Dall’inferno delle droghe alla misericordia di Dio

julioC’è un inferno che – con un po’ di coscienza o senza – vivono i consumatori di droghe. In questo contesto, un rapporto diffuso dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) dà solo qualche accenno su questo dramma del nostro tempo.

Il documento segnala che “nel 2012 tra 162 e 324 milioni di persone, ovvero tra il 3,5% e il 7,0% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni, ha consumato almeno una volta qualche droga illecita, principalmente sostanze del gruppo della cannabis, degli oppiacei, la cocaina o gli stimolanti di tipo anfetaminico”.

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Julio Huenchuman conosce il volto di questo inferno accennato dal rapporto, ma anche la misericordia di Dio che lo ha portato nella comunità terapeutica delle Fazendas de Esperanza situata a Las Canteras, a pochi chilometri dalla località argentina di Deán Funes.

Le ferite del ventre materno e dell’infanzia

Julio ha riferito a Portaluz di essere nato nel sud dell’Argentina e di avere sangue mapuche nelle vene. Per abitudini che come bambino non capiva o per segreti che rimangono nascosti nella storia familiare, ha trascorso l’infanzia in tre luoghi: la casa dei nonni, la casa di Claudia, sua madre, e le strade della località di Cipolletti.

Ricorda appena qualche espressione di affetto da parte di Claudia, che all’epoca era tossicodipendente. “Da bambino ero molto ribelle. Avevo già atteggiamenti sbagliati, come rubare in famiglia”.

“Sono cresciuto con l’odio, nato per il modo in cui ho smesso di vedere mia madre quando mi hanno informato che l’avrebbero ricoverata”, ha ricordato. “Questo mi ha segnato molto perché ero legatissimo a lei. I miei nonni vedevano la tossicodipendenza come una sofferenza… per loro era una cosa nuova, perché venivano dalla campagna”.

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Con il passare degli anni e la compagnia di una religiosa, la madre di Julio è riuscita a riabilitarsi grazie a una fondazione chiamata Viaje de Ida y Vuelta (Viaggio di andata e ritorno).

“All’epoca eravamo già cinque figli e siamo andati a vivere da soli; a volte andavo a casa di mia nonna. Mia madre è stata accompagnata da una donna che era religiosa, una suora della Misericordia molto nota a Cipolletti. L’ha aiutata molto a conoscere i valori e le ha trovato una casa per rendersi indipendente”.

Tra sogni e miseria
Senza la protezione, l’affetto e le altre realtà benefiche che offre una famiglia sana, Julio, da bambino e da adolescente, ha perso la direzione. Ha conosciuto persone che erano nell’ambiente della droga e della delinquenza.

“Sono stato iniziato al furto. Ho lasciato la scuola. Avevo molti progetti, volevo diventare geometra, volevo lavorare, diventare qualcuno, ma quando ho iniziato a drogarmi è svanito tutto. Non avevo mete. Ho iniziato con la marijuana e poi sono passato a consumare droghe più forti”.

Spontaneo, Julio mostra le cicatrici che ha sul corpo – frutto di storie che preferisce tacere – e commenta che parlano delle ferite che tormentavano la sua anima.

“A 18 anni ho ricevuto una pugnalata al polmone e sono finito in terapia intensiva”. L’anima di Julio, però, non imparava la lezione, come confessa. “Continuavo ad avere molto odio, rancore, ferite profonde. Non mi importava rubare, né se una persona restava senza le cose per le quali aveva lavorato tutta una vita, men che meno il suo dolore. Mi preoccupavo solo di me”.

Dipendenza, delinquenza e violenza
Erano trascorsi sei mesi da quella prima pugnalata quando una discussione con dei ragazzi finì con un’altra ferita allo stomaco. “Quando mi drogavo molto diventavo violento”.

Il male non mordeva solo l’anima di Julio, ma cercava di riprodursi attraverso di lui, come un cancro incontrollabile. Julio lo racconta così: “Stavo insegnando ai miei fratelli più piccoli a rubare, e altre volte li derubavo”.

Da Río Negro, la provincia dalla quale veniva, andava anche a rubare altrove, finché non è stato arrestato: era il 14 ottobre 2010, aveva 23 anni. In prigione è avvenuta la svolta.

“Sono stato incarcerato in una prigione di Buenos Aires e condannato a tre anni, con la possibilità di uscire con la condizionale. I primi tre mesi ho continuato a drogarmi, avevo una persona che mi portava la droga in cella”.

“Poi è successo qualcosa che mi avrebbe segnato molto… Mia madre è venuta a trovarmi e l’ho vista piangere molto, ancora me lo ricordo. Quell’espressione… L’ho vista soffrire tanto, pensavo che non sarebbe mai venuta in carcere a farmi visita. Allora ho capito che nel momento in cui mi drogavo non ero una persona, mi credevo il peggiore di tutti”.

Dio Padre
I primi mesi, per evitare di essere aggredito dagli altri detenuti essendo un “novellino”, Julio dice di aver avuto la fortuna di veder accettata la sua richiesta di essere rinchiuso nel padiglione degli evangelici. Lì ha ricevuto un dono significativo.

“Mi ricordo che c’era un carceriere che mi ha passato una rivista intitolata Más que Vencedores (Più che vincitori), che riportava testimonianze di sportivi che raccontavano come Dio li avesse aiutati ad andare avanti. Era qualcosa che io ho poi iniziato a sperimentare. Ogni volta che leggevo le righe del Vangelo non capivo nulla, ma mi davano pace, tranquillità”.

In totale è rimasto in carcere 11 mesi, serviti a emendare i suoi errori. Nel frattempo, all’esterno, vari fatti hanno modificato la famiglia di Julio. Sua madre, da un lato, pregava con fervore per la conversione di suo figlio, mentre l’opera dello Spirito Santo si stava concretizzando attraverso un volto nuovo. “C’è stata una catechista che aveva conosciuto mia madre quando ero stato in ospedale la prima volta che mi avevano pugnalato. Da quel momento l’ha accompagnata. Mi scriveva lettere in carcere, mi mandava cose da leggere e una volta mi ha detto che se avessi voluto avrebbe potuto essere la mia madrina di Battesimo”.

Quando Julio è uscito dal carcere di Buenos Aires – l’8 settembre 2011 – è stato un nuovo inizio. Ha iniziato a partecipare a un gruppo di giovani cattolici del quartiere e a prepararsi ai sacramenti, anche se era ancora diviso. “Da un lato vedevo la luce e l’amore in quel gruppo di ragazzi, perché mi facevano sentire amato, dall’altro avevo i compagni con i quali delinquevo”.

Guarire le ferite e liberazione
La sua anima, però, gridava chiedendogli di scegliere di abbandonare il crimine e le droghe. “Ero come barcollante”, “per settimane ho cercato un lavoro”. “Avrò consumato droghe una o due volte fuori… e poi c’è stato un momento molto forte”.

“A dicembre già ero battezzato e avevo fatto la Prima Comunione, ma il 22 dicembre sono ricaduto. Sono tornato indietro. Il giorno dopo, nel quartiere avevamo organizzato di uscire a distribuire dolci, e io mi ero offerto di vestirmi da Babbo Natale per distribuirli con un gruppo di signore. Dentro avevo un grande dolore per aver fallito. Immedesimato in Babbo Natale, mi sono avvicinato a una bambina, e quando le ho consegnato i regali a casa sua saltava di gioia e diceva: ‘Papà, papà, hai visto che Babbo Natale è arrivato?’ Mi è venuta vicino e mi ha abbracciato. È stato uno shock per me, e mi sono chiesto come potessi comportarmi tanto male”.

Dopo qualche ora, ha chiesto a Dio di accompagnarlo nel suo cammino malgrado le sue fragilità, e così è stato. “Qualche giorno dopo ho iniziato a condividere con i giovani, a seguire un corso di cucina e a superare me stesso”. Ha ottenuto il suo primo impiego e la sua anima traboccava di gioia pensando che lo stipendio che avrebbe ricevuto non derivava dal danneggiare se stesso né nessun altro.

Nonostante questi progressi, dice, intuiva che nel profondo non era sano e voleva approfondire il suo rapporto con Dio, rafforzare la propria sicurezza di fronte alla tentazione. Così, esortato dalla sua madrina, ha conosciuto l’esperienza delle Fazendas in Argentina.

“In mezzo al gruppo si sentiva la presenza di Gesù, e mi sono sentito molto amato. Ci incontravamo il sabato. Per me il sabato è un giorno molto pericoloso, perché è difficile affrontare le persone e l’ambiente in cui si muoveva la droga, ma mi sono sentito molto amato e ho iniziato a camminare, con mille difficoltà, con i miei alti e bassi”.

“Ma quello è stato l’inizio del recupero. Ti vengono molti sensi di colpa, perché ci sono le ferite della droga. Provavo un vuoto, e a un certo punto mi sono ricordato dei consigli di mia madre. Mi sono venute in mente le sue parole, e allora – ero alla Fazenda da quasi due mesi – mi sono detto: ‘Mia mamma c’è stata due anni e lo ha fatto per noi, per i suoi figli’. Prima avevo un’altra visione, pensavo che mi avesse abbandonato, che fosse una tossicodipendente e cose del genere. Allora ho iniziato a capirla. Dio ha fatto sì che guarissi quelle ferite rancorose nei confronti di mia madre”.

Dopo il periodo nella Fazenda, Julio è tornato a casa ed è riuscito a terminare il corso di cucina. Oggi, a 26 anni, è un uomo nuovo.

“Sono padrino nella comunità, e il mio compito è accompagnare e amare, poter essere luce per quella persona che viene cercando speranza, salvezza. Comunichiamo con le famiglie, siamo quelli che a volte prendono decisioni per la comunità, cercando il bene per il fratello. È bellissimo, perché quando arriva la sera ti rendi conto di aver fatto molte cose e anche qualcosa di significativo… Dio è in questo luogo, senza di Lui non si può fare nulla”.

da: Ateleia