Gameti per eterologa, l’inganno del dono

Cresce il pressing per rendere più agevole il ricorso alla fecondazione eterologa in Italia. La sentenza 162 con la quale la Corte costituzionale il 9 aprile 2014 dichiarò l’illegittimità del divieto di procreazione artificiale con gameti in tutto o in parte esterni alla coppia in questi cinque anni non ha aperto il mercato come aspettava chi si attendeva di poter convogliare nelle proprie strutture la clientela che invece si rivolgeva all’estero. Secondo la Fondazione Pma Italia, su 10mila coppie italiane che oggi ricorrono alla fecondazione eterologa un terzo si reca ancora all’estero. I motivi sono i più diversi: ci sono strutture con partner in altri Paesi – Spagna in primis – dove vengono venduti da molti anni pacchetti tutto compreso per cicli di fecondazione artificiale, con la garanzia di poter disporre di gameti “illimitati”. È questo infatti il punto critico: in Italia la caduta del divieto ha semplicemente aperto un buco nella legge 40 nel quale non è intervenuta alcuna nuova regolamentazione.

I centri pubblici e privati si sono mossi dunque in ordine sparso trovandosi subito a fronteggiare il problema della totale mancanza di donatori e, soprattutto, donatrici di gameti. Perché in Spagna ci sono e in Italia no? Perché la parola usata in questo ambito – donatori, donatrici – è sbagliata e ingannevole. Se si chiede un “dono” infatti si deve convincere una donna o un uomo a regalare ciò che dà vita a una discendenza. In altri termini, chi dona deve sapere che facendolo apre la possibilità tutt’altro che remota che presto nasceranno bambini anche suoi, che cioè avranno la metà del codice genetico che gli/le appartiene. Figli, a tutti gli effetti. E chi può pensare di farlo senza che a motivare questo gesto di grandissimo significato umano e dalle profonde risonanze personali, oltre che dalle conseguenze di incalcolabile valore, ci sia un corrispettivo all’altezza di ciò che si realizza con quel dono? Se non c’è quello che con un altro termine fuorviante si definisce “rimborso” (di quali spese?) manca la motivazione per far concepire in laboratorio un figlio per una coppia che non si conoscerà, essendo i donatori privi del diritto di sapere chi saranno i beneficiari, ed essi stessi coperti da anonimato (dove ciò non accade la pratica della donazione ha subìto una sensibile riduzione). Ma in Italia vige il sacrosanto divieto di poter ottenere una contropartita economica dalla cessione di parti del proprio corpo: è impensabile, ad esempio, che chi dona sangue possa chiedere di essere ricompensato, magari con un tariffario diversificato a seconda del gruppo sanguigno e della domanda. Idem per la donazione di midollo, che se fosse soggetta a criteri di mercato potrebbe essere tanto più pagata quanto più il caso è disperato (e il paziente facoltoso…). Non parliamo neppure degli organi. Evidente che dal punto di vista etico si tratta di un abominio.

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Perché allora per i gameti – che danno la vita, e che dunque sono preziosissimi – dovrebbe valere un criterio differente? Eppure si fa strada in Italia la richiesta di un compenso per la “donazione” dei gameti, che a questo punto andrebbe definita per quel che è, in tutto il mondo dov’è legale: una vera e propria vendita, con cataloghi di “donatori” la cui quotazione di mercato è direttamente proporzionale alla salute, al coefficiente intellettivo, alle caratteristiche somatiche, alla stessa avvenenza. Non a caso, i “donatori” più richiesti sono i nordici… Riflettiamoci bene, prima di rispondere “perché no?” a chi parla di “rimborso spese” ai “donatori” di gameti per coppie che desiderano tanto un figlio.

Francesco Ognibene – Avvenire