Cinque domande scomode su aborto, eutanasia e contraccezione

#1 Contraccezione: una non alternativa all’aborto

E’ oggi molto diffusa l’idea secondo cui la cosiddetta contraccezione d’emergenza costituirebbe un’alternativa all’aborto.
Su quali basi lo si afferma? Non certo su basi scientifiche, giacché c’è una vera e propria marea di studi che nega espressamente una correlazione tra maggiore contraccezione e contrasto efficace dell’aborto quando non evidenzia addirittura il fatto opposto, e cioè che alla diffusione della contraccezione corrispondono più aborti (Cfr. Scand J Public Health (2012) 40 (1): 85-91; Contraception (2011) 83 (1): 82-87; It. J. Gynæcol. Obstet. (2009) 21 (3): 164-178). Un dato suffragato dal fatto che oltre la metà delle donne intenzionate ad abortire – secondo quanto emerso in alcune ricerche – in precedenza faceva regolare ricorso alla contraccezione (Cfr. Guttmacher Institute (2008) Facts on Induced Abortion in the United States) e dal fatto che un maggior accesso alla contraccezione, anche se forse nell’immediato può arginare i tassi di gravidanza e conseguentemente gli aborti, nel lungo periodo, a causa della mentalità sessualmente disinvolta che indirettamente incoraggia, finisce col favorire un aumento delle gravidanze (Cfr. Working Paper, (2005); 1-38 at 31).
La prova del nove che la contraccezione sia una finta alternativa all’aborto, del resto, ci viene dall’Italia dove la diffusione della contraccezione, rispetto ad altri Paesi, è inferiore eppure si verifica – anche se lieve e molto meno consistente di come viene celebrato – un calo degli aborti; calo che invece non si verifica, ad esempio, in Francia, Inghilterra, Spagna.

 # 2 Eutanasia, un finto diritto

Rilanciato con insistenza dai mass media, quello dell’eutanasia è un finto-problema, paradossalmente sentito più dall’opinione pubblica che dai diretti interessati, vale a dire le persone malate. Infatti, se da un lato l’ormai celebre indagine Eurispes 2007 ha riscontrato che il 67% degli italiani sarebbe favorevole all’eutanasia, ricerche condotte su persone affette da gravi patologie, come per esempio la sindrome locked-in, ha riscontrato in appena il 7% di queste pensieri o intenzioni di morte (Cfr. British Medical Journal Open, 2011). Allo stesso tempo sappiamo che in Olanda, dove la “dolce morte” è legale, solo il 46% delle richieste di eutanasia menziona il dolore, contraddicendo così non solo le raccomandazioni che pongono come condizione per l’eutanasia una sofferenza divenuta non più sopportabile, ma persino la leggenda metropolitana secondo cui la “dolce morte” sarebbe la risposta ad un dolore divenuto insopportabile.

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Balle. La verità è che molti pazienti e malati mostrano sintomi di sofferenza psicologica e depressione – li mostra uno su cinque, per esempio, tra i malati di cancro (Cfr. European Journal of Cancer Care, 1998;7(3):181-91), ed abbisognano pertanto, oltre che di cure più efficaci – pensiamo alla “terapia del dolore”, troppo spesso non disponibile -, di maggiore vicinanza. La stessa vicinanza che quanti suggeriscono la comodissima scorciatoia dell’eutanasia si rifiutano di offrire.

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 #3 Aborto & stupro

E’ il “caso limite” per eccellenza. Ad ogni buon pro-life, alla fine, viene chiesto questo: ma come diavolo fai ad essere contrario all’aborto pure in caso di stupro?
La questione, per quanto delicata, sul versante morale è in realtà meno complicata di come sembra. Infatti, il tasso di correlazione tra stupro è gravidanza è molto basso – non supera il 5% (Cfr. American Journal of Obstetrics and Gynecology (1996); 175(2):320-4) – e solo l’1% delle donne che ricorre all’aborto lo fa per una gravidanza conseguente ad una violenza (Cfr. Perspectives on Sexual and Reproductive Health (2005); 37(3):110–118). Inoltre, è da sottolineare come l’aborto procurato sia esso stesso una violenza. E’ una violenza contro un figlio che viene eliminato e lo è anche contro la madre che quel figlio perde, incorrendo in tutta una serie di pesantissime ripercussioni sulla propria salute sia sul versante psicologico sia su quello generale, come mostrano i maggiori rischi di mortalità delle donne che abortiscono rispetto alle mamme che partoriscono (Cfr. Medical Science Monitor (2012) 18(9): PH 71 – 76).
Per questo anche quando la gravidanza è conseguente a violenza, la risposta deve rimanere sempre una ed una soltanto: accoglienza, accoglienza, accoglienza.

 #4 L’embrione è un essere umano?

L’embrione è un essere umano, non meno di una donna di 50 anni o di un ragazzo di trenta. Ma cosa ce lo fa dire? Il fatto che io non sia i miei genitori.
Se cerchiamo il vero inizio della vita, stiamo parlando certamente di qualcuno nell’utero materno. E quando tutto è iniziato? Il bambino è stato un feto, il feto un embrione. Tutto sembra derivare da chi lo precede.
Occorre trovare un vero salto qualitativo, in cui c’è una trasformazione in qualcosa di completamente diverso! Questo si trova solo nella fecondazione: l’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo.
Da quando io sono “io”? A ben vedere io sono stato “solo” un neonato, “solo” un feto, “solo un embrione… Ma non sono mai stato “solo” uno spermatozoo” o “solo un ovulo”. Quelle erano cellule di mio padre e mia madre, a tutti gli effetti. E io non sono loro, sono io.

 #5 Un figlio con questa crisi?

La gioia della maternità può trasformarsi in panico. Il momento di crisi, però, non sospende i diritti e il sostegno pubblico.
Si può mettere al mondo un figlio anche con la crisi? I congedi dal lavoro, assegni, e supporto da parte del volontariato ci portano a rispondere “Sì” a questa domanda. Lo Stato prevede l’assegno di maternità anche per le mamme che hanno perso il lavoro che in alternativa può essere richiesto anche dal padre. Esistono anche assegni di maternità comunale (L’erogazione degli assegni è gestita dall’INPS) oltre a progetti specifici delle Regioni (Info sul permesso di maternità). Inoltre le mamme in permesso di maternità hanno la garanzia di conservare il loro impiego (Per esempio il progetto Nasko della Regione Lombardia).
Un figlio è un dono ed è anche una sfida, affrontarla insieme è sempre meglio: per questo i Centro di Aiuto alla Vita (cosa sono i CAV) sono pronti a sostenere le future mamme insieme alle associazioni di volontariato del territorio: una rete di solidarietà ovunque disponibile e pronta ad intervenire fornendo l’aiuto necessario per affrontare serenamente la nascita di un bambino.

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