«Eutanasia? La chiede chi viene lasciato solo»

Se ne parla troppo di eutanasia, o se ne parla troppo poco?
L’affermazione più corretta sta nel mezzo: se ne fa un gran parlare ma spesso in maniera scorretta. Di tutti i nodi bioetici è forse il più difficile: perché può riguardare due fasi della vita, la vecchiaia e la malattia – di frequente coincidenti – che l’efficientismo dilagante tende a giudicare “inutili”. Il malato, specie se vecchio, è considerato un peso improduttivo. Ma ci sono anche altri interrogativi: può un uomo decidere di smettere di vivere per non soffrire, o scegliere al posto di un altro? Cosa succede quando a soffrire sono i bambini? E cosa vuol dire non voler vedere una persona star male, quando la medicina ha portato allo sviluppo di innovative terapie del dolore?

Domande cui si è portati a rispondere più con l’istinto che con la razionalità. Fondamentali sono dunque la chiarezza e la precisione delle argomentazioni, le stesse che usa don Michele Aramini, docente di bioetica e autore di numerosi testi, tra cui l’ottimo «Eutanasia. Spunti per un dibattito» (Ancora, pp. 159, 12 euro).

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 Don Aramini, partiamo dal linguaggio. Che cosa s’intende per eutanasia?

«La maggior parte delle persone guarda in modo non del tutto negativo l’eutanasia perché pensa che si tratti della sospensione delle cure inutili praticate a un malato che sta per morire. Questa però non è eutanasia ma il “no” all’accanimento terapeutico. Ed è del tutto lecito e necessario che ci si opponga a questa pratica. L’eutanasia, invece, è la decisione – con o senza esplicita richiesta – di anticipare la morte di una persona attraverso un gesto specifico o un’omissione, cioè somministrando o meno qualcosa. Per eutanasia quindi si deve intendere la volontà di uccidere una persona prima della sua morte naturale. Non è il caso di sottilizzare se si tratta di un’azione attiva o passiva, perché il fine è lo stesso: procurare la morte».

Perché si arriva a chiedere in determinati casi il ricorso all’eutanasia?

«C’è una prima motivazione, che di certo era più valida nel passato ma che, quando si entra in un clima di polemica, viene tirata abitualmente fuori: mi riferisco all’insopportabilità del dolore, vale a dire il rifiuto di una sofferenza che non si riesce a tollerare in prima persona oppure a far sopportare agli altri. Era la richiesta contenuta nel manifesto sull’eutanasia firmato nel 1983 da alcuni premi Nobel, che faceva leva sulla pretesa immoralità di infliggere dolore a una persona. È una richiesta superata, in quanto la terapia del dolore oggi è in grado di agire su tutte le situazioni, anche quelle più estreme, con la cosiddetta “sedazione terminale”».

 La terapia del dolore è però ancora insufficientemente conosciuta e praticata in Italia…

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«Il problema vero è che è usata a macchia di leopardo, anche se la sua diffusione sta progredendo. Non è un problema solo dell’Italia ma anche – per esempio – degli Stati Uniti, dove le statistiche dicono che solo la metà dei pazienti viene trattata adeguatamente nella parte finale della vita».

C’è una mancanza di cultura di parte della classe medica su questo fronte?

«Penso proprio di sì. La medicina ha due compiti: guarire e curare. I medici sembrano essersi quasi dimenticati del secondo aspetto e si sono concentrati soprattutto sul primo. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore del paziente. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno. Ma la cura è probabilmente un’opera ancora più importante, perché il soggetto si trova in grave difficoltà e bisogna aiutarlo. In Italia oggi c’è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento».

Da parte dei fautori dell’eutanasia si è sentito chiedere il riconoscimento di un diritto soggettivo a chiedere la morte e a farsela dare. Cosa ne pensa?

«Sembrerebbe una richiesta di libertà, l’ultimo dei diritti civili ancora non garantito, messo sullo stesso piano del diritto di parola o di voto. Ma è davvero un diritto? Se si pone il tema in questi termini individualistici si tenderà a non domandarsi perché una persona vuole morire. Se la mia morte è un diritto vuol dire che la società ha il dovere di farmi morire. Questo, tra l’altro, significa accettare che il comportamento degli altri venga sottoposto a un vincolo drammatico: i parenti, i medici, ma anche l’intera società, che cosa pensano del farmi morire? Non possono essere obbligati a darmi la morte. Tutte le sentenze della Corte suprema americana e della Corte di giustizia europea hanno negato che nell’impianto normativo possa sussistere questo “diritto all’eutanasia”. Ed è anche per questo motivo che legislazioni favorevoli all’eutanasia non si sono sviluppate tanto rapidamente».

Perché si vuole decidere di morire quando la propria vita “non ha più significato”?

«Perché si considera l’uomo come un oggetto che perde valore in determinate circostanze. Una persona, per il solo fatto di essere tale, possiede un valore permanente, e non è mai assimilabile a un oggetto».

 Quando ci si trova al capezzale di qualcuno che chiede di morire come bisogna comportarsi?

«Innanzitutto occorre chiedersi da cosa scaturisce questa richiesta. L’esperienza ci dice, infatti, che essa viene meno se una persona è trattata adeguatamente con la terapia del dolore, se ha un accompagnamento umano anche da parte dei medici, degli infermieri, dello psicologo, dei volontari, se la sua famiglia non è stressata ma viene aiutata nell’assistenza. Quando i parenti di chi invoca la morte non vengono sostenuti allora possono cedere i nervi: la richiesta di morire sembra spesso dettata dalla constatazione del disastro cui sembrano condannati i propri cari. Si spera nella morte, dunque, quando ci si sente un peso per gli altri, o anche perché si vuole ricevere maggiore attenzione. È un po’ come dire: “Guardatemi, io sono qui, voglio essere curato meglio”. L’Istituto dei tumori di Milano ha compiuto recentemente un’indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque».

 Un dato davvero impressionante. Quindi si dovrebbe spostare l’attenzione dall’eutanasia alle cure palliative…

«Sì, certo. Non abbiamo bisogno dell’eutanasia ma di approntare un sistema di accompagnamento delle persone che sono arrivate alla fine della vita. Bisogna rispondere alle tentazioni eutanasiche con soluzioni che puntino maggiormente sulla famiglia e sulla solidarietà».
Intervista a don Michele Aramini di Francesca Lozito

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