Giovanni Paolo II e la felicita’

JOHNPAULii YOUNGFelicità. Sì, che si possa vivere perfino l’agonia non solo con pace, ma addirittura con letizia, come Karol Wojtyla, è – letteralmente – una cosa dell’altro mondo dentro questo mondo. “Morte dov’è la tua vittoria?”, gridava san Paolo, trionfante dopo la resurrezione di Gesù. Fra quelle colonne e quegli affreschi della Santa Sede dove il papa poeta, il papa che fu minatore, filosofo, il papa profeta e martire della libertà e della dignità umana sta entrando nella vita vera, lì a trionfare è Gesù Cristo, Colui che disse “Io sono la vita”.

La vittoria della morte è altrove, nel resto del mondo, dove essa ancora terrorizza. A una loffia e crudele società laica che è così terrorizzata dalla malattia e dalla morte da pretendere di eliminare tutte le povere Terri Schiavo, non riuscendo più a carezzare un volto sofferente, non sapendo più stringere una mano, non volendo pregare insieme e gustare ogni istante della vita, questo gigante del nostro tempo, Karol Wojtyla, spalanca un orizzonte immenso e ancora una volta grida: “Non abbiate paura!”.

Neanche dell’agonia e di sorella morte, piccolo dolorosa ostetrica che fa nascere alla vita vera. Le ultime parole che il nostro amatissimo papa, il papa della nostra giovinezza ci consegna sono comunque queste: “non abbiate paura!”. Ce ne sono anche altre che forse ha consegnato nelle settimane scorse alle suore polacche che gli sono state vicino o forse ha sussurrato e che comunque esprimono la serena determinazione delle sue ultime ore: “Sono lieto, siatelo anche voi. Preghiamo insieme con letizia. Alla Vergine Maria affidiamo tutto lietamente”.

In due righe quattro volte la parola letizia. Possibile che nel diluvio di chiacchiere dei commentatori nessuno si lasci stupire? Quella di queste ore non è la cronaca di un’agonia, ma un’esplosione di vita, una gloriosa festa di nozze. Uno spettacolo stupefacente per gli angeli e gli uomini. Come è uno spettacolo tutta la Chiesa di Dio ai quattro angoli del pianeta che abbraccia e accompagna il suo grande papa alla vita vera. Non a caso la Chiesa chiama il giorno della morte “dies natalis”, il giorno della nascita.

La morte di un santo, cioè di un cristiano è questo trionfo. Pur nei “dolori del parto”, pur nelle lacrime degli amici per il momentaneo distacco, è una preparazione piena di fervore ed emozione come l’attesa dello sposo per la sposa: “come un giovane sposa una vergine”, dice la Scrittura.

Quante volte, nei suoi viaggi, il volto forte e bello del nostro papa è stato colto dalle telecamere come fosse distratto davanti a milioni di persone. Guardava i popoli che accorrevano da lui, ma sembrava come scrutare l’orizzonte. Non era distratto in pensieri suoi, ma era evidentemente assorto su un volto, su un nome, attraverso il quale guardava tutte le folle a lui affidate: il volto e il nome della bella ragazza di Nazaret a cui lui si era consacrato e a cui affidava tutta quella povera gente, tutti i loro desideri, il loro dolore, le loro vite (così come al suo abbraccio si è affidato nelle ultime ore).

“Così sempre distratto d’attesa,/ come se tutto t’annunciasse un’amata”, dice un verso di Rilke. E sembra descrivere com’è il volto di un cristiano, di un santo. Il volto di Karol Wojtyla. Totus tuus, aveva promesso alla dolce ragazza di Nazaret fin da giovane, fin dai tempi in cui faceva il minatore, studiando di notte per il seminario clandestino che frequentava, aiutato dagli amici operai. Era un impegno di amore fedele. Ed è stato “totus tuus” fino alla fine. Ogni giorno della sua vita ha rinnovato la sua dichiarazione d’amore all’eternamente giovane regina: Maria (la cui iniziale aveva voluto nel suo stemma di principe della Chiesa e disarmato cavaliere del Gran Re).

Venti giorni fa, quando una operazione lo aveva amputato della voce, risvegliandosi, ormai vecchio e spossato alla fine della sua battaglia, aveva scritto su un foglietto: “ma che mi hanno fatto?”. Lo avevano privato della voce. “Comunque” aveva aggiunto “io sono sempre totus tuus”. Che bellezza saper amare così: sotto tutti i colpi della malattia, sotto tutte le ferite, sotto tutte le peggiori sofferenze fisiche (anche quelle dell’attentato quasi mortale), da indomito combattente ha fatto sentire il suo grido di vittoria: “totus tuus”. Dicono i sei ragazzi veggenti di Medjugorje che un giorno la Madonna davanti a loro ha baciato teneramente la foto che ritraeva Karol Wojtyla (l’immagine era su un muro di quella stanzetta) e ha detto che era stata lei stessa ad averlo scelto per la Chiesa e per il mondo.

In questo mese di agonia nessuno statista ha avuto accesso alle stanze della sua sofferenza. Unica eccezione per quelli veramente grandi e importanti: i bambini. Quando don Stanislao al Gemelli andò a salutare i fanciulli del reparto ospedaliero vicino al papa e uno di loro gli disse: “busso a quella porta, ma nessuno apre”, immediatamente il fidato segretario del Papa, conoscendolo da tanti anni, sentì che il cuore del vecchio pontefice si sarebbe letteralmente liquefatto di fronte a quel visino e a quelle parole.
Proprio come Gesù che non resisteva ai bambini e alle madri (ma anche ai padri e ai peccatori, pubblicani o prostitute, e ai ladroni pentiti: non resisteva a nessuno. aveva compassione di tutti). Insomma, ai bambini malati del Gemelli fu dato di arrivare dal papa morente. Che li carezzò e li benedisse sorridendo. E quando fu dimesso, per loro ci furono parole particolari: “lo sapevamo che non ci avrebbe dimenticato”, commentarono quei piccoli re, certi della loro potenza nel Regno dei Cieli dove si entra tutti bambini.

E poi questi ultimi giorni. Le immagini della via crucis al Colosseo e di sfondo il papa, solo nella sua cappella, di spalle, che tiene con le due mani un crocifisso, con il volto di Gesù a pochi centimetri dal suo, quasi aggrappandosi a Lui, il Potente che si è fatto umiliare sulla croce, il trono del dolore. E poi queste ultime ore. Venerdì ha voluto meditare le stazioni della via crucis – come ha fatto tutti i venerdì della sua vita – e recitare le lodi e poi la messa. Un glorioso inno alla vita (che tiene dentro anche sorella morte), alla bellezza (che tiene dentro anche le lacrime del dolore). E poi ha salutato uno per uno i suoi. Dicono i tiggì che “i suoi collaboratori sono andati a salutarlo uno ad uno”. Ma questa è una frase burocratica. In realtà i cardinali sono i suoi amici. I principi, i cavalieri della sua Camelot, che lui ha guidato con sapienza, forza e amore, in nome del Re da tutti amato.

Chi abbia visto una sola volta con quanta stima, tenerezza, venerazione, amore virile il cardinale Ratinzger o il cardinal Ruini parlano di Giovanni Paolo II può forse intuire cos’è l’amicizia cristiana, l’amicizia fra questi uomini grandi a cui è stato dato da Cristo, in un momento della storia, di guidare la sua barca nella tempesta. Cosa si saranno detti, a tu per tu, in quei pochi istanti di saluto con il Papa? Si può solo immaginare la bellezza di una simile amicizia che la morte non spezza affatto, ma separa solo per un attimo. E’ un’amicizia in cui non si ha vergogna o pudore a parlare della morte, ma anzi ci si aiuta, ci si prepara, ci si sostiene: per il grande incontro atteso tutta la vita.

Francesco Saverio, l’intrepido avventuriero che era arrivato fino in Cina per annunciare Cristo, portava sopra sul cuore una lettera con la firma di tutti i suoi amici, i primi sette compagni raccolti all’università di Parigi attorno a Ignazio di Loyola che avevano fondato “La Compagnia di Gesù”.
Anche Karol Wojtyla ha vissuto lo struggimento di chi vuol far conoscere al mondo intero la bellezza dell’amicizia di Cristo. La sola cosa per cui vale la pena vivere.

La vita dura solo lo spazio di un mattino, tutto passa, tutto si perde, si consuma, sparisce: resta solo Dio e la sua casa e la festa che ha preparato nella patria da cui veniamo e a cui torniamo. Loro, i santi, lo sanno:
perciò sono lieti, perfino nella malattia, come noi non sappiamo esserlo nemmeno nella salute. Il passaggio fa un po’ male, ma per quella porta stretta inizia la felicità.

E’ la grande sfida cristiana al mondo: la felicità. Per cos’altro ci affanniamo ogni giorno se non per questo? Ma finché regna la morte ogni gioia è un’illusione crudele. A questa nostra inquietudine, a questa insoddisfazione ha parlato Giovanni Paolo II fin dal primo giorno: “aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”, “solo Lui sa cosa c’è dentro l’uomo”. E poi gridò: “so-lo Lui lo sa!!!”. E’ l’annuncio che il Papa ha ripetuto a tutte le latitudini del pianeta soprattutto ai giovani. E’ specialmente l’annuncio che ha fatto alla mia generazione, che ha avuto l’immensa fortuna di avere un così grande padre e testimone, insieme a tanti altri uomini e donne straordinarie, uomini e donne di Dio, da Madre Teresa a don Giussani. Di fronte a quella loro umanità eccezionale tutti gli aridi discorsi di intellettuali e cattivi maestri sembrano pula al vento. Pensare ai volti di Karol Wojtyla e degli altri uomini e donne di Dio che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e seguire fa scoppiare il cuore di gratitudine. Come si fa a non essere sedotti da quegli uomini, così veri, liberi, così infinitamente più umani di tutti, più affascinanti, più vivi e più lieti.
Così buoni con noi da amare il nostro destino più di quanto sappiamo fare noi stessi.

Quel venerdì pomeriggio quando al Papa hanno detto che piazza San Pietro era strapiena di giovani in preghiera, a migliaia, il Papa è riuscito a sussurrare queste parole per loro: “Vi ho cercato, adesso siete venuti da me e per questo vi ringrazio”.

Ci ha cercato uno ad uno. E ci ha aspettato.

Il Giornale – Antonio Socci