Fatti per amare: antropologia dell’amore

Per cosa è fatto l’essere umano? Per amare. Di più: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”. Nel tempo in cui – ed è il nostro – non si sa chi è l’uomo, necessariamente si ignora che cosa sia l’amore. Parola usata e abusata – come ben argomenta papa Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus caritas est–, che ha bisogno di essere compresa nel suo originale significato per orientare correttamente la vita di ogni uomo. Alla radice di ogni esigenza umana, personale e sociale, c’è questo nodo da risolvere: chi sono io e perché sono? Da dove vengo? Quale destino mi aspetta? Il ruolo centrale dell’essere umano nel mondo non si può conoscere senza sapere come siamo fatti, il perché siamo nell’esistenza, che cosa ci aspetta dopo l’inevitabile tramonto della vita fisica. Queste domande fondamentali restano le stesse, per ogni uomo, per tutti gli uomini da quando hanno iniziato ad avere consapevolezza di sé. Sono tanto centrali che non solo sono storicamente universali, nel senso che la storia ci ha mostrato varie risposte in ogni tempo, ma lo sono per ciascuno, nel senso che ogni nuovo nato inizia il suo cammino di uomo ponendosele. L’esperienza ci insegna che arriva un momento – che genericamente designiamo come adolescenza – in cui questa ricerca di senso si fa tanto acuta e decisiva da costituire uno spartiacque, un passaggio dall’essere al mondo come ospiti inconsapevoli all’essere nel mondo con coscienza di sé. Così, ognuno costruisce faticosamente la propria risposta e da questa dipende molto concretamente il modo con cui affronta le situazioni ordinarie, le crisi, le difficoltà, le gioie, i lutti e la malattia. In una parola, come vive. Poiché l’uomo è soggetto sociale, nel quale la relazione con gli altri non è accessorio indifferente bensì dimensione costitutiva, anche le società – analogamente – si danno risposte che decidono il modo di vivere. L’attuale disorientamento valoriale dipende, in ultima analisi, dalla varietà spesso inconciliabile di risposte disomogenee alle domande esistenziali. Ecco perché è così decisivo porre la questione su di un piano che potrebbe sembrare a prima vista un esercizio intellettuale e che al contrario è l’unico piano fondativo. L’essere umano non ha la sola istintualità a guidarlo nelle risposte che decidono le scelte. Proprio la sua natura razionale, che lo pone in una dimensione sostanzialmente differente da quella degli animali, è la fonte sia della domanda che della ricerca della risposta.

Abdicare al ruolo della ragione, che talvolta suggerisce cose diverse dalle pretese di istinto e di piacere, diventa allora una fuga dalla propria natura, fuga che – se solletica e sembra appagare – di fatto crea più problemi di quanti ne risolva. Non è esagerato affermare che tutte le diverse prospettive sociali, politiche, economiche, etiche hanno nel loro cuore differenti antropologie, ovvero differenti modi di dire chi è l’uomo, quale fine e quale destino gli appartengono. Le questioni bioetiche e biopolitiche, i sistemi economici e finanziari, gli assetti politici e gli equilibri interreligiosi, così come le mode e le tendenze culturali e di costume – solo apparentemente marginali – tutte sottendono visioni antropologiche. Non sarà allora inutile il piccolo sforzo di balbettare qualcosa sulla persona umana e sull’amore, sulla loro connessione profonda nella sessualità umana, qualcosa che possa essere detto e ragionato soprattutto per e con i giovani, spesso più bendisposti allo sforzo di capire perché più acutamente sensibili all’esigenza di capirsi; qualcosa che possa costituire una scaletta da utilizzare e uno strumento da usare, più che un manuale da imparare. Perché non esiste nulla più dell’amore che vada personalmente e responsabilmente assunto.

L’atto educativo – verso gli altri, i piccoli, ma anche verso se stessi – ha delle esigenze di metodo. Non è limitato solo all’elenco di nozioni utili, che pure non possono mancare per non costringerci all’estenuante fatica di ri-iniziare il mondo ogni mattina, e ha come pre-condizione indispensabile l’onesta ricerca del vero. Diceva Chesterton (in Che cosa c’è di sbagliato nel mondo, titolo impegnativo, ma non per quel genio del buon senso): Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino. Gli uomini d’oggi stanno fuggendo in ogni direzione di fronte a questo compito altamente audace; e l’unica loro scusa di fronte a ciò è che le loro moderne filosofie sono ancora così immature e ipotetiche che loro stessi non ne sono abbastanza convinti per poter convincere un bambino appena nato. Vi sono delle verità che la nostra ragione può cogliere, altre che sono frutto di un pensiero elaborato e purificato dai secoli, altre che si scoprono indagando con gli strumenti a misura dell’oggetto indagato. Se la parola “verità” dovesse intimidire o sollevare sospetti, possiamo accontentarci di “realtà”, che sembra forse più alla nostra portata. Senza dimenticare che la realtà è la concretezza del vero. Se l’amore in un qualche modo fonda la persona, e se senza sapere chi è la persona umana difficilmente potremo dire che cosa è l’amore, allora un primo passo può essere indagare sulla persona iniziando con un’affermazione forte: tutto il creato ha il suo culmine nella persona umana. Non c’è modo di essere più che essere persona. È ragionevole giungere ad una definizione di persona umana che tenga conto di tutte le caratteristiche vere, quelle che anche l’esperienza di noi stessi ci fa percepire come importanti. L’etimologia dice molto del significato e la parola persona deriva dal latino: per-sonare: risuono tutto intorno, risuono attraverso. Il suo equivalente greco indicava la maschera degli attori, che mostrava, con il sorriso o con la smorfia, il carattere comico o tragico del personaggio interpretato. Non solo, la maschera fungeva anche da altoparlante. Ovvero, ciò che si vedeva e si percepiva con lo sguardo era lo strumento attraverso cui di fatto si svelava anche quello che stava dietro, nascosto. Di ogni persona umana che ci sta di fronte, noi vediamo il corpo, ma non siamo per questo autorizzati a pensare di essere davanti solo ad un organismo biologico: sarebbe uno sguardo parziale che, se fosse l’unico, non direbbe il vero. L’esperienza ce lo dice quando ci imbattiamo in qualcosa o in qualcuno che ci tratta solo per quel che appare di noi: ci sentiamo trattati “male”, ovvero non all’altezza delle nostre qualità. Tutti desideriamo un medico che ci ascolti e non si limiti ad osservare i nostri organi, tutti vorremmo non essere giudicati per come ci vestiamo, o per la ricercatezza o costosità del nostro abbigliamento, tanto che se qualcuno agisce così, la nostra rimostranza è: “non essere superficiale”. Il che vuol dire di non fermarsi all’esteriorità, ma di considerare tutto il valore della persona. Per comprenderlo, servono la ragione e l’esperienza. L’esperienza è comune a tutti: nessuno è contento di essere considerato solo come un oggetto e questa persuasione, che ha avuto bisogno di un salto di qualità della riflessione etica prima di diventare condivisa (si pensi a titolo di esempio alla schiavitù), resta la testimonianza più convincente in quanto – almeno nominalmente – universale. La ragione invece sta soffrendo di due malattie: il gigantismo e il nanismo.

Una ragione “gigante”, troppo piena di sé, diventa una dea, non ammette l’esistenza di nulla che non sia a sua misura, che non possa essere misurata e indagata a piacimento: è il razionalismo. Ciò che è mistero semplicemente non esiste. Il “nanismo” della ragione ha poca stima di sé stessa: è il nichilismo. Nulla è universalmente vero, tutto è artificio, convenzione, per definizione ingannevole e sfuggente, il reale è una delle possibilità dell’essere ma neppure la più vantaggiosa. Ma se la realtà è un inganno, se la ragione non è in grado di comprendere nulla del vero, siamo condannati a “cucire senza filo”. E questo è la sostanza della disperazione. Al contrario, se la ragione compie diligentemente il suo ruolo si accorge che ogni persona vale di più delle sue apparenze. Visto che siamo preziosi, facciamo un paragone con l’opera d’arte. Di fronte a un’opera d’arte posso descriverne le dimensioni, la qualità del materiale usato – dalla tela al marmo di Carrara –, le origini dei colori. Oppure lo stile pittorico (impressionismo, cubismo …). Ed anche le sensazioni che mi suscita, l’ispirazione che lo ha generato. Ogni descrizione racconta qualcosa di vero, ma non può dire di esaurire da sola il significato dell’opera. Analogamente, di fronte alla persona umana è possibile: una descrizione biologica, una descrizione sociologica, una descrizione di natura, di significato, di valore. Nessuna, da sola, dice tutto di un uomo ma tutte sono necessarie per definire quel singolo uomo, proprio lui e non un altro. Senza il suo proprio corpo, nessuno può essere se stesso, eppure il suo corpo non esaurisce il suo valore. Oltre a questa funzione di rivelare qualcosa di nascosto, il corpo media tra l’uomo e il mondo, tra l’avere e l’essere: ho un corpo, che mi causa sofferenza o piacere; sono un corpo, tanto che chi attacca e ferisce il mio corpo attacca e ferisce tutta la mia persona. Il rispetto per il mio corpo è rispetto di me. Il corpo non è un accessorio, da poter maltrattare, né il tutto di noi, da poter idolatrare. Non siamo la cosa “corpo” + la cosa “spirito”, il risultato di un’addizione, due cose diverse messe insieme non si sa come. La persona umana è uno spirito incarnato, una corporeità vivificata da uno spirito, un insieme caratterizzato proprio dall’essere contemporaneamente concretezza corporea e sostanza immateriale. Il corpo è la trasparenza della persona umana, l’unica creatura in cui è visibile l’invisibile. E soprattutto in cui l’invisibile c’è anche se… non si vede! Perché non è la capacità di vedere l’invisibile che lo fa esistere. Il corpo è il linguaggio, la trasparenza attraverso cui la persona umana parla di sé. Uno dei beni, non l’unico, della persona. Questo bene si declina nella concretezza della sessualità, che è la prima caratteristica della corporeità. Prima di essere italiano o francese, americano o cinese e così via, ogni persona umana è uomo o donna; prima di avere qualsiasi caratteristica somatica o culturale o etnica, ogni persona umana è definita dalla sua corporeità sessuata. “Prima”, in questo caso, non è solo un avverbio di tempo, ma anche di modo: mentre altre caratteristiche appartengono al campo dell’avere, la sessualità appartiene al campo dell’essere.

La sessualità non è una discriminazione generata da un certo contesto culturale: è un modo – non l’unico, ma sempre molto importante – per descrivere la verità delle persone umane. C’è una parola, oggi tanto censurata perché fuori moda, che dice molto della necessità di difendere il bene della sessualità: è pudore. Anziché tacerla o, peggio, relegarla tra i termini ridicoli, varrebbe la pena di riscoprirla e di spiegarla: lo sguardo degli altri, se lo percepiamo come una strumentalizzazione del nostro corpo, e dunque di noi stessi, ci provoca una reazione difensiva. Allora ci ritraiamo da quello sguardo, perché ci offende. Offende la nostra consapevolezza, magari confusa, di avere un valore, e un valore grande. Ci difendiamo dall’insidia di essere guardati come cose, anziché come persone. Al contrario, tutto ciò che insinua l’idea che il pudore è un sintomo di istinti repressi, che impedisce la libertà, che tarpa le ali alla fantasia, in ultima analisi non considera la sessualità umana un valore, ma solo un accessorio, una funzione biologica gestibile come tante altre funzioni. Talvolta si sente parlare della sessualità come di un meccanismo sul quale la volontà non sarebbe in grado di esercitare il controllo, dipendente dagli ormoni o dal sentimentalismo in modo ingovernabile. E così si riduce l’uomo ad un animale soggetto a pulsioni che lo determinano: ma così si fa dell’uomo un prigioniero, smentendo nelle conclusioni quei princìpi di autodeterminazione e di libertà che si invocavano come presupposti. In simili teorie ancora una volta appare in crisi la capacità di un retto uso della ragione, la fiducia che le persone possano e sappiano distinguere ciò che è adeguato alla verità della propria natura.

Certamente è in crisi l’idea stessa che esiste una natura umana, il che ha condotto alla formulazione delle moderne teorie del gender, nelle quali la sessualità è totalmente sganciata dalla natura, anzi, nelle quali l’idea di natura è descritta come una bizzarra pretesa legata a schemi culturali, non suggeriti dall’osservazione della realtà e dalla testimonianza dell’esperienza, ma addirittura imposti da intenti repressivi. Uomo, donna, reciprocità, complementarità, castità, dono di sé diventano in questa prospettiva dei luoghi comuni privi di significato, parole vuote di senso: la reificazione dell’umano raggiunge qui abissi di non-senso che cambiano la percezione stessa non solo dei singoli, ma del modo in cui le persone si relazionano tra di loro e dunque dell’intera società. Invece, non solo esiste il valore-persona, ma esso è così incalcolabile che ognuno, quasi paradossalmente, lo trova pienamente solo donandolo. E se questa verità riceve dal Vangelo la sua più convincente dimostrazione, tuttavia essa non è estranea alla percezione della ragione umana. Un esempio banale: se io possedessi un diamante di valore inestimabile, come potrebbe un altro dire che è anche suo se non potesse comperarlo (poiché non c’è prezzo adeguato) né volesse rubarlo (poiché non è giusto)? Lo potrebbe solo se io glielo donassi. E che cosa se ne farebbe il diamante della sua brillantezza (della sua bellezza) e della sua preziosità, se rimanesse da solo, chiuso nella sua custodia? La conclusione difficile, ma che in fondo al proprio cuore ciascuno desidera per sé, è che ogni persona si realizza solo nel dono totale di sé, amando ed essendo riamato. 54 Abbiamo parlato di dono: che dono sarebbe quello che viene richiesto indietro? Quello è un prestito! Ecco a che serve l’indissolubilità. Che dono è quello che viene fatto a più persone? Quello è una divisione! Ecco a che serve la fedeltà. E che dono è quello che non lascia traccia di sé? Quella è sterilità! Ecco a che serve la fecondità, che non è da intendersi solo in senso fisico, ma anche spirituale. In conclusione, ciò che è giusto va cercato non solo nella soggettiva capacità di percepire un significato tramite le emozioni, i desideri, le pulsioni bensì applicando anche il giudizio ragionevole ai fatti, alla natura delle cose e ai desideri. Ugualmente, per l’amore, è ragionevole adeguare le scelte che decidono il proprio comportamento al valore che abbiamo riconosciuto corrispondente alla sua verità. Abbiamo il bisogno esistenziale, prima ancora che morale, di riscoprire la verità, la bellezza e la bontà della corporeità e della sessualità umana. Nella nostra ricerca del vero, del bello, del buono potremmo “accettare, tra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio del mare della vita […]. A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, cioè affidandosi ad una divina rivelazione”. Non è dottrina cattolica, è Platone.

di Chiara Mantovani (Medico, perfezionato in Bioetica; consigliere nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani; consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita) da Quaderni Scienza e Vita n.14