Gesu’ bambino a New York

bambino-new-york-chiesaIl sacrestano della chiesa dell’Holy Child Jesus, nel Queens, a New York, aveva appena finito il presepe. Poi era andato a mangiare, e la grande chiesa di mattoni rossi sulla 86esima strada era rimasta deserta. Accanto all’altare la capanna, gli angeli, la mangiatoia ancora vuota, nella penombra delle luci basse. Un’ora dopo il sacrestano torna, e chissà che tuffo al cuore: dal presepe viene un vagito. L’uomo incredulo si avvicina, è proprio un bambino quello, seminudo, che piange nella mangiatoia. Un bambino con ancora il cordone ombelicale attaccato, partorito da pochissime ore: abbandonato in un presepe, in un giorno di inizio d’Avvento. Gesù Bambino a New York, è il titolo sui tg americani, e chi ascolta si commuove. Il neonato, due chili di peso, sta bene e dorme ora nella nursery di un ospedale; c’è già chi vuole adottarlo, e non resterà solo per molto. Anzi non lo è mai stato. Sembra una fiaba, una fiaba di Natale quella del bambino sceso come dal nulla tra i palazzi di una immensa metropoli, e lasciato proprio nella mangiatoia di un presepe – a ricordarci quanto profondamente ancora, e visceralmente, ci appartiene questa immagine, questo essenziale focolare che attende, sotto a una stella, un figlio. Non è però una fiaba, ma un doloroso dramma, la storia di Queens, a leggerla dalla parte della ignota madre. Pare di vederla entrare, in punta di piedi, con un fagotto in braccio, nella chiesa, guardandosi attorno, temendo di incontrare qualcuno. Lei, per chissà quale miseria o solitudine, da quel figlio deve separarsi. Ma già l’averlo avvolto, nel freddo di novembre, in una coperta, già come lo porta stretto in braccio rivela una cura materna: la più disperata forse, quella di chi cerca un luogo per abbandonare un figlio. La donna si guarda intorno: non deve essere un angolo troppo nascosto, perché qualcuno possa subito trovarlo. Gli occhi le cadono sulla mangiatoia vuota, eccola, non pare proprio lì apposta? Lì, lo vedranno subito.

E così è infatti, e la storia del Gesù Bambino di New York fa il giro del mondo. È il tipo di storia che ci fa bene sentirci raccontare, e soprattutto in tempi come questi: il dramma di un abbandonato, sì, ma subito abbracciato e accolto. È il tipo di storia che rincuora e fa pensare che il mondo vada ancora, a volte, per il verso giusto. Ma quanti altri bambini proprio in questi giorni, in queste ore premono alle nostre porte, e non hanno un tetto, come quello di Betlemme. Tre giorni fa sul web c’era la foto di una giovane profuga appena sbarcata su un’isola greca, con un neonato in braccio: e per la foggia delle vesti orientali, lunghe e col velo, e per la giovinezza dei tratti, pareva proprio una Madonna che venisse dal mare. E quanti infinitamente sono i figli profughi sulla via dei Balcani, ora che l’inverno piomba sui sentieri e che le frontiere dell’Occidente sgomento si sono fatte più severe. Quanti sono i bambini, nei campi profughi in Turchia, in Giordania, in Libano, quanti nelle braccia delle madri e sotto un cielo attraversato da ali di guerra, che hanno freddo. Quanti, perduti, sono ormai solo piccole sagome fluttuanti nelle acque del Mediterraneo. Di bambini come quello del Queens, che ha colpito il cuore degli americani col suo presentarsi in un presepe, ce ne sono davvero tanti. Su di loro non si accenderanno i riflettori, e, non vedendoli, potremo non pensarci. Potesse la fiaba di New York almeno farceli ricordare. Nella paura e nell’ansia che ha avvolto le nostre città dal 13 novembre, restasse almeno uno spiraglio per pensare a loro, alla marea di figli di fuggitivi che bussa ai confini che ora andiamo a chiudere. Sono, ci spinge ora a dirci uno spaventato immaginario collettivo, figli di stranieri magari ostili e pericolosi: sbarriamo le frontiere, spranghiamo le porte.

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Eppure, sappiamo in fondo che quelli sono semplicemente bambini, e stride la coscienza nel festeggiare un Bambino mentre ne dimentichiamo centinaia di migliaia. Bella, la fiaba di Gesù “arrivato” in una mangiatoia a New York. Che strana profonda gioia ci dà sapere che un abbandonato, almeno, è stato abbracciato; come se in quel figlio salvato ci fosse un po’ di ognuno di noi. E chissà se, nell’ansia di una nuova, subdola guerra, non ci distoglierebbe dalla paura proprio fare il contrario che chiudere le porte: accogliere invece, aprire a quei figli e ai loro genitori. Come farebbe gente forte della sua storia, dei suoi valori e della sua fede, certa che il bene di cui siamo capaci è, di ogni incenerente nichilismo e di ogni odio, più generoso e più grande.
Marina Corradi