinito amore, invita tutti a seguire il loro esempio, ossia, essere immagine del volto di Cristo attraverso la vita sponsale.

di Pietro Barbini

I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

Ringrazio Dio per questa sterilita’ feconda

adozioneDico brevemente di me. O meglio di noi, me e mio marito Gabriele. Ci siamo sposati nel 2010 e da lì il buon Dio ha deciso di farci accompagnare dai nostri primi due figli per un piccolissimo pezzetto di strada, subito poi preferiti e richiamati a Lui. Dopo alcune vicende mediche complesse e il desiderio di poter diventare madri e padri che accresceva ogni giorno, i medici ci hanno detto che non avremmo più potuto avere figli. Ovviamente il contraccolpo, anche e soprattutto per le vicende attraverso cui eravamo passati negli anni precedenti, è stato grosso. Cosa c’entrava dunque quel desiderio di maternità e paternità che avevamo nel cuore, che non ci eravamo messi noi, che continuava a crescere? A crescere, sì. Perché il paradosso è che dopo quella diagnosi, che ci aveva come tagliato le gambe, quel desiderio si è fatto più forte. Io, seppur con un po’ di rabbia e un po’ di tristezza, avevo la stessa identica domanda che mi urgeva: questo desiderio nel cuore non me lo sono messo io, ora Tu in qualche modo devi compierlo. Però, perché io sono la donna dei però, se c’era una cosa che mi faceva davvero innervosire era quando alcuni amici mi parlavano di “modi diversi di essere madri e padri”, quando sentivo questa cosa mi infuriavo.
Finché Luca ci hai invitato al Pellegrinaggio di inizio anno di Famiglie per l’Accoglienza. E lì un contraccolpo infinito: non gente triste o che aveva optato per un ripiego (scusate i termini, ma era ciò che io pensavo all’inizio) ma gente felice, piena! Era davvero desiderabile. Così abbiamo incominciato a cercarvi, desideravamo capire perché eravate così e guardarvi. Stare con voi. Abbiamo iniziato a vedere alcuni di voi un po’ più spesso. Un’amicizia che era una condivisione fino alla “piccolezza” che mi sentivo o al dolore che avevo nel cuore.
Fino alla proposta di iniziare i minicorsi per l’adozione. E lì il primo regalo immenso. Una sera, a metà del percorso, tornando a casa con mio marito in macchina gli ho detto: «Questa sera per la prima volta mi è venuto da ringraziare il buon Dio per la nostra sterilità». Perché avevo davvero percepito che lì dentro, proprio in quello che a noi sembrava il più grosso impedimento, c’era una promessa di fecondità e pienezza infinita. E più guardavo le coppie che ci tenevano il corso più dicevo: io voglio essere così. E mi sentivo preferita! Perché non dovevo tagliare fuori nulla, nulla. Nemmeno la fatica o il dolore. Ma c’era una promessa infinita. E non solo, avevo sotto gli occhi la testimonianza di questo: gente piena, feconda.
La faccio breve: a dicembre abbiamo presentato la domanda di adozione in tribunale. Da lì è proseguita l’amicizia con alcuni di voi. Avevamo sotto gli occhi una bellezza e un’abbondanza inimmaginabili.
Ma il buon Dio aveva in serbo per noi ancora qualcosa di diverso. E così dopo poco più di un mese dalla consegna della domanda, la scoperta di questa gravidanza, sotto lo sconcerto generale dei medici, che di fronte a quel fatto, che era li anche davanti ai loro occhi, ancora mi guardavano e mi dicevano: «ma signora, lei non può avere figli!» Fino alle dimissioni con il referto più simpatico: «Accettazione: paziente nota per sterilità. Dimissioni: gravidanza iniziale».
Ci stava chiedendo ancora di abbandonarci. Lui può davvero tutto. Anche dove tutto il mondo dice l’opposto, Lui può tutto. Nei mesi successivi guardavo mio marito e ancora una volta mi sono sentita addosso una preferenza infinita. Ma non per il fatto della gravidanza in sé, di certo miracolosa e senza nulla togliere a questo dono immenso per cui siamo così grati. Mi dicevo: ma noi non saremmo potuti arrivare così, io e te, ora, ad accogliere questo dono, perché più che accoglierlo con gratitudine e custodirlo non puoi fare, senza tutto il percorso fatto finora. E la cosa che mi sconvolge, perché se vuoi un po’ è strana, è che più penso a come vorrei guardare mia figlia, più continuano a venirmi in mente i volti di alcuni di voi. Essí che siamo circondati da amici con tre, quattro figli biologici. Invece no. Marta e Raffaele con Enrico. Somma e Gabri con Matteo e Miriam.
Somma, all’incontro con Filonenko avevi chiuso parlando di un abbraccio che precede qualsiasi iniziativa. Abbraccio a cui a noi é chiesto di cedere con un sì, difficile da dire, ma che ci rende capace di essere testimoni di speranza per i nostri figli.
Io desidero guardare nostra figlia Francesca così. Per questo la domanda insistente di questi mesi è che possa continuare ad essere accompagnata da voi, che mi siete testimoni in questo. E per questo sono qui.
Annalisa

Ho avuto un solo uomo, tuo padre (Oliviero Toscani)

OLIVIERO TOSCANI (Non sono obiettivo, Feltrinelli 2001):
«Ieri mia madre mi ha detto: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. All’improvviso si sono sgretolati anni e anni di liberazione sessuale, di convincimenti libertari, di mentalità radicale. Tutto quel che avevo creduto una conquista civile si è ridimensionato di fronte a quella semplice affermazione: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. Sono stato messo di fronte alla debolezza di ciò che credevo essere la modernità, con la forza di chi afferma un principio antico, senza la consapevolezza di essere, lei sì, la vera rivoluzionaria. Mi sono domandato: sono più avanti io che ho vissuto e teorizzato il rifiuto del matrimonio, l’amore libero e i rapporti aperti o lei che per una vita intera è rimasta fedele ad un solo uomo? Senza essere Gesù Cristo mi sono sentito il figlio di Dio e mia madre mi è apparsa come la Madonna: in modo naturale, come se fosse la più ovvia delle cose, lei ha impostato tutta la sua vita su concetti che oggi ci appaiono sorpassati, ridicoli: la felicità, l’onestà, il rispetto, l’amore. Mentre penso che non c’è mai stata in lei ombra di rivendicazioni nei confronti del potere maschile mi rendo conto che non esiste nessuno più autonomo di lei. Nessun senso di inferiorità l’ha mai sfiorata, perché le fondamenta della sua indipendenza erano state scavate nei terreni profondi della dirittura morale, della lealtà, della giustizia, dell’onore e non sulla superficie di ciò che si è abituati a considerare politicamente corretto. Il rispetto e la timidezza con cui guardava mio padre e l’educazione che mi ha dato a rispettarlo non avevano niente a che vedere con le rivendicazioni dei piatti da lavare.
Mia madre non si è mai sentita inferiore perché ci serviva in tavola un piatto cucinato per il piacere di accontentarci e di farci piacere; o perché lavava e stirava per farci uscire “sempre in ordine”. Sono consapevole che sto esaltando il silenzio e quella che le femministe hanno drasticamente definito sottomissione. Ma non posso fare a meno di interrogarmi sui veri e falsi traguardi dell’emancipazione, su ciò che appartiene ai convincimenti profondi e su ciò che non è altro che sterile battibecco. Nella ricerca dei valori che dovrebbero educarci a un’etica meno degradata di quella improntata al principio del così fan tutti, mia madre è un esempio di anticonformismo e di liberazione: lei è davvero affrancata dagli stereotipi e dai bisogni indotti della società massificata. Per conquistare obiettivi importanti e sicuramente oggi irrinunciabili siamo stati costretti ad abdicare alla nostra integrità. Noi abbiamo perso la “verginità”, non lei.»

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)

“Io, Amani, sepolta viva in Siria, ho riconquistato in Italia la mia libertà”

1427122510-amani1La Siria l’avevo conosciuta solo sui libri di scuola e su Google. La Siria dell’Eufrate, della Mesopotamia. Ero sicura che mi avrebbe affascinato con i suoi colori e i suoi silenzi. Mi presentai all’aeroporto in jeans bianchi, maglietta, bianca, capelli piastrati, unghie dipinte di rosso e Ray-Ban nuovi. Avevo però dentro un vago senso di inquietudine…». Ad aspettarti sul letto trovi un velo e tre vestiti… «Da indossare uno sopra l’altro. Quello da quel giorno avrebbe dovuto essere il mio abbigliamento. Quel giorno ho scoperto che esistono mondi paralleli che seguono la stessa linea del tempo. Io ero finita dentro uno di quei capitoli di storia dove si parla di una popolazione remota, ormai estinta».

Il peggio però doveva ancora arrivare…

«Scopro la verità. Mi dicono che sono stata portata in Siria per sposare un cugino, cattivo e violento, che non tornerò mai più in Italia, che dovrò vivere sottomessa. Dovevo diventare niente. Perché lì le donne sono niente…».

Cosa ti salva la vita, cosa ti fa tornare in Italia?

«Uno zio e la mia forza di volontà. Io ho lottato per tornare. Questo devono capire le ragazze che si trovano a vivere una situazione come la mia, devono tenere i denti stretti, devono esplodere di energia, di entusiasmo per la lotta. Io ero talmente piena di vita che non abbassavo la guardia mai. Per 399 giorni non mi sono mai piegata anche se tutto il mondo era contro di me. Mi dicevo: non mi avranno mai. Piuttosto morta…».

Ci sono altre ragazze in Italia in situazioni come questa?

«A Rimini conosco una ragazza durante una presentazione, mi dice: grazie alla tua storia adesso ho il coraggio di denunciare i miei genitori. Mio padre mi picchia, non vuole che io vada a scuola, mia madre è complice. Io voglio andare a scuola, non voglio portare più il velo. Ci siamo scambiati i contatti, ci siamo sentiti su facebook per un pò…»

E poi…

«Passa del tempo, mi dice che deve partire per una vacanza con i suoi genitori, che la situazione in casa era cambiata, il biglietto aereo era andata e ritorno. Ho pensato: anche il mio lo era… É arrivata in Marocco ed è sparita nel nulla. Ce ne sono tantissime come lei.

La scuola cosa fa?

«Molte prof mi dicono: ma noi come possiamo aiutarle? Una mi racconta: ho una ragazza indiana, diciotto anni, il padre ha scoperto che ha un fidanzato. Gli ha detto: o ti sposi il ragazzo o torniamo in India o ti ammazzo. Scegli tu. La prof ha avuto il coraggio di andare dal padre. Lui non è una persona cattiva: è che pensa di essere nel giusto. Che è peggio di essere cattivi».

Te lo chiedo anch’io: come possiamo aiutarle

«Non è facile perchè loro non parlano. Stanno zitte, non dicono niente, vivono nel loro piccolo mondo».

Perché non si ribellano?

«Per il terrore dei genitori. Tuo padre ti mette in un contesto di terrore. Io ricordo il mio con mia sorella. Lei lavorava in una fabbrica d’oro e poi subito a casa. Viveva praticamente in pigiama. Quando si ribellava le prendeva da sanguinare. Ma mia sorella rispondeva, ha un bel caratterino».

Perché non sono tutte come te?

«Io sono innamorata della vita. Io le donne le voglio libere. Fosse per me griderei libertà per le mie cugine, per le spose bambine per tutte le donne del mondo, per tutte le donne».

Adesso sei tornata in Italia, hai una figlia, la tua vita. Adesso come stai?

«Adesso sono felice…»

Hai chiamato tua figlia Vittoria perché la tua battaglia è finita con una vittoria...

«É così. Vittoria è una bambina bellissima: una forza della natura incredibile».

Certo, se ha preso da mamma…

da: http://www.ilgiornale.it/

 

Insomma, perchè la famiglia? (Pino Pellegrino)

foto_famigliaParliamo di fatti provati in lungo e in largo da migliaia di psicologi i quali hanno accertato il bisogno innato di amore di ogni neonato umano. Bisogno che, per essere soddisfatto, deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.

Secondo noi, le ragioni di fondo che spiegano il perché della famiglia, intesa come nucleo di società umana formata da un uomo e da una donna che hanno intenzione di perdurare nella loro unione e di aver figli, le ragioni di fondo, dicevamo, sono due.
La prima è il fatto che l’uomo ha un innato bisogno di appartenenza.
Nessuno ama essere figlio di nessuno!
In altre parole, tutti nasciamo con il bisogno di una qualche paternità e maternità.
Un bisogno innato e così naturale per cui al piccolo dell’uomo non interessa tanto (si noti!) chi lo mette al mondo; interessa chi si prende cura di lui!
Se i tre o quattro bambini che nascono mentre state leggendo questa riga potessero parlare, direbbero: “Non siamo pietre: non ci basta esistere. Non siamo piante: non ci basta respirare. Non siamo bestie: non ci basta mangiare. Siamo uomini: abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi: bisogno d’essere fatti propri da qualcuno!”.
Ecco: siamo così fatti, d’aver tutti bisogno di un secondo cuore. Chi lo trova, vive; chi non lo trova, muore. Non stiamo scrivendo sopra le righe. Stiamo parlando di fatti provati in lungo e in largo da mille psicologi i quali hanno accertato al cento per cento il bisogno innato di amore di ogni neonato umano.
Bisogno che per essere soddisfatto deve avere questi caratteri: essere costante, personalizzato e totale.
Ebbene, solo un grembo familiare può dare al piccolo un amore con questi tre connotati. Ci spiace che lo spazio ci impedisca di provarlo nei dettagli (l’abbiamo fatto altrove).
Ma, pur nella brevità, desideriamo che si sappia che siamo proprio convinti di ciò che diciamo, cioè che la famiglia è l’istituzione ideale per soddisfare il bisogno di appartenenza, il bisogno naturale d’amore dell’essere umano con i tre connotati accennati.
Qualora si trovasse un’istituzione che rispondesse meglio a tale necessità di fondo, saremmo i primi ad abbandonare la famiglia e ad abbracciare la nuova soluzione. Ma fino ad oggi non si è trovata! Né, siamo convinti, si troverà mai, a meno che non cambi l’identità dell’uomo!
La seconda ragione che spiega il perché della famiglia è il fatto che l’uomo, tra tutte le specie animali, è quello che nasce il più inetto.
Potremmo dire che nasciamo, tutti, troppo presto; a differenza degli animali che nascono non inetti, ma atti!
Il piccolo della giraffa, ad esempio, riesce a stare dritto sulle proprie gambe appena venti minuti dalla nascita; lo stesso vale per i pulcini della gallina, per i piccoli dei passerotti, delle quaglie, subito pronti per la vita autonoma.
Il piccolo dell’uomo, invece, dopo la nascita ha bisogno di continuare a nascere.
Ciò può avvenire (è qui che scatta il ragionamento!) solo se vede qualcuno che già viva da uomo e gli faccia da modello. L’uomo cresce solo all’ombra di un altro uomo.
Anche questa è una legge naturale, come quella del secondo cuore.
Non è il rapporto con le cose che ci fa crescere; neppure il rapporto con gli animali, ma solo il rapporto con altri uomini cresciuti.
In una parola: il bambino, per crescere, ha bisogno di incontrarsi, fin dalla nascita, con un uomo ed una donna ‘adulti’, nel senso proprio della parola (adulto, cioè cresciuto).
Fin dalla nascita, abbiamo detto.
È abbondantemente provato, infatti, che sono i primissimi anni a guidare la vita intera.
È impossibile crescere uomini se non si è accolti amorevolmente, fin dalla nascita, da qualcuno che ci insegni i primi elementi della grammatica umana.
Tiriamo la somma:

.. Ha ragione l’antropologa Margaret Mead (1901-1978): “Per quante ‘comuni’ (convivenze a più) si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto”.
Bersagliare la famiglia è sparare alla Croce Rossa! In questo caso dobbiamo concordare con Giuseppe Mazzini (1805-1872): “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro!”.

DITEMI SE NON È UN MARITO STUPENDO!
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro, quando con il parafango andò ad urtare il paraurti di un’altra auto.
Si mise a piangere quando vide che era una macchina nuova, appena ritirata dal concessionario.
Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell’altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente ed i dati del libretto.
Quando la donna cercò i documenti in una grande busta marrone, cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile c’erano queste parole: “In caso di incidente, ricorda, tesoro, che io amo te, non la macchina!”.
Parole d’oro che riportarono la primavera nel cuore della donna!

DITEMI SE NON È UNA MOGLIE STUPENDA!
“Vi sono donne che dicono: “Mio marito può pescare, se desidera, ma i pesci li dovrà pulire lui!”. Non io!
A qualunque ora della notte io mi alzo dal letto e lo aiuto a disporre, pulire e salare i pesci. È così bello noi due soli in cucina, ogni tanto i nostri gomiti accanto. E lui dice cose del tipo: «Questo mi ha dato del filo da torcere. Luccicava come l’argento, quando balzò in aria…!». E mima il salto con la mano. Attraversa la cucina, come un profondo fiume, il silenzio del primo incontro.
Infine i pesci sono sul piatto, si va a dormire.
L’aria balugina d’argeno: siamo marito e moglie”. (Adelia Prado)

La “grazia” di un figlio down raccontata da una giornalista

Più che per le affermazioni di principio, la battaglia a favore della vita passa attraverso l’aiuto e la condivisione. Lo insegna la storia personale di Gina, una giornalista americana che ha dato alla luce il proprio unico figlio grazie al supporto che le offrirono durante la gravidanza le suore della comunità Sisters of Life. Religiose, queste, che sono consacrate sotto uno speciale, quarto voto – oltre quelli di povertà, castità e obbedienza – che consiste nel proteggere “la sacralità della vita umana”.

Ed è proprio sulla pubblicazione delle Sisters of Life che Gina ha deciso di raccontare la sua vicenda. La quale affonda le radici nell’evocativa data dell’11 settembre 2001. Quel giorno Gina, come inviata di AbcNews, assiste in presa diretta alla tragedia che si consuma a Ground Zero. Un’esperienza che la segna profondamente, tanto da indurla a prendersi dopo qualche settimana un periodo di vacanza per ritrovare “equilibrio nella propria vita”.

La meta di viaggio che Gina sceglie per riacquisire serenità è l’Italia. “Avevo sempre desiderato andare in Vaticano ed ero molto attratta da Giovanni Paolo II” , spiega. Durante il viaggio nel Belpaese, Gina conosce e si innamora di un uomo, con il quale inizia una relazione. La distanza non rappresenta un ostacolo per i due, che ad un certo punto iniziano anche a parlare di matrimonio. È proprio in quel momento, che Gina scopre di esser rimasta incinta.

La prospettiva di diventare genitori entusiasma la coppia, fin quando durante un controllo prenatale viene diagnosticata al nascituro la sindrome di Down. Un fulmine a ciel sereno, “scioccante” e “straziante”. Gina ricorda le notti quasi totalmente passate insonni, costellate di risvegli improvvisi “con un soffocante senso di disperazione, tristezza, paura”. Sentimenti aggravati dalle pressioni da parte del proprio ginecologo e del padre del piccolo, i quali cercano di persuadere Gina a interrompere la gravidanza.

In uno stato di vulnerabilità e profonda sofferenza, Gina cede a queste nefaste sirene e fissa un appuntamento per abortire. Di qui un senso di “disperazione assoluta” che perdura fin quando un’ancora di salvezza viene gettata improvvisamente in suo aiuto e del piccolo che porta in grembo. Àncora che indossa l’abito talare e ha la voce paterna di “un meraviglioso sacerdote che non mi ha fatto sentire abbandonata”, sostiene Gina.

Oltre a sostenere Gina con le parole adatte quando la incontra di persona, il prete innesca una vero e proprio circolo virtuoso: “una montagna di altre persone che ‘bombardavano’ il cielo con preghiere per me e per il mio bambino”. È in questa fase che nella coscienza di Gina inizia un vero e proprio conflitto tra la scelta di abortire o meno. “Il potere della preghiera non può mai essere sottovalutato – afferma pensando a quei giorni – perché nel mio cuore la paura stava prevalendo”.

Paura che si contrae gradualmente a seguito dell’incontro con le Sisters of Life, alle quali le consiglia di rivolgersi un sacerdote. Dopo un periodo di contatti telefonici con queste suore, Gina prende una decisione radicale: lascia il proprio compagno e si ritira per un periodo nel convento del Sacro Cuore di Gesù, dove risiedono le religiose. È qui, nell’intimo della preghiera e di una rinnovata relazione con Dio, che Gina acquisisce una sensazione “di leggerezza e di pace”, attraverso la quale a poco a poco riesce a formulare il proprio “sì” dinanzi alla prospettiva di diventare una madre – per giunta single – di un bambino Down.

Ma gli ultimi residui di tentazione di abortire crollano una mattina, nella sala colazioni del monastero. Gina si trova da sola, seduta al suo tavolo, quando si accorge della presenza di un’altra persona: un ragazzo down addetto alle pulizie. In quel momento, forse per il turbamento, fa cadere un vassoio a terra. Si china per raccoglierlo e, rialzando lo sguardo, si ritrova faccia a faccia con il giovane che la accoglie in un tenero abbraccio. Un idillio che dura poche decine di secondi, ma che assume il valore di una svolta nella vita di Gina. Qualche giorno più in là torna a casa e matura la decisione di accogliere quel bambino che cresce dentro di lei. Accoglienza che si concretizza qualche mese dopo, con la nascita di Angelo.

La sua testimonianza odierna è eloquente: “Onestamente, ringrazio Dio ogni giorno, perché Angelo mi ha salvata. Davvero. È molto importante dire che un bambino con disabilità non ci indebolisce, anzi ci rafforza”. Gina ammette che “è come se una parte di me che era insensibile sia stata accesa per prendersi cura di lui. Ho scoperto cose di me stessa che non conoscevo”. Soprattutto, ha conosciuto l’essenza vera della gioia, quella di un bambino che non lesina mai sorrisi e affronta con forza le difficoltà.

Racconta Gina che “a causa della sindrome di Down, Angelo ha l’artrite e passa ore tra fisioterapia, logopedia e altre attività di sostegno medico”. Ma, nonostante questo, trasmette positività e voglia di vivere ogni singolo giorno come fosse un dono. “Ora conosco – sospira Gina – la gioia profonda che si prova quando si compie la volontà di Dio”. La donna riavvolge il nastro della memoria e pensa che un tempo non avrebbe mai immaginato di diventare madre di un bambino down. Eppure oggi, dopo quell’incontro provvidenziale, sa che la nascita di Angelo è stata una “grazia”.
Federico Cenci –www.zenit.org

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

La poligamia? No grazie

Quando aveva dieci anni, Lola Shoneyin vide su un giornale la foto di un noto personaggio locale circondato dalle sue tre mogli: portavano lo stesso nastro nei capelli, gli stessi merletti, lo stesso sorriso. Fantastico, pensò, se lei e le sue amiche si fossero sposate con il medesimo uomo. Sarebbero andate a fare compere tutte assieme, al ristorante sempre insieme, si sarebbero vestite con abiti uguali, come sorelle. Espose la sua teoria a sua madre, che non reagì con l’atteso entusiasmo: «sembrano felici, in realtà sono tristi e acide».

Qualche anno dopo si accorse che i suoi genitori scoraggiavano i fratelli più grandi ad uscire con ragazze provenienti da famiglie poligame (mentre, a differenza di molti altri nigeriani, non avevano nessuna preclusione sull’etnia). Ribellandosi quantomeno all’ingiustizia di vedere giudicate delle donne in base alle scelte dei padri, Lola protestò. Sua madre rispose che i figli cresciuti in famiglie poligame erano spesso educati a essere infidi e ambigui. Lei stessa aveva condiviso il padre con fratellastri nati da cinque mogli. (SCHEDA COSE’ IL MATRIMONIO)

Un quarto di secolo dopo è proprio alla descrizione dei rapporti che si instaurano in una famiglia poligama – al cui interno vive il 30 per cento delle donne nigeriane – che la poetessa di Ibadan ha dedicato il suo primo romanzo: Prudenti come serpenti (traduzione di Ilaria Tarasconi, 66thand2nd, Roma, pagg.256, euro 16), finalista all’Orange prize. Una commedia umana polifonica dove quattro mogli raccontano in prima persona una faida senza esclusione di colpi. Donne con educazione, cultura, religione e provenienza sociale differente, angeliche agli occhi del marito, ricorrono a ogni tipo di espediente per assicurarsi il favore del facoltoso poligamo e garantire il più possibile a se stesse e alla loro progenie. Una lotta all’ultimo sangue che assorbe energie, sperpera ricchezze, abbrutisce le persone mettendo a repentaglio la vita dei più deboli.

Prudenti come serpenti pare una metafora della Nigeria odierna, resa ricca dal petrolio, ma incapace di fare tesoro di questa ricchezza, devastata com’è da corruzione e lotte fratricide tra culti, culture ed etnie differenti. «Sì, sotto molti aspetti è una metafora del mio paese – afferma la scrittrice 38enne –. Spesso m’interrogo sulla cacofonia che esiste in uno stato dove si parlano più di duecento lingue. C’è un’opprimente sensazione di sfiducia e sospetto. Ci fu una guerra civile 40 anni fa, più di un milione di persone morirono. Molti covano ancora l’amarezza di quell’ingiustizia e in alcune regioni credono di essere destinati a guidare il paese. Anche con l’alfabetizzazione, c’è sempre un abisso tra chi è istruito e chi crede che la sopravvivenza dipenda soprattutto dalla furbizia. Con tutto questo rumore di fondo, coloro che hanno il potere parlano di un’unità nazionale che non esiste, che è impossibile!».

«Ho sofferto troppo nella mia vita per permettere a quella specie di ratto di rovinare tutto. È laureata, e allora? Quando ci ritroveremo dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, ci chiederà se siamo andati all’università? No! Ma vorrà sapere se siamo stati prudenti come serpenti, perché è così che la Bibbia ci chiede di essere» sentenzia una delle spietate mogli del poligamo. Nel romanzo, come nella realtà, soldi, privilegi, istruzione, provenienza etnica, religione, genere dividono i nigeriani. «La corruzione e il petrolio hanno dato a persone immeritevoli accesso a molto denaro. È chiaro a tutti che non è stato guadagnato onestamente, e questo ha cambiato l’attitudine delle persone verso il duro lavoro e i risultati costruttivi.

Troppa gente oggi vuole arricchirsi facilmente» spiega la scrittrice che alla domanda se quello religioso sia un conflitto reale o creato ad arte per manipolare la popolazione risponde «La tensione religiosa è stata alimentata sia dai potenti sia dagli estremisti. Per esempio, almeno un terzo della mia famiglia è musulmano. Mio nonno lo era, finché non si è convertito al cristianesimo negli anni 40.

Questa è la storia di molti nigeriani del Sud Ovest e del Nord. La differenza di religione solo raramente è stata causa di conflitto nelle famiglie, ancora meno nelle comunità. Ma con la schiacciante povertà e disoccupazione che attanaglia il paese, politici potenti fanno il lavaggio del cervello a giovani uomini e donne e li trasformano in fanatici. Queste persone vulnerabili sono strumenti per destabilizzare il governo e instillare la paura nella gente». Lola Shoneyin ha sposato il figlio del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka che continua a denunciare i pericoli del fanatismo religioso, proponendo una sorta di nuovo umanesimo centrato sul riconoscimento della dignità del corpo umano e sul rispetto della scelta individuale.

Le cause della sterilita’ e la vittoria dell’affido e dell’adozione

La sterilita’ biologica è una delle piaghe silenziose che stanno affliggendo la nostra societa’. Tante sono le cause che hanno minato la fecondita’ sponsale; puo’ essere di beneficio analizzarle per aiutare quella pastorale familiare che sarà al centro del prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia nel mese di ottobre.

Il primo ostacolo che produce la sterilità è legata principalmente al fattore dell’età. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una catechesi del mondo che ci ha spinti a cercare prima la realizzazione personale e dopo aprirsi alla missione di formare una famiglia. Se nei tempi passati era necessario essersi laureati o aver trovato un lavoro, ora le precondizioni per sposarsi sono molto più esigenti. Sembra essere diventato necessario avere una casa di proprietà, essere affermati nella propria carriera, avere accumulato una somma di denaro adeguata necessaria per affrontare eventuali imprevisti. Questo modo di pensare ha condotto i futuri sposi a rimandare di tanti anni il loro progetto di amore.

Oltre a questo aspetto vi è un secondo molto diffuso nei nostri tempi: la scelta della convivenza invece del matrimonio. Oggi assistiamo a tante coppie di fidanzati che prediligono una scelta provvisoria invece di scegliere il legame definitivo del matrimonio. E’ interessante notare che non si tratta solo di una questione religiosa, perchè tantissime coppie rifiutano anche il matrimonio civile.

Questa provvisorietà è frutto sicuramente di una insicurezza sulla propria relazione affettiva, e questa incertezza blocca o limita l’apertura alla vita. Il matrimonio è per sua natura una alleanza per tutta la vita, nella quale ognuno si impegna ad amare l’altro nella buona e nella cattiva sorte. La promessa di amare la moglie o il marito è precondizione che apre ad accogliere i figli e ad impegnarsi ad educarli e amarli per tutta la vita. Questi presupposti di amore, tipici del matrimonio, sono infranti dalla scelta della convivenza. E se le coppie conviventi decidono di aprisi alla vita, normalmente si fermano ad avere uno o al massimo due figli.

Vi è un terzo elemento che viene poco pubblicizzato dai mezzi di comunicazione che causa la sterilità: il fattore ambientale. Quando si parla dell’inquinamento ambientale uno normalmente lo associa ai problemi di salute che possono insorgere, come l’aumento del numero di tumori o di nuove malattie sino a questo momento sconosciute. Poco invece si lega la salute ambientale alla fecondità della coppia. Le statistiche sulla sterilità confermano questa tesi: le zone del pianeta dove la natura è rimasta intatta e dove si continuano ad utilizzare prodotti naturali per nutrirsi e per curarsi, registrano un altissimo grado di fertilità. Da questo di deduce che anche i ritmi frenetici sono un fattore determinante per il concepimento di una nuova vita umana.

Davanti a queste problematiche, una buona pastorale familiare deve offrire delle soluzioni alla piaga della sterilità che arriva a toccare la profondità del’animo dell’uomo e della donna. E quando si parla di sterilità bisogna evitare di cadere nell’errore di considerarla come la mancanza assoluta di figli. Sterilità è anche quando una coppia si trova dentro l’età fertile e non arriva un figlio anche avendo avuto altri figli. Il desiderio di maternità e paternità non è legata all’avere già figli, ma è un progetto sempre nuovo di accogliere una vita anche avendo vissuto varie volte la meravigliosa esperienza del dono della genitorialità.

In questo contesto di sterilità biologica esistono due forme di accoglienza della vita che fioriscono dalla fecondità spirituale: l’adozione e l’affido. Queste forme di genitorialità nascono da una fecondità spirituale e presuppongono una disponibilità ad aprire il proprio cuore a bambini che sono stati concepiti da altri.

Scegliere l’affido o l’adozione è una decisione che matura dentro la coppia. Normalmente l’adozione è scelta delle coppie più giovani senza figli o coppie abbastanza giovani che desiderano avere un altro figlio. L’affido è una forma di accoglienza ideale per coloro che sono avanzati in età, hanno già figli e desiderano vivere il desiderio di genitorialità con la consapevolezza che si tratta di una forma di accompagno limitata nel tempo. Infatti il cuore della missione affidataria è quella di completare e coaudivare la maternità e la paternità della famiglia d’origine.

Essere genitori affidatari significa prendersi carico di una vita umana che ha bisogno di un sostegno e di conforto per raggiungere la sua maturazione umana e spirituale. Anche se l’affido dura pochi anni, l’esperienza insegna che quei legami rimangono vivi per tutta la vita con una intensità alcune volte più forte rispetto con quelliìa che si instaura con un figlio biologico. Avere una alternanza di bambini o ragazzi accolti nella propria casa costituirà una grande ricchezza per tutta la famiglia, senza dimenticare i vari problemi di inserimento che ogni volta dovranno essere affrontati da parte di tutti. Accogliere significa portarsi dentro casa anche tutte le varie situazioni di difficoltà del ragazzo affidatario e farlo sentire amato a partire dalle tante piccole situazioni della vita quotidiana.
Osvaldo Rinaldi – www.zenit.org

Manager e madre di 9 figli. La vita al primo posto.

Clara_GaymardClasse 1960, nazionalita’ francese, bionda, occhi azzurri, fasciata in un elegante abito di pizzo bianco Clara Lejeune e’ amministratore delegato unico e presidente della General Electrice France un’azienda che conta 10mila dipendenti, sposata con Hervè Gaymard, ex ministro dell’economia francese, e madre nove figli di età compresa tra 4 e 18 anni. «Ma come fa a far tutto?» è una domanda che le rivolgono molto spesso.
«A dire il vero me lo chiede spesso proprio mio marito – risponde divertita – ma non credo di avere un trucco da svelare. Semplicemente ad un certo punto ho abbandonato l’idea di dover fare tutto in modo perfetto e ho capito che l’importante è esserci. Amo mio marito e amo i miei ragazzi, cerco di fare quello che posso, non sempre ci riesco, ci sono giornate in cui tutto fila liscio e altre che sono un disastro, in quel caso semplicemente mi scuso, non sono una super mamma e i ragazzi lo capiscono. Sul lavoro ho imparato a delegare, se ho un appuntamento importante in famiglia esco prima. Non c’è riunione d’emergenza che tenga, non c’è invito di manager, politici e imprenditori importanti che mi trattenga, semplicemente esco. Certo mi sono giocata delle opportunità, ma la mia famiglia viene prima e questo non ha penalizzato in maniera determinante la mia carriera».
Clara Gaymard dice tutto questo con la naturalezza di chi vive una dimensione di normalità simile a tante altre e intuisce che per chi ascolta non sia così «Noi donne abbiamo la tendenza a voler far tutto, tutto per noi e tutto per i nostri figli. Io mi sono aiutata con poche semplici regole, una è questa: niente cene fuori. Sono i momenti più belli in cui siamo tutti insieme attorno allo stesso tavolo e non me ne priverei mai. Non accetto inviti fuori, non esistono cene di lavoro. Se decidiamo di vedere degli amici li invitiamo a casa oppure andiamo noi da loro, tutti e undici naturalmente. Anche i ragazzi hanno una regola: possono svolgere un’attività extrascolastica e che sia raggiungibile a piedi da casa, non posso accompagnarli tutti e nove a canto, pallavolo, musica, pattinaggio. Per qualcuno questa può essere una scelta penalizzante, io invece cerco di far scegliere ai miei figli quello che li appassiona davvero: una cosa, oltre la scuola, è sufficiente».
Quindi conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Mi dispiace che si parli di conciliare. Noi donne siamo innanzitutto madri, questo non significa che se c’è la possibilità, non dobbiamo lavorare. Per me è importante che ogni donna abbia la possibilità di scegliere, che se desidera stare accanto ai figli lo possa fare, che se torna al lavoro non venga relegata a fare fotocopie, vorrei che ogni madre potesse vivere la gravidanza, ma anche la propria maternità nel modo più sereno possibile. La mia vita è complicata, ma mi chiedo “chi non ha una vita complicata?” anche con due figli è complesso, anche stando a casa a curare i figli ci sono le difficoltà. Ecco io dico che una donna dovrebbe poter scegliere serenamente, perché la serenità nella scelta sarà poi la forza di affrontare le difficoltà. Sento tante madri che si lamentano anche per cose piccole, io mi sforzo e cerco di non farlo. Mi dico “I miei figli hanno diritto ad avere una madre contenta”. Per questo il mio dovere è fare il meglio, il resto lo affido serenamente a Dio».
Nello sguardo sicuro di Clara Gaymard sembrano fondersi la serenità e l’umiltà di suo padre Jérôme Lejeune (1926 -1994), medico, ricercatore e scopritore della sindrome di Down, Lejeune fu il primo grande oppositore delle pratiche eugenetiche e accanito difensore della dignità della vita. Grande amico di Giovanni Paolo II, fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e nel 2007 è iniziato il processo per la sua beatificazione.
«Ho avuto la fortuna, o forse sarebbe meglio dire la grazia di essere sua figlia, di vivere con lui. Un medico e un ricercatore, che però riusciva sempre ad ascoltarci. Aveva poco tempo, ma ogni giorno veniva a casa per pranzare insieme e allora era tutto per noi bambini, ci ascoltava e stava con noi. Il pranzo era anche il momento in cui papà raccontava quello che faceva sul lavoro. Ancora ricordo di quando ci descrisse questi bambini, con il viso un po’ cicciottello, dallo sguardo particolare, ci raccontava che nessuno li voleva, e che i genitori si vergognavano e lui diceva “Io voglio aiutare questi bambini, sono bellissimi”. Era felice di fare questo. Io non sono un medico, sono diversa in tante cose da mio padre, ma nel cuore ho la stessa felicità».
«La vita è felicità» è anche il libro scritto da Clara Gaymard ed uscito in Francia nella quale racconta la sua vita e quella di suo padre. Il segreto per la felicità dunque non è riuscire a fare tutto?
«Ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente, perciò, non vanno fissate come urgenti. La serenità è prenderne atto e fare al meglio quello che si può fare, la felicità è sapere che c’è qualcuno che, per fortuna, ha progetti diversi e più grandi dei nostri». – di Raffaella Frullone – la bussola quotidiana