Diffusione del Cristianesimo e storicità

Il titolo dell’incontro di oggi è tratto da una terzina del Canto XXIV del Paradiso della Divina Commedia di Dante, e vuole alludere al fatto che da sempre il miracolo della diffusione del Cristianesimo (il miracolo di secoli e secoli in cui persone, incontrando altre persone, hanno creduto, si sono riconosciute in quell’avvenimento e hanno continuato a renderne testimonianza, fino a quando quell’avvenimento è arrivato fino a noi che siamo qui) è riconosciuto dalla Chiesa e dalla Cristianità come il segno della verità e della realtà dell’avvenimento cristiano. (…)

Perché questa attenzione alla storicità del Cristianesimo? Non è né la ripetizione di un tema, né la fissità o la mania di un contenuto, ma è piuttosto un approfondimento; la verità è più grande di quello che io sono oggi e di quello che io posso essere domani, e quindi l’approfondimento della verità non avrà mai termine, è piuttosto l’approfondimento della ragionevolezza della nostra fede. La nostra fede si fonda sulla storicità di un fatto, e in questo fatto consiste la certezza e la speranza della nostra vita: allora, approfondire la ragionevolezza di questo è il compito più utile, più appassionante, più intelligente a cui possa dedicarsi un uomo che ha incontrato questo fatto e che da esso è stato provocato.
Pensiamo a un fatto estremamente vicino: la gioia che abbiamo vissuto in questi giorni, l’amicizia che c’è stata fra di noi. Che cosa diciamo di questo? Che sono state giornate emozionanti? Che questa gioia e che questa esperienza sono state un’emozione? Un attimo di sentimento felice? Sarebbe poco!

Aiuta con un piccolo contributo
con PayPal Bancomat o Carta di credito:

Le giornate che abbiamo vissuto sono l’espressione di un avvenimento presente tra noi. Questa è la certezza delle ore che abbiamo passato a lavorare o ad ascoltare, a preparare ciò che per il Meeting serviva o a visitare le mostre. La gioia e l’esperienza di questi giorni non sono fondati su un’emozione – anche se sono state un’emozione, perché l’emozione fa parte della carne e della vita -, ma sono l’espressione di un avvenimento presente, non un fatto del passato, non un’utopia da attendere per il futuro. Dice Don Giussani: “Cristo c’è, e pertanto è preso in considerazione, è creduto, sentito, amato e seguito, se cambia”. Quello che noi siamo, il nostro cambiamento, l’esperienza e la commozione di questi giorni, sono il segno che Cristo c’è.
Per aiutarci in questo approfondimento, abbiamo invitato padre José O’Callaghan, il professor Carsten Peter Thiede e padre Julian Carron.

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE!
Con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo.
Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014

O’Callaghan: L’anno 1991 ebbi l’onore di partecipare alla chiusura del Meeting. È stata davvero un’esperienza indimenticabile per tanti motivi, ma specialmente perché fu la prima occasione per conoscere da vicino il vostro movimento. Da quel momento ho avuto tanti rapporti con voi non soltanto in Italia e Spagna, ma anche in America Latina, Argentina e Brasile, e posso apertamente confessare che ovunque ho trovato lo stesso spirito e la stessa comunione di ideali per la propagazione del regno di Cristo. Devo inoltre dire che generalmente la mia attività è stata quella propria di un povero papirologo: in quasi tutti i casi, i miei interventi sono stati semplicemente l’esposizione della mia umile proposta di identificazione di un papiro della grotta settima di Qumran, il “famoso” 7Q5, con un brano del Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), in cui si allude a diversi miracoli del Signore.
Non desidero ripetere cose dette previamente, ma non posso dimenticare il cambio di orientamento dell’opinione dopo il meritevole libro del professore Carsten Peter Thiede, che diceva: in base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7Q5 è Marco 6, 52-53, il più antico frammento conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50 e sicuramente prima del 68.
Dal 18 al 20 ottobre 1991 ebbe luogo all’università cattolica di Eichstaat un simposio internazionale sulla possibile presenza dei cristiani a Qumran, e in questo congresso si rese pubblico il risultato di un test informatico realizzato a Liverpool per vedere se le 20 lettere di 7Q5 potevano essere attribuite ad un altro testo di tutta la letteratura greca. La risposta del computer fu negativa: confermò Marco 6, 52-53.
Prescindendo da altre considerazioni, desidero attendere alle recenti conferme della mia identificazione. Sono conferme di ordine papirologico e di ordine matematico. Le prime dovute alla professoressa Orsolina Montevecchi, e le seconde al professore Albert Down. Orsolina Montevecchi, emerita di papirologia all’Università Cattolica di Milano, presidentessa per molti anni dell’Associazione Internazionale dei Papirologi, recentemente ha parlato delle due obiezioni che potevano rendere più difficile l’accettazione della mia identificazione: l’omissione di epì ten ghen e lo scambio di consonante.
Riguardo all’omissione di epì ten ghen, verso terra, (“attraversato il lago verso terra”), ha evidenziato che quel “verso terra” è superfluo: attraversando un lago si va ovviamente dall’altra parte. In realtà, anche se i paleografi sembrano ignorarlo, è abbastanza frequente nei testi su papiro più antichi della Bibbia trovare l’omissione di qualche elemento non necessario per la comprensione del testo.
La seconda difficoltà è invece di ordine fonetico: lo scambio delta-tau (d-t). Ma anche questo è un errore frequente, come osserva la Montevecchi, ci sono molti altri casi dei papiri biblici di scambi di tau con delta.
Secondo la Montevecchi, queste sono le due sole obiezioni che si possano prendere a pretesto per invalidare l’identificazione del papiro, poiché sono le sole varianti rispetto al testo tramandato. Ma si tratta di varianti normali: tutti gli altri testi dell’Antico e del Nuovo Testamento tramandatici su papiro, hanno queste lievi alternanze grafiche, e – sono tentato di dire – sarebbe sospetto se non ci fossero.
Per quanto riguarda la conferma matematica, prima di esporre il calcolo delle probabilità fatto da Albert Down, gesuita, voglio ricordare monsignor Enrico Galbiati, che già nel 1991 diceva: “O’Callaghan ha ragione per il calcolo delle probabilità: quel papiro non reca nessuna parola comprensibile, ma un seguito di lettere che si susseguono con un certo ordine, tale quale il Vangelo di Marco. È altamente improbabile che le stesse lettere possano trovarsi nello stesso ordine per caso”.
Il professor Albert Down, ingegnere di ponti e strade, dottore in matematica, è stato ordinario di matematica al Politecnico di Madrid, e ordinario di equazioni differenziali all’Università della stessa città. Attualmente è professore emerito all’Università autonoma di Barcellona, dove insegna storia della matematica, ed è membro numerario della Regale Accademia delle Scienze di Madrid. Il professore ha svolto un lavoro matematico di 32 pagine, con diverse ipotesi di lavoro, di cui enuncerò soltanto le principali.
Prima ipotesi di calcolo: la probabilità che si trovi casualmente un altro testo con lo stesso numero di spazi o lettere, e con una stechiometria che oscilli, come quella di 7Q5, con numero di spazi e di lettere tra 20 e 30 lettere, è una su 36 milioni di miliardi.
Seconda ipotesi di calcolo: dal punto di vista del calcolo delle probabilità, nell’equiparare un testo letterario espressivo con un testo matematico inespressivo, si dà luogo ad un errore di difficile estimazione, di cui non si è tenuto conto nel calcolo precedente. Con questa particolarità letteraria che modifica il primo calcolo, il professor Down propone il nuovo valore matematico che approssima per eccesso i dati anteriori, con la stessa stechiometria di 7Q5: la probabilità che si trovi casualmente un altro testo, è di una su 900 miliardi.
Possiamo dunque dire che secondo l’autorevole opinione del professor Down, questa identificazione scientificamente è certa.
Un collega alcuni giorni fa mi ha detto: “la tua scoperta sarà riconosciuta ma non ora, tra 40 o 50 anni: puoi metterti il cuore in pace”. Ho messo da tempo il cuore in pace, con l’aiuto degli amici di Comunione e Liberazione.
Thiede: Conosciamo circa 100 papiri del Nuovo Testamento; di essi i più antichi sono anche le testimonianze scritte più antiche del Nuovo Testamento – dei Vangeli, delle lettere di San Paolo o di San Pietro, ecc. In qualità di scienziati, perciò, siamo tenuti ad occuparci con cura particolare di queste testimonianze documentarie della storia del Cristianesimo così antiche e singolari. Infatti, è ben diverso pubblicare un papiro dell’Eneide di Virgilio o un papiro del Vangelo di Marco. Certamente, per tutti gli uomini di cultura, e soprattutto per quelli italiani, Virgilio è molto speciale: egli è il poeta nazionale classico che con la sua Eneide ha creato l’epos che sta alla base della storia della fondazione dell’Italia. E così il papiro più antico di Virgilio, ritrovato nella fortezza ebraica di Masada, e pubblicato nel 1989 (…)costituisce certamente un documento eccezionale. Ma Virgilio ha cambiato la vita dell’umanità? Probabilmente no.
I testi del Nuovo Testamento, i documenti sul Gesù storico e sui suoi discepoli questi sì che hanno cambiato la vita dell’umanità, e continuano a cambiarla, anche oggi. Per questa ragione, i papiri più antichi del Nuovo Testamento sono, nonostante tutto, ancora più importanti dei papiri più antichi di Virgilio, di Omero o di Seneca. (…)
Dobbiamo porci questa domanda: in che misura le testimonianze più antiche ci avvicinano alla storicità delle origini cristiane? Per gli scettici, questa può essere una domanda molto scomoda. Quando José O’Callaghan nel 1972 formulò la tesi per cui un frammento della grotta n.7 di Qumran appartiene al Vangelo di Marco, molti studiosi del Nuovo Testamento rimasero sorpresi e quasi spaventati: Marco fra i testi di Qumran, scritti prima del 68 dopo Cristo? Non poteva essere così. C’è voluto molto tempo prima che un esame accurato delle varie corrispondenze conducesse ad un chiaro dato: O’Callaghan aveva ragione fin dal principio. Io stesso so molto bene con quanta forza polemica vari critici si siano opposti a “Marco nel Qumran”; anche i miei stessi libri e saggi su questa questione hanno suscitato molti attacchi pieni d’odio. Perché? Perché è veramente una sfida affermare che un Vangelo è stato scritto quando vivevano ancora testimoni oculari, quando era possibile ancora interrogare i testimoni, quando ancora li si poteva contraddire, se necessario. Un Vangelo come documento storico, degno di fede: questo concetto non può piacere a tutti coloro che preferiscono credere ai miti, alle leggende e alle invenzioni di gruppi più tardi.
E poi, da alcuni mesi, il dibattito sul papiro più antico, quello di Matteo: anche i mezzi di comunicazione italiani hanno riferito ampiamente su tale argomento. In uno dei college dell’Università di Oxford, si trovano tre piccoli frammenti di dieci righe del capitolo 26 del Vangelo di Matteo. Si tratta di brani della storia della Passione. Tre volte parla lo stesso Gesù, una volta Giuda e una volta Pietro. Per otre cinquanta anni, non ci si era occupati di questi frammenti. Essi erano stati datati alla fine del II sec. – abbastanza presto per essere comunque i frammenti più antichi del Vangelo di Matteo, ma anche abbastanza tardi per non suscitare alcuna emozione. Molti avvenimenti, infatti, accaddero alla fine del II sec. Un papiro di questo genere non poteva avere particolare importanza per la storicità del contenuto che narrava.
Ma tutto ciò è cambiato, per così dire da un giorno all’altro, quando il papiro di Oxford è stato datato all’incirca al 70 d.C. Naturalmente non si trattava di una datazione attribuita con leggerezza: dietro c’era tutto un lavoro di analisi accurata e appassionata di manoscritti, un tipo di lavoro da “detective”, all’inseguimento delle tracce più lievi. Nel frattempo è stato anche assodato che esistono parecchi papiri datati – per esempio delle lettere apostoliche – che provengono proprio dallo stesso periodo, prima del 66, e che sono assimilabili allo stesso tipo di manoscritto e papiro di Matteo. Per cui, questo papiro di Matteo può essere con buona certezza attribuito a questo periodo.
A questo punto, la questione prendeva un aspetto ben diverso: improvvisamente i frammenti erano diventati il codice papiraceo più antico di tutto il Nuovo Testamento, quasi contemporanei ai rotoli di papiro di Marco a Qumram. Le tre parole di Gesù contenute in essi erano diventate la testimonianza documentaria più antica del Gesù storico. Le abbreviazioni della parola greca corrispondente a “Gesù” e “Signore” che si vedono su questi frammenti, confermavano improvvisamente una vecchia tesi sostenuta dai papirologi inglesi: la tesi secondo cui i primi cristiani avevano introdotto queste abbreviazioni a Gerusalemme e ad Antiochia già prima del 70 d. C., per dimostrare che Gesù era Dio e Signore. In seguito, come è naturale, tali abbreviazioni vennero applicate all’antico “Tetragrammaton” ebraico JHWH, con il quale veniva abbreviato il santo nome di Dio.
Si scatenarono ancora una volta conflitti e controversie: molti studiosi del Nuovo Testamento non potevano e non possono tuttora accettare l’idea che vi sia stata così presto una forma di tradizione tanto precisa e meditata. Non ci si adatta alle sorprese troppo violente: ci si era appena ripresi dalla sorpresa che Marco giocasse un ruolo nel Qumran già prima del 68 d.C., che ci si doveva sentir dire che esisteva già un codice di Matteo in Egitto intorno al 70 d.C. – là infatti era stato ritrovato quel papiro. E tuttavia, non si trattava soltanto dell’età dei documenti e della questione dei testimoni oculari. Entrava in gioco qualche cosa d’altro: veniva posta una sfida, quella di riflettere ancora una volta da capo sul Gesù storico. Egli aveva profetizzato la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Entrambi questi fatti accaddero nel 70 d.C. La maggioranza dei teologi contemporanei non ha dubbi: Gesù era solo un uomo, pertanto non era in grado di fare profezie. Quindi, queste parole sulla distruzione della città e del tempio gli erano state attribuite più tardi, dopo che questi fatti erano avvenuti: l’intento, nell’attribuirgli tali parole, era infatti quello di fare a tutti i costi dell’uomo Gesù un sapiente, un profeta. Ma se invece esistono testimonianze scritte dei Vangeli precedenti al 70 d.C., ciò significa una cosa sola: che Gesù era veramente un profeta. Egli previde il fatto prima che avvenisse, e la predizione fu messa per iscritto prima che l’avvenimento si verificasse.
Il frammento di Marco di Qumran, e il papiro di Matteo di Oxford presentano varie differenze. Il primo deriva da un rotolo, il secondo da un codice. Il frammento di Marco consiste di un solo, piccolo pezzo; il papiro di Matteo è composte da tre frammenti, ai quali appartengono altri due che si trovano oggi a Barcellona. Accanto a queste differenze essi presentano però tratti comuni decisivi: essi testimoniano la cura e la precisione dei primi scrittori cristiani, e soprattutto ci mostrano che la tradizione scritta della vita di Gesù ha avuto inizio molto presto. E ci testimoniano anche un’altra cosa.
Già i primi cristiani presero molto sul serio il compito di “mandato” di Gesù. Il frammento di Marco è stato trovato a Qumran e dalle iscrizioni sulla brocca rinvenuta nella grotta n. 7, sappiamo che i rotoli di questa caverna provenivano da Roma. Certamente, è accaduto che i cristiani di Roma avranno inviato i loro testi ai cristiani di Gerusalemme, e che questi di là siano arrivati agli esseni a Qumran. Il papiro di Matteo di Oxford è stato ritrovato nel nord dell’Egitto, e precisamente vicino a Luxor. Se sia anche stato scritto là non ci è possibile saperlo. Ma, a prescindere dalla possibilità che sia stato scritto là, come copia di un modello ancora più antico, o che sia stato inviato in Egitto da un qualunque luogo dell’impero romano, una cosa è certa: esso si trovava là. E ciò significa, ovviamente, che già intorno al 70 d.C. vi erano cristiani che vivevano in Egitto e che partecipavano alla lettura e alla diffusione del Vangelo.
Dieci giorni fa mi sono recato a Berlino con la professoressa Orsolina Montevecchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per partecipare al XXI congresso internazionale di papirologia. Io stesso ho fatto in tale occasione un intervento sul nuovo microscopio che ho messo a punto con alcuni colleghi: un “Confocal Laser Scanning Microscope”, mediante il quale si può penetrare per 20 micrometri negli strati di un papiro – improvvisamente tutto diventa visibile: gli ultimi residui dell’inchiostro, le impronte della penna e nulla rimane nascosto agli occhi del papirologo. Orsolina Montevecchi ha svolto una importantissima relazione sulla diffusione della lingua greca nell’Egitto del I sec. a.C. e del I sec. d.C. Ella ha dimostrato quanto questa lingua fosse diffusa, e quanto fosse normale farsi capire oralmente e per iscritto per mezzo del greco. Anche in relazione alla Palestina, all’Israele antico dello stesso tempo di Gesù e degli apostoli, sappiamo che le persone erano molto portate per le lingue. Ogni abitante della Giudea padroneggiava, oltre all’ebraico e all’aramaico, anche il greco. E ognuno sapeva che il greco era la lingua dei traffici internazionali.
Anche nella fortezza di Masada c’erano ebrei che durante le loro guerre contro i romani comunicavano in iscritto tra di loro in lingua greca su frammenti di tavolette di argilla o su fogli di papiro.
Fra i cristiani della comunità originaria di Gerusalemme, deve essere stato chiaro fin dall’inizio questo fatto: la tradizione scritta di Gesù deve essere stata redatta fin dal principio in questa lingua internazionale. Anche lo stesso Gesù, infine, aveva talvolta parlato greco – con la cananea di origine sirofenicia (Mc 7, 24-30), con i farisei, ai quali aveva spiegato il significato della moneta (il tributo a Cesare, Mc 12, 12-17: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”), o anche nel corso del dialogo con Pilato, che non conosceva l’aramaico e non aveva un interprete a disposizione. Essere il più vicino possibile al Gesù storico: ciò riusciva attraverso il greco. Così, non c’è da meravigliarsi che i due più antichi papiri del Nuovo Testamento conosciuti fino ad oggi non siano scritti in aramaico, la lingua quotidiana degli ebrei di Israele, ma in greco. La diffusione e la storicità del Cristianesimo venivano sottolineate ed incrementate dalla scelta di questa lingua.
Allora la lingua non è un miracolo, ma forse è un miracolo il fatto che questi papiri siano divenuti noti proprio adesso. Viviamo in un tempo in cui dobbiamo vedere, per credere? Forse le cose stanno proprio così. Ma dobbiamo dire, tuttavia, che anche i più antichi papiri dei Vangeli sono solo una pietra miliare sulla strada: essi non rappresentano tutta la strada, e non ne sono neanche la meta. La verità del Cristianesimo la sperimentiamo in primo luogo nella fede e nella vita cristiana.

Carròn: Perché a noi interessa la storicità dei Vangeli? Per l’incontro fatto con l’avvenimento cristiano, che permane vivo come avvenimento presente nella Chiesa. Infatti in questo incontro tutti noi abbiamo avuto l’esperienza di una corrispondenza all’attesa del nostro cuore. Questo incontro, quando viene poi verificato, ci permette di raggiungere una certezza su di esso che rimane per sempre. Quando il Cristianesimo è un’esperienza umana così, non si può cancellare più dalla nostra vita, rimane per sempre nei nostri occhi e diventa una posizione rispetto a tutta la realtà. Noi non possiamo affrontare nulla senza averla addosso. È presente quando ci alziamo al mattino, quando andiamo a lavorare, quando abbiamo delle difficoltà oppure quando godiamo la vita… e anche quando facciamo delle ricerche storiche.
Perciò il punto di partenza della nostra ricerca sulla storicità dei Vangeli non è un dubbio, ma una certezza. È questa certezza che desta in noi una passione per conoscere fino in fondo la storia che ci ha raggiunti, desta in noi una passione per ritrovare le tracce che l’avvenimento cristiano ha lasciato nella storia. Quanto più un ragazzo è certo di quello che gli è accaduto e di quello che prova per una ragazza, tanto più vuole conoscerla. Non solo noi non possiamo strapparci l’esperienza fatta, ma anzi questa diventa l’ipotesi per affrontare la storia senza chiusure, spalancati come mai avremmo potuto immaginare, cioè con un’apertura della ragione che non ammette limiti.
È questa certezza che non permette mai alla ragione di chiudersi su se stessa diventando misura della realtà, cioè consente alla ragione di diventare vera ragione, aperta alla totalità della realtà. È per questo che non si lascerà mai vincere dall’ipotesi contraria, perché ciò implicherebbe di cancellare l’incontro fatto. Noi diremmo sempre come Pietro, che malgrado tutti i suoi sbagli dice: “Non so come, ma la mia simpatia umana è per te, Cristo”.
Partire da questa ipotesi non ci risparmia il lavoro, anzi ci lancia in una ricerca ancora più appassionata, perché nasce da un amore. È nella fedeltà a quello che ci è accaduto che apparirà il valore culturale della ipotesi cristiana. Questa ricerca è un esempio in più di ciò che tutti noi facciamo quando ci accostiamo al lavoro e alla famiglia, ai problemi o alle circostanze della vita con quell’avvenimento negli occhi. Improvvisamente la realtà ci mostra aspetti di essa prima sconosciuti. Così cresce anche la nostra certezza. Infatti, anche a noi accostarci alla storia cristiana con questo Avvenimento negli occhi permette di scoprire delle tracce che l’avvenimento ha lasciato nella storia.
Poiché abbiamo questa certezza, siamo disponibili ad un confronto con tutti sulle nostre ricerche, per verificare la loro validità. Perché anche se queste non fossero valide, non ci metterebbe in crisi (la nostra certezza è per sempre), anzi ci desterebbe una passione ancora più viva per una ricerca più approfondita, convinti che quello che ci ha raggiunto ha avuto un inizio nel passato, e che deve aver lasciato delle tracce nella storia.
Di cosa si tratta, dunque, nella questione della storicità dei Vangeli? Si tratta di sapere se quello che raccontano i Vangeli è accaduto realmente oppure no. Qui sta tutta la questione del Cristianesimo. Se l’annuncio cristiano consiste nell’affermazione di un fatto che è diventato uomo, la questione decisiva è sapere se questo fatto è realmente accaduto. Poiché quello che il Cristianesimo afferma noi non lo conosciamo direttamente, ma attraverso la testimonianza di quelli che hanno visto, sentito e toccato, la questione è verificare la credibilità dei testimoni.
Fin dagli inizi, la Chiesa ha creduto che i Vangeli avessero tratto la loro origine dalla persona storica di Gesù, dalle sue parole e da tutto ciò che aveva fatto, della sua morte e della sua resurrezione. Li ha sempre considerati dunque come testimonianze di un fatto accaduto nella storia. Recentemente, il Concilio Vaticano II ha ripetuto ancora una volta questa certezza che ha la Chiesa sulla storicità dei Vangeli, cioè la corrispondenza tra quello che essi raccontano e la verità storica, quello che realmente è accaduto.
Però, nonostante questo, da qualche secolo in poi, a partire da un determinato momento (l’illuminismo), per alcuni studiosi non è più possibile questa interpretazione dell’origine dei Vangeli, e viene introdotto così il sospetto sul loro valore storico. Tuttavia, nessuno poteva né può mettere in dubbio un dato: l’esistenza dei Vangeli e il fatto che in essi si afferma che un uomo, Gesù di Nazareth, è considerato Figlio di Dio da parte di un gruppo di giudei della Palestina del I secolo della nostra era. Non essendo questi studiosi più in grado di riconoscere la spiegazione della loro origine, affermata fino ad allora dalla Chiesa, hanno ritenuto necessario cercare e offrire una spiegazione alternativa. Questa interpretazione si può riassumere in una parola: mitizzazione.
Secondo questa interpretazione, i Vangeli sarebbero il risultato di un processo di mitizzazione della persona di Gesù di Nazareth, per cui colui che non era un profeta viene trasformato, alla fine, nel Figlio di Dio. Perché questo fenomeno potesse essersi verificato, era necessario postulare un lasso di tempo sufficientemente lungo perché il processo di mitizzazione potesse avere luogo.
D’altra parte, siccome risultava inconcepibile che questa mitizzazione fosse stata realizzata dai Giudei – dato il loro monoteismo rigido -, si doveva postulare nello stesso tempo un influsso dell’Ellenismo, della moltitudine dei suoi culti e delle sue religioni: e questo poteva aver luogo solo fuori dalla Palestina. Questa è la ragione per cui uno degli esponenti più di spicco di questo modo di accostarsi ai Vangeli, lo studioso tedesco Bultmann, ha scritto che “il problema della Ellenizzazione del Cristianesimo primitivo sembra strettamente in connessione con la sua ‘sirificazione’ (ossia, l’assunzione della mentalità culturale degli abitanti della Siria). Il coinvolgimento della Siria nella storia della religione ellenistica e in quella della primitiva religione cristiana rende necessaria una urgente investigazione”.
Come dicevamo, questa ricostruzione dell’origine dei Vangeli è obbligata a postulare un lasso di tempo per cui la mitizzazione di Gesù, dovuta all’influsso ellenistico, sia resa possibile. Si spiega così l’urgenza di datare i Vangeli il più tardi possibile e di affermare che siano stati scritti fuori dalla Palestina.
Ma se noi possiamo dimostrare che questo lasso di tempo non è così lungo come si afferma, non c’è il tempo per fare questa mitizzazione. Qui risiede l’importanza della datazione dei Vangeli. La identificazione fatta da padre O’Callaghan di un papiro di Qumran, 7Q5, con un pezzo del Vangelo di Marco, permette di datare il Vangelo di Marco attorno all’anno 50 del primo secolo. In secondo luogo, la nuova datazione proposta dal professor Thiede dei papiri del Vangelo di Matteo trovati nel Magdalene College di Oxford va in questa stessa direzione.
E dirò di più: l’intuizione e le scoperte di Thiede e O’Callaghan sono confortate dalle ricerche più recenti: infatti, secondo un gruppo di studiosi di Madrid, di cui faccio parte, guidati dal professor Mariano Herranz, è possibile far risalire la redazione dei Vangeli ad una data ancora più vicina agli avvenimenti raccontati,
Innanzitutto abbiamo osservato che nel testo greco attuale, troviamo passaggi che non si possono spiegare a partire solo dal greco. Invece trovano una spiegazione molto semplice se noi riconosciamo l’influsso che sul greco del Nuovo Testamento ha avuto l’aramaico, cioè la lingua parlata nella Palestina del primo secolo.
Ma che importanza hanno le nostre ricerche?
Se si dimostra che gli attuali Vangeli in lingua greca non furono redatti in questa lingua, ma che essi sono invece traduzioni di originali scritti in aramaico, sarà inevitabile ammettere che furono scritti in una data molto vicina agli avvenimenti cui si riferiscono e che la loro redazione ebbe luogo in Palestina; certamente mentre erano viventi gli apostoli, cioè i testimoni diretti dei fatti e delle parole di Gesù.
Per affermare che i Vangeli furono redatti in aramaico non è necessario dimostrarlo per tutte le loro pagine. Così come, ad esempio, non è necessario trovare fossili marini ovunque per dimostrare che in una epoca remota un determinato territorio fu interamente ricoperto dalle acque, così per poter sostenere con certezza la nostra tesi basta documentare un certo numero di casi particolarmente significativi, la cui unica spiegazione sia l’aramaico.
Se, secondo il 7Q5, c’era un Vangelo di Marco in greco intorno all’anno 50 del secolo primo, e il Vangelo di Marco è pieno di semitismi, cioè di espressioni tipiche dell’aramaico, l’originale aramaico deve risalire ad una data ancora più antica. In questo caso, ci troviamo così vicini agli avvenimenti raccontati che non c’è il tempo, postulato dalla spiegazione alternativa a quella della Chiesa, per una mitizzazione.
Ma se i Vangeli sono scritti originalmente in aramaico, il luogo della loro nascita deve essere stata la Palestina, dove è difficile postulare un influsso dell’Ellenismo come quello postulato dalla cultura del sospetto.
Ma non è tutto. Oggi possiamo affermare che abbiamo una conferma ulteriore di quanto detto nelle lettere di san Paolo. Avremo altre occasioni di presentare le nostre ricerche sulle lettere di san Paolo, ma posso già dire che, nella seconda lettera ai Corinzi, san Paolo dà per scontata l’esistenza dei Vangeli, che erano letti pubblicamente durante le celebrazioni liturgiche delle domeniche. L’importanza della testimonianza di san Paolo si capisce subito. Ora, noi conosciamo, con un margine di errore di 3 anni, la data certa della seconda lettera ai Corinzi: gli studiosi datano notoriamente questa lettera tra il 54 e il 57. Se dunque in questa data si leggono i Vangeli a Corinto in greco, e uno di questi Vangeli è il Vangelo di Luca, la prima stesura dei Vangeli in aramaico deve risalire ad una data molto antica. Bisogna infatti tenere conto che Luca ha utilizzato, per scrivere il suo Vangelo, il Vangelo di Marco e la fonte dei detti di Gesù (chiamata Q). Cioè, il Vangelo di Marco in greco deve essere stato scritto prima di questa data (54-57). Se dobbiamo postulare una relazione in aramaico di Marco e della fonte dei detti, ci troviamo alla fine degli anni 30, cioè a pochi anni dalla morte di Gesù, o agli inizi degli anni 40.
A questo punto, alcuni studiosi cercano di diminuire l’importanza della revisione della datazione dei Vangeli. Uno di loro – anche famoso – ha scritto quest’anno: “La vicinanza all’evento non è automaticamente sinonimo di autenticità storica”. Siamo d’accordo che in genere la vicinanza all’evento non è sinonimo di autenticità storica: non è sinonimo, è vero, ma è indizio importante. Noi possiamo sentire questo pomeriggio certe cose qui, e domani (cioè molto vicino all’evento) trovare sui giornali una cosa tutta diversa da quella di cui noi siamo stati testimoni.
Ma nel caso dei Vangeli bisogna tenere conto di due cose. Se la datazione dei Vangeli è così vicina agli avvenimenti come abbiamo detto, quello studioso ci deve spiegare come mai alcuni ebrei della Palestina del primo secolo diano testimonianza che un uomo, Gesù di Nazareth, è figlio di Dio, dato il loro rigido monoteismo. Sarà molto difficile dare una spiegazione storica convincente.
E, in secondo luogo, se i Vangeli sono stati scritti in una data così vicina agli avvenimenti, c’erano ancora, viventi, molti dei testimoni, che potevano smentirli o confermarli, come tutti noi possiamo smentire o confermare quando lo leggeremo domani sui giornali, quello che abbiamo sentito qui oggi. Noi sappiamo che molti dei testimoni, non solo non l’hanno smentito, ma l’hanno confermato con la loro conversione al Cristianesimo. Il fatto storico della veloce diffusione del Cristianesimo nella Palestina resterebbe senza spiegazione.
Voglio fare un ultimo cenno sulla credibilità dei testimoni. Noi conosciamo il fatto cristiano, accaduto duemila anni fa, soltanto attraverso la testimonianza di quelli che hanno visto e udito, i testimoni. Nella ricerca storica moderna quasi tutti ammettono la credibilità dei testimoni in alcuni dei dati che ci hanno trasmesso, e invece ne rifiutano altri. Riguardo a questo, la disponibilità maggiore o minore ad accogliere questa testimonianza dipende ultimamente dalla posizione più o meno critica davanti ai Vangeli.
Ma è anche vero che tutti riconoscono che, in alcuni casi, essi sono testimoni affidabili. Qui sta l’irrazionalità di questa posizione. Se il testimone si è dimostrato affidabile in parecchi casi, non è ragionevole non avere fiducia di lui anche nel resto. Se io ho delle ragioni per avere fiducia nella mia mamma non è ragionevole che non mi fidi quando non mi conviene.
Abbiamo detto all’inizio che noi crediamo in Gesù Cristo per l’incontro fatto con l’avvenimento cristiano. Con questa certezza noi ci siamo accostati ai testi dei Vangeli. Abbiamo visto come questo modo di accostarci ai Vangeli, ci ha permesso di scoprire delle tracce che confermano quanto ci è accaduto. Per tutto questo non possiamo ormai che rallegrarci. E tutti quelli che cercassero di conoscere la verità storica delle origini cristiane sono costretti a misurarsi con questi dati, storici, filologici e papirologici.

di José O’Callaghan, Carsten Peter Thiede, Julian Carròn
Meeting per l’amicizia tra i popoli

IL TUO 5 per mille VALE MOLTISSIMO
per gli ultimi, per chi e' sfruttato, per difendere la vita
sul tuo 730, modello Unico,
scrivi il codice fiscale degli Amici di Lazzaro: 97610280014