Gandhi era un pacifista?

gandhi1Quando il film di Richard Attenborough sulla vita del Mahatma Gandhi (interpretato da Ben Kingsley) ricevette l’Oscar, Joe Morgenstern sibilò: “Gandhi è tutto ciò che i membri votanti dell’accademia vorrebbero essere: morale, abbronzato e magro”.
La feroce battuta la dice lunga sull’ipocrisia che si cela dietro la sacrale ammirazione occidentale per il leader indiano. Si ha l’impressione che la mitizzazione di questa grande personalità serva spesso per sponsorizzare strade diverse da quelle che lui percorse e a volte addirittura strade opposte alle sue convinzioni.
Il dubbio è venuto anche di recente, quando una grande società telefonica ha realizzato uno spot (bellissimo) dove si utilizzava proprio la figura di Gandhi per illustrare gli straordinari prodigi della telefonia. Peccato che Gandhi fosse notoriamente molto diffidente verso la tecnologia per le sue possibili implicazioni negative. Non è difficile trovare, fra le sue pagine, messe in guardia contro “la follia della macchina” o espressioni di questo tipo: “non credo che l’industrializzazione sia necessaria in ogni caso per ogni paese”. Chissà se, da vivo, avrebbe accettato di fare il testimonial per una società di telecomunicazioni. Considerando la vita che scelse di fare, ho qualche dubbio.
Ma la causa in cui più frequentemente si usa il suo nome e il suo volto è quella pacifista. Repubblica ha lanciato in prima pagina l’iniziativa del nipote di Gandhi, Arun, che 75 anni dopo chiama a rivivere la storica “marcia del sale” che portò all’indipendenza dell’India, stavolta in nome della pace.
Che Gandhi si battesse per la pace è certo. Che fosse un pacifista è assai dubbio. La sua dottrina della “non violenza”, che chiamava “Satyagraha” (forza della verità), era l’opposto dell’abdicazione, della passività di fronte al male e alla violenza, l’opposto dell’indifferenza di fronte all’arbitrio. Ha lasciato pagine straordinarie dove si spiega molto bene: “La mia fede nella non-violenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. Vi è speranza che il violento diventi un giorno non-violento, ma per il vile non ve n’è alcuna. Perciò ho detto più volte che se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne e i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la non-violenza, dobbiamo almeno, se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto questo combattendo”.
E ancora: “Era abbastanza virile difendere la proprietà, l’onore o la religione a fil di spada. Era più virile e nobile difenderli senza cercare di nuocere al colpevole. Ma era indegno di un uomo, innaturale e disonorevole, abbandonare il proprio posto e, per salvare la pelle, lasciare proprietà, onore e religione alla mercé del delinquente… La mia non violenza non ammette che si fugga dal pericolo e si lascino i propri cari privi di protezione. Tra la violenza e una fuga codarda, posso soltanto preferire la violenza alla codardia”.

Ecco, nella falsa alternativa fra pace e guerra, Gandhi introduceva proprio il suo appello all’impegno, non violento, contro ogni orrore, la sua esortazione a non chiudere gli occhi: “Ogni nazione e ogni individuo hanno il diritto e il dovere di insorgere contro una ingiustizia intollerabile… Il vero democratico è colui che difende con mezzi puramente non-violenti la sua libertà e perciò quella del suo paese e in definitiva dell’intera umanità”.
Soprattutto ciò su cui molti pacifisti dovrebbero riflettere è il cuore della dottrina di Gandhi che invita a battersi innanzitutto contro se stessi per estirpare l’odio dal proprio cuore. Se c’è un paradosso nel movimento pacifista di questi anni è esattamente questo: aver dato alla sbandierata “pace” e alle sue liturgie e ai suoi argomenti, un contenuto di odio e di rancore, con quella demonizzazione del nemico americano che ricorda i “Partigiani della pace” degli anni Cinquanta (ispirati all’Urss) e non certo Gandhi.
Per Gandhi la non-violenza non concerne innanzitutto le modalità di una lotta, ma la disposizione del cuore di chi lotta: “La disubbidienza per essere civile dev’essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi ben assimilati, non dev’essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio”.
Ma c’è chi ben prima dei pacifisti ha fatto di Gandhi una bandiera politica. I radicali hanno addirittura trasformato il suo volto, per qualche tempo, nel simbolo del proprio partito. Anche in questo caso sarebbe stato interessante sapere cosa ne pensava l’interessato, se fosse stato vivo. Ho, di nuovo, qualche dubbio che la sua filosofia fosse compatibile con le battaglie radicali.

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Per esempio, il suo rispetto per ogni forma di vita lo induceva anche a rifiutare categoricamente l’aborto. E non solo in via di principio, anche nelle circostanze concrete più terribili. Nel volume Antiche come le montagne si riporta una lettera di un giovane al Mahatma.
Racconta di essere stato all’estero e spiega che in questo frangente un suo amico, traditore, ha sedotto sua moglie mettendola incinta. Ora, scrive il giovane marito, “mio padre insiste perché la ragazza ricorra all’aborto, altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso e piange sempre. Vuole avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?”.
Gandhi risponde, con grande delicatezza e rispetto per le persone, ma con decisione sull’essenziale: “mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso errore di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa… La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l’amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre”.
Non so neanche se i radicali sottoscriverebbero altre convinzioni di Gandhi. Per esempio avanzò energicamente la richiesta di porre limiti agli esperimenti scientifici che non rispettano la vita. Disse anche: “Per me la politica senza religione è una porcheria assoluta, sempre da evitare”.
Il nipote dice che in India la filosofia di Gandhi è molto poco conosciuta. Ma anche l’Occidente che ne esalta l’immagine e la usa, non sembra troppo desideroso di capirlo. Né di imitarlo (se non per la dieta e l’abbronzatura).
Antonio Socci