Contro Israele fu jihad fin dall’inizio

newspaper-israel-is-bornIl 14 maggio 1948, Israele proclama la sua indipendenza. Meno di 24 ore dopo, gli eserciti regolari di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq invadono il Paese e lo costringono a difendere immediatamente la propria sovranità. Affrontando il dato militare e politico legato alla nascita dello Stato, il nuovo libro dello storico israeliano Benny Morris ( “1948: A History of the First Arab-Israeli War”, Yale University Press, 2008 ), analizza non solo la prima vittoria degli ebrei sugli arabi ma anche la continuità fra quell’evento e l’ostilità di oggi. Morris parla con Libero, a Gerusalemme, del suo nuovo lavoro e del conflitto israelopalesintese. Può spiegare il motivo per cui Lei critica i propagandisti filo-arabi e alcuni dei suoi colleghi israeliani del gruppo dei “Nuovi storici” che hanno strumentalizzato i suoi lavori?

«Senza dubbio i miei libri sono stati sfruttati da storici, giornalisti, commentatori e, come dice Lei, da propagandisti di vario tipo, soprattutto quelli avversi a Israele. Questo perché in tutti i lavori dei “Nuovi storici” israeliani, e specialmente nei miei, c’è al centro il problema dei rifugiati palestinesi. E c’è il tentativo di illuminare le zone oscure della guerra del 1948 e della costruzione del nuovo Stato. Queste zone oscure includono anche decisioni poco sagge di Israele che all’epoca sembravano criminali, come le espulsioni. Inevitabilmente questi temi si prestano a essere utilizzati dai propagandisti arabi, i quali, però, non tengono in considerazione il contesto in cui avvennero quegli eventi»

Perché, come Lei scrive, la guerra d’indipendenza del 1948 «fu parte di una lotta più generale fra l’Oriente islamico e l’Occidente?
«La guerra del 1948 non fu solo uno scontro fra due popoli per il possesso dello stesso territorio ma anche l’espressione di uno scontro più ampio fra Oriente e Occidente. Gli arabi hanno sempre considerato l’impresa sionista come un avamposto occidentale (culturale, politico, economico, militare) in Medio Oriente. Per questo, la lotta contro il sionismo è sempre stata percepita, fin dagli anni Venti, ma soprattutto dopo la fondazione di Israele, come un tentativo di respingere l’influenza occidentale».

Le caratteristiche della jihad dei nostri giorni erano già presenti prima della guerra del 1948?
«Gli arabi che cercarono di contrastare il sionismo e gli ebrei in Palestina già definivano la loro lotta come jihad. I sionisti erano percepiti come infedeli e la lotta contro gli infedeli è un ordine supremo di Allah. Si vedevano parte di una guerra santa rivolta non solo contro gli ebrei ma anche contro altri infedeli invasori del Medio Oriente arabo. Questa definizione si può applicare riguardo alle rivolte arabe contro il governo britannico nel 1936-1939 e nel 1947-1949. E anche nei confronti della guerra contro Israele che convinse gli ulema della Al-Azhar University del Cairo – una delle principali autorità dell’islam – a proclamare la guerra santa subito dopo la risoluzione delle Nazioni Unite che divideva il territorio nel 1947. Gli ulema stabilirono ufficialmente che era dovere di ogni musulmano del mondo andare a combattere per salvare gli arabi palestinesi dagli ebrei».

Nel suo libro scrive quanto segue: «Quando l’invasione panaraba del 15 maggio 1948 ebbe inizio, gli Stati arabi erano infinitamente più ampi e popolosi di Israele, ed erano in possesso di armate ben attrezzate». Perché vinse Israele?
«Per una serie di fattori. Il primo è che gli eserciti arabi attaccarono insieme ma non disponevano di un comando unificato e non avevano un piano comune che non consistesse semplicemente nella volontà di spazzare via gli israeliani. Inoltre alcuni eserciti, ad esempio quello egiziano e Giordano, avevano altri obiettivi: occupare parte della Palestina araba o almeno impedire che fosse occupata da altri eserciti arabi. Le motivazioni degli ebrei, il morale delle truppe israeliane erano molto più accese rispetto a quelle degli avversari. Questi ultimi non combattevano per la propria casa e la propria famiglia. Erano lontani da casa, in una terra straniera. Al contrario, gli ebrei avevano alle loro spalle, a pochi chilometri di distanza dal fronte, case e famiglie. Un’altra grande spinta proveniva dall’Olocausto appena terminato.

Essi sapevano, o almeno credevano, che in caso di sconfitta nessuno sarebbe stato risparmiato. E poi ci fu l’embargo delle Nazioni Unite su armi e munizioni per i palestinesi. L’embargo fu di grande aiuto per gli israeliani. Gli eserciti arabi erano tradizionalmente dipendenti dalle armi inglesi e francesi. Ma, dopo l’approvazione dell’embargo, questi Paesi cessarono ogni traffico. Le forze israeliane, al contrario, si rifornivano al mercato nero, cioè alle nazioni che non rispettavano le norme delle Nazioni Unite. Questo è il motivo per cui alla fine della guerra gli arsenali israeliani erano ancora pieni di munizioni e equipaggiamento. Bisogna poi ricordare che tutti gli Stati democratici a parte la Gran Bretagna (che si astenne) votarono per la nascita di Israele alle Nazioni Unite. Fu decisivo in termini di sostegno morale. Gli Arabi andarono in guerra come aggressori e sapevano di non avere supporto internazionale».

Perché di recente Lei è diventato scettico sulla possibilità di arrivare alla soluzione dei “due Stati”?
«Fondamentalmente perché i palestinesi, come il mondo arabo in generale, non crede in questa soluzione del conflitto. Non vogliono l’esistenza di Israele e quando sentiranno di avere un’occasione per liberarsene lo faranno. Questo è il motivo per cui Arafat nel 2000 rifiutò la soluzione dei “Due Stati” che gli fu offerta dal primo ministro Ehud Barak e dal presidente Usa Bill Clinton. E questo è il motivo per cui Muhammad Haj Amin alHusseini, il predecessore di Arafat alla testa del Movimento Nazionale Palestinese rifiutò analoga proposta offerta dalla britannica Commissione Peel nel 1937, così come la divisione del territorio offerta dalle Nazioni Unite nel novembre 1947. Gli arabi di Palestina, e credo ciò sia vero per il mondo arabo in generale, non vogliono condividere la Palestina con nessuno, specialmente con gli ebrei. Certo. Ci sono tregue, soluzioni temporanee e anche trattati di pace ma questi sono senza valore perché gli arabi in generale non ne vogliono sapere dei “Due Stati”. La presenza di Israele per loro è illegittima. Mi lasci aggiungere: l’esistenza di insediamenti israeliani nel West Bank, sulle alture del Golan e nella striscia di Gaza sono state un ostacolo alla soluzione dei “Due Stati”. Però mentre il problema degli insediamenti sul fronte sionista costituisce un ostacolo a ciò che potrebbe succedere, la principale ragione per cui questa soluzione non sarà mai applicata penso sia il rifiuto degli arabi».
un’intervista di Amy Rosenthal allo storico israeliano Benny Morris