Educare alla sofferenza

La sofferenza è costantemente presente nella storia e nelle storie, è compagna della nostra vita – chi può dire di non aver mai sofferto? Chi può dire di non aver mai sperimentato il peso di una perdita – salute, affetti, sicurezza, stima … – che ha reso il cammino difficile, pesante, faticoso? Dolori che annientano e lacerano, spesso al limite della sopportazione umana, e che catturano ogni dimensione della nostra esistenza: fisica, affettiva, cognitiva, psicologica, spirituale, a conferma di quanto corpo ed anima formino un’unità inscindibile. “Stanotte si sono riaperti gli abissi infernali del dolore, fresco come nei primi tempi: le parole folli, le proteste rabbiose, i sobbalzi dello stomaco, l’irrealtà da incubo, l’orgia di lacrime”.

La sofferenza mina la certezza del possesso, scuote il convincimento di una vita governabile, di un futuro considerato certo e programmabile: se una perdita è stata possibile, si possono immaginare tutte le perdite possibili. Se un dolore è accaduto, sono pensabili altri mille dolori. La sofferenza – temuta, rifiutata – è imprevedibilmente presente nelle nostre vite quasi a restituirci il senso del limite spesso dimenticato o negato. “Stolto è tra i mortali colui che, ritenendo di avere saldamente buona fortuna se ne compiace. Per i suoi comportamenti la fortuna, come un uomo capriccioso, salta ora qua e ora là e nessuno mai sarà lui stesso felice”. Più volte sperimentata, la sofferenza è tuttavia sempre nuova nel modo in cui accompagna il nostro procedere: ad ogni incontro ci sorprende e ci smarrisce con tutta l’intensità della prima volta. I tempi, i modi, le reazioni che provoca hanno sempre un carattere di originalità che la rendono di volta in volta profondamente nuova e singolare. Chi può riconoscersi esperto in sofferenza? E ogni volta lo smarrimento si manifesta nell’espressione di una sola ed essenziale domanda: “perché”? Non c’è modo di educare alla sofferenza, se non lasciarsi educare dalla sua stessa esperienza. Perchè a me, perché ora, perché in questo modo? E’ possibile che abbia un senso? “Che è mai l’uomo, che tu ne fai tanto conto e che tu poni su lui la tua mente? E tu lo visiti ogni mattina e ad ogni istante lo metti alla prova. Sino a quando ancora non distoglierai lo sguardo da me, non mi lascerai inghiottire la mia saliva? Se ho peccato, che cosa ho fatto a te o pastore di uomini? Perché mi hai posto come tuo bersaglio?”. La sofferenza è un’esperienza esistenziale che investe la nostra vita con una forza totalizzante capace di aprire un varco nel nostro mondo interiore e di metterci in contatto con noi stessi. Tocca il nucleo profondo della nostra identità e pone questioni che per essere colte richiedono lo sforzo dell’intelletto, del cuore, della persona tutta. Lavelle sostiene che “il dolore conferisce una straordinaria intimità con noi stessi; approfondisce e scava la coscienza”.

Mentre si soffre si conosce contestualmente l’oggetto e il soggetto della sofferenza stessa. Educare alla sofferenza significa pertanto sollecitare l’uomo a guardarla con coraggio, senza fuggirne l’incontro, significa far maturare la consapevolezza che la sofferenza può illuminare di significato la nostra esistenza e può aprirla a nuovi orizzonti di senso se ci si dispone a viverla con atteggiamento aperto, senza riserve. Nel momento in cui si è disposti a dialogare con la sofferenza si evita lo smarrimento della ragione, la degenerazione dell’esperienza dolorosa in frustrazione, chiusura e rassegnazione. La sua accoglienza nella nostra vita avvia un profondo processo di maturazione personale che passa attraverso la ricerca di significati da attribuire a perdite e frantumazioni subite, una ricerca che ciascuno conduce nelle pieghe della ragione, negli spazi del cuore, nell’incontro con l’altro, nel colloquio con Dio. Pareyson dice che “La sofferenza diventa rivelativa, si manifesta come il capovolgimento dalla negazione alla positività, il cardine della storia della libertà, la chiave per intendere il destino dell’uomo e la realtà del mondo”. Tuttavia lo stesso processo di elaborazione è a sua volta fonte di ulteriori sofferenze, perchè si snoda attraverso una quotidianità già disseminata di apprensioni e di inquietudini interne: pensare e riflettere nel momento maggiore di fragilità implica sforzi enormi e mobilitazione di forze sconosciute. “Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra e il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma è anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. Io non solo vivo ogni interminabile giorno del mio dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore”. In queste condizioni, il silenzio interiore è l’elemento essenziale affinché pensieri e riflessioni possano organizzarsi per indagare la propria capacità di sopportare e reagire, per cercare di rintracciare i riferimenti profondi che danno stabilità alla propria esistenza. E’ nel silenzio e nel contatto intimo con se stessi che può compiersi il cammino di comprensione del rapporto tra sofferenza e consapevolezza cosciente del dolore, delle sue cause, e persino della propria impotenza. In questo percorso l’uomo affina il suo modo di sentire, di interpretare il mondo e di porsi di fronte alla realtà che lo trascende. “Io ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono”. Ma la sofferenza non consente solo di raggiungere una conoscenza personale profonda ed articolata: essa ci stana anche da un isolamento auto-referenziale per ricordare a noi stessi e agli altri il bisogno reciproco di solidarietà. Il rapporto dialogante con la sofferenza alimenta la nostra umanità che si esprime soprattutto nella capacità di oltrepassare le esperienze personali per calarci nei panni dell’altro e non lasciar sole le persone che vivono la sofferenza. La condivisione è ciò che riesce ad alleggerire il peso e la durezza della perdita, la difficoltà della prova. Se soffrire è qualcosa che non ci è risparmiato, se ogni uomo deve percorre in prima persona la sua strada di dolore, è possibile quanto meno evitare la sofferenza della solitudine. Nella sofferenza, la fragilità umana diventa elemento di unità tra chi soffre e chi è capace di capire e sostenere. “Misero te, che ti rivelan tale le sofferenze tue. Dimmi vuoi dunque ch’io ti sostenga, ch’io ti tocchi? E come?”. Per quanto detto, pochi momenti della vita riescono a darci una visione così chiara e lucida della nostra esistenza come quelli vissuti nella scuola della sofferenza. Eppure il suo allontanamento è un atteggiamento molto diffuso della nostra cultura. È importante perciò che ogni progetto educativo riconsideri l’impatto formativo del dialogo con la sofferenza, aiutando le persone a perdere la paura di imbattersi nel dolore. Sfuggire la sofferenza, farla passare in superficie, quasi negandone l’esistenza, significa disperdere una preziosa opportunità di orientarsi nel proprio sé e di ampliare i propri orizzonti esistenziali.

di  Maria Grazia De Marinis (Associato di Scienze Infermieristiche Generali, Cliniche e Pediatriche, Università Campus Bio-Medico di Roma),da “Quaderni di Scienza e Vita n.5”.