Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

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Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

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Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».