Da dove viene l’assalto all’obiezione di coscienza?

 baby girlQualche tempo fa, nel corso della trasmissione Presa Diretta condotta da Riccardo Iacona, è stata mandata in onda un’inchiesta giornalistica che ha spalancato una finestra su un abisso di orrore e di dolore da sempre astutamente nascosto al pubblico televisivo. Roberto Saviano, come è suo costume, ne ha immediatamente approfittato per cavalcare la tigre della cultura abortista e dalle colonne dell’Espresso ha tessuto lodi sperticate all’autrice del servizio, la giornalista Elena Stramentinoli, capace a suo avviso di “un lavoro utile e necessario di informazione, capitolo imprescindibile nella storia della legge 194 che testimonia il tradimento della volontà popolare, lo spregio per la libertà di scelta e per la dignità della donna.”

La linea editoriale è apparsa chiarissima fin dalle prime immagini: biasimare la riprovevole condotta dei medici obiettori di coscienza. La Stramentinoli, ha inteso fare il punto sull’osservanza della legge n. 194 che nel 1978 introdusse nel nostro Paese la legalizzazione dell’aborto, denunciandone la mancata corretta applicazione a causa di un elevatissimo numero di medici obiettori. Sono stati sciorinati in rapida successione tutti i numeri dell’obiezione di coscienza in Italia che l’inviata ha voluto dividere, secondo il suo personalissimo punto di vista, in regioni più o meno virtuose in ragione della puntuale applicazione delle norme di legge. E così, secondo questa bizzarra classifica, la regione più virtuosa risulterebbe essere la Valle d’Aosta con il 13% di medici obiettori, quella meno virtuosa, la pecora nera, il Molise con il 93%. Complessivamente in Italia il 70% dei medici è obiettore di coscienza.

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Anche le città non sono state risparmiate dalla smania di graduatorie dell’inviata; apprendiamo così che a Trento c’è il 60% di obiettori e a Bolzano nientemeno che il 90%. Macroscropica anomalia la città di Ascoli, naturalmente bastonata a dovere dalla giornalista, dove addirittura il 100% dei medici si rifiuta di praticare aborti, al punto che la Regione ha dovuto correre ai ripari “appaltando” il servizio ad un’entità privata dal nome altisonante e fuorviante, l’Associazione Italiana per la Educazione Demografica (AIED), una sorta di Planned Parenthood “de noàntri”. Ma la domanda/denuncia sollevata dal servizio trova risposte che al sistema, e a Saviano, non piaceranno. Perché la legge 194 ha così tante difficoltà ad essere puntualmente applicata? L’autrice del servizio ha fornito la sua risposta, puntando l’indice contro i medici obiettori di coscienza che si rifiutano di praticare aborti.

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Conclusione: c’è una legge che va osservata e quindi nessun medico dovrebbe poter rifiutare una prestazione professionale prevista dal Sistema Sanitario Nazionale. Però la stragrande maggioranza dei medici continua a dichiararsi obiettore e continua a rifiutarsi. Perché? È proprio nella risposta a questa domanda, che la giornalista neppure si è posta, si materializza il clamoroso harakiri della cultura abortista; un po’ come avviene per quelle squadre di calcio blasonate e un po’ supponenti che incontrando l’ultima della classifica convinte di poterne disporre a piacimento, perdono la partita all’ultimo minuto con un clamoroso autogol.

Perché la maggioranza dei medici si rifiuta di praticare aborti? Si rifiutano perché un vero medico, in scienza e coscienza, sa che abortire vuol dire uccidere un bambino. Per questo si rifiutano. Un medico è un uomo di scienza e sa che un bambino concepito è fin dal primo istante un essere umano, sa che il suo è un valore assoluto e non relativo e sa anche che la sua vita, come quella di tutti gli altri esseri umani, è un diritto inviolabile e non disponibile. Ogni medico sa, in coscienza, che deve distinguere tra la vita di una donna in attesa e quella del suo bambino che ha iniziato a vivere, crescere e svilupparsi dentro di lei e sa di avere di fronte due vite diverse di uguale importanza. Ne è sempre consapevole, anche nel momento in cui decide di praticare l’aborto. Sa che ogni volta che si pratica un aborto, nel contenitore dei rifiuti speciali non ci finiscono idee astratte e slogan femministi, ma testa, cuore, corpo e arti di un piccolo essere umano. Per questo la sua coscienza si ribella e obietta.

La verità, piaccia o meno, é che un medico obiettore di coscienza si rifiuta di praticare aborti perché non ritiene l’aborto un atto medico. Il medico cura la vita, non la elimina. Semmai un vero medico sarebbe immediatamente pronto a intervenire per curare le conseguenze fisiche e psicologiche di un aborto. In questo tempo di scontro epocale tra la cultura della morte e la cultura della vita, i medici obiettori di coscienza sono veri e propri eroi in trincea nella difesa della sacralità della vita umana. Persone libere dall’influenza del pensiero dominante che non hanno mai rinnegato il giuramento prestato all’inizio della propria attività professionale, il famoso giuramento di Ippocrate, la cui formula è stata recentemente rivisitata per “tenerla al passo con i tempi”, ma che nella sua forma originaria recitava tra l’altro: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.”

Un vero medico mai ucciderebbe un essere umano. Il medico cura, non uccide; un medico abortista è un ossimoro, una contraddizione in termini, è un sapiente ignorante, è luce nera, è un prete che bestemmia, un angelo cattivo. È proprio in questo rifiuto c’é il fallimento totale e irrimediabile di una legge profondamente sbagliata perché iniqua e lacunosa. Iniqua perché il legislatore, oltre a sancire la legale soppressione di un essere umano nelle prime fasi della sua vita, ha finito per danneggiare le stesse donne che falsamente si era proposto di tutelare.

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Alle donne si è voluto riconoscere legalmente un presunto diritto; ma lo si è fatto nascondendo la verità sulla vera natura dell’abortito e sulle devastanti conseguenze psichiche dell’aborto, la cosiddetta Sindrome post aborto, gravissima patologia, per evidenti motivi ancora non riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale. Lacunosa perché essendo dettata da principi meramente ideologici, il legislatore non ha previsto alcuna forma di aiuto per quelle donne che, al contrario, desiderano portare avanti la gravidanza nonostante le difficoltà, contraddicendo lo stesso incipit scritto nel suo primo articolo “Lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio” e perché non è stato in grado di prevedere il più che supponibile disagio della categoria professionale chiamata ad applicarla. E oggi, neanche di fronte a questa marchiana evidenza, invece di interrogarsi sul perché la maggior parte dei medici italiani obietta, si vorrebbero far pressioni per riuscire a imporre, in una qualche maniera, il divieto di obiettare.

Paradossalmente pare qui utile dover ricordare alla Stramentinoli e a Saviano che l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, afferma che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione” e che finanche la stessa legge 194, all’articolo 9, recita che “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione”. Addirittura la legge n. 413 del 1993 sancisce il diritto degli operatori veterinari che si oppongono alla violenza su tutti gli esseri viventi di dichiarare la propria obiezione di coscienza ad ogni atto connesso con la sperimentazione animale. E in questo contesto che si vorrebbe stigmatizzare l’esercizio del diritto di obiezione da parte di chi è contrario alla violenza sugli esseri umani? È di tutta evidenza quanto il numero sempre crescente di medici che si rifiutano di praticare aborti dimostri inequivocabilmente che, quando un uomo di scienza si interroga in buona fede su chi effettivamente sia il concepito, non può negare a se stesso e alla propria coscienza di trovarsi al cospetto di un essere umano. La loro posizione non cambia neanche quando si tratta di un bambino concepito con gravi patologie o con deboli aspettative di vita, perché in nessun caso un aborto si può definire terapeutico in quanto un essere umano non può mai essere considerato una malattia. I medici obiettori coscienza non percepiscono l’aborto come un atto medico, ma come un’esecuzione. Pensare di obbligare un medico a praticare aborti sarebbe come ritenere giusto, nei paesi dove é prevista, costringere un medico ad eseguire materialmente una condanna a morte. In quei paesi, infatti, la professione del boia può essere esercitata solo da chi ne ha fatto richiesta e dopo una specifica formazione. E il “problema” dell’obiezione non verrebbe risolto nemmeno se si prendesse esempio dalla “civilissima” Svezia a cui l’autrice del servizio ammiccava speranzosa, riferendo quanto in quella terra viene sconsigliata a uno studente in medicina la specializzazione in ginecologia laddove ci fosse una particolare sensibilità personale sull’argomento. Non so in Svezia, ma in Italia, a lungo andare, questo orientamento non produrrebbe meno obiettori di coscienza, ma semplicemente meno ginecologi. Il servizio mandato in onda dalla trasmissione di Rai 3 ha sottolineato la drammatica urgenza di riaprire in questo Paese una discussione sulla legge 194, senza paura, ma con il coraggio di raccontare finalmente la verità confrontando costruttivamente le diverse posizioni. Si troverà mai, in questo Paese, il coraggio necessario? n di Giuseppe Focone – La Croce Quotidiano