Figli perfetti, il mito cresce in provetta

Le recenti notizie di un possibile editing genetico praticato sugli embrioni umani escono dalla ristretta cerchia dei ricercatori e arrivano al grande pubblico. Anche il mercato, sempre attento alle possibilità di guadagno, ha cominciato a interessarsi al filone della diagnosi genetica per assicurare, si dice, una gravidanza serena. Sono già diversi i siti che in cambio di un invio di proprio materiale biologico e di un congruo pagamento forniscono la mappa del Dna personale. In Svizzera propongono di analizzare il Dna per vedere se e quando si perderanno i capelli inducendo a usare i (carissimi) prodotti preventivi, la cui efficacia è ovviamente assicurata. Dalla Svizzera arriva anche la proposta di estendere la diagnosi pre-impianto a tutti coloro che programmano una gravidanza. Si tratta di un’aberrazione commerciale che fa leva sull’ansia crescente che i nostri contemporanei hanno in materia di salute e di generazione. Dal punto di vista delle procedure scientifiche, questa proposta comporta che tutti gli esseri nascano per mezzo della provetta. Una cosa simile succede già per coloro che, invece di fare la donazione del cordone ombelicale a beneficio di chi può averne bisogno, lo conservano a pagamento per ricorrervi in caso di malattia futura, con probabilità di utilizzo bassissime.

Ma come valutare la proposta di un simile ricorso sistematico al concepimento in vitro per avere figli sani? In particolare: se la tecnica lo consente, perché non selezionare in provetta un figlio che nasca senza malattie genetiche? Occorre distinguere almeno due ambiti. Innanzitutto quello concernente le persone che sanno di essere portatrici di malattie genetiche gravi. Per questi casi, dal punto di vista giuridico, Corte costituzionale e tribunali hanno ammesso la diagnosi preventiva. Il ragionamento che i giudici fanno per questi casi è il seguente: se il feto sarà affetto da una malattia tale da spingere all’aborto terapeutico, allora è meglio prevenirlo con la diagnosi sull’embrione.

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Da un punto di vista morale il problema è complesso, e la via dev’essere quella di cercare diagnosi e cura per gli embrioni malati. Un secondo ambito è quello dell’ansia indotta. Qui la diagnosi pre-impianto è una pratica insensata per varie ragioni. Dal punto di vista scientifico la diagnosi è problematica e non assicura una lettura precisa del Dna. Un conto è analizzare il sangue con un numero elevatissimo di cellule, un altro è analizzare una singola cellula embrionale. Le possibilità di errore crescono esponenzialmente. In secondo luogo, molti difetti genetici sono poco rilevanti – nessuno di noi è perfetto – oppure non avranno alcuno sviluppo nella vita del soggetto, quindi è inutile compiere queste indagini.

Da un punto di vista umano e morale, ci si deve rendere conto che queste pratiche modificano il modo di mettere al mondo i figli: invece di essere un evento spirituale, la generazione diventa un fatto tecnico da affidare a medici e biologico con l’obiettivo utopistico di avere un figlio perfetto. Sappiamo però che non ci sono figli perfetti, ognuno di noi è quello che è, e i genitori devono accogliere il figlio così com’è e come sarà: non lo si può amare solo se è privo di difetti, semplicemente perché non sarebbe amore. Anche se fisicamente in ordine, i figli potranno peraltro diventare dipendenti dai social, dalla droga, potranno ammalarsi per comportamenti scorretti. E cosa si farà in questi casi? Saranno ripudiati? Al posto dell’ansia indotta occorre piuttosto recuperare il senso del dono che i genitori fanno di sé ai figli, con la disponibilità ad abbracciare la persona umana che arriva.
di Michele Aramini – Avvenire