Da Benin City ai marciapiedi d’Italia

black3«Siamo qui a Benin City per lottare contro il traffico vergognoso di migliaia di ragazze che vengono portate via con l’inganno e sono costrette a prostituirsi sulle strade italiane. Ragazze ridotte in schiavitù. Ragazze usate e abusate…». «Dai vostri uomini!». Suor Eugenia Bonetti denuncia; l’Oba contrattacca. Lei è una missionaria della Consolata, coordinatrice dell’Ufficio contro la tratta di esseri umani dell’Unione delle superiore maggiori italiane (Usmi). Lui è il re di Benin City (capitale di Edo State), discendente di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale, che ancora oggi conserva un’autorità enorme su questa fetta di Nigeria, dove gli uomini della politica e dell’amministrazione nulla possono senza il suo accordo. Quello dell’Oba è un potere tradizionale e reale, si nutre di occulto e si impone su questioni molto concrete. Compresa quella delle donne trafficate in Italia per essere sfruttate sessualmente.

NOTA: Nel marzo 2018, l’Oba con uno storico rito pubblico, ha lanciato un editto per liberare ufficialmente tutte le nigeriane del mondo dalla schiavitù del voodoo. L’effetto è stato dirompente, con la fuga dalla tratta di centinaia di donne.

Nello scambio di battute tra lui e suor Eugenia c’è la sintesi di questo vergognoso business fatto sulla pelle di ragazze spesso giovanissime. Un business che si regge su un meccanismo consolidato di domanda e offerta. E che si snoda tra la Nigeria e l’Italia lungo le vie della tratta, gestite da mafie internazionali ben organizzate ed efficienti, spesso non adeguatamente perseguite. Oggi il «commercio» di donne a fini di sfruttamento sessuale è, secondo l’Onu, la terza attività illegale più redditizia al mondo (dopo il traffico di armi e di droga), con un giro di affari stimato attorno ai 12 miliardi di dollari l’anno.  Merce di consumo di una società edonista e mercantile, la donna diventa, da un lato, «capitale» finanziario da sfruttare da parte di organizzazioni malavitose senza scrupoli, dall’altro, oggetto di soddisfazione di desideri e perversioni.

Le chiamano prostitute, quando va bene. Più spesso sono additate con i vocaboli più dispregiativi. In Liguria sono ancora le bagasce, come lo scarto della lavorazione della canna da zucchero. Peggio dei rifiuti, in un immaginario collettivo che ipocritamente getta loro addosso disprezzo e pregiudizio. Come se fosse una libera scelta quella di vendere il proprio corpo. Per molte di loro è una vera e propria schiavitù. Vittime della povertà e dell’ingiustizia, di una vita che non è degna di essere vissuta, innanzitutto nei loro luoghi d’origine, molte di queste ragazze si ritrovano ingannate da promesse fittizie, dal miraggio di un’esistenza migliore, di un altrove fatto di benessere e felicità: finiscono col ritrovarsi schiave sessuali, in una situazione di vulnerabilità e povertà ancora peggiore di quella da cui vengono, sradicate in un Paese straniero, clandestine, senza identità né dignità.

Le chiamano prostitute, ma sarebbe meglio dire prostituite. Costrette a vendere se stesse, corpi-merce di un traffico che ha preso la forma intollerabile di una delle peggiori schiavitù contemporanee. Suor Eugenia, 69 anni, originaria di Bubbiano, in provincia di Milano, si occupa del problema da molti anni. Eppure non finisce mai di indignarsi e scandalizzarsi. Il grido d’aiuto di una ragazza nigeriana, quindici anni fa a Torino, le ha aperto uno squarcio su un abisso di miseria, sfruttamento e violazione della dignità della donna. «Sister, help me! Suora, aiutami!». Quel grido ha continuato ad accompagnarla anche quando è diventata, nel 2000, responsabile dell’Ufficio tratta dell’Usmi e ha cominciato a lottare senza risparmiarsi per mettere in rete tutti coloro che si battono contro questo «commercio» di esseri umani al fine di promuovere un’azione più concordata ed efficace.

Oggi, suor Eugenia è un punto di riferimento importante di una rete di realtà internazionali. E non è un caso se, nel corso della visita di Stato nel giugno del 2007, Laura Bush, moglie del presidente Usa, ha voluto incontrare a Roma questa religiosa, che pochi mesi prima, in marzo, aveva ricevuto dal Dipartimento di Stato americano il premio «Donna Coraggio». «Ci sono ancora circa 30 mila ragazze nigeriane sulle strade italiane – denuncia suor Eugenia davanti all’Oba e ai notabili di Benin City – costrette a prostituirsi per pagare un debito assurdo: 50, 60, anche 80 mila euro. A volte, anche di più! Ci vogliono anni prima che riescano a riscattarlo. Alcune muoiono, altre vengono uccise. E in molte di loro si spezza qualcosa dentro. Per sempre. Dobbiamo dire basta a questo sfruttamento inumano. Ma dobbiamo farlo tutti insieme».  L’Oba annuisce. Lui sa e potrebbe fare molto, perché sta nel cuore del problema. È infatti la massima autorità tradizionale di Benin City, la città da cui proviene la stragrande maggioranza delle ragazze trafficate in Italia.

È qui il centro di quell’intricato intreccio di business e traffici, di azioni legali e riti tradizionali, di finanza e stregoneria, che è all’origine della tratta: un giro di favori e minacce, ricatti e doni, troppo vasto e complesso perché anche chi sa possa o voglia fare davvero qualcosa.  Qualcuno però ci sta provando. Come sister Florence Nwaonuma delle suore del Sacro Cuore, una congregazione diocesana di Benin City, responsabile del Comitato per il sostegno della dignità della donna (Cosodow), un’organizzazione voluta dalla Conferenza delle religiose nigeriane.

Fondato nel 1999, insieme a due avvocati e ad altri volontari, il Comitato svolge un importante e delicato lavoro di prevenzione, sensibilizzazione e accoglienza delle ragazze che ritornano. Non senza difficoltà. La prima è parlarne. Lo ammette la stessa sister Florence, che peraltro ha sia la stazza che il carattere di chi non si lascia facilmente mettere a tacere. Pure lei è avvocato, ed è venuta a Benin City per occuparsi del problema proprio là dove ha origine.  «Facciamo moltissima sensibilizzazione, a tutti i livelli – dice suor Florence -: parrocchie, scuole, amministratori, affinché si sappia innanzitutto cosa sta succedendo. Dopo tutti questi anni, dopo migliaia di ragazze trafficate, non si può più far finta di niente, come se questo fenomeno non esistesse.

Eppure c’è ancora molta omertà, a volte per paura, a volte per interesse. Noi lavoriamo soprattutto per creare una coscienza del problema e per provare a cambiare i comportamenti». Una bella sfida, in un contesto che certamente non aiuta. La Nigeria in generale, e Benin City in particolare, sono oggi lo specchio di un’Africa che sta cambiando in maniera impressionante e caotica. Un’Africa dove restano forti alcuni riferimenti tradizionali – la famiglia, il villaggio, valori e norme di comportamento, ma anche superstizioni e stregoneria – e dove sempre più si impongono stili di vita e modelli culturali di tipo occidentale, spesso legati a logiche consumistiche e materialiste.

Il connubio talvolta è un ibrido inquietante. Come a Benin City, città di più di un milione di abitanti a circa 350 chilometri a est di Lagos, dove la povertà diffusa ed evidente stride in maniera sconcertante con alcuni simboli di ricchezza e potere ben esibiti: Suv americani ultimo modello, campi da golf col prato all’inglese, ville sontuose protette come fortezze. E lì accanto, il degrado di una città decadente, sporca, le strade disseminate di buche grandi come voragini, le case troppo spesso simili a baracche fatiscenti…  La vita qui costa poco e non vale quasi niente. Bastano pochi spiccioli per mangiare il solito piatto di riso e pesce secco, ma per pochi spiccioli una famiglia può «vendere» il proprio bimbo come domestico nelle case di chi sta un po’ meglio. Di lavoro non ce n’è ed è difficile capire come la gente riesca a cavarsela. C’è sempre un gran via vai di persone in strada, nei mercati, ovunque. Una miriade di attività «informali», ma di lavoro vero e proprio poco o nulla.

Forse nell’amministrazione pubblica, che finisce tuttavia col diventare il ricettacolo di amici, parenti, persone a cui si deve un favore. Come al Museo nazionale, dove almeno cinque persone «lavorano» all’ingresso, tra la cassa e l’albo delle presenze, non facendo praticamente nulla. Del resto, siamo gli unici visitatori da chissà quanto tempo. Una rarità. Peccato che anche le rarità che sono nelle teche, oggetti preziosissimi e antichi, risalenti al prestigioso regno di Benin, siano praticamente invisibili perché la maggior parte delle luci non funziona.  Che funzionano, invece, a qualsiasi ora dal giorno, sono i cybercafé, ovunque affollati di giovani. È il business che va per la maggiore, e infatti se ne trovano ovunque e sono sempre pieni, nonostante la connessione lentissima e precaria. Taluni sono veramente angusti e i ragazzi stanno ammassati l’uno accanto all’altro.

Alcuni cercano una scuola o un lavoro all’estero; le ragazze chattano con «fidanzati» che sperano di raggiungere in Europa, altri – i cosiddetti yahoo-boy – si sono specializzati in truffe telematiche e trafficano con migliaia di indirizzi… Tutti paiono proiettati verso l’estero, l’altrove, il paradiso immaginato, inseguito, voluto a ogni costo.  «Oibo! Oibo!». In strada è un continuo chiamare lo straniero che passa. «Ehi, bianco, perché non mi porti in Europa con te?». Un po’ per scherzo, un po’ sul serio, sono in molti a chiederlo.  Non sfuggono a questo meccanismo le ragazze che vengono trafficate in Europa. All’inizio venivano quasi tutte da Benin City. Ora le madame, le donne che gestiscono i traffici, e i loro corrieri rastrellano sempre di più i villaggi limitrofi, facendo balenare il sogno di un lavoro ben retribuito all’estero a famiglie estremamente povere e senza strumenti culturali per valutare il rischio a cui espongono le loro figlie.

Quanto a loro, ragazze giovanissime e spesso analfabete, non aspettano altro: l’Europa, la bella vita, i soldi per loro e per le loro famiglie. Un sogno. Per il quale sarebbero disposte a tutto: a sottoporsi a un rito voudou – il ju ju (cfr. box in basso) – ad affrontare viaggi spaventosi, talvolta via terra, ad accettare di pagare un debito spropositato. «Fino a che punto queste ragazze siano coscienti di dove finiranno e a fare cosa è difficile dirlo», spiega don Vincenzo Marrone, salesiano, da venticinque anni in Nigeria. È lui che ha costruito a Benin City la casa di accoglienza per quelle che rientrano volontariamente o che vengono rimpatriate.

«Questa città – spiega – vive in bilico tra l’orgoglio per un passato grandioso e un presente di decadenza e mancanza di speranza. La sua popolazione è fiera e volitiva, vuole a tutti i costi farsi un futuro, desidera una vita migliore. Sono convinto che molti sappiano dove finiscono le ragazze. Le ragazze stesse, almeno quelle della città, ne sono consapevoli; ma molte pensano che quello che è successo alle altre non potrà mai succedere a loro: e così finiscono in una trappola da cui faticano poi a liberarsi». «Perché proprio Benin City?», si interroga padre Jude Oidaga, gesuita originario di questa città, ma che ha studiato in mezzo mondo.

Il suo è uno sguardo, al tempo stesso, dall’interno e dall’esterno. «Bisognerebbe fare l’esperienza di alzarsi la mattina e non avere cibo, arrivare a sera e non avere cibo; e non avere un lavoro, né benzina, né sapone per lavarsi… Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta per sopravvivere per capire a fondo cosa spinge queste ragazze a partire a ogni costo. Ma la responsabilità della loro fuga va ricercata a un livello più alto: quello delle istituzioni e dei governi – locali, federali, internazionali -, corrotti e inetti; quello delle politiche internazionali ingiuste e discriminatorie, che non fanno altro che ampliare la frattura tra ricchi e poveri. E allora non andrebbero biasimate in prima istanza queste ragazze, ma innanzitutto coloro che sono responsabili della sperequazione e dell’ingiustizia distributiva che condanna tanta gente a vivere una vita indegna».

Benin City, con il suo disordine e la sua decadenza, la sua miseria e le sue ville milionarie, è un po’ l’archetipo di molti angoli di un mondo che funziona a velocità diverse, che corre sulle autostrade di uno sviluppo accessibile a pochi e lascia indietro grosse fette della popolazione mondiale, abbandonate alle periferie di una globalizzazione che non è poi così globale. E le ragazze di Benin City – trafficate, sfruttate, abusate – sono un po’ il simbolo di questa vergogna. Che, più che alle ragazze, va decisamente gettata in faccia a chi ha gettato loro in strada.   ju ju, le catene dell’occulto Diffuso in molte parti dell’Africa occidentale, il voudou è uno dei modi, attraverso i quali la popolazione vive e interpreta la realtà visibile e invisibile in cui vive.

Tra magia e stregoneria, riti di guarigione e riferimenti all’occulto, il voudou permea e condiziona la vita della gente. Tutti vi credono fermamente, anche molti cristiani, sollevando il problema di un’evangelizzazione superficiale, ma anche di un’istruzione non adeguata, che possa contrastare pregiudizi e superstizioni. Le ragazze che vengono trafficate in Italia passano tutte attraverso un rito voudou, che chiamano ju ju.  I loro racconti parlano di luoghi «sacri» dove viene chiesto loro di consegnare alcuni indumenti intimi e parti del loro corpo (unghie, capelli, peli pubici e delle ascelle) che vengono mischiati con fluidi corporei (normalmente alcune gocce di sangue mestruale). Il babalau – lo stregone –  esegue un rito, spesso facendo bere loro delle pozioni magiche, che danno potere e incutono paura.

Devono giurare di non rivelare mai i nomi di coloro che le «aiuteranno» ad andare in Europa. Pena la cattiva sorte che si abbatterà su di loro e le loro famiglie. Il rito ju ju ha un grande potere sulle vittime, e rappresenta un forte vincolo, una catena psicologica, di cui i trafficanti si servono per controllare le ragazze, e che diventa una barriera difficilissima da superare per coloro che cercano di liberarle.  L’utilizzo del ju ju serve in alcuni casi per confermare un contratto, che può avere anche una forma legale, e che si concretizza in ritorsioni economiche sulla famiglia (in genere l’esproprio della casa). Nei pressi di Benin City esistono numerosi sanctuary (case del ju ju); uno dei più importanti è chiamato Adeswa House. Viene aperta due volte l’anno ed è il tempio di tutti gli dei. Le madame più potenti portano lì le loro ragazze per sottoporle ai riti e al giuramento.

Anna Pozzi