Diritto naturale, diritto positivo e legge mosaica

tavole-della-legge-mosaicaLa legge naturale – riassunta da Dio nei dieci comandamenti – è enunciata soltanto nei suoi principi generali e, più da questi principi si passa alle conclusioni, più riescono oscure e dubbiose le sue prescrizioni.
Conseguentemente sono sempre più possibili le divergenze di opinioni.

La legge naturale, inoltre, non è determinata circa tutte le questioni che sono necessarie al bene comune: si richiede, quindi, la legge positiva come una particolarizzazione, traduzione e determinazione della legge naturale, con una maggiore specificazione e un adattamento ai vari casi concreti e circostanze particolari: per es. il codice della strada, come e quando si devono pagare le tasse, quando un’azione può essere tollerata perché appartiene alla sfera privata ecc.

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La legge naturale è perfetta, la legge positiva, invece, è e sarà sempre imperfetta e sempre perfettibile.

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Con Mosè inizia una formulazione primitiva del diritto positivo, un tentativo di capire e applicare la legge naturale. La società di Israele era una società rozza e pressoché anarchica, era priva di forze dell’ordine, il potere centrale era debole, i giudici erano i capi famiglia – spesso parziali o venali -: la legge del taglione veniva applicata da chiunque era in grado di farlo, ma solo in questo modo poteva essere tutelato l’ordine pubblico.

La donna era proprietà del marito e poteva essere ripudiata per qualsiasi motivo ( Deut 24,1 ), la poligamia era un dato di fatto e solo al sommo sacerdote era prescritta la monogamia ( Levitico 21,13-14 ). La legge del taglione – richiederai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente ecc- ( Deut 19,21 ) segnava un progresso rispetto ai costumi primitivi dove, per un piccolo oltraggio, veniva tolta la vita al colpevole. La donna infedele era sempre considerata adultera ma la legge non esigeva la fedeltà del marito: questi commetteva adulterio solo seducendo una donna sposata o fidanzata e in questo caso è al matrimonio altrui che egli nuoceva e non al suo, ledendo i diritti di proprietà dello sposo. Il padrone, inoltre, poteva abusare sessualmente delle schiave ( Es.21,7-11).

Gesù introduce novità radicali nella legge mosaica per condurla a pienezza ( Mt 5,17 ), il che significa purificarla dai precetti meramente umani ( Mt 15,9 ).

Gesù fa questo soprattutto attraverso l’assistenza alla Chiesa da lui fondata, mediante lo Spirito Santo che ispira il Magistero e fa emergere con crescente chiarezza, nel corso dei secoli, tutta la verità che era contenuta nelle parole dette da Gesù.

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Dal magistero della Chiesa nasce e si sviluppa la dottrina sociale che fornisce ai laici i criteri di giudizio e i principi di riflessione per valutare la maggiore o minore conformità dei sistemi politici in rapporto alle esigenze della legge naturale. La Dottrina sociale indica quelle regole fondamentali entro cui i sistemi politici, la scienza giuridica e quella economica possono muoversi in piena autonomia dando luogo ad una pluralità di scelte diverse e tutte legittime ( cfr Giovanni Paolo II, Il Papa alla Chiesa Italiana,1 aprile 1985, Elle di ci, p.18, anche in L’ Osservatore Romano 1 novembre 1981; cfr Congregazione per la dottrina della fede, Libertà cristiana e liberazione n. 72 ).

Giovanni Paolo II insegna che la Chiesa cattolica non si identifica con alcuna società e con alcuna cultura ma la Chiesa giudica positivamente la direzione, l’orientamento intrapreso da una società verso l’amicizia con Dio. In questo senso, Pio XII insegnava che non si deve identificare medioevo e civiltà cattolica ma si deve giudicare positivamente lo sforzo compiuto dalla società medioevale per dirigersi verso l’amicizia con Dio ( cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti vol. V, 1, p.131; Pio XII, Discorsi e radiomessaggi, vol. IX, p.77 ).

Ogni cristianità sarà sempre e soltanto un tentativo imperfetto e perfettibile di conoscere e applicare la legge naturale. Per questo motivo ogni società che si dirigerà verso l’amicizia con Dio non potrà mai costruire il paradiso in terra: – noi cristiani sappiamo che il – paradiso in terra – è tramontato dai tempi di Adamo ed Eva, e che i nostri sforzi non raggiungeranno mai la società perfetta: semplicemente perché il peccato è nell’uomo e, anche con le leggi umane più perfette, produce frutti di ingiustizia e di morte. Gesù ha una frase terribile:- i poveri li avrete sempre con voi-( Mt 26,11; Gv 12,8 ).-

( Piero Ghedo in Piero Gheddo e Roberto Beretta, Davide e Golia, i cattolici e la sfida della Globalizzazione, ed. San Paolo, Cinisello Balsam-Milano 2001, p.83 ).

Poiché i nostri sforzi non raggiungeranno mai la società perfetta, nessuna società che si dirigerà verso l’amicizia con Dio sarà uguale alle precedenti cristianità che si sono incarnate nella storia: l’unico dato comune sarà la tensione, lo sforzo fatto per dirigersi verso la legge naturale.

Il pensatore cattolico Gòmez Dàvila scrive:- la cristianità non ha mai preteso, né lo pretenderà se riuscita, di essere il Regno di Dio. Ma una società di peccatori cristiani- Gòmez Dàvila precisa anche che il cattolico controrivoluzionario – non auspica che si torni indietro, ma che si cambi direzione-.

Questo è l’autentico significato dell’insegnamento di Nostro Signore – Date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare -, cioè , come spiega il Magistero della Chiesa da Lui assistito, tale insegnamento riguarda la distinzione fra potere temporale e autorità spirituale, fra legge naturale e legge positiva, fra paradiso e mondo. Questa distinzione è assente nella religione mussulmana perché in tale religione non c’è il concetto di peccato originale. Per tale motivo il mussulmano identifica il Regno di Dio con la situazione di massimo potere temporale esercitato dalle popolazioni mussulmane stesse. La religione mussulmana è una religione politica che, non riconoscendo la distinzione fra Cesare e Dio, non riconosce il diritto della persona umana alla libertà religiosa: infatti, nei paesi mussulmani il passaggio dall’Islam al cristianesimo è punito con la morte fisica e, nei casi migliori, con la morte civile.

( cfr Giovanni Cantoni, Aspetti in ombra della legge sociale dell’Islam, ed, Centro Studi sulla Cooperazione – A. Cammarata -, San Cataldo (Caltanisetta ) 2000 ).

Il teologo mussulmano Ghaleb Bencheikh, il cui padre è stato rettore della Moschea di Parigi, in un libro intervista – Che cosè l’islam? Per favore rispondete. Mondadori, Milano, Gennaio 2002- cerca di dimostrare le affinità dell’islam con il cristianesimo.

Nonostante le tante affinità che Bencheikh sottolinea, egli stesso non riesce a nascondere alcune differenze sostanziali.

Anche se egli dice che nessun hadith di Maometto parla in modo specifico della organizzazione politica, è costretto ad ammettere che nel testo coranico non c’è l’equivalente del – date a Cesare quel che è di Cesare – ( p.75 op. cit. ) che distingue la religione dalla politica.

Ugualmente, anche se dice che nel Corano non è prevista la punizione legale per l’apostata, è costretto ad ammettere che l’islam applica per l’apostata la legge mosaica la quale prevede la pena capitale.

L’islam rimane fedele alla legge mosaica, considerata non come una formulazione primitiva del diritto positivo ma come legge di Dio ( p.79 op.cit.).

La dottrina sociale della Chiesa in tema di libertà religiosa è in armonia con la distinzione che deve essere posta fra Cesare e Dio, ma nello stesso tempo è in armonia con il rispetto che deve essere dovuto alla legge naturale.

Il Concilio Vaticano II che, nella dichiarazione Dignitatis Humanae del 7 dicembre 1965, si occupa in maniera organica del problema della libertà religiosa dice:” – (.) questo Concilio rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti -” ( Dignitatis Humanae n.1 )

Il diritto alla libertà religiosa non è la licenza morale di aderire all’
errore né un implicito diritto all’errore ( cfr Leone XIII lett.enc. Libertas praestantissimum; Dignitatis Humanae n.2; Catechismo della Chiesa Cattolica n.2108 ).

Tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli ( cfr Dignitatis Humanae n.1; Catechismo della Chiesa Cattolica n.2104 ).

A fondamento del diritto alla libertà religiosa, dice Giovanni Paolo II,
“-(.) non c’è il relativismo o l’indifferentismo religioso, quasi non esistesse una verità ed ogni opzione rivestisse lo stesso valore. C’è invece la dignità della persona umana, la quale ha, per natura, il diritto e il dovere di cercare la verità, e può farlo in modo veramente umano, solo se è effettivamente libera”

( Angelus del 18-2-1996 cfr G. Cantoni, M. Introvigne, Libertà religiosa, sette e diritto di persecuzione, cristianità, Piacenza 1996, p.23 ).

Tale diritto alla libertà religiosa, inoltre, non si contrappone alle esigenze della carità che spinge i cristiani ad indicare agli uomini la vera fede e la vera religione e non può porre sullo stesso piano tutte le religioni come se fossero tutte egualmente vere ( cfr Dignitatis Humanae n.14 ).

Che cos’è, dunque, questo diritto alla libertà religiosa? Questo diritto consiste nella legittima pretesa della persona di non patire coazione sociale e politica in campo religioso: si tratta di una immunità ( cfr G. Cantoni, op. cit. p.23 ).

In materia di religione gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte del potere umano, non devono essere forzati ad agire contro le proprie coscienze e non devono essere limitati o impediti fino a quando, nell’esercizio della loro libertà, non vengono a ledere i diritti naturali degli altri uomini: ogni individuo ha diritto, nei confronti del potere umano, alla libertà religiosa che include il diritto di manifestare il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e include anche il diritto di poter cambiare religione.

Il diritto al libero esercizio della religione non può essere illimitato ma deve essere contenuto entro i giusti limiti di norme giuridiche conformi alla legge morale naturale: il libero esercizio della religione diventa reato quando calpesta i diritti naturali, sacri ed inviolabili degli uomini ( cfr Pio VI, Breve Quod Aliquantm; Pio IX lett. Enc. Quanta Cura; Dignitatis Humanae n. 2 e n.7 ).

Lo stato non può ammettere, ad esempio, quelle azioni compiute in nome della religione che comportano il suicidio collettivo, l’uccisione della moglie quando muore il marito, la mutilazione degli organi genitali femminili, la poligamia che nega i diritti della donna, la pena di morte per chi cambia religione.

Nella dottrina della Chiesa bisogna distinguere tra la legge evangelica ( che riguarda soltanto coloro che hanno il dono della fede ) e la legge morale naturale ( che è la legge di Dio scritta nella natura umana e riassunta da Lui nei comandamenti dopo il peccato originale ), legge morale da cui nascono i diritti umani naturali i quali, in quanto naturali, riguardano non solo i cristiani ma tutti gli uomini.

I diritti naturali fondamentali dell’uomo, della famiglia e della comunità devono costituire il fondamento della stessa democrazia se essa non vuol diventare una democrazia totalitaria.

Se la stessa democrazia non si riconosce limitata da regole ultime che neppure il principio di maggioranza può cambiare, che cosa impedirà alla metà più uno dei consociati di votare per la distruzione della democrazia stessa? Che cosa impedirà alla metà più uno dei consociati – in tempo di odio etnico – di votare per la pulizia etnica e per la persecuzione di un’etnia minoritaria ? Queste regole ultime, questi diritti naturali fondamentali devono costituire quell’unità fondamentale, di cui parla Giovanni Paolo II, che deve venire prima di ogni pluralismo, anzi, è proprio tale unità che consente al pluralismo di essere legittimo e fruttuoso.

( cfr Giovanni Paolo II, ai partecipanti al Congresso promosso dalla CEI nel 90° anniversario della Rerum Novarum, L’osservatore Romano 1 novembre 1981 ).

Questi diritti sono anteriori alla società e ad essa si impongono. Essi sono il fondamento della legittimità morale di ogni autorità: una società che li irride o rifiuta di riconoscerli nella propria legislazione positiva, mina la propria legittimità morale. ( cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n.1930, 1957, 2070, 2071, 2073 ).

I cristiani laici devono continuamente adoperarsi, mediante mezzi legali e con il dibattito razionale, per porre alla base dell’ordinamento giuridico il rispetto della legge morale naturale.

( cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n.2105; Concilio Vaticano II, Apostolicam actuositatem n.5, n.7 e n.13, Gaudium et spes n.41 ).

Il libero esercizio della religione, se contenuto entro i giusti limiti costituiti dal rispetto dei diritti umani, non si contrappone alla legge morale naturale. Il diritto alla libertà religiosa della persona nei confronti dello stato non abolisce il dovere dello stato ( quando la maggioranza è cattolica ) di dare alla religione cattolica un particolare aiuto e un particolare riconoscimento come, ad esempio, garantire l’ insegnamento della dottrina cattolica nelle scuole pubbliche ( per chi ne fa richiesta ), come esporre il simbolo della croce nei locali pubblici, riconoscere come feste dello stato alcune feste della religione cattolica.
Lo stato è espressione della società e se la società è nella sua maggioranza cattolica, lo stato è tenuto a riconoscere e rispettare questo dato di fatto, allo stesso modo in cui, per esempio, riconosce come particolarmente rappresentativi solo certi sindacati, pur garantendo piena libertà sindacale a tutti.

I cristiani sono chiamati ad essere la luce del mondo e a manifestare la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane. Lo stato, quando la sua maggioranza è costituita da cristiani, ha il dovere di far conoscere agli uomini il culto della vera religione

( cfr Leone XIII lett. Enc. Immortale Dei; Pio XI lett.enc. Quas primas ; Catechismo della Chiesa Cattolica n.2105 ).

L’ordinamento giuridico dello stato ( considerate le caratteristiche culturali di un popolo ) può attribuire ad una comunità religiosa uno speciale riconoscimento civile purché, nello stesso tempo, venga rispettato il diritto di tutte le persone alla libertà in materia religiosa

( cfr Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae n.1; Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2107 ).

Il diritto alla libertà religiosa non si contrappone, dunque, alla regalità sociale di Cristo.

Il Concilio Vaticano II “- (.) lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo-” ( Dignitatis Humanae n.1 ).

Un’ultima riflessione è necessaria sul libero esercizio del pensiero e delle opinioni nella società e sulle sue implicazioni con il bene comune.

La libertà di pensiero è un diritto riconosciuto dalle società democratiche ma le stesse democrazie si rendono conto che il libero pensiero non è sempre innocuo perché alcune idee, che contrastano fortemente con i diritti umani, possono indurre altri a commettere reati.

Nella stessa società di oggi, dove è diffuso il relativismo etico, alcune manifestazioni del libero pensiero, come quelle a favore del razzismo e dell ‘antisemitismo, sono spesso condannate e punite come apologia di reato perché contrastano con i valori condivisi da larga parte della società.

In questo caso il cattivo teorico viene riconosciuto capace di istigare e indurre gli altri a commettere reati: le cattive idee, infatti, precedono sempre le cattive azioni.

Se, ad esempio, i teorici del razzismo fossero stati fermati in tempo, la società, forse, non avrebbe conosciuto Adolf Hitler e l’olocausto.

Se è vero che nella storia ci furono abusi commessi da parte di alcuni uomini della Chiesa, è pure vero che questo avvenne soltanto quando la cristianità fu aggredita dai suoi nemici. Tali abusi, tuttavia, non devono far dimenticare l’evento miracoloso ed unico nella storia rappresentato dalla prima evangelizzazione.

La prima evangelizzazione dura tre secoli, dal 33 al 383 ( editto di Tessalonica ): la diffusione del cristianesimo nella società, nella cultura e nelle istituzioni avviene con la sola testimonianza e con la sola predicazione. Tre secoli in cui non ci sarà un solo atto di violenza da parte di un solo cristiano.

Maometto, a differenza di Nostro Signore Gesù Cristo, non operò miracoli a conferma della autenticità della sua rivelazione ma come segno della sua missione divina disse di essere stato mandato con la potenza delle armi.
Potenza delle armi, dunque, come surrogato del miracolo e come segno divino.

– Al di là delle valutazioni che si possono esprimere sull’Islam, resta il fatto che, storicamente, esso si diffuse grazie alla forza delle armi.

L’espansione islamica ha inizio subito dopo l’Egira (622). Dai primi colpi di mano a danno delle carovane di passaggio si passa ad attacchi sempre più impegnativi fino a condurre vere e proprie battaglie, come quella di Al-Badr con la quale l’armata islamica conquista la Mecca.

Maometto prende parte a non meno di 80 battaglie. Il fatto più sanguinoso della sua carriera bellica è senz’altro l’esecuzione di 900 ebrei del clan Banu Curayza, colpevoli di non voler sottomettersi (.) Poco prima di morire Maometto ordina di invadere l’Impero Bizantino varcando i suoi confini in Transgiordania-

( Islam: religione di pace?, in Tradizione, famiglia, proprietà, anno 7, n.3-4, settembre-novembre 2001, filiale di Padova, p.25 ).

( Bruto Maria Bruti )