Giovani ingannati dal consumo del corpo

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ascolto e vedo, soprattutto perché la maggioranza degli adulti non sono consapevoli della posta in gioco nell’adolescenza». La belga Thérèse Hargot, classe 1984, si definisce al contempo filosofa, sessuologa e blogger. Dopo il successo incontrato in Francia, è uscito anche in Italia – dov’è già un caso editoriale – il saggio Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)(Sonzogno, 176 pagine, euro 16,50), molto critico verso «i nuovi tabù» e i paradossi esacerbati, secondo l’autrice, dall’irruzione del liberismo commerciale e del materialismo nelle relazioni affettive e sessuali. I rapidi capitoli puntano con un linguaggio diretto a un «risveglio delle coscienze» affrontando temi come il dilagare della pornografia, la contraccezione, i nuovi stereotipi sessuali… Nel testo risuona l’esperienza dell’autrice come animatrice di forum nelle scuole e libera professionista nell’ascolto di giovani e adulti. Per lei i giovani oggi sono «ingozzati di immagini sessuali» e insidiati da una pornografia sempre più diffusa.

Un contesto senza precedenti?
«Con Internet e gli altri nuovi mezzi di comunicazione osserviamo un’esplosione dell’industria pornografica. La pornografia è divenuta accessibile in ogni momento della giornata e a fasce di età anche molto giovani. Ma più in generale, anche al di là dei siti Internet, si tratta pure di una tendenza che condiziona la pubblicità e la televisione. Sui giovani, compresi purtroppo ormai anche i bambini, ciò esercita un’influenza considerevole, imponendo una visione della sessualità come atto di consumo. Il sesso diventa qualcosa che si consuma e l’altro un semplice oggetto di piacere. Si diffonde così una cultura della strumentalizzazione del corpo dell’altro e come oggetto separato rispetto ai sentimenti della persona. L’individuo viene spezzettato attraverso una visione erronea della persona umana, che è invece un unicum fra corpo ed emozioni. Il pericolo crescente è quello del diffondersi di comportamenti che non rispettano più l’interiorità dell’altro e i suoi sentimenti. Ciò è tanto più vero se si pensa che i giovani percepiscono sempre più questa concezione come un insieme di norme alle quali conformarsi. L’industria pornografica diventa un vettore di nuove norme. È un problema della società, più che individuale, e richiederebbe interventi ben più decisi dei poteri pubblici».

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L’educazione affettiva dei giovani diventa un’impresa sempre più difficile?
«Da una cinquantina d’anni si è fatta molta informazione, ma informare non equivale a educare. Educare significa fare in modo che i giovani possano divenire uomini e donne liberi, dunque capaci di scegliere ciò che corrisponde al loro bene. Nel contesto odierno, occorre in effetti moltiplicare gli sforzi per aiutare i giovani a entrare in relazione con gli altri sul piano personale. In molti Paesi si parla di sessualità nelle scuole solo dal punto di vista dell’igiene, in particolare a proposito dell’uso del preservativo e dell’accesso alla pillola contraccettiva. Ma per gli adolescenti le grandi questioni divoranti sono altre: cosa significa divenire un uomo e una donna? Qual è il senso della vita? Cosa significa amare? Ed essere liberi e consenzienti? Su tutte queste domande l’istituzione scolastica e spesso anche genitori non trovano il tempo o il modo per fare vera educazione. Ma è questa la posta in gioco fondamentale. Per lo sviluppo dei giovani come persone l’informazione è importante, certo, ma resta comunque secondaria rispetto all’educazione».

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Lei parla delle nuove dipendenze e delle ansie connesse alla pornografia. Vede un disagio psichico che rischia di accrescersi? «Viviamo in una società che sollecita in modo abnorme la pulsione sessuale, perché permette di vendere attraverso la pubblicità o altri strumenti, come i nuovi siti d’incontri specificamente pensati per trovare partner in discoteca. Ciò spinge ad esempio a un uso crescente della sessualità come semplice mezzo per sfogare lo stress, provocando malesseri di vario tipo. Si consuma sesso in modo compulsivo come si prende un sandwich al fast food. Ciò rischia in modo crescente di trasferirsi anche nella vita delle coppie, comprese quelle sposate».

Queste tendenze consumistiche hanno riflessi su contraccezione e aborto?
«In Paesi come la Francia si è diffusa la credenza secondo cui la pillola contraccettiva risolverebbe ogni problema legato alla sfera della sessualità, mentre questa dovrebbe implicare sempre la consapevolezza delle proprie responsabilità. Oggi ci si rende sempre più conto che i tentativi di banalizzazione della sessualità attraverso la contraccezione e l’aborto si sono trasformati in un fallimento, basti pensare a certe epidemie di malattie trasmissibili sessualmente. Al contrario, occorrerebbe responsabilizzare di più spiegando soprattutto ai giovani che la sessualità non è un gioco. Ma a livello delle politiche pubbliche troppo spesso le scelte compiute sono state dettate da concezioni ideologiche di stampo libertario. E proprio per questo non si è riusciti a rispondere ai veri problemi».

Vede un nesso di questa cultura anche con la maternità surrogata? «Esiste un continuum che dalle politiche di diffusione della contraccezione ha condotto fino alla maternità surrogata. In fondo, il messaggio resta sempre lo stesso: il bambino solo se lo voglio, quando lo voglio, con chi voglio. La surrogata porta alle estreme conseguenze un simile approccio, permettendo di annientare ogni barriera possibile alla realizzazione di questo progetto. Si tratta della stessa ideologia che dissocia sessualità e procreazione. Questo pone interrogativi cruciali alle femministe libertarie, rivelando spesso le contraddizioni soggiacenti alla loro concezione. Trattare la maternità surrogata come una questione separata impedisce in realtà di cogliere la continuità con le politiche sanitarie che l’hanno preceduta».

di Daniele Zappalà – Avvenire

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