Dall’aborto all’accoglienza. La storia di Claudia

Claudia venne qui, da sola, nel 1992, a 18 settimane di gravidanza e mi disse:
– “Professor Noia, varie persone mi hanno fatto il suo nome, perchè lei mi può dire se questo bambino ha i reni o no.”
-“Va bene” – rispondo – “facciamo alcuni esami”.
E lei: “Fate tutto il necessario, perché io devo decidere”.
Fatti gli esami, il risultato era chiaro:
– “I colleghi che l’hanno inviata da noi avevano ragione, la mancanza di tutti e due i reni è confermata”.
E lei: “Che sarà di questo bambino?”.
– “Crescerà dentro di lei, lei si legherà a lui col suo amore, ma il bambino, non avendo la possibilità di urinare, non svilupperà il sistema che porta alla maturazione dei polmoni. Come conseguenza, dopo la nascita il bambino vivrà solo alcune ore”.

Claudia: “Allora, se è così, vado a fare l’aborto volontario”.
Ribatto: “La legge 194 mi permette di fare un’opera di dissuasione, per cui le vorrei offrire un’opzione diversa, soprattutto da punto di vista medico-psicologico”.
– “In che senso?”.
– “Ha mai sentito parlare della sindrome post-abortiva? È una sindrome grave che colpisce le donne che scelgono l’interruzione di gravidanza”.
– “E allora cosa mi propone?”.
-“Le propongo di accompagnare il bambino”.
-“Ma cosa significa?”.
-“Lei fa le cose che fanno tutte le altre mamme, le visite, i controlli, gli esami”.
Lei: “Ma si rende conto di quello che mi chiede?. Lei mi propone di accompagnare una creatura a cui io mi legherò moltissimo, pur sapendo che la perderò… È una cosa sovrumana”.
– “Non è sovrumana, anzi è estremamente umana. Se per esempio venisse un ematologo e le dicesse che purtroppo il suo bambino di tre anni è inguaribile e tra qualche mese morirà, lei lo curerebbe e accompagnerebbe, non è vero?”.
Claudia: “Ma in quel caso….”
Io: “Cosa cambia se ha tre anni o tre mesi?”.
Lei: “Vorrei evitare che questo bambino soffra”.
Io: “La prima sofferenza è quella di togliergli la vita.
Ma soprattutto di togliergli l’amore, perché lei soffrirà se accompagna il bambino, ma soffrirà in modo molto maggiore se lo uccide. Con la differenza che nel primo caso lei soffre accompagnandolo, ma poi il dolore si stempera nella consapevolezza di aver amato suo figlio fino alla fine, e questo le farà un bene che non può immaginare. Ricordi che le parlo in nome di esperienze che ho conosciuto personalmente. Nell’altro caso, lei avrà distrutto suo figlio, il suo progetto, sarà quasi come una separazione da una parte di sé stessa, per questo poi arriva la depressione”.
Claudia: “No, non ce la faccio. Non ce la faccio”.
E se ne va a fare l’interruzione.

Si ripresenta dopo nove anni:
– “Si ricorda di me?”.
-“Il viso credo di sì, ma noi vediamo centinaia di persone a settimana…”.
Claudia: “Sono quella donna che anni fa se ne andò un po’ irritata con lei perché, per il caso di agenesia renale della mia bambina, mi propose l’accompagnamento invece dell’aborto. Me ne andai irritata perché mi sembrava, inizialmente, che lei volesse coartare la mia scelta di autodeterminazione come donna, impedendomi di scegliere in libertà, per una vita in fondo inutile e che avrebbe avuto gravi sofferenze”.
– “Innanzitutto qui non si obbliga nessuno, si propone, tanto è vero che lei poi ha fatto l’interruzione di gravidanza, è stata una scelta sua. Ho voluto evidenziare i danni, non solo dal punto di vista etico, che magari tengo per me, ma anche dal punto di vista scientifico- psicologico”.
– “E aveva ragione”.

Allora mi fermo. Era partita quasi attaccando.
– “Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa la sindrome post-abortiva. Ci ho messo nove anni per ripetere una gravidanza. E ogni volta che ci riprovavo ripensavo a quella bambina che avevo ucciso e mi bloccavo. Ho avuto anche un aborto spontaneo – il rifiuto psicologico, il sentirsi inadeguata da parte della madre può produrre aborti spontanei -, ma adesso sono di nuovo incinta”.
– “Va bé, lasci stare il passato signora e stia serena, senza arrovellarsi. So che lei soffre soprattutto per non sapere dov’è la sua bambina e per non avergli potuto dare un nome”.
– “Le due domande che mi faccio sono come sarebbe stata e dov’è adesso”.
– “Signora, la sua bambina è nel suo cuore, starà sempre con lei”.
Ma lei ribatte: “Sì, ma adesso sono incinta e ho di nuovo una bambina senza reni”.
Seguono due lunghissimi minuti di silenzio. Claudia percepisce il mio stato di disagio.
– “Professore, lei ha parlato nove anni fa, adesso parlo io. Il mio pregiudizio culturale mi ha fatto rifiutare una proposta eticamente e medicalmente corretta. Pensavo che lei non parlasse come medico, ma come cattolico, per propormi la sua visione della vita e togliermi libertà e autodeterminazione.
Niente di più falso. Lei parlava in maniera corretta, sia su base giuridica che su base medica. E questo mio errore l’ho pagato sulla mia pelle. Ma adesso non voglio sbagliare di nuovo, voglio accompagnare la mia bambina. Però ad una condizione: che sia lei ad accompagnare tutti e due”.
– “Signora, qui io sono proprio l’accompagnatore ufficiale”.
Ridiamo un po’ per stemperare la tensione.
– “Professore, voglio venire al suo studio privato, però”.
– “Signora, stia tranquilla, la tratterò ugualmente bene anche qui, solo che non paga”.
– “Non mi interessa il problema di pagare. Al suo studio c’è più privacy”.
– “Allora mi permetta di non farla pagare anche se viene allo studio”.
– “Professore, lei non ha capito niente; io alla mia bambina devo dare tutta la dignità che le avrei dato se avesse avuto i reni. Quindi voglio venire a fare le visite, pagare le ecografie, tutto quello che c’è da fare normalmente. Perché se non dò io a mia figlia senza reni la dignità che le spetta come essere umano, in questo mondo di morte chi vuole che gliela dia?”.
Ammutolisco.
Nei mesi successivi Claudia viene allo studio, fa tutte le visite, partorisce Alice, che dopo quattro ore vola in cielo.
– “Professore, devo ringraziarla per aver accompagnato me e la mia bambina, proprio come volevo. Sono tornata da lei grazie alla mia bambina precedente, che mi ha guarito il cuore. Soprattutto, professore, la voglio ringraziare perché aiutandomi ad accompagnare Alice in questi nove mesi mi ha permesso di riscattare nove anni della mia vita”.

Claudia, molto serena, ha già il desiderio di iniziare una terza storia, per cui la avviso che prima è necessario fare una valutazione genetica della probabilità che si ripeta il problema. Scopriamo che la probabilità è del 25 per cento.
Tempo dopo nasce Sofia, che sta benissimo.

– Testimonianza Prof. G. Noia, Ginecologo e Primario Hospice Perinatale presso il Policlinico Gemelli di Roma