Figli di “2 mamme”: è il mercato dei desideri

duemammeAnche se sotto diversi profili è piuttosto intricata, la questione può essere riassunta agevolmente. Dopo la recentissima sentenza di Torino, un cittadino italiano può essere legalmente riconosciuto come figlio di due madri. Non è più vero che di madre ce ne sia una sola. E non è neanche più vero che, se c’è una madre, deve di necessità pur esserci, da qualche parte, un padre: nel caso della coppia di donne omosessuali che in Spagna, ricorrendo alla fecondazione artificiale, hanno messo al mondo un figlio, grazie al seme di un donatore anonimo, fin dal principio era da ritenersi del tutto esclusa la possibilità che una figura paterna entrasse in questo gioco e potesse esercitare un qualsiasi ruolo in una qualsiasi modalità nell’ambito delle relazioni familiari che le due donne, sposandosi in Spagna, hanno inteso costruire.

La Corte d’Appello di Torino è stata molto chiara al riguardo: bisogna considerare l’interesse del minore come prevalente e, quali che siano le modalità della sua venuta al mondo, questo interesse è quello di essere riconosciuto “figlio”. Per di più, questo specifico interesse può essere quantificato con estrema facilità: poiché due è il doppio di uno, meglio avere due madri che una sola! Così gli interessi sanitari, scolastici, ricreativi ed ereditari del minore potranno (si spera!) avere una tutela ottimale.
Il ragionamento sembra filar bene, anche se ai buoni giudici di Torino (anzi, alle “buone” giudici, dato che il collegio era composto da tre donne) sembra non sia venuto in mente che la quantificazione degli interessi può essere portata avanti quasi all’infinito; le madri potrebbero essere tre, anziché due (ad esempio se facessimo entrare in gioco un’ipotetica, ma non infrequente, madre “sociale”, la cui maternità non consegue all’offerta né di un ovocita né dell’utero, ma nell’attivare l’intera procedura supportandone le spese). E perché non ipotizzare che le madri possano essere ben quattro, nel caso in cui per puntellare un ovocita patologico si inserisse in esso un’opportuna quantità di Dna estratto dall’ovocita di un’altra donna ben disposta a fare tale dono, in modo da aggiungere alla madre sociale e alla madre uterina ben due madri genetiche? Potremmo andare ancora avanti e continuare a porci tante altre domande del genere, più o meno “scandalose” e, tra le tante possibili, quella davvero più spinosa: perché in questa corsa all’individuazione e alla tutela del miglior interesse del bambino la figura del padre viene con tanta rapidità e definitività messa da parte?

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Ma cadremmo alla fin fine in un gioco sterile. Andiamo invece alla sostanza della questione, che emerge, sia pur indirettamente, dalla sentenza di Torino e cerchiamo di metterla a fuoco nel modo più freddo possibile.

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Nel corso di pochi decenni si è completamente trasformato in Occidente il paradigma della famiglia, storicamente e culturalmente legato, per millenni, alle dinamiche della generazione, considerata antropologicamente non nel suo mero darsi biologico (che accomuna uomini e animali), ma nel suo inquadrarsi (che distingue nettamente il mondo umano dal mondo animale) nelle forme religiose, etiche, giuridiche e sociali del matrimonio eterosessuale.

Oggi l’istituto del matrimonio sta diventando sempre più impalpabile, per una molteplicità di motivi che sono sotto gli occhi di tutti: la costante diminuzione dei matrimoni a fronte dell’irresistibile crescita delle più diverse forme di partenariato extra e para-matrimoniali; la loro crescente fragilità (al punto che è davvero difficile in alcuni ordinamenti distinguere il divorzio, reso peraltro pressoché ovunque “breve”, dall’antico “ripudio”), la parallela e crescente difficoltà di distinguere il regime giuridico matrimoniale da quello delle “convivenze”; la pretesa, ampiamente vincente in Occidente, di cancellare il carattere necessariamente eterosessuale del coniugio, col risultato di rendere molto difficile il mancato riconoscimento di un diritto all’adozione da parte di coppie delle stesso sesso. La famiglia, in Occidente, tende semplicemente a scomparire, e questa scomparsa, favorita dal crollo demografico, sta erodendo in modo impressionante quel primato del vincolo di gruppo sulle pretese e sugli interessi individuali su cui si basava sostanzialmente la sua eticità.

La prova di quanto detto ci viene appunto offerta da come oggi viene vissuto il paradigma della generatività, che non solo è completamente svincolato dai suoi condizionamenti naturalistici (si ha un figlio quando lo si vuole avere, non quanto lo manda Dio o la natura), ma appare ormai intrinsecamente legato a logiche di interesse, che non è inappropriato definire “mercantili”.

La procreazione assistita, il commercio di gameti (lasciamo la parola “donazione” agli ingenui), il controllo eugenetico degli embrioni e dei nascituri, l’affitto di utero, le diverse forme di surrogazione di maternità, gli aborti “selettivi” e “terapeutici” sono tutte pratiche nelle quali il mercato è ormai entrato in modo subdolo e probabilmente irreversibile. E i parametri valoriali del mercato trovano ormai una misura facilmente oggettivabile, quella che consegue al desiderio soggettivo e insindacabile di procreare: desiderio che il mercato è pronto a soddisfare, tanto quanto è pronto a soddisfare, con tecniche biomediche sempre più raffinate, l’opposto, e altrettanto insindacabile, desiderio di non procreare.

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Possiede basi valoriali consistenti questo mutamento di paradigma? L’unica risposta possibile sembrerebbe essere quella secondo la quale garantire socialmente la soddisfazione dei desideri umani (da quello di procreare a quello di non procreare) sarebbe un bene in sé; risposta palesemente fragile, se non altro perché, come si è accennato, tale soddisfazione più che conseguire al riconoscimento di spettanze fondamentali, sembra conseguire alle capacità economiche del soggetto desiderante. È più onesto ammettere (anche se può turbare almeno un poco le coscienze più rette) che la società dei desideri, del loro moltiplicarsi, dell’invenzione di mille nuovi modi per soddisfarli, è la più coerente col sistema economico-sociale (mercatista e individualista) che domina nel nostro tempo e dal quale nessuno sa esattamente come sia possibile uscire.

Per inquadrare eticamente quella “macchina desiderante” che è diventato il mondo contemporaneo, basterà, ad avviso di tante “anime belle”, porre qualche paletto, come quello, vetero-liberale, secondo il quale la soddisfazione del desiderio di uno non dovrà mai ritorcersi o limitare la soddisfazione del desiderio di un altro.

Possiamo a questo punto tornare alla sentenza di Torino, che è esempio lampante di come questa mentalità sia ormai dilagante. Cosa potrebbe opporsi al desiderio delle “due” madri di essere riconosciute tali anche in Italia, si è chiesta la Corte torinese? Una serie di norme, addirittura di rango costituzionale, che fa sempre riferimento alla diversità di genere, quando si parla di genitorialità: ma questo è un argomento formalistico, che da una parte offende i desideri delle due madri e dall’altra contrasta col «miglior interesse del bambino», serenamente identificato dalle giudici torinesi in base al criterio che due è meglio di uno. E così la questione appare risolta. Con buona pace del buon senso, di una tradizione antropologica plurimillenaria, delle mille voci di allarme che si levano da tempo quando si discute di fecondazione eterologa, di omogenitorialità, di soppressione della figura paterna o materna.

È forse giunto il momento di chiedere a tutti noi – e soprattutto a quei magistrati che ormai da tempo hanno indebitamente assunto nel nostro Paese il ruolo di unici veri attori biopolitici – di riconoscere con la massima franchezza che siamo diventati incapaci di individuare il bene umano al di là della logica dei nostri interessi soggettivi e che per la soddisfazione dei nostri interessi attuali siamo ormai ben disposti a sacrificare i più ragionevoli interessi delle generazioni future (a partire da quello basilare di poter chiamare mamma una donna e papà un uomo).
Francesco D’Agostino (su Avvenire)