Curare il tabagismo: Il fumo come danno.

Il fumo rappresenta ancora oggi, nonostante avvertenze e norme legislative “ad hoc” la principale causa di morte evitabile nel nostro paese quantificabile, nel 2012, in 77.000 morti, un numero di decessi circa 16 volte maggiore rispetto ai morti sulle strade. Ed è purtroppo ancora estremamente diffuso.
Ancor oggi i medici non raccomandano sistematicamente, come dovrebbero, ai loro pazienti fumatori di smettere di fumare. Perché?

Ogni processo medico-sanitario non può trascurare due elementi di fondamentale importanza: la diagnosi ed il trattamento. E’ innegabile che questi 2 elementi, che si affineranno poi con l’esperienza individuale nata dalla pratica, debbano essere insegnati ed appresi nell’iter formativo di ogni operatore di salute. Purtroppo nel caso del tabagismo (pur essendo la prima causa di morte evitabile nei paesi più sviluppati), ciò non avviene come dovrebbe. Questa mancanza di formazione specifica coinvolge tutti i gradi formativi che un medico e altri operatori di salute devono affrontare per poter ricoprire un ruolo terapeutico, sia a livello dei corsi di laurea che di quelli di specializzazione.

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L’assenza di formazione specifica comporta, a livello medico, una significativa mancanza di coinvolgimento nei processi di cessazione del fumo, ritenendo che lo smettere di fumare sia un fatto privato del paziente, legato più ad una sua cattiva abitudine piuttosto che ad “una normale malattia mentale” codificata. Questi sono i motivi per cui un focus sui rischi legati al fumo e relativi trattamenti dovrebbero essere parte integrante dell’insegnamento universitario.

E’ ritenuto assodato da una corposa letteratura scientifica che un’efficace azione per promuovere la cessazione del fumo debba prevedere quasi sempre una duplice azione di counseling e di trattamento farmacologico poiché i tentativi individuali del paziente senza adeguato sostegno sono destinati a fallire dopo pochi giorni in più dell’80% dei casi.
I medici oppongono a queste osservazioni generalmente 2 obiezioni: la mancanza di tempo da dedicare al paziente che vuole smettere e la mancanza di formazione specifica. Quale medico si sentirebbe a posto con la sua coscienza nel non fornire adeguate spiegazioni e trattamento ad un paziente con diabete mellito di nuova insorgenza? La formazione degli studenti non viene fatta per un motivo molto semplice: mancano gli insegnanti, gli esperti in tabaccologia ed è ovvio che non si può insegnare quello che non si conosce.
Il processo rischia di diventare un circolo chiuso, un circolo vizioso che va necessariamente interrotto. Il rischio è che trattamenti innovativi e realmente di provata efficacia per il tabagismo restino sugli scaffali delle farmacie perché i medici non li prendono nemmeno in considerazione.

Come è noto il mancato utilizzo dei farmaci anti- fumo comporta un mancato guadagno per le case farmaceutiche, necessariamente legate ad una logica che non può prescindere dal profitto. Il mancato profitto causa la perdita di disponibilità a finanziare iniziative di formazione, da quella diretta negli studi medici e ad iniziative formative congressuali. Si viene così a perdere quasi del tutto la possibilità per quei pochi medici volonterosi di acquisire una formazione in campo tabaccologico. Non sarà un discorso edificante ma, pragmaticamente, si tratta di un nuovo circolo vizioso.

Questo fatto cruciale comporta una serie di conseguenze: da un lato viene meno uno stimolo importante a smettere e da un altro la mancanza di un adeguato supporto a farlo. La cessazione del fumo tende così ad essere vista come un problema personale, individuale, legato alla sola forza di volontà del successo.
Il fumo è invece una tossicodipendenza come altre, solamente legalizzata, e necessita di supporto e terapia specifici, pena una percentuale di insuccesso veramente impressionante.
Nonostante l’offerta di terapia, solo il 5 % dei fumatori italiani si rivolge ad un medico per farsi aiutare. Purtroppo le statistiche ci dicono che gli auto-tentativi tendono a fallire nell’80% dei casi entro la prima settimana, portando la percentuale globale di fallimento dei tentativi “fai-da-te” al 90,1%, in Italia nel 2011.

A cura di Fabio Lugoboni, Responsabile U.O. Medicina delle Dipendenze, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona. Tratto da “Formazione continua sulla personalizzazione delle cure” di Viviana Olivieri, Verona, 2015.

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