Dhimmitudine

dhimmiQuattordici secoli di espansione islamica, più di 500 casi di martirio cristiano. Centinaia di individui e decine di piccoli gruppi sacrificati dal popolo musulmano. Camille Eid, giornalista libanese ed esperto del mondo arabo, ha raccolto per la prima volta in un libro gli atti dei martiri della mezzaluna. A morte in nome di Allah (Piemme ed., pp. 223) sfata la convinzione diffusa di un’Europa che si dilania in secolari guerre tra fratelli di fede, che perseguita e caccia le sue minoranze, mentre in terra d’Islam vige la benevola protezione dei dhimmi ebrei e cristiani, cittadini di seconda classe, ma rispettati ed accolti, talora promossi ad alti gradi nelle amministrazioni e nelle corti.

L’idea di dhimmitudine è uno dei più duraturi successi d’immagine dell’Islam, il paravento dietro il quale si nascondono atrocità e violenze, soprusi e persecuzioni attuate per soddisfare la sete di dominio e la volontà di conquista che ha eroso, smantellato, progressivamente distrutto la cristianità in Medio Oriente e non solo. Caucaso, Persia, India, Russia, Balcani e Africa Nera, sono appena alcune delle terre tormentate da questa deliberata e sistematica cancellazione della fede cristiana. Eid si muove attraverso le tristi vicende che vanno dell’espulsione dei cristiani yemeniti sotto i primi califfi dell’Islam, fino ai martiri del XX secolo: i trappisti del monastero algerino di Tibhirne, i cristiani del Sudan, della Nigeria, dell’Egitto, dell’Indonesia e del Pakistan. Un martirio che ha visto cadere uomini, donne, sacerdoti, monaci, missionari e talvolta anche bambini.

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Un viaggio nel tempo e nello spazio per illuminare quelle zone rimaste in ombra nella storia del cristianesimo. Su molti di questi avvenimenti è caduto l’oblio, anche a causa dei correligionari che per primi vi hanno steso sopra un velo, probabilmente solo per ragioni di pura sopravvivenza nel loro statuto di dhimmi. I fatti riportati arrivano fino ai nostri giorni più «caldi»: l’intolleranza dei regimi integralisti, gli attentati e le persecuzioni a danno delle comunità cristiane nei Paesi islamici. Un resoconto dettagliato che denuncia come all’alba del terzo millennio la Chiesa sia ancora nel mirino di aggressioni violente, costanti e diffuse. Di questa nuda sequenza di racconti colpisce la similitudine. Secoli di storia incapaci di modificare nella sostanza e a volte pure nella forma, il martirio patito dai cristiani: trucidati, mutilati e giustiziati perché cristiani.

Incredibile nel XXI secolo, immaginare spedizioni punitive, raffiche di mitra sparate davanti all’ingresso dei monasteri, irruzioni di militari armati nelle chiese, bombardamenti di villaggi, bambini rapiti per essere avviati ai programmi d’educazione islamica, catechisti fustigati e poi crocifissi, sequestri interminabili e condanne a morte senz’appello. Una spirale infernale di vittime per fede, ma non solo. C’è la complicità di chi sa e fa finta di non sapere; c’è l’omertà di chi non vuol vedere, sentire né parlare; c’è quel «frastornante silenzio» che imprigiona anche le voci più potenti. I martiri cristiani dell’Islam sono testimoni di uno scontro di civiltà ancora in atto. Su moltissimi casi di morte sotto il segno di Allah è calato il sipario. Tanti misteri irrisolti, omicidi sui quali non è stata fatta luce, cadaveri abbandonati e senza un colpevole. Una lunga via crucis.

Rosa Labellarte