Archivi categoria: tratta e sfruttamento

La prostituzione si combatte con il coraggio

street nightFra le proposte di volontariato che giungono dall’’Associazione “Amici di Lazzaro”, una e’ finalizzata a formare operatori di strada per incontrare ed aiutare giovani donne costrette alla prostituzione. Avvicinando queste ragazze e fermandosi a parlare con loro più volte, è possibile far nascere un’’amicizia e ottenere fiducia.

Talune raccontano della loro vita: povertà e miseria, prima; sfruttamento e violenza, dopo. Incoraggiate dai volontari, molte trovano la forza di chiedere aiuto per uscire dal “giro”.

Gli operatori dell’’associazione sono in apprensione, perché da tempo non incontrano più Sofia e raccontano di lei. Sofia ha 20 anni e Tessi 18 vengono entrambe da Benin City, una città della Nigeria. Appartengono a famiglie molto povere.

Nella casa di Sofia, camera e cucina, vivono in otto tra fratelli e sorelle, insieme al padre e le sue tre mogli. Il lavoro è poco e malpagato. Simile situazione nella casa di Tessi:

il papà non c’’è più, lei e le sorelle più piccole si spezzano la schiena per coltivare un campo, che non dà frutti sufficienti a sfamare i fratellini e la madre malata. In simili situazioni è facile desiderare di partire in cerca di una soluzione.

Il loro sogno è l’’Europa, circola infatti voce che in Spagna, Italia, Francia o Gran Bretagna si possa trovare lavoro facilmente. La possibilità di un lavoro in Italia giunge da un’’amica delle loro famiglie, Madame Ouakeke:

“Lì se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”. Qualche settimana di viaggio via terra poi si riesce a trovare posto su un aereo da Abjian verso Milano e pii con il treno verso Torino, è fatta.

Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un
lavoro, in cambio daranno dei soldi a chi organizza il viaggio:

45mila euro e 48mila euro. Le ragazze non sanno nemmeno a quanto equivalgono in Naira (la moneta locale nigeriana), ma ormai hanno contratto il debito. Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito vodoo tradizionale nigeriano:

capelli,peli del pube e sangue per il rito Wodoo, il “juju” che serve a legare le ragazze e le loro famiglie a lei.

Se non rispetteranno la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia). Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito potrà iniziare a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.

La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere 2000-3000 euro al mese.

Da questi soldi devono togliere 400 euro per il joint (l’affitto del posto di lavoro, ogni lampione o spiazzo ha un costo differente), le spese per la casa, il cibo e il costo dei “regali” da fare alla Madame.

Quello che rimane è una quota per pagare il debito iniziale.

I volontari di “Amici di Lazzaro” riescono a mantenere costantemente dei contatti con Tessi, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia, le spiegano che può scappare dalla strada o rimanere e rimanere in Italia denunciando chi le sfrutta, la spronano a non aver paura e a fidarsi di loro.

Ci mette un po’ di settimane, ma alla fine 4 decide e una notte scappa. Ora è libera, sta aspettando i documenti e un lavoro onesto che presto inizierà.

“Da un po’ di tempo non abbiamo più notizie di Sofia,-dice un responsabile dell’’associazione-ci interessa ritrovarla, ma naturalmente non soltanto lei.
Le ragazze nella sua condizione sono parecchie e ci piacerebbe poterle aiutare tutte. Chiediamo a chi conosce situazioni di sfruttamento di contattarci”.

TorinoCronaca (ora CronacaQui)

Chi desidera sostenere o collaborare con gli “Amici di Lazzaro” può telefonare al  340-4817498
info@amicidilazzaro.it

Bordelli: “Come animali in gabbia”

Nei siti internet vengono descritti dai clienti di mezz’Europa come paradisi in cui il sesso è facile e sicuro e dove scegliere il corpo che più ti piace, anche la carne più “fresca”. I bordelli tedeschi frequentemente anche sui media appaiono come imprese perfette dai guadagni facili anche per le donne che vendono il proprio corpo, al sicuro dal punto di vista sanitario e in regola anche per il fisco.
Ma c’è chi non la pensa proprio così. Già nel 2007 la Germania era infatti stata segnalata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) come una delle destinazioni più utilizzate dagli sfruttatori per le vittime della tratta di esseri umani. Pare infatti che moltissime provengano dalla Romania, tra le principali fonti di “merce umana” secondo l’Onu.

Ogni anno migliaia di donne e ragazzine, alcune appena tredicenni, vengono adescate con promesse di posti di lavoro ben pagati o di matrimonio per essere invece vendute a criminali che le rinchiudono nei bordelli. Nel 2014 era anche stato diffuso il Manifesto dei terapeuti tedeschi del trauma contro la prostituzione su iniziativa di una traumatologa, la dott.ssa Ingeborg Kraus, stanca di lavorare per riparare i danni delle donne violentate nei nelle case chiuse.
Che i bordelli nascondano non tanto escort soddisfatte ma piuttosto donne alienate, come animali in gabbia lo dice anche l’ex prostituta Marie Merklinger intervenuta più volte anche in Italia a sostegno della proposta di legge sulla punibilità del cliente. La sua storia è come quella di tante altre ragazze nella Germania dove il meretricio è legalizzato. Lei però è tedesca, non viene dai paesi dell’Est come nella stragrande maggioranza dei casi, e ha scelto di iniziare a prostituirsi a 40 anni per necessità pensando di poter scegliere come gestire il mercato.
Hai iniziato perché non trovavi un lavoro?
“Sì, avevo provato a cercare un lavoro ma non riuscivo a trovarne uno stabile che mi permettesse di vivere bene. Poi mi sono detta che c’era qualcosa che non avevo ancora fatto. Basta entrare in internet, indicare il costo della prestazione, 30 euro, e il bordello dove lavori ed è fatta. La mia prima esperienza fu con otto uomini. Fu un trauma. Ho scoperto subito che quel lavoro non poteva corrispondere alla mia sessualità ma dovevo solo soddisfare le fantasie degli uomini. Hai a che fare con persone che ti fanno schifo e devi continuare mentre quelli abusano del tuo corpo e devi pure fingere di essere la loro fidanzata. Non ero più io, non mi riconoscevo”.
Ma altre donne raccontano di guadagnare tanto e di stare bene…
“Non è la verità. Anche oggi quando entro nei bordelli parlo con le donne che ci lavorano e anche quando queste mi dicono che l’hanno fatto per scelta, poi pian piano si confidano e rivelano lo schifo che provano. La verità è che in Germania la situazione è fuori controllo e, anche se si insiste a separare la tratta dalla prostituzione, i due fenomeni non sono distinti. La polizia non può entrare facilmente nei bordelli. Gran parte delle donne vengono da paesi poverissimi di Romania, Bulgaria e Ungheria. Addirittura un politico di quei Paesi ha dichiarato ‘Quelle donne sono animali e non ci interessano’”.
Ma com’è la vita quotidiana dentro a un bordello?
“Le donne vivono nelle stesse stanze dove ricevono i clienti. La camera costa 150 euro al mese più 30 euro di tasse. La prestazione va dai 5 ai 50 euro. Si è costrette a ricevere anche 60 uomini al giorno ed è inutile raccontarsela: molti clienti chiedono anche prestazioni senza protezione. Le ragazze nuove e inesperte mettono a rischio la propria salute e soffrono per riuscire a pagare la stanza e anche le tasse. Per questo lavorano dalle 12 alle 14 ore”.
Una psicoterapeuta tedesca, la dott.a Michaela Huber, sostiene che “L’alienazione è necessaria per farsi penetrare molte volte da sconosciuti. Ma ci si lascia dietro solo un guscio vuoto che può ancora compiere alcuni gesti e movimenti”…
“Sì l’alienazione ti fa resistere ma in realtà dentro di te stai male per gli abusi subìti. Devi sottostare ai piaceri degli uomini e basta. Non hai la forza nemmeno di uscirne perché entri come in un vortice. E davvero rischi di impazzire. Il problema sono proprio i clienti e l’immagine che hanno di te, come di un oggetto. Perché la gente capisca che le donne sono trattate come animali, racconto sempre dell’insegna che pubblicizza un bordello della mia città: ‘Salsiccia, birra, xxxx : 50 euro’”.
Come hai fatto ad uscire dal giro?
“Prima ho chiesto aiuto al Servizio sanitario ma mi hanno solo fatto compilare dei moduli. Poi ho cercato altri servizi ma mi hanno risposto che era strano che volessi uscire dalla prostituzione. Allora la mia terapia è stata la rabbia. E ho cercato un’associazione che si occupasse di me e delle altre donne. Grazie a Solwodi che in diverse città europee aiuta le vittime della prostituzione sono riuscita a trovare sostegno. Ed oggi insieme ad altre donne di diversi paesi europei facci parte dell’organizzazione Space international che cerca di dare voce e sostegno alle donne sopravvissute agli abusi nella prostituzione e giro tutta la Germania cercando di aiutare chi vuole uscirne e anche di promuovere ovunque il modello nordico che criminalizza chi acquista il corpo della donna”.

di Irene Ciambezi – www.interris.it

Sofia dalla Nigeria a 17 anni

Lagos. Sofia ha 17 anni, tanti fratelli e sorelle e tanta poverta’ in casa.
Il lavoro in strada e’ duro e la “madame” e’ violenta , lavora 12-14 ore al giorno, in due posti diversi , al mattino sulle statali, di notte in citta’.
Conosce un italiano che le parla di futuro, speranza, vita nuova.. e lei fugge una volta, poi ci ripensa , la paura di ritorsioni sulla famiglia è troppa e ritorna dagli sfruttatori, così una seconda volta… ma la terza volta si decide veramente. La strada non è la sua vita. Lei è cristiana e  vuole vivere onestamente senza questa continua paura addosso, paura della polizia, della madame , dei criminali, delle malattie.
Scappa e viene accolta momentaneamente in una famiglia “aperta” ai poveri. Ora la sua vita è diversa, ha studiato l’italiano (“non era poi così difficile..ma in strada non si impara molto”), il permesso di soggiorno è arrivato , il lavoro anche, la casa c’è già….e ha ripreso a ridere di gusto, ride perchè sa che la sua giovane vita ha ancora molto davanti.
Quando ci incontriamo ci chiede se le “sisters” (le “altre amiche”) sono ancora in strada e vorrebbe venire in strada con le nostre unità di strada (associazione Amici di Lazzaro) per spronarle a scappare e aiutarle a vincere la paura. Ma non è ancora tempo di rivedere la strada, ora Sofia si merita di vivere la sua vita quotidiana senza dover rincontrare quel mondo della notte che tanto l’ha fatta soffrire. Ma ancora troppe Sofia sono in strada. Troppi i clienti che alimentano il mercato. Troppo pochi quelli che ci contattano per aiutarle.
Troppo quieto il nostro vivere di fronte alle nuove schiave del Terzo Millennio.
Ma abbiamo fiducia. Ci sono anche tanti giovani e famiglie e persone di buona volontà che si offrono di fare qualcosa di sostenerci e sostenere queste nostre sorelle che vivono ferite nella dignità e nei loro diritti più elementari.
Si sa …la Prostituzione è la schiavitù più vecchia del mondoanche il mondo cambia e noi cerchiamo di cambiare il mondo nel nostro piccolo…cominciando da Sofia, da Vera e dalle nostre amiche e da chi conosciamo. Ognuno faccia ciò che può. E’ già molto.
Per aiutare una donna o sostenerci, puoi contattarci e incontrarci su appuntamento:  tel. 340 4817498   info@amicidilazzaro.it

Joyce e il suo debito che non finiva mai

nigerian1“Sono nata a Benin City il 28 aprile del 1970 ma mi sono sentita morire il giorno in cui sono arrivata a Torino, e cioè il 10 febbraio del 1999, ero partita da Budapest.  In Nigeria ho lasciato la mamma e sette fratellini e sorelline, quando mio padre morì avevo solo un anno.  Ho frequentato la scuola dove imparai subito il mestiere di parrucchiera per aiutare la mia famiglia.  Mi convinse mio fratello a partire, lui conosceva un uomo che si occupava della sistemazione lavorativa di donne in Italia, cosi firmai con mio fratello un contratto per il rimborso delle spese per il viaggio e impegnammo persino la casa come garanzia ulteriore che il prestito sarebbe stato rimborsato.  Questo contratto venne siglato con un rito vudù il quale mi faceva promettere fedeltà alle persone che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, e non avrei mai dovuto deluderle altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto.

Mi sentivo una grande responsabilità, avevano dato in pegno tutto ciò che avevano per farmi partire e io non potevo deluderli, mi ero ripromessa di pagare tutti i soldi fino all’ultimo, ma non pensavo che potessero essere cosi tanti.   Era troppo importante per la mia famiglia che io partissi, cosi sottostai alle condizioni anche se un po’ mi avevano spaventato, ma poi neanche più di tanto perché nella nostra terra il rito vudù è usato per tutte le cose.  Partii dal Lagos con altre ragazze, eravamo circa dodici non ricordo con precisione e spero di dimenticare tutto molto presto, per Coutounou.

Qui ci fermammo un mese vivendo in condizioni disastrose eravamo in una camera d’albergo dalla quale non siamo mai uscite, vedevamo un continuo via vai di persone diverse che contrattavano le varie destinazioni quando chiedevamo spiegazioni erano irritati e non rispondevano anzi se facevi troppe domande rischiavi di essere picchiata.  Eravamo tutte terrorizzate ma pensavamo che la causa della clandestinità fosse per risparmiare sul viaggio quindi accettavamo in silenzio, anche se l’odio verso queste persone andava sempre più aumentando.   Proseguimmo il viaggio per Budapest dove ci unimmo ad altre venti ragazze con le quali vivevamo in un appartamento ed anche qui non uscivamo per timore della polizia.  La situazione andava sempre peggiorando e la paura andava sempre più aumentando non potevo scappare perché pensavo alla mia famiglia che sperava nei soldi che io avrei mandato.  Cercavo di convincermi che arrivati in Italia avrei trovato la salvezza, un bel lavoro e avrei mandato tanti soldi alla mia famiglia però la paura alcune volte mi faceva crollare questi bei  pensieri che mi aiutavano ad andare avanti e mi dicevo che molto presto sarebbe finito tutto.  Dopo un po’ di tempo partii con altre nove ragazze e un uomo, il peggiore degli accompagnatori, cercammo di raggiungere il confine a piedi e dopo quattro giorni di cammino in sostanza senza mangiare niente raggiungemmo una stazione di un paese piccolino di cui non ricordo il nome e partimmo per Torino.

Durante il viaggio ricominciammo a sorridere e a pensare che era tutto finito avevamo sofferto tanto e i nostri accompagnatori anche se ci avevano fatto soffrire tanto, in fin dei conti, in quel momento ci sembrava che avessero fatto tutto questo per assicurarci l’arrivo in Europa, rischiando di essere catturati dalla polizia per offrirci la possibilità di trovare un buon lavoro.  Arrivati a Torino ci venne a prendere in stazione la madam la quale ci condusse a casa, ci diede abiti molto corti, vestiti che non coprivano e ricordo che pensavo che sarei morta congelata se solo li avessi messi. Faceva tanto freddo, poi ci diede un pacco di preservativi e ci disse che se volevamo saldare il debito contratto (che ammontava a circa 45 mila euro) avremmo dovuto iniziare subito a lavorare sulla strada e che se ci fossimo rifiutate avrebbero raccontato alle nostre famiglia che lavoravamo come prostitute oppure avrebbero ucciso i nostri famigliari o saremmo morte noi.  Ero sconvolta per tutto quello che stava succedendo, non riuscivo a riscaldarmi sulla strada, non volevo rendermi conto che tutto questo stava succedendo proprio a me.  Non riuscivo quasi mai a portare i soldi che quella donna voleva e cosi mi picchiava e per punizione mi faceva stare sulla strada notte e giorno, ero costretta a lavorare dalle dieci del mattino fino circa le quattro del pomeriggio e poi tornavo a casa per riscaldarmi e mangiare, poi ritornavo in strada alle dieci di sera e di nuovo a casa alle sei del mattino.

Dopo un po’ mi sono abituata, anche perché avevo capito che se mi fossi comportata bene non sarei stata più picchiata e avrei pagato subito il debito e così sarei tornata libera e sarei potuta tornare in Nigeria con l’aiuto di un cliente che mi amava, che poi alla fine ho scoperto che era sposato e mi raccontava tante bugie.   Ho deciso di uscire dal giro e di denunciare la madam perché una volta che avevo terminato di pagare il mio debito e tutte le spese, la mia madam mi aveva chiesto altri cinque milioni per le spese extra che aveva dovuto sostenere per il mio mantenimento,… li ho pagati, ma dopo poco mi ha venduto ad un’altra madam che avrebbe voluto per la mia libertà altri settanta milioni.  Ho finalmente capito che non sarei stata mai più libera per il resto della mia vita, che non sarei mai più tornata a casa e che sarei morta facendo questo brutto lavoro, cosi ho deciso si contattare un gruppo di ragazzi che erano stati gentili con noi sulla strada ci venivano a trovare una volta la settimana e ci portavano, quando faceva tanto freddo un bicchiere di tè caldo.  Ho avuto il coraggio di denunciare la mia madam perché non voglio che ciò che noi abbiamo vissuto e abbiamo subito da  queste persone malvagie possa capitare ancora ad altre ragazze sfortunate. Vorrei tanto aiutare le altre ragazze che come me sono state ingannate, ma è ancora troppo presto per ritornare su quelle strade dove ho pregato molte volte di morire.”

Gli “Amici di Lazzaro” dalla parte degli ultimi

adl ufficioL’associazione nata nel ’97 ha fra i suoi impegni la lotta alle vittime della tratta della prostituzione. Tra  gli altri obiettivi l’aiuto alle famiglie in difficolta’   Elena Spagnolo – Repubblica – Torino

“L’unità di strada funziona così. Ci troviamo di sera, con un gruppo di volontari. Saliamo sul furgoncino dell’associazione e andiamo in giro per la città, di notte. Incontriamo le ragazze e scambiamo qualche parola con loro: cerchiamo di costruire un rapporto alla pari”. Così Laura, volontaria dell’associazione Amici di Lazzaro, racconta come lei e altri giovani incontrano le prostitute straniere, soprattutto nigeriane. “Offriamo innanzitutto dialogo e amicizia; poi parliamo anche della possibilità di lasciare la strada”.

Un’attività, quella di vicinanza e sostegno alle vittime della tratta, che da molti anni contraddistingue l’associazione torinese. “Amici di Lazzaro è nata nel 1997. Tutto è partito perché io e altri giovani, poco più che ventenni, insieme al padre gesuita P. JeanPaul Hernandez avevamo cominciato a frequentare i senza tetto di Porta Nuova – racconta Paolo Botti, fondatore e presidente – In stazione conoscemmo anche alcune prostitute nigeriane, e cominciammo a occuparci di vittime della tratta”. Con gli anni l’associazione è cresciuta, insieme alle attività. Oggi i volontari sono circa 80, e organizzano anche corsi di italiano per donne straniere, doposcuola per alunni di elementari e medie, sostegno alle famiglie, progetti in Romania.

“In questo periodo aiutiamo circa 120 famiglie in difficoltà – spiegano – soprattutto di due tipi: ex vittime della tratta, oppure lunaparchisti. Abbiamo conosciuto questo mondo anni fa, insegnando catechismo nelle aree lunapark delle città. Molti lavoratori di questo settore soffrono la crisi: hanno attrazioni vecchie, lavorano poco. Così diamo loro sostegno economico, o alimenti”. L’associazione ha anche un piccolo punto di accoglienza, 4 o 5 posti letto. “Lo spirito è quello di essere amici dei poveri, dei piccoli. Cerchiamo di rispondere alle necessità. Ad esempio, ora servirebbero spazi più grandi per l’accoglienza, non riusciamo a soddisfare tutte le richieste. L’associazione vive solo di donazioni”. Molte energie sono dedicate alle vittime della tratta. “Incontriamo circa 400, 500 ragazze all’anno. Di queste, circa 40-50 ogni anno riescono a uscire dal giro. Ci occupiamo soprattutto di ragazze nigeriane, che nell’80% dei casi sono costrette a prostituirsi: è più facile avvicinarle perché non sono controllate a vista dai loro sfruttatori, che però le costringono minacciando ritorsioni contro le loro famiglie in Africa. Spesso poi sono soggiogate psicologicamente: chi le porta in Italia fa dei riti vodoo, convincendole che se non rispetteranno i patti succederà qualcosa di brutto. Tra i servizi che diamo c’è una rete di contatti in Nigeria per aiutare le famiglie di chi lascia”.

“Sono ragazze costrette con la violenza – spiega Laura – vogliamo sensibilizzare perché se non ci fossero i clienti sarebbe diverso. Invece sono tanti, è un argomento di cui si parla poco, tabù”. Gli amici di Lazzaro sono giovani: l’età va dai 28 ai 30, 35 anni. “L’associazione è di ispirazione cattolica e molti sono credenti, ma c’è anche qualche ateo” racconta Paolo, il presidente. Lui ha lasciato il suo posto di fisso vent’anni fa per dedicarsi all’associazione. “Volevo partire per l’Africa, poi ho capito che potevo fare molto anche qui”

 

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/26/news/gli_amici_di_lazzaro_dalla_parte_degli_ultimi-32203672/

 

Donne che (quasi) nessuno aiuta. Vuoi aiutare?

festa-della-donna-amicheIn occasione della festa della donna vorremo far conoscere alcune “categorie” di donne che la carita’ dimentica….

Donne usate per l’utero in affitto
si tratta di donne a volte ingannate, a volte forzate, a volte portate dalla povertà a prestarsi alla fecondazione e alla procreazione conto terzi. Si sottopongono a cicli di fecondazione artificiale dolorosi e dannosi e portano avanti gravidanze che terminano poi in una adozione del loro figlio. E’ una pratica che le rende macchine da procreazione e che lede la loro dignità (oltre che il diritto dei nascituri a non essere procreati per essere poi adottati e allontanati dalla madre naturale).
In Italia non vi sono  vittime ma vi sono coppie che ne hanno create all’estero (per ora la fecondazione eterologa e la maternità in affitto detta surrogata sono vietate ma pressioni politiche e lobbistiche premono per “aprire” a questa pratica).

Donne sposate a forza (matrimoni forzati)
si tratta di donne obbligate a matrimoni spesso precoci, in cui non hanno voce per decidere. Decidono le loro famiglie, che decidono chi sposeranno e quando, negando loro la possibilità di basare il matrimonio su una scelta libera e per amore.
In Italia sono già centinaia i casi, specialmente di ragazze vissute e anche nate qui che vengono riportate in altri paesi a sposarsi senza consenso.

Donne vittime di tratta a scopo sessuale
si tratta di donne portate con l’inganno o la costrizione a vendere il proprio corpo e la propria sessualità. Per strada o nei night, nelle case o negli eros center, ovunque le donne non sono libere di smettere o di cambiare la propria vita.
In Italia sono circa 30.000 le donne che si prostituiscono sotto sfruttamento e altre 15.000 quelle che lo fanno per disperazione.

Donne uccise prima della nascita con l’aborto selettivo (gendericidio)
si tratta di donne uccise nel grembo materno solo perchè di sesso femminile in società in cui i figli maschi sono ritenuti più redditizi e più utili. Questa pratica ha portato a grandi scompensi numerici nella proporzione tra uomini e donne in India, Cina e altri paesi. In Italia è una pratica diffusa tra alcune comunità etniche straniere e tra le coppie che praticano la fecondazione artificiale all’estero (eludendo la legge italiana che vieta la selezione eugenetica dei feti).

Donne vittime di mutilazioni genitali femminili
si tratta di donne cui vengono praticate mutilazioni (Mgf, infibulazione, ecc) e operazioni che rendono le donne sessualmente mutilate e provocano in molti casi anche danni fisici oltre che psicologoci.
In Italia sono decine di migliaia le donne che ne sono vittima.

Donne obbligate all’uso del velo e del burqa
si tratta di donne obbligate a vestire e atteggiarsi in maniera non libera.
Specialmente il burqa limita fortemente le possibilità di integrazione e autonomia lavorativa delle donne che ne fanno uso.
I mariti e le famiglie sono i maggiori responsabili di queste forzature.
In Italia sono poche centinaia le donne forzate all’uso del burqa ma è plausibile che siano molte migliaia le donne forzate all’uso del velo e impedite nella propria libertà di espressione dalle forzature familiari.

Donne costrette all’aborto (trauma post aborto)
si tratta di donne obbligate dalle famiglie, dai mariti e fidanzati, ad abortire. Talvolta sono le condizioni economiche e le pressioni sociali anche da parte di operatori sanitari a spingerle ad abortire. Vi sono anche migliaia di donne che pur avendo vissuto volontariamente l’aborto portano dentro il dolore tremendo della uccisione di un proprio figlio con l’aborto.
Essendo oltre 100,000 gli aborti annui in Italia più varie decine di migliaia di aborti provocati dalla cosidetta “pillola del giorno dopo”, sono diverse migliaia le donne che portano questo trauma da costrizione o da scelta volontaria.

Si tratta di periferie esistenziali nuove, che ci interpellano come cristiani e persone di buona volontà e che ci chiedono di impegnarci e inventare forme nuove di prevenzione, sostegno e riabilitazione per chi ne è vittima.
Periferie della vita che i mass media ignoreranno ricordando solo le pur gravi violenze sulla donna e il femminicidio ma dimenticando tutto un mondo di violenze diverse, violenze “politicamente scorrette”, violenze scomode, nuove ma che riflettono solo la fragilità femminile di fronte a un mondo che non sa ancora riconoscere a pieno la dignità e diversità femminile.

Chi volesse impegnarsi su queste tematiche ci scriva e ci contatti.
Sono campi nuovi (a parte la lotta alla tratta su cui siamo già attivi da anni) su cui vorremmo aprire vie nuove.

Sofia e Tessi, nigeriane dai diversi destini

sofia tessiSofia (20 anni) e Tessi (18 anni) vengono da Benin City in Nigeria, entrambe hanno famiglie disastrate:
un padre con più mogli, come si usa in Nigeria, tante sorelle e fratelli, pochi soldi, poco lavoro e malpagato, vivono in una casa fatta di 1 camera e cucina in 8 – 10 persone.

In una situazione simile il loro sogno è l’Europa: Spagna, Italia, Francia o GranBretagna.
“Lì si trova lavoro facilmente, se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”.
Ed un giorno per entrambe arriva la possibilità dell’Italia, c’è una amica di famiglia (“madame Ouakeke”) che propone loro un lavoro a Milano.

Qualche settimana di viaggio via terra e poi si riesce a trovare un posto su un aereo da Abidjian verso Milano e poi con il treno verso Torino, è fatta !! Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un lavoro, in cambio daranno dai soldi a chi organizza il viaggio:
45mila euro e 48mila euro ! …..non sanno nemmeno a quanto equivalgano in Naira (la moneta locale nigeriana).

Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito tradizionale nigeriano:
capelli, peli del pube e sangue per il rito wodoo, il “juju” per legare le ragazze e le loro famiglie alla madame.
Se non rispetteranno il patto rischiano la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia).
Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito inizia a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.
La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere i 2000 – 3000 euro al mese , oltre alle 400 del joint (l’affitto del posto di lavoro… ogni lampione o spiazzo ha un suo costo differente), oltre alle spese per la casa, al cibo e ai “regali” da fare alla madame.
Una realtà fatta di umiliazioni, di furti, di botte da parte di ladri, teppisti e quotidianamente anche da parte degli sfruttatori, mai contenti dell’incasso, o sempre timorosi che le ragazze possano scappare.

Di Sofia dopo qualche contatto perdiamo le notizie, forse è in Spagna, venduta da chi la sfrutta ad altri sfruttatori.
Con Tessi invece i volontari della nostra unità di strada (Amici di Lazzaro) riescono a mantenere costantemente dei contatti, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia denunciando chi la sfrutta, la spronano a non aver paura a fidarsi di noi.
Ci mette un po’ di settimane e decidere sino alla decisione.
Una notte scappa e ci contatta, ora è libera, sta aspettando i documenti e il lavoro presto inizierà.

A noi ora interessa trovare anche Sofia.
E le altre Sofia sparse per l’italia.
Dateci una mano ad aiutare ed avvicinare le tante ragazze schiave dello sfruttamento.

Corso gratuito per volontari contro lo sfruttamento della prostituzione

volto nigeriana

CORSO GRATUITO

CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE:
UNITA’ DI STRADA, PREVENZIONE, SOSTEGNO ALLE VITTIME e REINSERIMENTO
(prevalentemente 
per volontari dai 18 ai 30 anni)

QUANDO:   mercoledì 13 settembre (1 incontro) –
venerdì 15 settembre (2 incontro)
mercoledì 20 settembre (3 incontro)
dalle 20.00 alle 23

DOVE: Torino presso il Centro Servizi VOL.TO. (2 piano)
a Torino in V.Giolitti 21
(piazza Valdo Fusi a 5 minuti da Piazza San Carlo)
ISCRIZIONI E INFORMAZIONI: info@amicidilazzaro.it
tel. 3404817498  www.amicidilazzaro.it

ARGOMENTI DEL CORSO:
Introduzione al fenomeno della tratta delle persone a scopo sessuale. La prostituzione in Italia e all’estero.
I sexy shop, le case chiuse, le red-zone: i fallimenti della regolamentazione. Modalità diverse di prostituzione coatta: Nigeria-Est Europa-Brasile-Cina.
La legislazione sull’immigrazione e i percorsi di reinserimento. I servizi garantiti dal sistema italiano. Tecniche e problematiche del lavoro di strada.
L’atteggiamento del volontario. La religiosità nigeriana Wodoo-Juju
. I clienti, la sessualita’. Le problematiche dell’accoglienza e delle differenze culturali.
Le ricadute in strada dovute alla disperazione. I sostegni alle persone in difficolta’.
Il sexting e le forme di prostituzione semi volontaria. I retroscena: le violenze famigliari, la donna nelle culture, la vendita delle figlie a scopo sessuale.
Gli ideali e la proposta dell’associazione Amici di Lazzaro.

SCOPO DEL CORSO:
Il corso è rivolto alla formazione di nuovi volontari di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Negli incontri vengono forniti elementi di base sulla realtà della prostituzione e della tratta a scopo sessuale, approfondendo alcuni aspetti legati a varie attività dell’associazione. Il corso è tenuto dai responsabili delle varie unità di strada e da formatori esperti del settore.

LE OPPORTUNITA’ DI SERVIZIO VOLONTARIO CONTRO LA TRATTA:
1) unità in strada * di incontro con le vittime nigeriane  (* è necessario essere automuniti non perché si usino i propri mezzi ma perché il ritorno è a ora tarda dopo la mezzanotte)
2) sostegno alle ex vittime nel centro di ascolto (pacchi viveri, aiuto nella ricerca di lavoro e formazione, altri aiuti)
3) aiuto alle donne accolte in casa di accoglienza (solo per volontarie)
4) iniziative di prevenzione della tratta (via internet) e riduzione della domanda (incontri con i ragazzi nelle scuole superiori)
5) iniziative di aggregazione e spiritualità con ragazze uscite dalla tratta

L’ASSOCIAZIONE AMICI DI LAZZARO: L’associazione Amici di Lazzaro ha attive varie unità di strada che avvicinano le ragazze sfruttate, informandole delle opportunità di fuga, accoglienza e sui vari servizi offerti dalla rete di associazioni che si occupano della tratta e dello sfruttamento. Grazie a quest’attività di volontariato, decine di ragazze in questi anni hanno lasciato la strada e si sono reinserite nella società. L’associazione accoglie ragazze e donne in difficoltà, aiutandole a ritrovare una vita normale.

IL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE:
Nella sola provincia di Torino vi sono circa 900 donne che si prostituiscono di cui 750 vittime di sfruttamento. Di queste il 60% sono nigeriane, e il 20% rumene.
Gli Amici di Lazzaro dal 1997 hanno aiutato circa 350 donne a lasciare la strada. Attualmente seguono anche circa 80 ex vittime con difficoltà di reinserimento.
 

Diario di strada da San Salvario – L’impotenza

Scrivendo storie legate alla prostituzione coatta, un titolo così sarebbe forse un augurio per tanti “clienti”e tanti sfruttatori:
l’impotenza.

Ma il suo significato è un altro. Incontriamo Teira, albanese, è giovanissima, dice di avere 18 anni, le prime volte ci saluta solo, poi iniziamo a parlare, a poco a poco, sera dopo sera si fida di più di noi, instaura una buona amicizia con la nostra Anna e parla, parla sempre di più.

Parla del suo fidanzato-marito, spacciatore, della mamma morta, del fratello in prigione in Albania per rapina, e della sua vita. Vuole guadagnare per pagare la cauzione a suo fratello, 10000 euro , in realtà sono una tangente da dare alla polizia del posto per la scarcerazione…. Un giorno dice: ho dato 10000 euro … e mio fratello è ancora dentro, l’hanno fregata per l’ennesima volta.

TT. è un misto di arguzia e ingenuità, ignoranza e acume. Ci dice che in realtà ha solo 16 anni. Ora è incinta, tutte le volte che viene espulsa dall’Italia ritorna dopo pochi giorni con un carico di droga, vuol comprarsi un gommone e iniziare un traffico di immigrati.

Però allo stesso tempo lancia segnali di essere stufa, ma la situazione è tremenda, non esce mai e quando sta dalla sorella ugualmente non può uscire, sono gelosi (dice lei), o probabilmente sono loschi pure i parenti e sfruttano la sua bellezza per far soldi, e la sua dipendenza psicologica per usarla nei loro loschi traffici.

Ora ditemi se di fronte a TT. non ci dobbiamo sentire IMPOTENTI.

Droga-Prostituzione-Immigrazione-Contrabbando e noi piccoli volontari. Non ci rimane che la preghiera… e forse è la cosa più importante. Forse è la base di tutto: umanamente è un caso quasi disperato.

Poi una sera TT. sparisce e con lei la nostra speranza di rivederla. Sarà ancora viva, sarà libera? Per fortuna sono credente e di una cosa sono certo: gli ultimi andranno tutti in paradiso, ed è là che li ritroveremo.

Paolo – Diario di strada del 2002

La chiusura delle “case” – Lina Merlin

Molta gente non ha capito nulla dell’articolo che porta il mio nome, fin da quando, allo stato di progetto, sollevò tante discussioni, forse anche perché non s’è data la pena di leggerlo, altrimenti non si sarebbero dette e scritte numerose sciocchezze.
La legge, comunque, è passata ed è in via di applicazione. Non avverrà alcun salto nel buio, se mai, un balzo verso la luce, ed il Partito al quale appartengo sarà giustamente orgoglioso di aver assolto la sua missione emancipatrice, come l’hanno assolta i socialisti di altri Paesi, in un settore dei più delicati. I critici, et pour cause, hanno voluto confondere nell’opinione pubblica l’oggetto della mia legge: la regolamentazione, con la prostituzione che un flagello, in costante ascesa, quando il contrasto tra le classi sociali, per le crisi economiche, colpisce i ceti più poveri; quando la disoccupazione o lo scarso salario, spinge la donna a far mercato di sé; quando l’ambiente familiare non è tale da sviluppare in lei quel senso di dignità, che costituisce il primo fattore della sua autodifesa contro le insidie d’ogni genere. Se è vero che la prostituzione è un male millenario, non è però antica quanto il mondo, perché si è manifestata con il sorgere della proprietà privata che scavò un solco profondo tra i possessori di beni e coloro che, non possedendo nulla, divennero merce lavoro, e le donne merce prostituzione. Solo nel 1802 tale mercimonio, che in ogni tempo aveva subito anatemi o condanne, perfettamente inutili a eliminarlo ad almeno a diminuirlo, fu regolamentato, prima dalla Francia, poi da altri Paesi e fu così istituita la prostituzione di Stato.

Un’iniziativa socialista non poteva, logicamente, mirare alla eliminazione, per legge, di una piaga connessa a profonde cause, d’ordine naturale in misura assai ridotta (2.88%), ma sociali ed economiche in grandissima parte. Il socialismo, di se stesso, è lotta contro quelle cause; ogni militante socialista le combatte con l’azione organizzata dal Partito, in ogni campo della vita politica, economica ed etico-sociale, giorno per giorno, ora per ora.

Ci arriveremo, ma intanto ecco il primo passo che bisogna fare: togliere la complicità dello stato, insita nella regolamentazione, sperimentata in Italia, come presso altre nazioni, ottenendo risultati opposti a quelli che venivano sbandierati a sua giustificazione, cioè contenimento della prostituzione, difesa della salute pubblica e della morale pubblica, ecc. ecc. Si costatò, al contrario, un aumento della prostituzione, poiché il tenutario, organizzato, come ogni mercante, per sete di guadagno, studia e applica i messi più idonei onde accrescere la sua clientela e la recluta tra i più giovani; i meno esperti, gli indifesi; aumento delle malattie veneree, perché il sistema in vigore nella casa, genera nel cliente, che dovrebbe premunirsi da sé, l’illusione dell’immunità, mentre tra le due superficialissime visite settimanali, le centinaia di uomini, contagiati e non controllati che la donna è obbligata a ricevere, fanno di lei il più potente veicolo di infezione; distruzione della personalità della donna, come creatura umana e come cittadina, poiché uscita dalla casa per età, per malattia o per qualsiasi altro motivo, oltre alle tare acquisite da un abnorme esercizio di sessualità, subisce, ed insieme a lei subiscono le persone della sua famiglia, le conseguenze dell’iscrizione nel registro di polizia, il che le impedisce il suo reinserimento nella vita normale; la degradazione cui pervengono uomini e donne che si pongono al di sotto degli animali inferiori, i quali non violano l’atto di natura che ha il fine della conservazione della specie, con l’amore meretricio, ma seguono l’istinto in cui è implicita la scelta, la nessuna difesa della moralità pubblica, perché la casa è un incentivo per i giovanissimi ad iniziare le pratiche sessuali prima della loro maturità fisiologica e tanto meno è garanzia di sicurezza per le donne oneste , poiché il dilagare dei vizi minaccia tutta la collettività e si inocula come un germe letale nel sangue del popolo.

Intorno alle case, oltre che vergognoso traffico della carne umana, reso sfacciato dalla regolare licenza, fin qui rilasciata dagli organi statali, si organizza la malavita, la tratta delle bianche, cui non sono certo estranei i delitti, il traffico degli stupefacenti, la criminalità, la corruzione politica ecc. E tutto ciò non è frutto di fantasia, ma è documentabile e certamente documentato presso gli archivi della polizia. È lecito, pertanto, domandarci se non abbiano perduto, posto il caso che l’abbiano mai avuto, il senso della realtà coloro che pretendono debba sussistere la complicità dello Stato coi tenutari, anzi col trust internazionale dei tenutari, i soli veramente interessati al mantenimento di un regime che frutta loro miliardi senza incorrere in alcun pericolo.

Perché, almeno in nome della coerenza non chiedono, anzi non pretendono, sia regolamentata anche la prostituzione maschile?
Mi pare che gli italiani, oggi che si chiudono le “case”, non abbiano che una preoccupazione: “come faremo?”. Eppure ci sarebbe bisogno di altre case, comode ed igieniche, per i milioni di altri italiani che non hanno un’abitazione degna di questo nome. “Come faremo senza quelle donne?”. Eppure fonti autorevoli ci fanno sapere che il 30% delle donne dai 15 ai 60 anni, cioè cinque milioni contro le 2500 donne ospiti costanti delle case, si danno alla prostituzione nei suoi vari gradi. È una triste realtà che offre la possibilità ad ognuno di risolvere il suo problema, sotto la sua personale responsabilità. E se qualche abituale cliente dei lupanari fosse eventualmente costretto a fare penitenza, sia certo che per essere continente nessuno è mai morto, mentre di fame si muore.
Ed ecco un problema al quale si deve pensare seriamente: gli 8/10 dell’umanità soffrono la fame. Su 2700 milioni di abitanti della Terra, solo 500 si nutrono sufficientemente e 2200 patiscono o crepano addirittura di fame, che trascina seco un corteo di malattie sociali le quali, come piovre, afferrano anche quelli che mangiano.
E bando al pietismo per le “povere donne” che fuori dalla casa ospitale restano sul lastrico. Ci si pensa ora, perché non prima? Uscite dalla casa per raggiunti limiti di età, quasi sempre senza un soldo, poiché fra i tenutari, i magnaccia, i medici disonesti ed altri accoliti, furono sempre defraudate della triste mercede; uscite spesso per malattia, parto, o per l’intervallo quindicinale nel cambio da lupanare a lupanare, se ne andavano talora col figlio di via e sempre col peso infamante dell’iscrizione dei libri della Questura. Questo almeno non l’avranno più ed oggi, se vorranno, le 2500 ospiti dimesse potranno avvalersi dell’aiuto, che viene offerto ad esse e ai loro figli, al fine del loro inserimento nella vita normale, il che, lo sappiamo, non è facile, e di ciò non è responsabile la legge liberatrice ma la regolamentazione schiavistica che le ha legate al triste mestiere.

E le malattie? Eh via non scherziamo con le sciocche argomentazioni in difesa del sistema profilattico delle case, e stiano ben zitti certi medici che quel sistema dovrebbero meglio conoscere.
Se Napoleone, nel 1802, credette nell’efficacia della visita preventiva alle sole donne, oggi, 1958, dobbiamo avere fede in quei mezzi che la scienza offre a tutti, uomini e donne, e la cui efficacia è già sperimentata.
Lina Merlin
Milano – Venerdì 19 Settembre 1958

Il cliente origine e causa della prostituzione

Dal momento che e’ la domanda a determinare e sostenere l’offerta, tra i principali attori del mondo della prostituzione c’e’ sicuramente il “cliente”.

Tanti nomi per definire il ruolo della donna che vende il proprio corpo, uno solo per chi ne fruisce. Ma come per ogni servizio commerciale, dietro all’anonimato del termine “cliente” c’è una moltitudine di acquirenti. In Italia sono almeno 2 milioni e mezzo a cercare sesso in strada, in luoghi chiusi, su internet. La stima di 2,5 milioni e mezzo di clienti è stata fatta recentemente dall’università di Bologna ed è basata sul numero delle prostitute (circa 25-30mila), moltiplicato per il numero di prestazioni giornaliere (circa 10) e i giorni della settimana lavorati. In genere sette su sette.

È difficile tracciare un profilo tipo del cliente perché sono persone normali, insospettabili, che appartengono a ogni ceto sociale (dall’impiegato all’alto dirigente), ad ogni livello di istruzione ed età, appartengono a entrambi sessi (ma sono certamente di più i maschi), hanno diverse nazionalità (molti oggi sono stranieri, più deboli socialmente e segnati nella loro identità, debolezza che spesso si traduce in aggressività). Molti sono uomini sposati, che considerano il rapporto con la prostituta come ‘complementare’ a una relazione stabile. In generale, volendo trovare un denominatore comune, sono interiormente soli per una palese incapacità di rapportarsi all’altro sesso.

Le motivazioni

Ovviamente li spinge la ricerca di sesso, ma c’è una varietà di sfumature che definisce in modo più articolato le possibili spinte:

rassicurazione alla propria virilità. A volte questo conferisce al commercio sessuale una sorta di funzione “terapeutica” (per categorie deboli, vedi il caso dei disabili), a volte è una via preferenziale di iniziazione al sesso, perché non ti espone alla paura di sbagliare o di essere giudicato non all’altezza.

– soddisfazione immediata di un bisogno biologico, che rivela una concezione egoistica del piacere.

curiosità e desiderio di nuove esperienze, vale a dire ricerca di diversità, sia etnica (come avviene ad esempio nei riguardi delle donne africane), che sessuale (come nel caso dei rapporti con transessuali).

– dimostrazione ed esercizio di un potere sessuale ed economico, e affermazione della propria supremazia maschile di fronte ad un oggetto sessuale degradato e vulnerabile

– la compulsione, cioè l’essere vittime della propria incapacità di gestire le proprie inclinazioni, i propri appetiti

– il bisogno di ascolto. Alcuni sono spinti dalla ricerca di ascolto, di coccole, a volte addirittura dalla ricerca di amore

– altri, al contrario, sono spinti dal desiderio di una pratica sessuale che sia esplicitamente priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo o affettivo (cosa che, per alcuni clienti sposati, non equivale a infedeltà)

– i giustizieri. Generalmente in gruppo, vogliono punire le prostitute per il giudizio moralistico che hanno su di loro.

Le richieste e la concezione della donna

I clienti chiedono ciò che non possono fare con le loro mogli o compagne, giochi erotici, sesso trasgressivo o “estremo”, imitazione dell’immaginario che deriva dalla pornografia, per soddisfare gusti particolari. E’ una sessualità che non contempla la responsabilità nei confronti dell’altro ma si alimenta di animalità. Osservandoli mentre girano in macchina scrutando le ragazze prima di sceglierle, l’impressione è di assistere a un rituale quasi più importante del consumo stesso, una simbolica caccia che mira allappagamento del gusto estetico, oltre che di quello sessuale.

Alcuni cercano le minorenni, perché la giovane età accentua il senso di supremazia. C’è poi in alcuni l’assurda convinzione che le minorenni ti preservino maggiormente dal rischio di contagio dell’Aids. A questo proposito, si riscontra frequentemente la richiesta di rapporti non protetti, con clienti disposti a pagare anche quattro o cinque volte di più pur di soddisfare questo desiderio. Ma così aumentano irresponsabilmente i rischi di contagio sia sulle ragazze che su mogli e fidanzate ignare..

Capita che i clienti si innamorino, che investano anche sul piano relazionale, che vogliano colpire e conquistare la prostituta. Sono presenti in questa dinamica anche atteggiamenti salvifici. Emerge cioè l’idea del maschio come colui che può garantire sicurezza e protezione. Per questa tipologia di clienti sono le donne “normali” ad essere inaffidabili.

Tali clienti possono essere una valida risorsa, perché rappresentano per le ragazze un canale per arrivare a servizi che altrimenti non sarebbero alla loro portata. Spesso però accade che sia il cliente stesso a ritrovarsi vittima di una situazione in cui la ragazza approfitta della sua disponibilità economica e affettiva, al fine di saldare più in fretta il debito contratto con gli sfruttatori.
(Clicca qui per approfondire)

In generale, la concezione della femminilità di cui i clienti sono lo specchio è molto bassa: si cercano donne remissive e accondiscendenti, oggetti e non essere umani, sfogatoi per le proprie pulsioni e frustrazioni o, nella peggiore delle ipotesi, bersagli di una violenza che esprime la connessione oggi molto accentuata tra sessualità, potere e mercificazione.

La questione morale

I clienti non percepiscono la questione morale. Faticano a vedersi come ingranaggi di un sistema di violenza e sfruttamento. I più sembrano non rendersi conto della forte implicazione che i loro atti hanno rispetto al problema dello sfruttamento, ignorando (volutamente?) che la loro domanda favorisce e incrementa un’offerta che ha stretti legami con la criminalità organizzata.

Sono poi molti gli alibi etici e le giustificazioni a disposizione del cliente: “le ragazze sapevano cosa sarebbero venute a fare”, “a loro piace farlo”, “se non portassero soldi a casa verrebbero picchiate, dunque in qualche modo le sto aiutando” ecc.

Lo sdoganamento sociale

La nostra società ha contribuito pesantemente a sdoganare il maschilismo, a legittimare moralmente che tutto possa essere considerato alla stregua di merce. Più in dettaglio, rispetto alla prostituzione c’è una costruzione sociale negativa nei confronti delle prostitute e una positiva nei confronti del cliente. Ma così facendo si nega la comune responsabilità, e diviene troppo facile per il cliente sottrarsi al pungolo della morale.

Inoltre, a leggere i giornali sembra quasi che, se prostituirsi per pochi soldi e con clienti umili sia deplorevole, oltre che illegittimo, prostituirsi per una tariffa adeguata e con persone di potere lo sia meno: meno deplorevole, meno illegittimo. Come se in fondo la vera colpa, anche morale, fosse quella di non avere soldi. La povertà.

Quando poi emergono fatti relativi alla prostituzione ad alti livelli, spesso si palesa una strisciante e maschilista solidarietà per l’uomo di potere vittima delle proprie debolezze, con l’immediato corollario che il proprio privato sia, appunto, privato, una dimensione sulla quale non si esprimono opinioni, non si esplicitano condanne.

Risoluzione Ue: “Punire i clienti: chi acquista sesso compie reato” febbraio 2014

Il testo Honeyball votato da 343 eurodeputati chiede a tutta l’Unione di adottare il ‘modello nordico’ (Svezia, Islanda e Norvegia), (clicca per approfondire) sistema fortemente repressivo che mira a eliminare le legislazioni che hanno legalizzato o depenalizzato la pratica di questo mestiere. “I paesi dell’Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti, non le prostitute”, “la prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani”. Nel testo si invitano gli Stati membri a recepire negli ordinamenti nazionali la direttiva contro la domanda di prostituzione.
Armando Buonaiuto – Corso di formazione volontari Amici di Lazzaro

Germania. Prostitute, inferno nei bordelli legali, sfruttatori in paradiso

BERLINO – La Germania, considerata oggi il più grande mercato della prostituzione dell’ Unione Europea, poco più di un decennio fa ha legalizzato quello che è comunemente detto ”il mestiere più antico del mondo”.

L’obiettivo della legge: difendere le prostitute dallo sfruttamento, dare loro tutela legale e “metterle in regola”, con i conseguenti diritti e doveri, tra cui il dovere di pagare le tasse.

Il risultato: bordelli legali e a tariffe forfettarie e tutto compreso, donne che lavorano in condizioni economiche sempre più svantaggiate, impiegate a ritmi estenuanti e costrette a ogni tipo di prestazione sessuale, traffico di esseri umani in aumento, grande affluenza di donne dall’estero, soprattutto dall’Est europeo, mentre, nonostante tutto, la prostituzione di strada è sempre presente.

Queste le conclusioni tratte dalla lunga inchiesta pubblicata dal settimanale tedesco Spiegel, un vero e proprio viaggio nella Germania a luci rosse.

“Il sesso con tutte le donne per il tempo che vuoi, tutte le volte che vuoi e come vuoi. Sesso in mille variazioni anche con più persone. Il prezzo: 70 euro di giorno e 100 euro di sera.

Quando, nel 2009, il bordello Pussy Club ha aperto vicino a Stoccarda, questa era la sua pubblicità. Secondo la polizia sono stati circa 1.700 i clienti che hanno approfittato dell’offerta nel fine settimana di apertura. Gli autobus sono arrivati da lontano e i giornali locali hanno riferito che in coda, fuori dal bordello, c’erano circa 700 uomini.

 

In seguito, i clienti avrebbero scritto in chat di un servizio presumibilmente insoddisfacente, lamentando che le donne, già dopo poche ore, non erano più “adatte a un uso prolungato”.

Il bordello King George di Berlino, passato alle tariffe forfettarie, considerato metodo utile per combattere la crisi, utilizza lo slogan “Geiz macht Geil” che, tradotto liberamente dal tedesco, suona come “Essere a buon mercato ti fa eccitato”. Per 99 euro, i clienti possono godere di sesso e bevande fino alla chiusura dello stabilimento. Il sesso anale, il sesso orale non protetto e baciare-con-lingua sono extra. Gli extra costano dai 10 ai 20 euro. Il King George offre un “gang-bang party” il lunedì, il mercoledì e il venerdì.

Le agenzie di viaggio organizzano bus turistici e offrono tour anche di otto giorni che hanno come meta i bordelli tedeschi, molti a prezzo forfettario.

Le escursioni sono “legali” e “sicure”, scrive un fornitore sulla sua homepage per rassicurare i potenziali clienti a cui vengono promesse fino a 100 “donne completamente nude” con indosso nient’altro che i tacchi. Alcuni clienti sono stati persino prelevati all’aeroporto e portati ai club in una Bmw Serie 5.

La legge sulla prostituzione è stata approvata nel 2001 dal Parlamento tedesco, il Bundestag, con i voti del Partito Socialdemocratico e dei Verdi, la coalizione di governo al potere al momento. L’intento era di migliorare le condizioni di lavoro delle prostitute: le donne avrebbero potuto ricorrere alla legge per difendere i loro salari e avrebbero potuto contribuire a programmi di assicurazione sanitaria, di disoccupazione e di pensionamento, in sostanza avrebbero pagato le tasse. Si voleva che la prostituzione diventasse una professione come quella di cassiere di banca o di assistente dentista, accettata invece che ostracizzata.

E’ l’immagine di una “prostituta emancipata”: libera di fare come vuole, coperta dal sistema di assicurazione sociale, facendo il lavoro che la diverte e in possesso di un conto presso la banca di risparmio locale.

A quanto riporta Spiegel, sembra però che la legge non abbia funzionato e che i propositi dei suoi promotori, che speravano che “le lavoratrici del sesso” sarebbero riuscite ad emergere dai margini della società e avere protezione giuridica, siano stati disattesi: negli ultimi anni le condizioni delle prostitute sembrano essere peggiorate, i protettori sarebbero potenti come sempre e il traffico di esseri umani ancora un flagello.

Luoghi di prostituzione e luoghi d’uscita: il caso di Torino

Intervista di Elisabetta Mirone a Paolo Botti sulla prostituzione a Torino

Da quanto lavori nel campo del contrasto alla tratta delle donne? Dal 2000

Prima di lavorare per la tua attuale associazione hai avuto altre esperienze in questo campo? Ho fatto accoglienza di donne profughe e vittime di tratta. Come opera la tua associazione? Di quali aspetti vi occupate?
Le nostre attività vanno dall‟attività di strada, all‟accoglienza di chi fugge dalla tratta, a percorsi di formazione linguistica e aiuto materiale alle ex vittime.

Mi parleresti meglio delle unità di strada? Come funzionano? Quanti approcci positivi riuscite a portare a termine? Dove operate? Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?
Sono composte da 4-6 volontari che incontrano le ragazze in strada, specializzandosi sulle nigeriane, proponendo la fuga e aiuto per lasciare gli sfruttatori e/o proposte di formazione e aiuto per lasciare la strada anche in altri modi diversi dalla denuncia delle madame. Operiamo su Torino e la difficoltà maggiore è fornire formazione adeguata alle poche risorse culturali delle vittime. Altra difficoltà è il trovare posti di lavoro per chi cerca di lasciare la strada.

Come funzionano le case di fuga?
Non ce ne occupiamo, se non in casi eccezionali in cui per una ragazza in fuga non si trovi posto nelle case abituali di accoglienza. In tal caso la ospitiamo riducendo al minimo uscite e contatti con l‟esterno per evitare che venga trovata o qualcuno la veda e/o minacci lei o i famigliari.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella vostra attività’ (dall‟unità di strada all‟inserimento lavorativo)?
Il lavoro sicuramente, poi la lingua sia per le ragazze aiutate sia per i volontari.

Mi parleresti meglio, in base alla tua esperienza, di come si localizza la prostituzione a Torino?
Quali sono le zone più „calde‟, come le diverse nazionalità si spartiscono il territorio, come evolvono questi fenomeni. NIGERIANE: Mirafiori sud – strada Settimo, Via Ala di Stura, Pellerina, Strada del portone (grugliasco), Albanesi e romene: via Ormea/via giuria, via Sansovino, via ReissRomoli, c.Traiano, C.Svizzera Altre nazionalità sparse a piccolissimi numeri.

Quali sono i caratteri della prostituzione a Torino? Si differenzia da altre città? Se sì come?
A Torino è prevalentemente in strada con solo un 10% al chiuso in appartamenti.
Qual è il quadro legislativo italiano in merito a chi esce dalla tratta? L‟art. 13 della legge 228/2003 e l‟art. 18 del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell‟immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” stabiliscono delle misure di assistenza per coloro che escono dalla tratta, mi spiegheresti un po‟ meglio cosa significano concretamente questi articoli all‟interno del vostro lavoro? Li ritieni efficaci? È sempre possibile metterli in pratica?
Non riesco in breve a spiegarli, l‟essenza è che chi denuncia ha come diritto: PDS, accoglienza, percorsi di formazione e lavoro. Chi non denuncia per gravi motivi ha le stesse agevolazioni, ma la via senza denuncia viene concessa più raramente (varia a seconda delle questure). Oramai entrambi sono meno appetibili per chi deve rischiare una denuncia perché il 90% delle donna ha già un pds o sa di ottenerlo con finte richieste di asilo politico o pds umanitario.

Mi sapresti parlare del ruolo della polizia e delle forze dell‟ordine nel contrasto alla tratta nel contesto torinese? Quali sono i vostri rapporti? Come vi coinvolgono? Come si può arrivare ad un controllo più efficace delle reti dei trafficanti in un futuro prossimo?
Pochi rapporti, solo per le denunce che non facciamo fare noi direttamente. Riteniamo l‟azione della polizia irrisoria forse perché la prostituzione è ritenuta meno importante rispetto a droga e altri crimini. Le denunce sono tante, i processi e arresti pochi.

Esistono grandi differenze nel modo di operare tra la tua associazione e le altre presenti sul territorio? Se sì me ne parleresti meglio?
Gran parte delle associazioni fa la parte sanitaria, per noi c‟è prioritario che conoscano le vie di fuga e di reinserimento, poi manteniamo in contatti nel tempo anche con chi si libera.

Ritieni che politiche volte al controllo della domanda, quindi al cliente, come quelle adottate in Svezia, potrebbero essere più efficaci nel contrastare il fenomeno della tratta? Perché?
Si, è l‟unica via che può ridurre la domanda cambiando l‟accettazione sociale dell‟essere clienti. Inoltre la legge svedese non punisce le donne ma solo chi acquista rapporti sessuali.

Ritieni al contrario che regolamentare la prostituzione contribuirebbe a combattere i traffici criminali più efficacemente? Perché?
La regolamentazione non riduce mai il fenomeno ma lo amplifica, inoltre con l‟immigrazione in atto nei paesi occidentali, si aprirebbe un mercato amplissimo di donne disperate con un abbandono della lotta alla tratta come ormai avviene in Olanda e Germania in cui le donne sono regolarmente e legalmente sfruttate.

Per la tua esperienza, cosa si potrebbe fare per contrastare la tratta più efficacemente? Pensi che delle iniziative di cooperazione coi paesi d‟origine delle vittime sarebbero efficaci? Quali potrebbero essere alcune soluzioni strutturali del problema?
Si. Mancano vere e imponenti campagne di informazione e lotta alla tratta. Manca la lotta a chi collabora in Africa con i trafficanti (ad esempio arrestare gli stregoni che compiono i riti „wodoo‟ che legano psicologicamente ragazze alle sfruttatrici), manca il sequestro dei beni delle madame. Manca il rimpatrio forzato di chi sconta pene legate alla tratta.

Giovane nigeriana, dalle tenebre della tratta alla luce della fede

nigeriana“Il Signore solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere con i principi, con i principi del suo popolo”. Le parole del Salmo 112 sembrano scritte proprio per Elisabetta, una ragazza nigeriana di 22 anni, portata via dal suo Paese, costretta a prostituirsi, ridotta in schiavitù, fino a che riesce a ribellarsi e a trovare la libertà anche spirituale.

La svolta, come spesso accade, si presenta sotto forma di un incontro. Suor Eugenia Bonetti ed Elisabetta – si legge su “Credere” – si incontrano per la prima volta alla stazione Termini di Roma, dieci anni fa. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (Usmi), coordina una rete di 250 suore di 70 congregazioni che operano in più di cento case di accoglienza.

E’ allora che la suora le propone di lasciare la strada e quella vita di sfruttamento e abusi. Le promette accoglienza in una casa-famiglia perché possa prendersi cura di sé e della bambina che porta in grembo. A quel tempo, però, Elisabetta non voleva quella figlia frutto di tante umiliazioni e violenze subite in strada.

“Ricordo la sua decisione, molto sofferta, di un mattino di ottobre – ricorda suor Eugenia – quando scappò dalla strada per accettare l’incognita in un ambiente nuovo, con persone sconosciute e che paravano una lingua che lei ancora non capiva. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le sue paure e le sue attese, le lacrime e i sogni, la rabbia e il silenzio, la nostalgia della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo…”.

Poi ci fu un contatto telefonico con la mamma. Quella telefonata, in cui la madre le chiedeva di accogliere la figlia con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio, fu il primo passo decisivo per la rinascita di Elisabetta, culminato in seguito col Battesimo nella Basilica di San Pietro ricevuto dalle mani di Giovanni Paolo II. Oggi Elisabetta lavora in una scuola, è inserita nella comunità parrocchiale, è sposata con un connazionale e attende con gioia il suo terzo figlio.

Ricorda ancora suor Eugenia: “Risento le sue parole al telefono subito dopo il primo parto: ‘Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza, ora non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più senso’”.

La gente mi comprava, mi usava, mi urlava contro. Parla Joy

black1Sono Joy ho 22 anni, mia mamma è del Ghana e mio padre di Benin City (nigeriano). Dopo le secondary school, ho fatto la parrucchiera, la cameriera e la sarta. Non avevo i soldi per continuare gli studi e con la mia famiglia ho deciso di venire in Europa a lavorare. Siamo andati dall’ Asè – native doctor, per fare l”agreement” con lo sponsor-madame. Dovevo pagare 60.000 euro. In Italia ho capito che non mi avevano detto la verità, quanto tempo avrei dovuto stare in strada?”, “pensavo alle promesse fattemi a Benin City, lavoro? quale lavoro!! qui c’è solo la strada , e gente che mi urla contro, che mi usa, che mi compra per fare sesso con me!”. E poi i ladri, quelli che ti picchiano, le botte della madame, il freddo.

Avevo parlato già tante volte con i volontari dell’ associazione Amici di Lazzaro che mi parlavano, mi davano del the caldo, poi una sera ho chiesto aiuto a loro. “Avevo capito che ero libera dall’agreement (il giuramento di fedelta’ fatto a chi ti aiuta a venire in Europa, in teoria era un benefattore) con la Madame: non mi aveva detto la verità, tante bugie, tante violenze, sono scappata e sono andata da loro”. “Mi hanno accolta da dei loro amici della chiesa cattolica, ho parlato con la mia famiglia in Nigeria spiegando che la Madame era stata molto violenta con me e che non dovevamo più pagare nulla”. A Torino un prete cattolico mi ha benedetto e sono libera e protetta da ogni Voodu-Juju, sto bene! Ho i documenti e lavoro.

______________________________________________________

se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento: info@amicidilazzaro.it
sms/whatsapp tel. 340 4817498

(possono chiamare anche direttamente le donne/ragazze sfruttate in inglese, francese, rumeno, italiano, 24 su 24)

60 milioni di spose bambine

sposa bambina-260 milioni di spose bambine hanno tra gli 8 e i 14 anni
Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite.
Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA  L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana,Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw.Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane – dice Jain -. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. “Perché nutrire una mucca che non è tua?”, mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso – aggiunge Jain-anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare:
continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote,e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità – spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston -. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna.
Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre,diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino.L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio,molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini-ha detto uno di loro al giornale-. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore-spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw -. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata.La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.
Viviana Mazza

Jennifer sperava un lavoro ha trovato dolore

Benin City (Nigeria), quando una coppia nigeriana le propone un lavoro da operaia in Italia, Jennifer firma un contratto : col suo lavoro si impegna a pagare circa 42.000 euro agli “intermediari” per il viaggio e tutte le pratiche.

Arrivata in Italia con l’aereo, iniziano le prime sorprese: il lavoro non c’è, il passaporto le viene ritirato, c’è però una casa e persone che le spiegano che per pagare tutti quei soldi dovrà prostituirsi. Non serve a nulla ribellarsi, loro hanno dalla loro la forza fisica, le minacce di coinvolgere la sua famiglia e lei è sola e lontana da casa.
Inoltre la minacciano con i riti Wodoo-Juju che la spaventano moltissimo.

Inizia ad andare in strada di notte, vede “clienti” quasi tutti italiani, ma niente altri contatti esterni, esce di casa a volte ma solo insieme alla sua “madame”, che se guadagna poco la sgrida o la picchia. Il debito intanto non scende mai anche se rimedia 100 Euro a notte .
Si sente “sporca”, si sente vittima ormai senza via d’uscita, rassegnata, poi una notte d’autunno la incontriamo con uno dei nostri gruppi, parliamo un po’ e prima di andare via la salutiamo, e lei chiede di fare insieme una preghiera in inglese e un canto nella sua lingua, dicendoci una piccola bugia “sono povera e sono qui per far soldi”. Nasce pian piano l’amicizia, ritorniamo spesso per salutarla, finchè lei un giornovince la paura e decide di aprirsi e chiedere aiuto.

Insieme decidiamo come poterla aiutare, e finalmente riesce a scappare dalla casa-prigione in cui da tempo ormai usciva solo per prostituirsi.
Prima vive in una comunità protetta, poi arrivano i documenti, studia l’italiano, impara a cucire bene e arriva infine il lavoro e una casa indipendente.

Oggi è serena, la sua vita è diversa, l’amicizia con i ragazzi e le ragazze del gruppo è continuata, oggi usa il suo vero nome “S.”.
E noi “Amici di Lazzaro” siamo felici di sapere che tante altre Jennifer stanno lasciando la strada per una vita nuova.

Se volete aiutare tante Jennifer …….chiamateci.

Spiritualita’, liberta’ e consolazione (di Paolo Botti)

liberta-personaleL’impegno dell’associazione che rappresento, Amici di Lazzaro, e’ articolato. Per contattare le vittime di tratta i volontari escono due-tre sere a settimane in strada, con una cosiddetta “unità mobile”

L’associazione è formata da un centinaio di volontari tra cui non ci sono né mediatori né operatori. Fra le attività proposte alle donne contattate ci sono: un laboratorio di italiano per ragazze (non solo quelle che provengono dalla tratta); un’attività di doposcuola per bambini, cui partecipano anche figli di ragazze che sono state vittime della tratta; il supporto legale e consigli sulla ricerca di lavoro, formazione e la possibilità di fuggire dallo sfruttamento (art.18 o vie ordinarie di legalizzazione).

 

La dimensione della spiritualità delle ragazze nigeriane è importante sia quando sono ancora in strada, sia quando ne sono uscite.

 

E’ molto utile capire la posizione della famiglia di provenienza rispetto alla spiritualità sia per quel che concerne il ju-ju, la religione tradizionale, sia per la confessione cristiana di appartenenza. E’ fondamentale capire che importanza ha per lei, e per la sua famiglia, il giuramento fatto con gli sponsor trafficanti. A volte le ragazze non credono al vudu, ma i loro famigliari sì, questo le influenza perché le lamentele e le pressioni dei parenti creano molta ansia e preoccupazione in loro, la paura delle famiglie non può essere dimenticata. Se invece crede anche la ragazza nell’efficacia del giuramento (nel patto fatto con il tradizionale rito vudu) e ha paura è necessario intervenire su di lei e sulla famiglia; se la paura rimane latente la persona è come bloccata e molti comportamenti a noi incomprensibili possono avere origine proprio dal terrore del vudù o dalla lettura che le ragazze danno di eventi quotidiani in chiave vudù:

La compagna di stanza russa o parla nel sonno : “è una strega”.

Il sognare un parente: “è la madame che vuol fare qualcosa di male”.

Ammalarsi e prendere la febbre o dolori: “ è una punizione”.

Muore un parente: “è colpa mia” “è stata la madame”.
“Father, pray for me, padre , preghi per me”

Per tentare di aprire una breccia in questo mondo spirituale complesso e a noi così lontano, la nostra associazione ha creato una rete di sacerdoti che non necessariamente vengono in strada con noi ma che conoscono il problema (e che preferibilmente conoscono l’inglese) e sono disponibili ad incontrare in chiesa o parlare al telefono alle ragazze.

Argomento dei colloqui possono essere semplici richieste di preghiera della ragazza o domande su questioni spirituali. Non si tratta quindi di confessione o sacramenti ma piuttosto di assistenza e consigli spirituali.

Dato che lo sfruttamento nigeriano ha come specifico l’aspetto spirituale bisogna lavorare molto su questo piano e vi sono vari segni cristiani graditi dalle ragazze: le “chaplet”ovvero rosari con il crocifisso da portare al collo, il Vangelo o la Bibbia in inglese e altri gesti di natura religiosa come dare alle ragazze un messaggio cartaceo o un sms con una frase di incoraggiamento o riflessione tratta dalla Bibbia. Infatti moltissime ragazze mandano messaggi ai parenti, ai fratelli, alle sorelle in Nigeria scrivendo frasi della Bibbia, specie dai Salmi, per esempio: «The Lord is With you», oppure «The Lord is my sheppard».

“Una volta siamo andati a casa di una ragazza che era uscita dalla tratta: tutte le sere chiamava il fratello, si metteva in ginocchio e pregava in diretta telefonica insieme a lui, in Nigeria e lei in Italia. Anche se le ragazze sono talvolta cristiane protestanti in genere le ragazze accettano volentieri un colloquio con un sacerdote cattolico, perché è visto come una figura affidabile e come una opportunità interessante.”

“Avevo giurato di pagare, lo spirito (del juju) mi punirà?” Il compito dei sacerdoti o altre figure religiose è anche quello di rassicurare sulla correttezza della scelta fatta dalla ragazza quando hanno lasciato i propri sfruttatori senza saldare il debito rompendo quindi anche un giuramento vudù.

In prospettiva sarebbe utile un accompagnamento anche alla crescita umana e spirituale della persona, per andare oltre la paura, e curare spiritualmente le ferite subite nella tratta. Talvolta i colloqui spirituali possono essere utili anche per chi ha non è stata sfruttata, ma che nella sua vita di strada ha conosciuto violenze, umiliazioni e ferite che lasciano comunque il segno. L’assistenza spirituale non esclude un eventuale supporto psicologico, perché si tratta di piani diversi.

 

Creare una rete di sacerdoti, suore, religiosi in genere può essere di grande aiuto per le ragazze che credono nel vudù e nel ju ju perché molte di loro hanno paura, si sentono perseguitate, oppure hanno sofferto talmente tanto che hanno bisogno di guarire da sofferenze che sono di tipo spirituale.

Un altro aspetto importante è il fatto che noi diciamo spesso alle ragazze che il giuramento non è valido se non è stata detta loro tutta la verità, cioè che se c’è stata la menzogna nell’atto della sua formulazione il patto è nullo. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, proponiamo alle ragazze che accogliamo una riflessione su Dio che, diciamo loro, viene non solo a consolare ma soprattutto a liberare. Purtroppo spesso per le ragazze Dio è solo una fonte di consolazione che si esplica col sollievo portato dalla preghiera. Noi cerchiamo di riportare l’essenza vera del cristianesimo: Dio non viene a dare consolazione, ma viene a dare libertà. Insistiamo anche sul fatto che la libertà non evita il ricevere il male, cioè se tu credi in Dio non eviti la sofferenza. Dio non ti libera dal ricevere il male, ma dal farlo. Dio non ti libera dal dolore, ma dalla disperazione del dolore. Quindi incoraggiamo le ragazze a credere in Dio perché questo darà loro la forza per affrontare le avversità e per cercare ad esempio il momento giusto per scappare.

Proseguendo nelle proposte, la spiritualità ha bisogno anche di luoghi di comunione, di aggregazione. Una ragazza ospite in comunità un giorno mi ha chiesto come fare, e dove andare, per trovare amici italiani. Per molte delle ragazze nigeriane, gli unici luoghi di aggregazione sono le chiese di diverse confessioni cristiane (pentecostali, evangeliche o cattoliche), ed è preferibile avere proposte e offerte positive, evitando che la solitudine porti le ragazze a buttarsi in affetti, gruppi o amicizie che approfittino della sua momentanea difficoltà o bisogno di relazioni. Il problema è che dovremmo creare dei ponti: noi come associazione abbiamo cercato di farlo inserendo le ragazze nelle parrocchie, in ambiti di normalità: il coro (se alle ragazze piace cantare) o in altre attività di cui la ragazza abbia piacere di fare esperienza. In genere i gruppi giovanili accolgono abbastanza bene uno straniero, però è importante preparare l’accoglienza in modo che vi sia nei gruppi, cori, corsi qualcuno che aspetta la ragazza, che quando arriva si senta attesa, salutata, accolta. Noi abbiamo visto che tutte le ragazze che si sono inserite in gruppi sportivi, parrocchie ecc. riescono poi facilmente a crearsi una rete e ciò ha poi anche ripercussioni positive sul lavoro, nel senso che a volte capita che tramite conoscenti italiani riescono a trovare un’occupazione. Ma ciò serve anche per avere un sostegno spirituale, perché ciò fa in modo che loro abbiano una comunità di riferimento che non è solo etnica ma anche aperta al territorio.

 

Per fare questi ci vogliono volontari che comprendano questa dimensione spirituale, è importante che il volontario sia inserito in lavori di équipe che gli permettano di approcciarsi alla dimensione spirituale che per le ragazze è molto importante. Inoltre è importante – e questa è una proposta che faccio al mondo cattolico – utilizzare ritualità e pratiche che sono molto vicine alla realtà protestante. Ad esempio il “Rinnovamento dello spirito”, movimento cattolico cui partecipano 300.000 persone in Italia, ha un tipo di preghiera e una gestualità molto libera e dei canti che sono praticamente gli stessi delle ragazze. Questo movimento tra l’altro prevede un percorso chiamato “Seminario di Vita Nuova”, cioè sette incontri molto interessanti che alcune delle nostre ragazze hanno seguito. Cercarle di inserire in movimenti come questo è molto importante perché qui trovano la loro preghiera però inserita in un contesto italiano in cui trovano una rete, trovano amicizie e accoglienza.

Un’altra proposta, a proposito della ritualità, sarebbe quella di pensare ed inventare dei riti che siano mirati alle ragazze ancora sotto sfruttamento: molte volte con le ragazze che incontriamo in strada facciamo dei falò, delle iniziative cui partecipano tante ragazze insieme della stessa zona.

Ultima cosa su cui bisogna fare molta attenzione è che questa formazione umana e spirituale è fondamentale anche per prevenire il fenomeno della tratta, perché molte madame sono ex ragazze sfruttate. A volte succede che molte ragazze che magari hanno fatto i percorsi d’accoglienza, trovandosi senza lavoro, finiscano spesso in attività poco lecite, e per disperazione ad alimentare una prostituzione “fai da te”.

 

A questo proposito una esistono esperienze interessanti: ci sono delle comunità cattoliche di lingua inglese (a Torino c’è la comunità di S. Tommaso, o il gruppo ecumenico di lingua inglese al Cafasso) in cui vengono attivati gruppi di auto-aiuto tra nigeriani. Questi gruppi si trovano anche in tutte le parrocchie in Nigeria (CWO, CMO, Catholic Women or Man Organization): per esempio quando alcune ragazze perdono il lavoro e non sanno come pagare l’affitto, questi gruppi intervengono dando loro un sostegno economico e aiuto reciproco. Aiutare e sostenere questi gruppi è molto importante per evitare di lasciare le ragazze nella solitudine e nel vuoto.

Concludendo direi che la dimensione spirituale non è tutto, ma è fondamentale e complementare a quella lavorativa, affettiva e materiale. Le ragazze, le donne che incontriamo hanno dei bisogni esteriori e interiori a noi sta capire come accompagnarle e tirare fuori il meglio da loro, e magari con un po’ di umiltà imparare da loro, recuperando e riscoprendo la dimensione cristiana della vita, non può che farci bene.

Paolo Botti, responsabile dell’Associazione Amici di Lazzaro www.amicidilazzaro.it , da anni si occupa di tratta e del loro reinserimento e accoglienza.

Minori e sfruttamento lavorativo

minori lavoroLa violenza sui minori non e’ solo di tipo sessuale ma consiste anche in forme di sfruttamento fisico e lavorativo, soprattutto da parte delle organizzazioni criminali. Secondo i dati dell’International Labour Organization, oggi nel modo ci sono circa 218 milioni di bambini che lavorano. Di questi, circa 126 milioni vivono in condizioni inaccettabili, sfruttati e privati della possibilità di ricevere un’educazione e una istruzione oltre che dei diritti umani fondamentali, esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose che ne mettono in pericolo il benessere fisico, mentale e morale. Ma il dato forse peggiore, è che circa otto milioni di minori sono arruolati come bambini soldato in milizie armate.

Nonostante gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio richiedano che tutti i bambini siano in grado di completare entro il 2015 il ciclo di istruzione primaria, e che ogni diseguaglianza sociale e di genere sia abbattuta, i dati dell’ILO dicono che siamo ancora lontani dal raggiungerli. Il tasso di iscrizione alla scuola secondaria nei paesi del Sud del mondo, difatti, è appena del 32% per i ragazzi e del 26% per le ragazze. L’istruzione, laddove pienamente sostenuta, è uno dei metodi più efficaci per combattere la povertà e prevenire le situazioni di potenziale sfruttamento dei minori. Secondo le stime ufficiali, l’Asia è il continente dove il lavoro minorile non solo è numericamente maggiore ma rappresenta un vero modello produttivo. Sono più di 122 milioni i minori di età compresa fra i 5 ed i 14 anni economicamente attivi: nelle piantagioni, nelle concerie, nelle cave, nelle miniere, nelle fabbriche tessili e di giocattoli. Sempre ed assolutamente in nero. In Africa Sub-Sahariana, invece, sono circa 50 milioni i bambini della stessa fascia di età che svolgono un lavoro. 50 mila sono inoltre quelli inseriti nel mercato della prostituzione e della pornografia, mentre si stimano intorno a 120 mila i minori destinati ad imbracciare un fucile come mercenari.

I Paesi dell’America latina e dei Caraibi sono quelli dove i dati riguardanti il lavoro minorile risultano in rapida riduzione pur restando alti. In Brasile si rileva la più elevata percentuale di bambini impiegati nel settore agricolo:
oltre 2 milioni di minori tra i 5 ed i 17 anni. In Nicaragua, Honduras e Colombia il tempo dedicato ai lavori domestici incide significativamente sull’orario giornaliero dei minori tra i 5 e 14 anni, in particolare per le bambine. In Ecuador sono circa 8.000 i bambini che lavorano nelle varie attività agricole, in Perù quasi 1 milione e in Paraguay più di 90.000.

Ma è proprio in Sud America che si è sviluppato il movimento democratico, basato sull’autogestione, dei Niños y Adolescentes Trabajadores – NATs. Si tratta di un’organizzazione a più livelli dove i bambini, supportati ed accompagnati da educatori adulti che svolgono una funzione di facilitatori, operano direttamente sul territorio in difesa dei propri diritti e contro lo sfruttamento di aziende come la spagnola Zara, che in Brasile è appena finita sotto inchiesta con l’accusa di avere usato mano d’opera minorile costretta a lavorare in condizioni di schiavitù.

Sfruttamento e schiavitù, quando si riferiscono ai bambini, quasi sempre fanno rima con miseria e povertà. L’ultima fotografia scattata dalle Nazioni Unite assieme allUnicef, in tal senso, lascia poco spazio alle speranze. Proprio in America latina e nei Caraibi, la Commissione regionale del Palazzo di Vetro che si occupa di economia ha stimato in 81 milioni il numero di bambini poveri, con una negazione di diritti senza precedenti.

Secondo lo studio, i Paesi con le peggiori condizioni per l’infanzia sono Bolivia, El Salvador, Guatemala, Honduras e Perù, con quasi tre bambini su quattro che vivono in assoluta miseria. Quanto ai Paesi africani, invece, la situazione del Corno d’Africa è quella più delicata: sono 12 milioni e mezzo le persone che hanno urgente bisogno di aiuto umanitario in Somalia, Kenya, Etiopia e Gibuti. I bambini, come sempre, pagano le conseguenze più gravi dell’emergenza: 2,34 milioni risultano malnutriti, dei quali 600.000 in modo grave e dunque in immediato pericolo di vita. Se si considera l’intera Somalia, 1 milione e 850 mila bambini hanno bisogno d’assistenza immediata e oltre 780.000 sono malnutriti. Tra l’inizio del 2011 e la dichiarazione dello stato di carestia, nel Paese erano già morti più di 400 bambini, una media di 90 ogni mese, con l’86% dei decessi infantili concentrato nelle regioni centro-meridionali nonostante l’Unicef e le altre organizzazioni umanitarie avessero già curato, nello stesso periodo, oltre 100.000 bambini affetti da malnutrizione acuta, di cui è a rischio vita un bambino su 5. Nelle aree più colpite, infine, ogni 3 mesi muore il 10% dei bambini tra 0 e 5 anni.

La tratta delle nere

rapporto201130 arresti tra Nigeria, Italia e altri paesi europei per associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitu’, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. L’operazione è stata eseguita dai Ros su ordine della magistratura di Ancona. Al centro delle indagini un’organizzazione transnazionale, di matrice prevalentemente nigeriana, dedita allo sfruttamento di connazionali. Le ragazze venivano fatte arrivare illegalmente in Italia e poi ridotte in schiavitù con il ricorso a violenza, riti esoterici e minacce ai familiari nel paese di origine. Anche due medici italiani tra gli arrestati: l’accusa è di aver eseguito aborti clandestini su ordine dell’organizzazione. La tratta degli esseri umani è la terza fonte di reddito per i criminali in Italia, un giro di affari “inestimabile”, come ha ammesso Francesco Rutelli, in una relazione del Copasir. Paolo Botti, dell’Associazione Cattolica “Amici di Lazzaro” si occupa da anni di fornire aiuto ed assistenza alle ragazze nigeriane che cercano di fuggire dai loro aguzzini: “I numeri sono spaventosi, si stima che in Italia arrivino ogni anno 40, 50mila schiave; vengono private dei documenti e costrette a pagare cifre fino a 70mila euro per riavere un’identità. Noi riusciamo a strapparne dal giro decine ogni anno”. Gli arrivi sembrano essersi un po’ ridotti negli ultimi mesi, a causa della crisi economica che ha ridotto gli introiti anche nell’ambito della prostituzione ma sono pochi gli interventi di sistema per arrestare il fenomeno della tratta degli esseri umani: “Le forze dell’ordine fanno molto per la repressione del fenomeno – prosegue Botti – ma gli sforzi investigativi si infrangono di fronte ad una giustizia immobile che impiega 10 anni a concludere i processi”. Fondamentale anche la sensibilizzazione dei clienti, secondo i volontari dell’associazione: “la persona che si trovano di fronte subisce violenze e soprusi inimmaginabili”.
CNRmedia
http://www.cnrmedia.com/cronaca/newsid/3836/la-tratta-delle-nere.aspx