Don Milani: un grande amore a Dio e alla Chiesa Cattolica

don-lorenzo-milani-492489_660x368Aveva un grande senso religioso della vita, alimentato dallo studio della Parola di Dio. Capiva i segni dei tempi. Diceva che questi ultimi vanno considerati messaggi che Dio ci offre per meglio comprendere quale deve essere il nostro ruolo nella realtà che viviamo.
“(…) La lezione della storia è lezione di Dio perché è Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento”. “(…).
“(…) La storia la insegna Dio e non noi, e l’unica cosa cui ambisco è di capire il suo disegno man mano che Egli lo svolge, non ambisco a levargli il lapis di mano e pretendere di diventare un autore della storia. (…).
Non voleva perdere la comunione con Dio nemmeno per poco tempo. Per questo si confessava spesso e cercava di educare anche noi a confessarsi non appena si fosse perso lo stato di Grazia senza attendere le ricorrenze festive, come d’abitudine.
Peraltro, lo stato di Grazia, indispensabile per salvarsi l’anima, come diceva spesso, lo considerava necessario anche per dare efficacia alla sue attività.
“(…) Diciamo piuttosto che l’avere metodi migliori è inefficace quando si ha meno Grazia e che l’unico vero problema è quello di stare in Grazia di Dio(…)”
Era fiducioso nella Provvidenza come dimostrano numerosi episodi tra cui l’accettazione del trasferimento a Barbiana senza nemmeno recarsi a fare un preventivo sopralluogo.
“(…) Tu sai che mi piace far guidare la mia vita da Dio anche nei più minuti particolari(…)”.
“(…) ti assicuro che senza questa premessa fondamentale dell’essere nel posto in cui ci han messo le circostanze e non in quello che s’è scelto non è possibile impostare religiosamente nulla: dalle decisioni più grosse fino ai più piccoli particolari della vita interiore e esteriore di ogni giorno(…)”.
Il suo obiettivo primario fu l’evangelizzazione.
“(…) Dio non mi chiederà conto del numero dei salvati del mio popolo ma del numero degli evangelizzati.(…)”.
L’opera educatrice che compiva pazientemente su ciascuno era quella di predisporre i non credenti a non rifiutare la fede che Dio offre ad ogni uomo e impegnare i credenti ad essere più coerenti e a stare in grazia di Dio.
Non a caso i lunghi colloqui personali che si svolgevano frequentemente, quasi sempre per iniziativa di don Lorenzo, si concludevano con la confessione.
Il resto, le necessità umane, compresa quella della istruzione, erano secondarie anche se da lui vissute con la cura e l’apprensione di padre.
L’impostazione missionaria del suo ministero si delineò ben presto, dopo pochi mesi di presenza a San .Donato, articolata su due piani:
• A monte, con la scuola, cercava di elevare il livello culturale della gente per combattere l’ignoranza e nello stesso tempo predisporre un terreno umano più maturo e consapevole per poter poi affrontare il problema religioso.
• A valle con la ricerca di strumenti più efficaci nell’insegnamento della religione. Il metodo missionario attuato da don Lorenzo, fondato sul presupposto di trovarsi a operare tra gente sostanzialmente areligiosa, venne di fatto a scontrarsi con la pastorale tradizionale, in atto nelle altre parrocchie, dove il prete si considerava pastore di un gregge di fedeli, anche se, nella gran parte, lontani dalla chiesa.
Cercava di parlare con tutti e lottò disperatamente per abbattere gli ostacoli che trovò sul suo cammino.
“(…) Per un prete, quale tragedia più grossa potrà mai venire? Essere liberi, aver in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’esser derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti (…)”.
Dopo aver constatato che il clima di forte contrapposizione politica del tempo portava molte persone a identificare il clero col potere e i partiti di governo, prese le distanze dalle posizioni politiche del cosiddetto mondo cattolico.
Questo fu un altro motivo di scontro con i cattolici più conservatori, gran parte del clero e la gerarchia. E quasi sicuramente la causa principale del suo “trasferimento” a Barbiana.
A lui piaceva invece essere considerato quello che si sentiva e era, un uomo di Dio. Non voleva che, per meri interessi politici, fosse messa in dubbio la sua credibilità di sacerdote e, in nessun modo, ostacolato il suo ministero.
“(…) Mi son così convinto del grave stato di disagio in cui vive il mio popolo, delle ingiustizie sociali delle quali è vittima e delle profondità del rancore che nutriva verso la classe dirigente, il governo e il clero.
Ho allora sentito quanto questo rancore fosse insormontabile ostacolo alla sua evangelizzazione e ho perciò deciso di dedicarmi a una precisa distinzione di responsabilità. Scindere cioè con esattezza a costo di essere crudeli le responsabilità (fittizie o reali che siano) del governo dai purissimi principi del Vangelo e delle Encicliche sociali.
Non ho temuto così facendo di fare “il gioco delle sinistre” perché avevo cura di inchiodare anche loro alle loro gravi responsabilità e poi perché sapevo che una critica così oggettiva e severa non poteva che conquistarmi la stima d’un popolo disgustato delle falsità propagandistiche d’ambo le parti. (…)”.
Il suo schieramento dalla parte degli ultimi, ignoranti, indigenti, orfani, handicappati, persone in difficoltà, fu solo evangelico non politico. Esso si esprimeva concretamente a livello locale ma idealmente abbracciava tutti i poveri del mondo.
“(…) Io mi considero prete soltanto per voi, per le vostre famiglie, per i contadini, per gli analfabeti, per gli operai, per quelli che non vanno in chiesa, per le persone più lontane, per quelli che non hanno istruzione soprattutto…e la mia vita la voglio dedicata esclusivamente a loro. E il legame con la Chiesa è fatto di un’assoluta obbedienza che ho; dei Sacramenti che cerco per me e che do a voi, della dottrina che è fedelissima, inattaccabile, tanto inattaccabile che Ottaviani con tutta la sua cattiveria non è riuscito a trovarci una eresia per metterlo all’indice (il libro Esperienze Pastorali n.d.a.) (…)”.
Lottò per una giustizia intesa nel senso della frase di Lettera a una Professoressa: “(…)…non c’è cosa più ingiusta che fare le parti uguali tra disuguali. (…)”. Conseguentemente le sue posizioni non pretendevano di essere oggettive ma erano sempre esasperatamente funzionali alla difesa dei più deboli.
E mentre combatteva le ingiustizie sociali si preoccupava di mantenere sempre elevata la tensione verso il trascendente.
“(…) Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. (…)”.
Riusciva a testimoniare una coerenza rigorosa tra pensiero, parola e azione, attribuendo importanza fondamentale all’esempio.
“(…) È poi è superbia credere alla potenza della propria parola. Con le parole alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la Grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio. (…)”.
Amava la sincerità e la praticava senza alcuna remora tanto da essere scambiata da molti, compresi i suoi superiori, per mancanza di carità cristiana.
“(…) Tutto ciò che è vero è sacro. (…)”.
Questa affermazione che presuppone una visione profondamente religiosa della vita ha anche un significato laico. Infatti realtà e verità umanamente riconosciute sono terreno comune di dialogo e di confronto tra credenti e non credenti. In questo senso, l’educazione impartita da don Lorenzo nella sua scuola era certamente laica e al tempo stesso impregnata di spirito religioso.
La sua dedizione verso i parrocchiani era totale e il suo stile di vita si conformava su quello degli operai e dei contadini più poveri .
Scrive alla mamma da San Donato:
“(…) Non sono contento se la mia vita non ha ogni attimo la stessa intensità. Quando son fuori casa spesso ho l’impressione che qualcuno mi chiami e finché non son tornato non sto tranquillo.(…).”
E da Barbiana:
“(…) Non posso però credere che tu desideri che io mi metta nello stato d’animo del passante o del villeggiante. Don Bensi e Meucci mi hanno scritto lettere molto simili alla tua. Si vede proprio che non vi siete resi conto di quel che è stato San Donato per me. Se no non avreste la crudeltà di parlarmi della prossima amputazione proprio nei giorni in cui sono convalescente di quella che m’ha lasciato vivo proprio per un miracolo di grazia. Non c’è poi motivo di parlare del domani. Non ti basta l’affanno di ogni giorno? E neanche c’è motivo di considerarmi tarpato se sono quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di far del bene si misurano sul numero dei parrocchiani. (…)”
Un esempio relativo ai mezzi di locomozione: a San Donato usò solo la bicicletta. A Barbiana si servì anche di uno scooter ma solo quando era ormai diventato un mezzo di uso comune dei suoi parrocchiani.
Nella Chiesa fu obbediente ma nello stesso tempo libero riuscendo a conciliare il diritto ad assumere posizioni e compiere atti ritenuti necessari con il dovere di obbedire alle gerarchie a fronte di richiami motivati e formalizzati.
Educava al primato della legge di Dio su quella degli uomini e al primato della coscienza su qualsiasi struttura umana. Si spiegano così le due lettere ai cappellani militari e ai giudici nelle quali don Lorenzo rivendica il diritto alla obiezione di coscienza come strumento di lotta per cambiare le leggi ingiuste.
Si trattò di una splendida lezione sul principio della responsabilità individuale, lezione ben più ampia della semplice difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare come da molti è stata erroneamente interpretata.
“(…) La leva ufficiale per cambiare le leggi è il voto. La Costituzione gli affianca anche lo sciopero. Ma la leva di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. (…)”.

Educava al rigoroso rispetto della dignità di ciascuna persona e insegnava il principio della pari dignità tra tutti i battezzati.
“(…) Ogni anima è un universo di dignità infinita. (…)”.
Da questi principi faceva discendere il diritto/dovere dei laici nella Chiesa :
• A far sentire la loro voce, anche critica verso la gerarchia, quando ritenuto in coscienza doveroso. Questo insegnamento di don Lorenzo è stato recepito nel canone 212 del Diritto Canonico, divenendo un diritto per tutti i cattolici.
• A obbedire al Papa e ai vescovi nelle materie di fede e di morale ma compiere scelte autonome in tutte le altre materie, contando sulle proprie conoscenze, sulla propria coscienza e sulla Grazia di stato.
“(…) Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie sono (…) nel Catechismo Diocesano e per portarsele in casa bastano 75 lire. (…) Tutto quello che non è proibito è permesso. (…) Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha diritto di chiedergli. Non a una chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale. (…)”.
Insegnava il dovere della responsabilità e dell’impegno sociale e si adoperava per sensibilizzare le coscienze circa la gravità delle colpe di omissione, con la conseguenza di far sentire in colpa chi non si impegna a portare il suo contributo alla edificazione di una società più giusta.
“(…) …ognuno deve sentirsi l’unico responsabile di tutto. (…)”.
Doppiamente colpevole deve ritenersi il cristiano che , così facendo, non opera per la costruzione del Regno di Dio ignorando il comando evangelico che dice: “avevo fame e non mi avete dato da mangiare. Avevo sete…ecc”.
Sosteneva però che il cristiano impegnato nel sociale deve essere tanto determinato quanto sereno, senza mai lasciarsi prendere dallo sconforto e dalla disperazione.
“(…) Combattivi fino all’ultimo sangue e a costo di farsi relegare in una parrocchia di 90 anime in montagna e di farsi ritirare i libri dal commercio, si tutto, ma senza perdere il sorriso sulle labbra e nel cuore e senza un attimo di disperazione o di malinconia o di scoraggiamento o di amarezza. Prima di tutto c’è Dio e poi c’è la Vita Eterna.
E poi ci sono gli anni che passano. Gli uomini che sbagliano invecchiano e muoiono: quelli che hanno ragione non invecchiano.
Tutto sta dunque nel riuscire ad avere ragione davvero, nel trovare il vero davvero.
Io dunque non sparo a morte né sul cardinale Ottaviani né sulla DC; mi siedo invece quassù sul Monte Giovi, penso, studio, scrivo, prego, sorrido bonariamente e pazientemente: un giorno senza che io mi sia macchiato l’anima né di omicidi, né di eresia, né di scisma né di voto ai comunisti, vedrò laggiù nella pianura passare diversi cadaveri. Dirò allora Requiem aeternam senza satanica gioia e senza cupo dolore e baderò che i miei figlioli non si macchino l’anima attribuendo a quei morti più colpe del vero. (…)”.
Insegnava a attribuire al tempo un valore sacro, in quanto dono di Dio e conseguentemente ritenersi in colpa se usato male.
“(…) Buttar via il tempo. Cercare e organizzare ai giovani il modo di far l’ora di cena, cioè passare il tempo, cioè bestemmiare il tempo, dono prezioso di Dio che passa e non torna. Io preferirei esser visto peccare gravemente, ma subito esser visto anche pentirmene e correre a confessarmi, piuttosto che indifferente a un veniale. Ma è poi veniale quando diventa regola di vita? (…)”.
Spese la gran parte della sua vita sacerdotale a istruire e educare la gente avendo intuito che nelle circostanze in cui era chiamato a operare il modo più coerente per vivere il Vangelo era quello di impegnarsi direttamente a elevare la cultura del popolo per motivazioni umane e insieme cristiane.
“(…) Dopo quel che ho detto non mi pare difficile dimostrare che un parroco che facesse dell’istruzione dei poveri la sua principale preoccupazione e attività non farebbe nulla di estraneo alla sua specifica missione.
Come padre non può permettersi che i suoi figlioli vivano a livelli umani così differenti e che la gran maggioranza viva anzi a un livello umano così inferiore al suo e addirittura non umano.
Come evangelizzatore non può restare indifferente di fronte al muro che l’ignoranza civile pone tra la sua predicazione e i poveri. (…)”.
“(…) Chi sa volare non deve buttar via le ali per solidarietà con i pedoni, deve piuttosto insegnare a tutti il volo (…)”.
“(…) La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e di funzione sociale. (…)”.
“(…) mi pare di poter dire che la scuola in questo popolo e in questo momento, non è uno dei tanti metodi possibili, ma mezzo necessario e passaggio obbligato né più né meno di quel che non lo sia la parola per i missionari dell’Istituto Gualandi o la lingua per i missionari in Cina.
Domani invece, quando la scuola avrà riportato alla luce quel volto umano e quella immagine divina che oggi è seppellita sotto secoli di chiusura ermetica, quando saranno miei fratelli non per un retorico senso di solidarietà umana, ma per una reale comunanza d’interessi e di linguaggio, allora smetterò di far scuola e darò loro solo Dottrina e Sacramenti. (…)”.
Per questi motivi a San Donato istituì la “Scuola Popolare” per giovani e a Barbiana, in assenza di giovani, la “Scuola di Barbiana” per ragazzi.
Don Lorenzo definisce la scuola “(…)…l’ottavo sacramento. (…)”, e anche “(…)…la pupilla destra del mio occhio destro. (…)”.
“(…) La scuola invece siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.
È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare loro il senso della legalità (…) dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico.

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“(…) E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i < segni dei tempi >, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. (…)”.
La sua scuola:
• Era laica, non confessionale, ma tenuta da un cristiano esemplare. “(…) Poi ho badato a edificare me stesso, a essere io come avrei voluto che diventassero loro. Ad avere io un pensiero impregnato di religione. Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione di infilar la fede nei discorsi, si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece modo di vivere e di pensare. (…)”.
• Era finalizzata a rendere sovrani coloro che la frequentavano e a stimolarne l’impegno nella lotta per la giustizia sociale attraverso le organizzazioni sindacali, la scuola, i partiti, le associazioni. Il suo invito era quello di battersi con determinazione ma facendo molta attenzione ai mezzi utilizzati. Essi dovevano essere moralmente leciti, non violenti e sempre rispettosi della dignità e della persona dell’avversario.
• Era radicata sul territorio ma attenta a tutto ciò che accadeva nel mondo.
• Valorizzava le conoscenze di base, le attitudini e le esigenze di ognuno riuscendo a fare apprezzare agli allievi i progressi compiuti.
• Insegnava a praticare la solidarietà impegnando chi sapeva di più a aiutare gli altri e mobilitando scuola e parrocchia in varie iniziative di solidarietà come quella della costruzione della casa a una famiglia di San Donato che era venuta a trovarsi in gravi difficoltà.
• Si proponeva di dare una formazione completa tale da preparare realmente alla vita.
• Operava in un clima di disciplina severa, pretesa e ottenuta da don Lorenzo e di grande stima, rispetto e amore da parte degli allievi per il maestro.
Nell’opera di don Lorenzo assumono grande rilevanza anche i metodi utilizzati per dare efficacia ai contenuti.
Sosteneva infatti che il prete secolare, in quanto ha scelto di vivere tra la gente, non ha soltanto il dovere di operare con il massimo impegno ma anche quello di preoccuparsi che gli atti che compie producano la massima efficacia, altrimenti avrebbe dovuto entrare in un ordine contemplativo per dedicarsi soltanto alla preghiera.
Aggiungeva che per avere qualche possibilità di successo bisogna credere seriamente alle cose che si fanno, grandi o piccole che siano, e che solo dopo aver studiato a fondo la realtà, individuata l’azione ritenuta più valida e il metodo più efficace, si è nella condizione di poter riporre il tutto nelle mani della Provvidenza.

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Egli aveva capacità eccezionali di convincimento e di coinvolgimento. Usava un linguaggio comprensibile da tutti, arricchito da toni forti e affermazioni talvolta paradossali allo scopo di costringere la gente a riflettere. Si avvaleva frequentemente di quelle che noi abbiamo definito “azioni parabola”, cioè parlare con l’esempio.
Alcune sue affermazioni potevano disorientare. E talvolta c’erano delle reazioni di sdegno e chiusura contro di lui, generalmente però don Lorenzo raggiungeva lo scopo, che era quello di far prendere coscienza dei problemi e stimolare la gente alla partecipazione attiva alla vita religiosa, sociale o politica.
Circa le pubblicazioni:
Esperienze Pastorali, ovvero le esperienze dei primi 10 anni di sacerdozio, è l’unico libro scritto da don Lorenzo finalizzato a aprire un dibattito sui metodi pastorali. Contiene infatti una analisi della parrocchia, una critica ai metodi pastorali tradizionali e le sue esperienze compiute a San Donato e nei primi anni di Barbiana.
Le altre pubblicazioni, Lettera ai Cappellani Militari, Lettera ai Giudici e Lettera a una Professoressa sono testi contenenti lezioni di forte impegno sociale, civile e religioso che don Lorenzo però definiva semplicemente “esercitazioni scolastiche.”

CENNI BIOGRAFICI
Lorenzo Milani nacque a Firenze il 27 maggio del 1923, in una colta famiglia borghese, religiosamente agnostica, da Albano Milani e Alice Weiss, quest’ultima di origine ebraica.
Nel 1930 la famiglia si trasferì a Milano dove Lorenzo compì gli studi fino alla maturità classica. Studiò poi pittura all’Accademia di Brera.
Nel 1942 la famiglia tornò a Firenze e Lorenzo si dedicò all’approfondimento della pittura sacra.
Dall’estate 1942 al giugno 1943 si compì il travaglio di conversione che lo portò al sacerdozio.
L’8 novembre 1943 entrò nel Seminario Maggiore di Firenze.
Il 13 luglio 1947 fu ordinato sacerdote.
Dal 9 ottobre 1947 al 7 dicembre 1954 fu cappellano a San Donato a Calenzano.
Dall’8 dicembre 1954 fu parroco di Sant’Andrea a Barbiana, frazione di Vicchio.
Morì a Firenze il 26 giugno 1967.