I catari (Bruto Maria Bruti)

catari1_jpgIl movimento dei catari (“katharos” in greco significa “puro”) si diffuse nell’Europa centro-occidentale nell’XI secolo.

Veniva probabilmente dall’Oriente, direttamente dalla Bulgaria, dove i predecessori dei catari furono i bogomili, particolarmente numerosi nel X secolo. Ma l’origine di queste eresie è più antica. I catari si articolavano in numerose sette. Papa Innocenzo III ne enumerò fino a 40. Esistevano inoltre anche numerose altre sette che avevano molti punti in comune con la dottrina dei catari: i petrobrusiani, gli enriciani, gli albigesi. Questi gruppi vengono generalmente riuniti sotto la comune denominazione di eresie gnostiche e manicheiste.

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Per non appesantire eccessivamente il quadro, parleremo d’ora innanzi delle idee comuni, senza specificare ogni volta a quale setta precisa si fa riferimento (59).

Tutte le ramificazioni del movimento avevano in comune il riconoscimento dell’inconciliabile contrasto tra il mondo materiale, fonte del male, e quello spirituale, ricettacolo del bene.

I cosiddetti catari dualisti attribuivano il contrasto all’esistenza di due dei, quello del Bene e quello del Male. Fu il dio del Male a creare il mondo materiale: la terra e ciò che vi cresce, il cielo, il sole e le stelle, come pure il corpo umano. Il dio del Bene creò invece il mondo spirituale, nel quale esiste un altro cielo, altre stelle, un altro sole, tutti spirituali.

Altri catari, detti monarchiani, credevano a un unico dio buono, creatore dell’universo, mentre il mondo materiale sarebbe stato creato dal suo figlio primogenito decaduto, Satana o Lucifero.

Gli uni e gli altri erano d’accordo nel dire che i due principi antagonisti della materia e dello spirito non possono avere alcun punto di contatto; e per questo rinnegavano anche l’incarnazione del Cristo (ritenendo che il suo Corpo fosse spirituale, con la sola apparenza della materialità) e la resurrezione della carne.

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Il dualismo trovava conferma, secondo i catari, nella divisione delle Sacre Scritture in Antico e Nuovo Testamento. Il Dio dell’Antico Testamento, creatore del mondo materiale, veniva a identificarsi con il dio del Male o Lucifero. Riconoscevano invece nel Nuovo Testamento l’emanazione del dio buono.

I catari ritenevano che Dio non avesse creato il mondo dal nulla, che la materia fosse eterna e che il mondo non avrebbe avuto fine. Il corpo umano era anch’esso frutto del principio del male; invece l’anima, secondo la loro concezione, non aveva sempre un’unica origine. Per la maggioranza degli uomini anche l’anima, come il corpo, era emanazione del male. Questi uomini non potevano sperare di salvarsi ed erano condannati a perire quando il mondo materiale fosse ritornato al caos primigenio.

Invece l’anima di una cerchia ristretta di uomini era stata creata dal dio buono, si tratterebbe degli angeli che dopo la tentazione di Lucifero sono stati imprigionati nel carcere del corpo.

In seguito alla trasmigrazione in vari corpi (i catari credevano nella
reincarnazione) erano destinati a finire nella loro setta, e là ottenere la liberazione dal carcere del corpo.

Ideale e scopo ultimo dell’umanità, in linea di principio, doveva essere il suicidio generale. Esso era concepito o in modo diretto (che vedremo oltre) o vietando ogni attività procreativa.

Nella dottrina avevano un posto importante anche i concetti di peccato e di salvezza. I catari rifiutavano il libero arbitrio. I figli del male, condannati a perire, non avrebbero in alcun modo potuto sfuggire la loro sorte, mentre chi aveva avuto accesso per iniziazione alla categoria superiore della setta ormai non poteva più peccare. Essi dovevano sottostare a tutta una serie di regole durissime per combattere il pericolo di contaminarsi con la materia peccaminosa; e se peccavano ciò significava semplicemente che il rito dell’iniziazione era rimasto inefficace perché l’anima dell’iniziatore o dell’iniziato non era angelica.

Prima dell’iniziazione la libertà di costumi era illimitata, giacché l’unico vero peccato era stato la caduta degli angeli dal cielo e tutto il resto non ne era che la conseguenza necessaria.

Dopo l’iniziazione il pentimento non era più ritenuto necessario, e nemmeno l’espiazione dei peccati.

L’atteggiamento dei catari verso la vita nasceva dal loro concetto del male identificato con il mondo materiale. La perpetuazione della specie veniva considerata opera satanica, la donna incinta si trovava sotto l’influenza del demonio come pure ogni neonato. Per gli stessi motivi la carne, e tutto ciò che aveva a che fare con l’unione sessuale, erano vietati.

La stessa tendenza portava a ritirarsi dalla vita della società; le autorità terrene erano creature del dio malvagio, non si doveva sottomettervisi, ricorrere ai tribunali, prestare giuramento e impugnare le armi. Chiunque, giudice o soldato, avesse fatto uso della forza era considerato un assassino. E’ chiaro che in questo modo diventava impossibile partecipare a molti aspetti dell’attività sociale. Per di più molti consideravano proibito ogni rapporto con “la gente del mondo” estranea alla setta, salvo che nel tentativo di convertirla (60).

Tutte le sette erano accomunate da un’accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che per loro non era la Chiesa di Cristo ma quella dei peccatori, la meretrice Babilonia. Il Papa era considerato la fonte di tutte le prevaricazioni, e i preti come pubblicani e farisei. La caduta della Chiesa cattolica, secondo loro, risale al tempo di Costantino il Grande e di papa Silvestro, quando la Chiesa, a dispetto dei comandamenti di Cristo, diede la scalata al potere secolare (con la cosiddetta Donazione di Costantino).

I sacramenti erano misconosciuti, specialmente il battesimo dei bambini (in quanto non sono ancora in grado di credere), ma anche il matrimonio e l’eucarestia.

Alcune ramificazioni secondarie dei catari (i catarelli e i rotari) usavano saccheggiare regolarmente le chiese. Nel 1225 i catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova. Tra il 1143 e il 1148, Eon de l’Etoile, capo di una setta manichea, si dichiarò figlio di Dio, signore di tutto il creato e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di mettere a sacco le chiese.

L’odio dei catari si dirigeva soprattutto contro la croce in cui essi vedevano il simbolo del dio del Male. Già attorno al Mille, nella regione di Chálons un certo Leutardo incitava a distruggere croci e immagini sacre. Nel XII secolo Pietro di Bruys innalzava falò di croci, finendo poi lui stesso sul rogo per volere della folla indignata.

Per loro le chiese non erano che mucchi di pietre, e la liturgia un rito pagano; rifiutavano pure le immagini sacre, l’intercessione dei santi, le preghiere dei morti.

Il domenicano Ranieri Sacconi, un inquisitore che per 17 anni era stato eretico, scrive che ai catari non era proibito saccheggiare le chiese.

Essi rifiutavano la gerarchia cattolica ma ne possedevano una propria; lo stesso era per i sacramenti. La struttura organizzativa di base poggiava sulla divisione in due gruppi, quello dei “perfetti” e quello dei “credenti”. I primi erano un numero ristretto (Ranieri ne contò 4.000 in tutto), ma rappresentavano l’oligarchia che guidava tutta la setta; essi costituivano il clero cataro: vescovi, presbiteri e diaconi. Soltanto a loro era svelata l’intera dottrina della setta, mentre i “credenti” erano tenuti all’oscuro di molti suoi punti soprattutto dei più radicali in forte contrasto con il cristianesimo. Soltanto i “perfetti” erano tenuti a osservare innumerevoli prescrizioni; in particolare non potevano in alcun caso abiurare la loro dottrina, in caso di persecuzioni dovevano affrontare il martirio, mentre i “credenti” potevano frequentare la chiesa per salvare le apparenze e in caso di repressione potevano anche rinnegare la propria fede.

In cambio però la posizione dei “perfetti” all’interno della setta era incomparabilmente più privilegiata della posizione di un prete nella Chiesa cattolica. In un certo senso era quasi dio stesso, e come tale veniva onorato dai “credenti”.

Questi ultimi avevano l’obbligo di mantenere i “perfetti”. Uno dei riti fondamentali della setta era “l’adorazione” che consisteva in una triplice prosternazione dei “credenti” davanti ai “perfetti”.

I “perfetti” dovevano sciogliere il loro matrimonio e non avevano nemmeno il diritto di toccare (alla lettera) una donna. Non potevano possedere bene alcuno ed erano tenuti a votarsi completamente al servizio della setta. Era loro proibito avere fissa dimora, peregrinando in continuazione o rifugiandosi in asili segreti.

L’iniziazione dei “perfetti”, o consolamentum, era anche il sacramento più importante. Non lo si può paragonare ad alcun sacramento della Chiesa cattolica. Si trattava di una via di mezzo tra il battesimo (o cresima), l’ordinazione, la confessione e a volte anche l’estrema unzione. Soltanto chi lo riceveva poteva sperare d’esser liberato dal carcere del corpo, perché la sua anima sarebbe tornata alla dimora celeste.

La maggior parte dei catari non si piegavano alle dure prescrizioni che vincolavano i “perfetti”, ma contavano di ricevere il consolamentum solo in punto di morte, si chiamava allora “la buona morte”. La preghiera che si pronunciava in quell’occasione era simile al Padre Nostro.

Spesso, quando un malato che aveva ricevuto il consolamentum guariva, gli veniva suggerito di por fine ai suoi giorni con il suicidio, che si chiamava “endura”. In molti casi l’endura era la conditio sine qua non per impartire il consolamentum; non di rado la subivano i vecchi e i fanciulli che avevano ricevuto il consolamentum (naturalmente in questi casi il suicidio diventava omicidio). Le forme di endura erano svariate: avvenivano per lo più per inedia (nel caso di lattanti che le madri cessavano di nutrire), ma anche per dissanguamento, o con bagni caldi alternati a esposizioni al gelo, con bevande mescolate a frammenti di vetro, oppure ancora mediante strangolamento.

Dollinger, che ha esaminato gli archivi dell’Inquisizione a Tolosa e a Carcassonne, scrive: “Studiando attentamente i verbali dei due processi citati ci si convince che furono molte di più le vittime dell’endura (alcune volontarie, altre costrette) che quelle dell’Inquisizione” (61).

Da questi postulati generali discesero le teorie socialiste diffusesi tra i catari. La proprietà privata era rifiutata come elemento del mondo materiale. I “perfetti” non potevano avere alcuna proprietà individuale, anche se di fatto avevano in mano i beni della setta, spesso ingenti.

I catari godevano di una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione.

Tuttavia la predicazione catara si indirizzava per lo più ai ceti inferiori urbani, come dimostrano le denominazioni di varie sette: poplicani (alcuni studiosi la considerano una deformazione di pauliciani), piphler (pure dalla parola plebs), texerantes (tessitori), indigenti, patarini (dagli stracciaioli milanesi, simbolo dei poveri). Tutti predicavano che la vita può dirsi veramente cristiana solo con la “comunanza dei beni” (62).

Nel 1023 a Monforte fu celebrato un processo contro dei catari accusati d’aver propagandato il possesso comune dei beni, il celibato e la disobbedienza alla Chiesa.

Evidentemente l’appello a mettere in comune i beni era abbastanza diffuso tra i catari, giacché se ne fa menzione in molta pubblicistica cattolica contro di essi. Un autore accusa i catari di predicare in modo demagogico dei principi che sono i primi a non mettere in pratica: “Voi non mettete tutto in comune, c’è chi ha di più e chi ha di meno” (63).

Il celibato dei “perfetti” e la condanna generalizzata del matrimonio si ritrovano presso tutti i catari. Tra i vari casi previsti, solo il matrimonio è considerato peccato, mentre non lo è la fornicazione al di fuori del matrimonio. Non dimentichiamo che il comandamento “non desiderare la donna d’altri” viene dal dio del Male. Queste proibizioni tendono più che a mortificare la carne, a distruggere la famiglia. Molti contemporanei accusano i catari di tenere le donne in comune, di praticare l’amore “libero” o “santo”.

San Bernardo di Chiaravalle, verso il 1130-50, accusava i catari di predicare contro il matrimonio ma di praticare poi il concubinato con le donne che avevano abbandonato la famiglia (64).

Dello stesso avviso è Ranieri (65).

Troviamo lo stesso tipo d’accusa nelle cronache dell’arcivescovo di Rouen, Ugo d’Amiens, contro la setta manichea che si era diffusa in Bretagna attorno al 1145.

Alano di Lilla, che scrisse un’opera contro le eresie nel XII secolo, attribuisce ai catari idee di questo genere: “I vincoli matrimoniali contraddicono le leggi della natura, poiché queste vogliono che tutto sia comune” (66).

L’eresia catara si diffuse in Europa con rapidità sorprendente. Nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza; nel 1018 e nel 1028 si fanno vivi in Aquitania; nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna; nel 1042 e 48 nella diocesi di Chálons-sur-Marne; nel 1051 a Goslar.

Buonaccorso, ex vescovo cataro, scrive della situazione in Italia attorno al
1190: “Non sono forse pieni di questi falsi profeti tutti i paesini, le città, i castelli?” (67).

E il vescovo di Milano affermava nel 1166 che nella sua diocesi c’erano più eretici che credenti ortodossi.

Un’opera del XIII secolo enumera 72 vescovi catari. Ranieri Sacconi parla di
16 chiese catare. Esse avevano stretti legami reciproci, e sembra che in Bulgaria avessero persino un papa. Tenevano concili cui presenziavano rappresentanti di molti paesi. Nel 1167, a Saint-Félix presso Tolosa, si tenne pubblicamente un concilio promosso dal papa eretico Niceta, cui partecipò un gran numero di eretici, venuti fin dalla Bulgaria e da Costantinopoli.

Ma il successo maggiore l’eresia lo riscosse nel sud della Francia, nella Linguadoca e in Provenza. Qui furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici. Con una di queste si recò anche san Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava né faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati e insultati.

La nobiltà locale sosteneva attivamente la setta, vedendovi una possibilità di appropriarsi delle terre della Chiesa. La Linguadoca parve per più di 50 anni definitivamente perduta per Roma. Il legato papale Pietro di Castelnau fu ucciso dagli eretici.

Bruto Maria Bruti

Di Igor Safarevic, Tratto dal Capitolo II, il socialismo nelle eresie, pp.36-43, in : Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale,presentazione di Aleksandr Solzenicyn, La Casa di Matriona, Milano
1980