Chiara Lubich: Il Testamento di Gesu’

chiaralubich«Che tutti siano uno»

Se hai l’avventura di portarti in Terra Santa, verso primavera, fra le mille cose che Gerusalemme ti offre alla contemplazione e alla meditazione, una ti colpisce in modo singolare, per quanto ricorda nella sua estrema semplicità.
Resistita al tempo e lavata dalle intemperie di duemila anni, una lunga scala di pietra, puntualizzata qua e là di papaveri, rosseggianti come il sangue della Passione, si spiega, quasi un nastro increspato, discendente, limpida e solenne verso la valle del Cedron.
E’ rimasta nuda all’aperto, costeggiata da una cornice di prato, quasicché nessuna volta di tempio potesse sostituire il cielo che l’incorona.
Di là – la tradizione racconta – Gesù discese quell’ultima sera, dopo la cena, quando, «alzati gli occhi al cielo» gonfio di stelle, ebbe a pregare: «Padre, l’ora è venuta…».
Fa impressione metter i propri piedi dove i piedi d’un Dio hanno toccato e tutta l’anima t’esce dagli occhi guardando la volta celeste che occhi d’un Dio hanno guardato.
E tale può essere lì l’impressione che la meditazione ti fissa in adorazione.
Fu una preghiera unica la Sua prima di morire. E quanto più splende Dio questo «Figlio dell’uomo», che tu adori, tanto più lo senti uomo e t’innamora.
Il Suo è un discorso che solo il Padre comprese appieno, eppure lo fece a voce dispiegata, forse perché anche a noi arrivasse un’eco di tanta melodia.

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1943. Non si sa perché, ma certo fu così, che quasi ogni sera, radunate le prime focolarine fra loro in cerca dell’amor di Dio, al lume di candela – perché la luce spesso mancava – leggevano quel brano.
Era la magna carta del cristiano. Di lì parole ignote a loro brillarono come soli nella notte: notte d’un tempo di guerra.
Gesù aveva per tre anni parlato spesso agli uomini: aveva detto parole di Cielo, aveva seminato nelle dure cervici, aveva annunziato un programma di pace, ma aveva offerto il Suo divino patrimonio adattandosi quasi alla mente dei suoi, e le parabole ne sono una testimonianza.
Ma ora che non parla alla terra, e la Sua voce è rivolta al Padre, sembra non frenare più la Sua foga.
E’ splendido quell’Uomo, che è Dio, e versa – come fontana fluente di Vita Eterna – Acqua che inabissa l’anima del cristiano, perduta in Lui, nei mari sconfinati della Trinità beata.
E bello come Lui appariva quell’ultimo discorso:

«Io prego per loro, non prego per il mondo… Conserva nel Tuo Nome coloro che mi hai dato affinché siano uno come siamo noi»
.
Esser uno come Gesù è uno col Padre: ma che significava?
Non si capiva troppo, ma si comprendeva che doveva essere una grande cosa.
Fu per questo che, unite un giorno nel Nome di Gesù, strette attorno ad un altare, chiedemmo a Lui d’insegnarci a vivere questa verità. Egli sapeva che significasse ed Egli solo ci avrebbe potuto aprire il segreto per realizzarla.

«… Ma ora io vengo a Te affinché abbiano in sé la pienezza del gaudio»
.
Per quella breve esperienza d’unità che avevamo fatto non s’era forse sperimentata una «nuova» gioia?
Era forse quella di cui Gesù parlava? Certo che la gioia è il vestito del cristiano e dentro di noi Qualcuno ci faceva intendere che, per chi segue Cristo, la gioia è un dovere, perché Dio ama l’ilare donatore.
«Non domando che Tu li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male».
Affascinante e nuova – almeno per noi – questa vita: vivere nel mondo, che tutti sanno in antitesi con Dio, e vivervi per Dio in un’avventura celeste…
«Santificali nella verità. E prego non solamente per essi, ma anche per quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me, affinché siano tutti uno».
Ma che cristianesimo avevamo vissuto prima, se eravamo passati accanto l’uno all’altro con indifferenza se non con disprezzo e giudicandoci, quando il nostro destino era fonderci nell’unità invocata da Cristo?
Con questi accenti ci sembrava che Gesù gettasse un laccio al Cielo e legasse noi membra sparse, in unità – per Lui – col Padre, e in unità fra noi. E il Corpo mistico si spiegava a noi in tutta la sua realtà, verità e bellezza.
«Come Tu, Padre, sei in Me e io in Te, che anch’essi siano uno in noi».
Come Gesù è uno col Padre così ognuno di noi avrebbe dovuto essere uno con Gesù e, di conseguenza, uno con gli altri: era un modo di vivere a cui poco o nulla noi prima avevamo pensato: un modo di vivere «alla Trinità»…
«Affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato».
La conversione del mondo che ci circondava sarebbe stata la conseguenza della nostra unità. Era forse per questo che, sin dal primo sorgere del Movimento, molte anime tornavano a Dio, senza che noi ci fossimo curate di convertirle, ma solo di mantenere l’unità fra noi e di amarle in Cristo.
«…Io ho dato loro la gloria che Tu hai dato a Me affinché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che Tu mi hai mandato…».
Gli uomini avrebbero creduto a Cristo se noi fossimo stati perfetti nell’unità. Ci si doveva dunque perfezionare in questa vita. Avremmo dovuto posporre ogni cosa all’unità.

1943 era stato anche l’anno della Mystici Corporis: Cristo nel Papa Pio XII riecheggiava il Suo Testamento. Che Gesù, il quale vive nel suo Capo e nel suo Corpo, abbia spinto anche noi a sottolineare l’esigenza dell’unità e a farne un dono a tanti?
Unità, unità, tutti uno! In tempi in cui l’idea fondamentale del Cristo stava divenendo, deformata e depauperata del divino, l’idea-forza della rivoluzione atea, Dio aveva voluto forse sottolinearcela nel Vangelo.
Non si sa. Si sa solo che il Movimento dei Focolari ebbe quel timbro inconfondibile e che per noi niente ha più valore dell’unità: perché formò il soggetto del Testamento di Colui che vogliamo amare sopra ogni cosa; perché dall’esperienza fin qui avuta essa è ricchissima e fecondissima di frutti per il Regno di Dio, per la Sua Chiesa.
«Io ho fatto loro conoscere il Tuo Nome e lo farò conoscere affinché l’amore con cui Mi hai amato sia in essi ed Io in loro».
Gesù dopo aver dette queste cose uscì coi suoi discepoli oltre il torrente Cedron…

da «Citta’ Nuova» del 15 dicembre 1959