Eutanasia: la tecnica politica e’ sempre la stessa

La tecnica è sempre la stessa. Si individua un “caso pietoso”, lo si enfatizza quanto più possibile e lo si usa come grimaldello per scardinare la legislazione, soprattutto quando questa si ispira alla legge naturale e cristiana.

Accadde con il divorzio nel 1972 e con l’aborto nel 1978.
L’opinione pubblica, scossa dai “casi pietosi” agitati dalla stampa di disinformazione, approvò quelle leggi per risolvere situazioni drammatiche ed eccezionali. Dopo pochi anni però l’eccezione è divenuta la regola e il divorzio e l’aborto sono oggi motivati da qualsiasi problema di ordine psicologico. Lo stesso accadrà inevitabilmente con il suicidio/omicidio, una volta legalizzato. Lo sterminio di massa, già in corso per gli innocenti nel grembo della madre, sarà esteso agli anziani, ai malati terminali, ai disabili gravi e sarà suggerito come la migliore soluzione per far fronte fronte agli alti costi economici che devono sopportare le famiglie con anziani a carico o figli che nascono con gravi anomalie.

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Se bisogna riconoscere il diritto di suicidio a chi non vuol soffrire oltre un certo limite, bisognerà riconoscere questo diritto anche alla ragazza che soffre le pene amorose o al ragazzo bocciato ad un esame di università. Chi può giudicare infatti il peso di un esperienza interiore qual’è la sofferenza?  Come dimenticare inoltre che le sofferenze morali sono spesso ben più lancinanti di quelle fisiche?
Il suicidio è giusto, o non lo è. E se lo è, lo è senza eccezione.
Esso resta l’atto con cui un uomo, di sua propria autorità, si dà volontariamente la morte. Questo gesto è il più folle di quelli che un individuo possa commettere. Folle al punto che spesso viene attuato in momenti di offuscamento delle facoltà mentali e l’uomo che lo compie non è consapevole e responsabile del suo gesto.

C’è un altro punto da chiarire: il suicidio assistito non ha niente a che vedere con il rifiuto dell’accanimento terapeutico.
L’accanita conservazione della vita a tutti i costi non è comandata, né è raccomandabile, perché la vita non è il bene supremo degli uomini e, secondo il Vangelo, «chi ama la sua vita la perderà» (Mt, 10, 39; Gv, 12, 25). È lecito dunque rifiutare quelle cure mediche straordinarie che oggi vanno sotto il nome di “accanimento terapeutico”. Ma il rifiuto dell’accanimento terapeutico è ben diverso dalla ricerca volontaria e diretta della morte che si compie con l’eutanasia.

Un esempio fu Piergiorgio Welby: avrebbe avuto il diritto di rifiutare l’uso delle macchine per rimanere in vita. Questa decisione avrebbe potuto accelerare la sua fine ma non avrebbe avuto come conseguenza diretta e immediata la morte. Nessun medico sarebbe stato in quel caso un omicida, né Welby un suicida. Il medico che oggi staccasse la spina sarebbe invece colpevole di morte direttamente procurata. Nessun fine, nessuna intenzione, può giustificare un atto che è in sé oggettivamente iniquo. E ogni atto oggettivamente finalizzato a procurare la morte di sé o di altri viola uno di quei principi irrinunciabili della nostra civiltà che non solo discendono dal Decalogo, ma sono radicati nella coscienza sociale di tutti i popoli.
Corrispondenza Romana