Don Benzi, la sua spiritualità? Tutta nel sorriso

Una intervista di 10 anni fa su Don Benzi, a 10 anni dalla sua salita al cielo.

Il simbolo più evidente della grande spiritualità di don Oreste Benzi?
«Il suo sorriso. Che era immagine della sua profonda umanità e di una serenità radicata nel­l’intimità con Dio. Quel sorriso che anche ora gli è rima­sto sul volto». In questo tratto, allo stesso tempo sempli­ce e incisivo, Paolo Ramonda, presidente dell’Asso­ciazione Papa Giovanni XXIII, indica la cifra più autenti­ca del profilo spirituale di don Oreste.

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Quando vi siete incontrati la prima volta?
Era il 1980, io avevo scelto di fare il servizio civile al posto di quello militare. Mi avevano parlato di don Oreste, quin­di andai a Rimini per conoscerlo. Il nostro incontro av­venne in un salone della parrocchia della Risurrezione, dove fui accolto da un sacerdote impegnatissimo. Mi a­scoltò in pochissimo tempo e quasi di fretta, eppure riu­scì a trasmettermi una proposta precisa che era quella di Cristo: vieni e seguimi, dai la tua vita ai poveri.

La radicalità per lui è sempre stata una costante?
Sì, assieme a un’estrema dolcezza nell’avvicinare le per­sone, alle quali proponeva con cristallina determinazio­ne la sequela di Cristo.

Cosa avete condiviso in questi anni?
Don Oreste per noi è stato una guida sicura, un maestro che ci riportava sempre all’unico maestro, che è Cristo, pur riuscendo a comunicarci il suo specifico carisma. Ci diceva sempre «Cristo è una persona viva, non è una filo­sofia o un’ideologia». In questa visione si inserisce la scel­ta della preghiera, che non può essere sentimento ma a­desione consapevole. Una scelta anche scomoda, perché spesso un padre o una madre, magari con figli naturali e accolti, devono conquistarsi questo spazio della preghie­ra. «Se ami, cerchi l’amato e fai di tutto per incontrarlo», ci diceva, riferendosi a Cristo.

Come vive la comunità questa dimensione nella sua vi­ta?
La vita della comunità è fortemente immersa nel mondo e nei problemi della gente. Come unica famiglia spiritua­le, ci sentiamo continuamente interpellati da questa u­manità che soffre. Ma la nostra attività necessita di stare cuore a cuore con Cristo, come don Oreste ci chiedeva: per questo nelle nostre case c’è sempre lo spazio per la Paro­la o per l’Eucaristia, ad esempio in una cappellina. In que­sti anni ci siamo nutriti della Parola anche attraverso i commenti di don Oreste al Vangelo del gior­no, intitolati «Pane quotidiano». A questa at­tenzione particolare aggiungiamo la piena partecipazione alla vita della Chiesa, delle parrocchie e delle diocesi in cui ci troviamo.

Che rapporto aveva don Oreste con la li­turgia?
Era un innamorato dell’Eucaristia: tutti po­tevano vedere la cura e l’amore con cui ce­lebrava. Eppure la sua era una liturgia «di popolo», chi andava alla sua Messa il saba­to alla Grotta Rossa aveva davvero davanti a­gli occhi il popolo di Dio riunito: nessuno e­ra escluso. In mezzo a questo popolo don O­reste riusciva a gustare la presenza di Cristo e a farla gustare ai presenti. Coltivava, poi, la Liturgia delle ore con estrema fedeltà: se gli impegni gli impedivano di pregare, capi­tava anche che usasse le poche ore di son­no per stare sul breviario. A tutto ciò si ag­giungeva l’amore per la Parola di Dio, che puntualmente ‘spezzava’ per noi con una semplicità accessibile a tutti. E infine l’amore per Maria, che lui chiamava «Madre dei poveri», «Fiducia nostra»: a lei si rivolgeva affidandole tutte le situazioni più difficili e le persone più sofferenti, dicendole, in tono con­fidenziale, «vediamo come te la cavi, sono anche figli tuoi».

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E come viveva il rapporto con le gerarchie?
Don Oreste è stato un rivoluzionario: diceva che non dob­biamo dare assistenza o consolazione ai poveri perché es­si hanno bisogno di giustizia, di una rivoluzione pacifica e non violenta, ma capace di dare loro nuove possibilità. Una visione che portava anche nella Chiesa; però, di fron­te ai vescovi, ci ha sempre insegnato l’obbedienza. Ci in­vitava al dialogo, a portare il nostro parere, ricordandoci che il dono della conferma del discernimento lo Spirito Santo nella Chiesa lo dà ai pastori.

Di don Oreste stupisce la sua capacità di stare al passo con i tempi, in fedeltà al Vangelo. Come ha fatto?
Diceva sempre: più sei radicato in Dio e nella tradizione viva custodita nei secoli dalla Chiesa, più hai la possibi­lità di essere ‘contemporaneo’ alla storia. Più stai in gi­nocchio, più sai stare in piedi. Per riassumere il suo mo­do di essere, si può dire che era un contemplativo di Dio nel mondo. Viveva un’unione mistica con Dio che non e­ra legata a spazio e tempi particolari: la Parola di Cristo pas­sava attraverso tutta la sua persona, ecco perché nessuna situazione gli era estranea. Ed ecco perché andare per le strade, dalle prostitute e nelle discoteche non era un pro­blema, ma un modo di annunciare Cristo. Cristo era la sua passione, non aveva altro.

Che cosa voleva dire per lui farsi povero con i poveri?
In loro vedeva il Cristo sofferente e ci chiedeva di ascol­tarli come si ascoltano dei maestri. Concepiva una società in cui ognuno ha un proprio ruolo disponendo del ne­cessario. Per questo affermava il diritto alla vita, alla fa­miglia, alla casa, al lavoro, all’istruzione. Da questa con­vinzione veniva la sua scelta di stare in mezzo alla gente restando continuamente in ascolto di coloro che incon­trava.