I diritti negati degli embrioni in «esubero»

La legge 40 del 2004 (le «Norme in materia di Procreazione medicalmente assistita » o Pma) prevede all’articolo 1 di «favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità», ma anche di «assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Eppure, come emerge chiaramente dalla relazione del Ministero della Salute del 28 giugno scorso, della seconda finalità della legge non c’è traccia. E così il Movimento per la Vita (Mpv) ha preso i dati – riferiti al 2016 – del decimo «Rapporto sull’attuazione della legge 40» e ha indicato le lacune ancora esistenti, suggerendo comesuperarle. Il grande assente nella relazione del Ministero secondo Mpv è innanzitutto l’embrione crioconservato. Pur essendo stato previsto un registro nazionale presso l’Istituto superiore di sanità, dove vengano indicati «gli embrioni formati», in seguito alla sentenza 151/2009 della Corte Costituzionale non è tuttavia possibile conoscerne con precisione il numero ma ci si deve limitare a stime annuali. Il Garante della Privacy, inoltre, finora ha consentito di raccogliere questi dati solo in modalità ‘aggregata’: ogni centro, cioè, comunica al registro i dati complessivi, «mantenendo al suo interno ogni informazione legata alla tracciabilità di ciascun ciclo di trattamento».

Se risulta impossibile conoscere il numero esatto degli embrioni crioconservati, nulla è dato sapere della sorte degli embrioni non trasferibili, che si calcola siano stati 63.631, ossia la differenza tra quelli formati e quelli trasferibili. Stante il divieto di distruggerli anche se affetti da anomalie, e anche qualora si volessero utilizzare per la ricerca scientifica, come stabilito da due recenti sentenze della Corte Costituzionale (la 229 del 2015 e la 84 del 2016), «se ne deduce che anche gli embrioni considerati di seconda serie dovrebbero essere congelati».

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Quanto poi allagenerazione soprannumeraria di embrioni, ammessa con la sentenza del 2009, secondo Mpv sarebbe necessaria «una specificazione oggettiva dei gravi rischi sanitari per la donna che giustificano la formazione di un numero di embrioni superiore a quelli immediatamente trasferibili».

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Al di là della indicazione (errata) della Pma come terapia – in realtà non è affatto una cura all’inferti-lità –, il Mpv fa notare che la relazione del Ministero non solo non riporta alcun dato sul secondo comma dell’articolo 1, ovvero sul fatto che prima di ricorrere alle tecniche di procreazione artificiale occorre tentare di rimuovere le cause di sterilità o infertilità, ma addirittura indica che in molti casi la Pma ha rappresentato «il primo approccio al trattamento di sterilità di coppia». Inoltre, mentre si dà conto dei fattori della sterilità femminile, poca attenzione è rivolta a quelli che riguardano invece la sterilità maschile. Eppure i successi di un approccio terapeutico multidisciplinare sono scientificamente provati: i dati dell’Isi, l’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI del Policlinico Gemelli di Roma, dimostrano infatti che nelle coppie trattate per sterilità la percentuale di gravidanza è pari al 42,1%.

Nell’analisi dei dati e nell’applicazione della legge 40, inoltre, si tende a ignorare o a sottovalutare che tra i soggetti coinvolti, per i quali è previsto il dovere di tutela dei diritti, c’è anche il figlio concepito, «un individuo vivente appartenente alla famiglia umana a pieno titolo», come dichiarato dalla stessa legge e confermato nella giurisprudenza costituzionale, nei pareri del Comitato nazionale per la bioetica, in alcune decisioni del diritto europeo e anche a livello scientifico in sede internazionale. D’altronde, «se l’embrione fosse una cosa – ricorda Mpv – sarebbe del tutto irragionevole il divieto di realizzarne la produzione con metodi artificiali », soprattutto se il ‘prodotto’ fosse utile per l’approfondimento della conoscenza o per rimedi terapeutici.

Per conciliare dunque le due finalità indicate all’articolo 1 della legge 40, ma in parte disattese, il Mpv propone di riprendere in esame la proposta di legge n.4084 del 12 ottobre 2016, sottoscritta da 16 parlamentari di diversi partiti. «Il merito della proposta – sottolinea il Mpv – è di aver fissato il principio che non si può ricorrere alla formazione di embrioni con gameti esterni alla coppia finché esistono embrioni abbandonati. Questa soluzione è nella logica del bilanciamento fra diritti contrapposti ». Secondo il Mpv, inoltre, con l’adozione degli embrioni così come indicato dalla proposta di legge viene anche «risolto alla radice il tema della maternità surrogata».

«La legge 40 – rimarca Marina Casini Bandini, presidente nazionale del Mpv – ha come primo obiettivo quello di andare incontro alle situazioni di sterilità e infertilità per aiutare le coppie ad avere un figlio. Ma ce n’è un altro, forse più importante: la legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Di questo aspetto però non si tiene conto. La funzione dei nostri dossier sull’attuazione della legge 40 è proprio tenere alta la soglia di vigilanza sull’uso delle tecniche che generano figli in provetta. Noi vogliamo integrare, correggere e informare meglio i parlamentari e l’opinione pubblica. E auspichiamo che vengano colmate alcune lacune».

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di Graziella Melina (Avvenire)